Alex Zanotelli a l’ Aquila, un Gsott8 come noi

Pubblicato su Politica, Società con i tag , , , , il Luglio 9, 2009 da Maria Rubini

Riporto il video dell’intervista ad Alex Zanotelli al G8 a l’Aquila che esprime bene la posizione e desideri di noi Gsott8 nei confronti dei Grandi della Terra e delle loro decisioni. Soprattutto comportamenti ed atteggiamenti per raggiungere gli obiettivo per il bene comune.

Il Segretario Generale dell’ ONU critica il “people first” dei G8

Pubblicato su Politica con i tag , , , il Luglio 9, 2009 da Maria Rubini

L’intesa raggiunta ieri tra i leader del G8 sulla lotta al cambiamento climatico sta passando oggi al difficile vaglio del Mef (Major Economies Forum) che riunisce anche i Paesi emergenti. Oltre agli otto Paesi del G8 (Germania, Canada, Usa, Francia, Gran Bretagna, Italia, Giappone e Russia), attorno al tavolo saranno seduti i rappresentanti del G5 (Africa del sud, Brasile, Cina, India e Messico), piu’ la Corea del Sud, l’Australia e l’Indonesia. Presente anche la Danimarca, che a dicembre ospitera’ la conferenza Onu sul clima che dovra’ decidere il nuovo sistema globale per la riduzione delle emissioni di Co2, in sostituzione del Protocollo di Kyoto che scade nel 2012. Fonti del G8 ritengono ormai ”improbabile” che tra i 17 membri del Mef possa passare l’intesa ambiziosa raggiunta tra gli Otto, che assume impegni per ridurre le emissioni di gas ad effetto serra del 50% entro il 2050 (80% per i paesi piu’ industrializzati), mentre c’e’ una certa fiducia su un accordo per contenere entro i due 2 gradi l’aumento della temperatura media mondiale. Cina e India, in particolare, si oppongono a fissare oggi tetti vincolanti per la riduzione dei gas. Al centro dei colloqui anche il pacchetto di aiuti finanziari che i Paesi sviluppati hanno promesso a quelli in via di sviluppo per aiutarli a innovare l’economia e le fonti energetiche. Le attese della vigilia si sono raffreddate dopo la partenza anticipata del presidente cinese Hu Jintao, la cui assenza impedisce di strappare alla Cina nuovi impegni.

Fonti europee hanno quindi affermato come l’assenza del presidente cinese Hu Jintao, rientrato in patria per la crisi del Xinjiang, si farà sentire sulle negoziazioni in corso all’Aquila vista la crescente importanza del Paese asiatico nella quantità di emissioni globali. Secondo tali fonti, è quindi importante che, oltre ai Paesi sviluppati del G8, anche quelli emergenti facciano la loro parte in vista del vertice di fine anno a Copenaghen. Occorre, si nota, poter tradurre in misure concrete di medio termine la decisione di contenere l’aumento della temperatura globale di 2 gradi celsius, aumento che avrà comunque conseguenze inevitabili che vanno gestite. E’ chiaro che non ci deve essere lo stesso sforzo da parte di tutti – si sottolinea -, ma un’intesa su obiettivi misurabili e verificabili. Per le fonti, per i Paesi emergenti, che devono coniugare l’attenzione all’ambiente con la crescita economica, è necessario virare verso una minore dipendenza dai combustibili fossili, pena l’aumento anziché la diminuzione della povertà.

BAN KI MOON CRITICA L’ACCORDO
Il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ha detto oggi a L’Aquila che i paesi del G8 hanno concordato traguardi insufficienti per combattere i mutamenti del clima. “I traguardi che hanno finora indicato sono insufficienti – ha detto il segretario generale dell’Onu – Il problema del clima é una responsabilita; imperativa e storica per il futuro dell’ umanità e del nostro pianeta”. I paesi del G8 hanno concordato di contenere a due gradi centigradi (rispetto all’era pre-industriale) il riscaldamento massimo del pianeta e di ridurre tra il 50 e l’80 per cento le emissioni di gas inquinanti entro il 2050.

GREENPEACE, ACCORDO DELUDENTE

“Riferendosi a un generico accordo sul clima per contenere l’aumento della temperatura entro i 2 gradi senza un piano, investimenti e obiettivi – commenta da L’Aquila il direttore di Greenpeace Italia, Giuseppe Onufrio – il G8 non aiuterà a uscire dal vicolo cieco nel quale sono arenati i negoziati sul clima delle Nazioni Unite”.

I leader del G8 hanno approvato la dichiarazione politica. La dichiarazione sull’Iran e’ compresa in questo documento ed e’ il primo paragrafo della dichiarazione stessa.

IRAN

”Continuiamo ad essere seriamente preoccupati dagli eventi in Iran. Ribadiamo il nostro totale rispetto per la sovranita’ dell’Iran. Al tempo stesso, deploriamo la violenza post-elettorale, che ha portato alla perdita della vita di cittadini iraniani”. E’ quanto si legge nel paragrafo sull’Iran della dichiarazione politica dei leader del G8.  Il G8 chiede all’Iran di ”risolvere la situazione attraverso un dialogo democratico sulla base dello stato di diritto”. Inoltre, gli 8 leader ricordano a Teheran ”i suoi obblighi nel contesto della convenzione internazionale dei diritti civili e politici”. Il G8 dell’Aquila espresso la propria condanna dell’Iran ”per le dichiarazioni del presidente Ahmadinejad che negano  l’Olocausto”.

COREA DEL NORD

Il G8 condanna nei termini piu’ forti il test nucleare del 25 maggio scorso della Corea del Nord e il lancio con uso di tecnologie missilistiche balistiche del 5 aprile in violazione della risoluzione 1718/2006 del Consiglio
di Sicurezza della Nazioni Unite. Lo si legge nella dichiarazione politica varata stasera dal Vertice G8
dell’Aquila.  Stessa condanna nella dichiarazione per i recentissimi lanci di missili alla vigilia del G8, nonostante le risoluzioni 1874/2009 del Consiglio di sicurezza dell’Onu, in quanto ”queste attivita’ rappresentano un pericolo per l pace e la stabilita’ nella regione e oltre a questa. Gli Otto Grandi esortano la Corea del nord a osservare completamente i suoi obblighi internazionali e chiede alla comunita’ internazionale di attuare totalmente e in modo trasparente le disposizioni di questa risoluzione.  Il G8 infine esorta la Corea del Nord a tornare al tavolo del negoziato a Sei sullo smantellamento del suo programma nucleare, per rinunciare a tutte le armi nucleari e a tutti i programmi nucleari. Infine gli Otto Grandi, accogliendo le preoccupazioni del Giappone, esortano la Corea del nord ad affrontare il tema dei problemi umanitari, compresa la questione dei rapimenti di cittadini nipponici.

MEDIO ORIENTE

Gli Otto Grandi, riconfermando che la ”realizzazione di una pace giusta, durevole e globale per il Medio Oriente rimane fondamentale per la comunita’ internazionale”, rinnovano il completo appoggio alla ” soluzione dei due stati”, che permetta allo stato di Israele di ”vivere in pace e sicurezza” e di creare ”uno stato della Palestina , in cui il popolo palestinese possa decidere il proprio destino”.   E’ il passaggio fondamentale della dichiarazione politica del G8 dell’Aquila riguardo al Medio Oriente approvata stasera.  Il G8 saluta con favore i passi intrapresi in questa direzione delle due parti nelle ultime settimane e le esorta a ” riprendere rapidamente i negoziati diretti su tutte le questioni aperte, coerentemente con la Roadmap, le risoluzioni pertinenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e i principi di Madrid. Gli Otto Grandi chiedono con forza alle due parti di adempiere ai loro obblighi previsti dalla Roadmap ”compreso il rifiuto chiaro della violenza, del terrorismo e dell’incitamento al terrorismo e un congelamento completo delle attivita’ di insediamento (di coloni ebrei nei territori palestinesi, ndr) compresa la loro crescita naturale”.  Esortano anche gli stati arabi a fare passi significativi verso una normalizzazione dei rapporti con Israele e a fornire sostegno politico ed economico all’Autorita’ palestinese, sottolineando la necessita’ di ripristinare l’unita’ palestinese, sulla base dei principi del Quartetto.
Il G8 infine chiede il rilascio immediato del soldato israeliano rapito Gilad Shalit, l’apertura immediata di punti di accesso per i flussi di aiuti umanitari, beni e persone per e da Gaza, in maniera da rispettare la sicurezza di Israele.

AFGHANISTAN E PAKISTAN

”L’Afghanistan e il Pakistan rimangono una priorita’ assoluta per il G8”. E’ quanto si legge nel paragrafo su Afghanistan e Pakistan della Dichiarazione politica del vertice dell’Aquila.  ”Riaffermiamo il nostro impegno – afferma ancora il documento – a promuovere stabilita’ e sviluppo nei due Paesi e nella regione allargata, anche rafforzando la loro capacita’ di contrastare il terrorismo, il traffico illecito e il crimine”.  Secondo la Dichiarazione, ”una cooperazione regionale rafforzata rappresenta un prerequisito per il successo in entrambi i Paesi ed e’ un pilastro essenziale della strategia internazionale per la stabilita’ in Afghanistan”.”Chiediamo alle autorita’ afghane di assicurare elezioni credibili, inclusive e sicure, che rispecchino la volonta’ reale del popolo afghano”. E’ quanto si legge nel passaggio dedicato all’Afghanistan della Dichiarazione politica del G8.  ”Confermiamo il nostro impegno per il processo elettorale attraverso disposizioni di assistenza tecnica, logistica, finanziaria e di sicurezza”, affermano i leader del G8 sottolineando di ”essere pronti ad assistere il nuovo governo afghano nei suoi sforzi” per il rafforzamento delle ”istituzioni democratiche”.

MONDO SENZA ARMI NUCLEARI

Creare le  condizioni per un mondo senza armi nucleari”. E’ quanto si impegnano a fare i Paesi del G8 nella dichiarazione politica varata stasera dal vertice dell’Aquila.  ”Siamo tutti impegnati nel cercare un mondo piu’ sicuro per tutti e per creare le condizioni per un mondo senza armi nucleari, in conformita’ con gli obiettivi del Trattato sulla non proliferazione delle armi nucleari”, si legge nel documento. La dichiarazione finale saluta con favore anche l’accordo raggiunto in questo senso tra Stati Uniti e Russia sulla riduzione degli armamenti strategici.

di Stefano Polli

NIGERIA: MEND, ATTACCATI OLEODOTTI AGIP E SHELL

Pubblicato su Politica con i tag , , il Luglio 8, 2009 da Maria Rubini

ROMA – I ribelli nigeriani del Mend hanno rivendicato oggi un attacco contro un oleodotto dell’Agip e uno della Shell nella regione petrolifera del delta del Niger, nel sud della Nigeria. La rivendicazione è stata fatta via email dal portavoce dei ribelli.

“La piaga del sabotaggio – scrive il portavoce, Jomo Gbomo, nella rivendicazione del Movimento per l’emancipazione del delta del Niger (Mend) – è scesa pesantemente sulle principali condotte del greggio di Shell e Agip nello stato di Bayelsa fra le 02.00 e le 02.30″ ora locale e italiana. L’oleodotto dell’Agip, che alimenta il termina Brass, fa sapere il Mend, è stato sabotato all’altezza del ruscello Nembe; quello della Shell all’altezza del villaggio di Asawo. Per adesso la notizia non è stata ufficialmente confermata né da Agip né da Shell. Secondo quanto scrive la Reuters, Shell, Agip e l’americana Chevron sono state costrette a ridurre la loro produzione petrolifera nel delta del Niger di 273.000 barili al giorno nelle ultime sei settimane a causa dei ripetuti attacchi del Mend.

Azione Urgente Internazionale: Esecuzioni extragiudiziali all’aereoporto di Tegucigalpa in Honduras

Pubblicato su America Latina, Politica con i tag , , , , il Luglio 7, 2009 da Maria Rubini
Città del Messico,  5 luglio 2009
AZIONE URGENTE INTERNAZIONALE: Esecuzione extragiudiziale evvenuta nell’aereoporto internazionale di Tegucigalpa in Honduras
Alberto Brunori
Rappresentante in Messico dell’Ufficio dell’Alto
Commissariato delle Nazioni Unite
per i Diritti Umani
Santiago Cantón
Segretario Esecutivo della CIDH
Navanethem Pillay
Alto Commissariato dell’ONU
Ai Governi e ai popoli del Mondo
La Lega Messicana per la Difesa dei Diritti Umani A.C. (Limeddh), La Fondazione Diego LuceroA.C., il Comitato dei Diritti Umani di las Huastecas e Sierra Orientale (CODHSSO), l’Associazione dei Familiari dei Detenuti Scomparsi e Vittime delle Violazioni dei Diritti Umani in Messico (AFADEM-FEDEAM), il Centro dei Diritti Umani Coordinatrice  28 Maggio A.C., l’Associazione dei Diritti Umani dello Stato del Messico (ADHEM), l’Associazione per la Difesa dei Diritti Umani e l’Uguaglianza di Genere (ADDHEG), la Rete Universitaria dei Monitori  dei Diritti Umani (RUMODH) ,l’Associazione Nazionale di Avvocati Democratici (ANAD), il Centro Nazionale  della Comunicazione Sociale (CENCOS) con domicilio postale nella Calle Tehuiztitla 1era cerrada n. 44 Col. Los Reyes Del. Coyoacan, C.P. 04330 Mèxico D.F. con numero telefonico e fax 56108790 mail denuncias.limeddh@gmail.com sollecita il vostro intervento urgente per l’esecuzione extragiudiziale avvenuta nell’aeroporto internazionale di Tonkontin in Honduras, per mano dei militari golpisti.
FATTI:
Il giorno  5 luglio del 2009, domenica, elementi dell’esercito dell’ Honduras hanno sparato contro un gruppo di cittadini hondureñi, giustiziandone due, uno dei quali minorenne e lasciando un numero  significativo di feriti, oltre ad aver evitato l’atterraggio dell’aereo che conduceva il presidente e una delegazione internazionale a capo della quale c’era il Segretario Generale della OEA, motivo per la quale si trovavano i civili giustiziati in quel luogo.
Il contesto nel quale avviene questa azione è dovuto all’arrivo del presidente dell’Honduras, Manuel Zelaya, a seguito del colpo di Stato realizzato dalle Forze Armate hondureñe e da settori ultraconservatori rappresentati dal Congresso Nazionale e dal Potere Giudiziario di tale  nazione, domenica 28 giugno  del 2009 contro il Presidente Costituzionale José Manuel Zelaya Rosales, che è stato  sequestrato e trasferito  alla Repubblica del Costa Rica violentando così la vita democratica del popolo hondureño.
Per quanto sopra sollecitiamo:
  1. All’Organizzazione delle Nazioni Unite, all’Organizzazione degli Stati americani, così come ai governi del mondo, che condannino questi delitti contro l’umanità e contribuiscano a che l’esercito deponga le armi nella comprensione che  che la sovranità degli stati non permette la violazione dei diritti umani.
  1. Alla diplomazia dei governi del mondo e alle organizzazioni multilaterali, dimostrare il loro  impegno per il rispetto dei diritti umani e le libertà fondamentali in qualsiasi parte del mondo affinchè i militari e quelli che detengono il potere di fatto in Honduras siano isolati e si dimettano.
  1. La soluzione di questo conflitto mediante il dialogo e non mediante l’uso della forza.
  1. Si chiede al Governo degli Stati Uniti d’America una posizione chiara rispetto ai fatti avvenuti in Honduras e che  metta a disposizione la sua diplomazia.
  1. Rispetto al legittimo ultilizzo dell’organizzazione politica da parte del popolo hondureño come mezzo di difesa dei suoi diritti fondamentali, riconosciuti a livello internazionale.
  1. Rispetto all’integrità fisica, psicologica e giuridica del popolo hondureño.
  1. Rispetto ai Trattati dei  Diritti Civili e Politici e ai Trattati  Internazionali ratificati dall’Honduras.
  1. In maniera generale conformare  le azioni a quanto disposto dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e ai Trattati e Convenzioni Internazionali sui Diritti Umani e riferenti al rispetto della libertà di espressione , diritto alla manifestazione e libera circolazione ratificati dall’Honduras.
Per le organizzazioni:
Adrián Ramírez López
Presidente della Limeddh
Navanethem Pillay
Alta Comisionada de las Naciones Unidas para los Derechos Humanos
Oficina del Alto Comisionado para los Derechos Humanos
Palais des Nations, 8-14 avenue de la Paix, CH 1211 Ginebra 10, Suiza
Tel: +41 22 917 9000
Alberto Brunori
Representante en México de la oficina del Alto Comisionado de las Naciones Unidas para los
Derechos Humanos
Alejandro Dumas #165, Col. Polanco Delegación Miguel Hidalgo, C.P 11560, México D.F Tel:(52 55)5061-
6350 Fax: 5061-6358
Sr. Santiago Cantón
Secretario Ejecutivo de la Comisión Interamericana de Derechos Humanos
1889 F Street, N.W. Washington, D.C., 20006 U.S.A.
Tel: 202-458-6002 Fax: 202-458-3992
copia a : denuncias.limeddh@gmail.com

E’ morto Beppe Cremagnani. Buon vento, Beppe

Pubblicato su Società con i tag , , il Luglio 7, 2009 da Maria Rubini

Pochi giorni fa abbiamo abbiamo rivisto “G8/2001, Fare un golpe e farla franca”, il film documentario di Beppe Cremagnani e Enrico Deaglio che racconta quei giorni di luglio in cui l’Italia si è svegliata e, al posto dello stivale, ha trovato un anfibio di celerino.
Sui titoli di coda, l’istinto è stato chiamare Beppe, per dirgli ancora una volta che bel lavoro hanno fatto, e quanto sia importante continuare a raccontare, in questo paese che dimentica troppo in fretta ogni disastro, inghiottito dal disastro del giorno dopo.

Poi era tardi, e non l’abbiamo chiamato, poi il giorno dopo c’era il lavoro, e non l’abbiamo chiamato, e poi, e poi. Errore. Non bisognerebbe mai rimandare.
E se domani esco di casa e mi cade un vaso in testa? E se finisco sotto a un tram? Lunedì Beppe è uscito di casa per fare un giro in bici e non è più tornato, stroncato da un infarto.
Era un grande giornalista, curioso, attento, onesto. Un giornalista vero, di quelli che consumano la suola delle scarpe, anziché il tasto del copiaincolla.
Era un grande amico, sempre preso da mille lavori ma sempre attento a chiedere come ti va la vita, e come va a quelli che ti sono vicino.
A Luisa, ai suoi figli e ai suoi colleghi va l’abbraccio di tutta la redazione di PeaceReporter.
A lui, se ci può sentire, quello che non abbiamo fatto in tempo a dirgli: bravo, Beppe. E grazie.

La redazione di PeaceReporter

Nato a Milano nel 1951, Giuseppe Cremagnani, da tutti conosciuto come Beppe, si è laureato in Giurisprudenza all’Università Statale di Milano.

Ben presto ha intrapreso la carriera di giornalista passando attraverso innumerovoli esperienze. Giornalista e autore televisivo, ha lavorato a la Repubblica e a l’Unità ed è stato autore di numerose trasmissione televisive: Milano, Italia; Il laureato; Inviato speciale; La nostra Storia; Ragazzi del 99; Vento del Nord; L’elmo di Scipio. E’ stato consulente della trasmissione «Che tempo che fa» e collaboratore con «Diario». Con la Luben Production, una delle sue ultime passioni, ha realizzato importanti film-documentari sulle cronache, tristi, delle vicende italiane degli ultimi anni: oltre a G8/2001 fare un golpe e farla franca, Quando c’era Silvio, Uccidete la Democrazia, L’Ultima Crociata e Gli imbroglioni.

L’ultima sua fatica, che stava presentando in questi giorni, è Governare con la paura-il G8 del 2001, i giorni nostri. Un libro e due dvd, raccolti in un cofanetto, raccontano la storia degli abusi del potere in Italia dal G8 di Genova ai giorni nostri. Il titolo, Governare con la paura, si riferisce alla strategia sperimentata nel luglio del 2001 per le strade del capoluogo ligure invase dai manifestanti no global. Finì in tragedia. Oggi gli stessi modi di operare vengono riproposti dai vari decreti sicurezza approvati dal governo Berlusconi. Mano dura contro i più deboli, gli extracomunitari, contro chi protesta e non si adatta alle regole imposte dall’alto. Sicurezza è la parola d’ordine in base alla quale l’opinione pubblica deve accettare nuove regole che limitano la libertà e i diritti dei singoli. “ Attenzione – avverte però il senatore Furio Colombo in un passo del film – sicurezza è il termine che ha spianato la via ai dittatori da Mussolini a Hitler, ed oggi a Putin”.

Puntare i riflettori su ciò che è accaduto in Abruzzo è il miglior modo per contrastare il G8. Forse l’unico efficace.

Pubblicato su Politica, Società con i tag , , , , , il Luglio 7, 2009 da Maria Rubini

L’Aquila, 6 aprile 2009. Un devastante terremoto squarcia alle 3:32 della notte la terra d’Abruzzo, cambiandone il volto e facendo trecento vittime tra il capoluogo e la provincia.

Questo speciale raccoglie la cronaca degli inviati dell’ANSA sul luogo del disastro, approfondimenti sul patrimonio artistico e architettonico andato distrutto, con due documenti contenenti foto dei luoghi prima e dopo il disastro e le schede dei 44 gioielli da adottare.

A completare il dossier terremoto, gli approfondimenti sull’inchiesta e sulla ricostruzione, i pareri scientifici sul sisma e le interviste agli esperti, le storie piu’ significative, gallerie di foto e video.

http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/specialied/visualizza_new.html_988668455.html

Il PRC aderisce allo sciopero dei trasporti indetto dai sindacati di base per protesta contro la strage di Viareggio e la mancanza di controlli per la sicurezza dei lavoratori e degli utenti

Pubblicato su Politica, Rifondazione con i tag , , , , il Luglio 6, 2009 da Maria Rubini

Stop dei trasporti martedì 7 luglio per lo sciopero generale indetto dai sindacati del Patto di Base, Cub, Confederazione Cobas e SdL intercategoriale, contro la strage di Viareggio e la mancanza di controlli per la sicurezza dei lavoratori e degli utenti. «La tragedia di Viareggio, quelle del trasporto aereo degli ultimi mesi, i frequenti incidenti nel trasporto marittimo e in quello su strada e nel trasporto pubblico locale, dimostrano che anche in questo settore le liberalizzazioni e le privatizzazioni hanno prodotto un maggiore sfruttamento dei lavoratori e dei mezzi e che ciò sta producendo un aumento degli incidenti e delle morti sul lavoro. Tutto ciò accompagnato da una parte da maggiori profitti e dall’altra da un servizio sempre meno attento ai passeggeri», scrivono i sindacati di base in una nota, chiedendo «nuove regole, più stringenti e meno permeabili dagli interessi delle aziende e del profitto».


LE CATEGORIE - Queste le modalità dello sciopero:
Trasporto ferroviario: 4 ore, dalle 10 alle 14.
Trasporto pubblico locale e trasporto merci e logistica: 4 ore, nel rispetto delle fasce protette localmente definite che saranno comunicate singolarmente.
Trasporto aereo: 1 ora di sciopero, dalle 10 alle 11.
Trasporto marittimo: 1 ora di sciopero, all’inizio di ogni partenza. (Ansa)

Il giorno in immagini

Pubblicato su America Latina, Politica con i tag , , il Luglio 6, 2009 da Maria Rubini

Tegucigalpa. “Le informazioni che finora (abbiamo), e l’aggiornamento, è che l’aereo che ha portato il cittadino Manuel Zelaya è stato dirottato verso la repubblica di El Salvador”, ha detto di San Martino in radio e TV nazionali. In precedenza, il governo di Honduras aveva vietato l’atterraggio degli aerei che trasportano il deposto presidente Manuel Zelaya, in programma per questa domenica, ha detto il ministro degli Esteri Enrique Ortez a una stazione radio locale.

“E ‘vietato l’ atterraggio  dell’aereo per l’ex presidente (Manuel Zelaya), indipendentemente da dove provien e chi è l’aereo”.

Zelaya ha annunciato ieri a Washington la sua intenzione di tornare al paese di questa Domenica, dopo mezzogiorno, nonostante le raccomandazioni di alcuni paesi membri dell’Organizzazione degli Stati americani di rinviare il viaggio per motivi di sicurezza.

Tuttavia, i membri del OAS avevano programmato un incontro al mattino di domenica per finalizzare i piani per il viaggio e le persone andavano ad accompagnare il presidente.

La Chiesa cattolica, che ha sostenuto il governo de facto, ha richiamato sabato Zelaya al non ritorno al paese per “evitare un bagno di sangue”.

Almeno due persone sono morte in scontri con l’esercito presso l’aeroporto della capitale dell’ Honduras, dove migliaia di sostenitori del deposto presidente, Manuel Zelaylla lo aspettavano.

da La Jornada

La retromarcia del governo di Alan Garcìa. Nell’amazziona peruviana vincono gli indigeni

Pubblicato su America Latina, Politica con i tag , , , il Luglio 5, 2009 da Maria Rubini

Lima ADISTA. I “cittadini di seconda hanno vinto. Dopo oltre due mesi di intensa mobilitazione, i popoli indigeni dell’Amazzonia peruviana hanno costretto il governo di Alan Garcìa – definito dal boliviano Evo Morales tra i peggiori presidenti del mondo insieme a Bush – a fare marcia indietro sui progetti di privatizzazione della foresta amazzonica. Una vittoria costata un massacro, quello del 5 giugno a Bagua, vicino alla frontiera con l’Ecuador, quando le forze armate peruviane, eseguendo un ordine di sgombero contro l’occupazione di una strada, hanno assassinato oltre 30 nativi (v. Adista n. 67/09).Dopo la strage, il governo ha prima tentato la carta dell’ennesima manovra dilatoria, con la sospensione per 90 giorni di due dei decreti legislativi più contestati (quelli che aprivano la strada alla cessione alle transnazionali di 45 milioni di ettari, pari al 64% dell’Amazzonia peruviana), ma poi, di fronte alla decisione dei popoli indigeni di proseguire ed intensificare la protesta, si è visto costretto a capitolare, con la deroga dei due decreti, la fine dello stato di assedio a Bagua e persino le scuse del primo ministro Yehude Simon, passato dalla lotta negli anni ‘80 a fianco del Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru a un ruolo chiave in un governo al servizio delle transnazionali.

Nessun festeggiamento da parte dei popoli indigeni, tuttavia, ha salutato la vittoria. “Siamo felici per la deroga delle leggi – ha dichiarato Salomón Awananch al quotidiano argentino Pàgina 12 – ma ci sentiamo colpiti e amareggiati dal modo in cui ci ha trattato il governo”. E il dialogo tra le due parti si rivela tutt’altro che facile. “Per portare avanti il negoziato – ha aggiunto il dirigente – esigeremo che vengano annullati gli ordini di cattura contro i nostri dirigenti. E che siano liberati quanti sono agli arresti. Se il governo non accetterà, allora ci ritireremo dal dialogo”.

In ogni caso, oltre all’annullamento dei decreti legislativi, i popoli indigeni, che Alan Garcìa aveva sprezzantemente definito “cani dell’ortolano” (quelli che, secondo un antico detto popolare, non mangiano e non lasciano mangiare) e “cittadini non di prima hanno raggiunto anche un altro importante obiettivo: quello di uscire dall’invisibilità, stringendo inediti legami con altri settori del Paese, come rivelato dalle marce e dagli scioperi registrati in tutto il Perù l’11 giugno, la Giornata Nazionale di Lotta per i popoli amazzonici, fino alle 30mila persone scese in piazza a Lima, in quella che è stata la più grande manifestazione dalla fine del regime di Fujimori.

Ma la lotta dei popoli indigeni peruviani può anche essere di esempio per tutti i popoli in resistenza: come sottolinea lo scrittore uruguayano Raùl Zibechi sul quotidiano messicano La Jornada (22/6), essi hanno dimostrato che “quel che conta non è la quantità, ma la potenza”. Se i popoli amazzonici raggruppati nell’Aidesep (l’Associazione Interetnica di Sviluppo della Selva Peruviana) contano 300mila persone appartenenti a 1.350 comunità, su una popolazione di 28 milioni di abitanti, “la giustezza della loro causa e la ferma decisione comunitaria di lottare fino alla fine, facendo dei propri territori delle trincee e dei propri corpi degli scudi, hanno ottenuto di arrestare la macchina da guerra dello Stato e di conquistare simpatie in tutto il Paese”. E, cosa ancor più importante, lo hanno ottenuto lottando non per qualche beneficio settoriale ma per evitare che la natura venga trasformata in merce e che il Trattato di libero commercio con gli Stati Uniti li annienti come popoli. Lotte come questa, conclude Zibechi, dovrebbero mostrare ad “alcuni governi autoproclamatisi progressisti, come quello del Brasile”, quanto sia necessario “un dibattito sullo sviluppo e i beni comuni”, se non si vuole assumere la responsabilità di liquidare l’Amazzonia e i popoli che la abitano.

(claudia fanti)

Delta del Niger: i diritti non abitano qui

Pubblicato su Politica con i tag , , il Luglio 4, 2009 da Maria Rubini

Fiumi, acque, terreni inquinati; danni per la salute delle comunità e economia locale in ginocchio: “nel Delta del Niger è in corso una tragedia dei diritti umani”, denuncia Amnesty. Principali responsabili: le multinazionali del petrolio, Shell in testa. Ma anche il governo di Abuja.

In Nigeria è in corso una tragedia dei diritti umani: a lanciare questo ennesimo appello è un rapporto di Amnesty International, che attacca le multinazionali del petrolio, prima fra tutte la Shell, che da sola nella regione del Delta del Niger opera su un territorio di 31mila km quadrati.

Con la complicità del governo nigeriano, che non fa rispettare gli impegni nei confronti dell’ambiente, le imprese sussidiarie delle multinazionali. Perdite dagli oleodotti, guasti nelle conduttore, fuoriuscite di greggio, scarichi di rifiuti, gas flaring: le imprese spesso non si preoccupano nemmeno di riparare con tempestività i guasti, e per giorni, a volte per mesi, lo sversamento di petrolio continua a inquinare fiumi e terreni. Non solo: il rapporto documenta come in molti casi la Shell, principale operatore dell’area, non abbia mai risarcito le comunità per i danni.

Le conseguenze sono devastanti: l’acqua è inquinata ma le comunità sono comunque costrette a usarla per bere, cucinare, lavarsi. L’economia tradizionale del Delta del Niger è in ginocchio: oltre alla moria di pesci, per riuscire a pescare, si deve pagaiare per 4 ore in mare aperto. Spesso i pesci odorano di greggio, raccontano i pescatori. Danni ambientali gravissimi, per un’area che vantava una diversità biologica tra le più ricche del mondo. Ma gravi pericoli anche per la salute della popolazione: difficoltà respiratorie, tumori dei polmoni, della pelle.

Nonostante le tante denunce (la Shell è sotto anche accusa all’Aja), il governo nigeriano non ha mai intrapreso nessuna iniziativa per valutare il grado di inquinamento dell’aria, del terreno o delle acqua, né ha mai sostenuto l’economia locale. Ha invece ostacolato l’informazione indipendente nella regione e cercato di mettere fuori gioco con la forza il movimento di emancipazione del Delta del Niger, il Mend, con un’offensiva che dura da oltre un mese e che, denuncia la società civile, colpisce anche la popolazione.

Il presidente Umaru Yar’dua ha anche provato ad avanzare una proposta più diplomatica: l’amnistia per tutti i militanti, che attaccano le multinazionali del petrolio con sabotaggi e sequestri mirati di personale straniero, rilasciati dietro pagamento di riscatto. Una proposta che però ha incontrato il favore di solo una minima parte del Mend, e che  la stessa AI definisce insufficiente.

Recentemente anche i rapporti tra il governo di Abuja e i colossi stranieri si sono fatti più tesi, a causa della riforma in corso nel paese nel settore del petrolio e del gas. È in discussione una nuova legge, il ‘Petroleum Industry Bill’, che prevede un aumento della pressione fiscale  sulle aziende straniere.

Obiettivo della riforma una maggiore efficienza della Nigeria National Petroleum Company (Nnpc), l’impresa partner dei colossi stranieri, per vedere incrementare i profitti. La nuova legge prevede di trasformare le attuali imprese di compartecipazione con le multinazionali in ‘IJV’ (Integrated joint venture), dotate di autonomia finanziaria per l’aumento del capitale. Da anni, la Nnpc dipende dal bilancio dello stato e non riesce a onorare gli investimenti finanziari contratti con i suoi partner stranieri. Da parte loro, le multinazionali (in particolare Shell, Total, Mobil, Chevron, ma anche l’italiana Eni) temono gli effetti di questo progetto.

Nigrizia – 2/7/2009