EE.UU. analiza fracasos en provocaciones por visita del Papa a Cuba

Postati in America Latina, Politica, Società con i tag , , , su aprile 9, 2012 da Maria Rubini

Tras fracasar en sus intentos de presionar y organizar provocaciones contra la visita del Papa Benedicto XVI a Cuba, el gobierno de Estados Unidos realizó un  análisis con sus empleados en Cuba. A través de la red social Twitter se conoció que Joaquín Monserrate, primer secretario político económico de la Sección de Intereses de EE.UU. en La Habana, acudió este sábado 7 de abril de 2012 a la residenCIA del barrio habanero de Miramar donde sesiona el espacio  Estado de SATS.

Tratando de justificar ante sus empleadores su fracaso en dañar la visita papal, algunos de los presentes en el encuentro de este sábado alegaron ante Monserrate su supuesta detención por algunas horas. Sin embargo, ninguno de los “luchadores por los Derechos Humanos” allí presentes se percató de que hacían eso ante el representante del gobierno que administra en el territorio cubano de Guantánamo la prisión donde hace más de diez años -equivalentes a casi cien mil horas- permanecen, sometidos a tratos degradantes y torturas, 171 detenidos sin cargos ni juicio.

Coincidiendo con el viaje de Benedicto XVI a  la Isla, la Comisión Interamericana de Derechos Humanos (CIDH) -que por primera vez impugna al gobierno norteamericano-, junto al Centro de Derechos Constitucionales (CCR por sus siglas en inglés) y el Centro por la Justicia y el Derecho Internacional (CEJIL) decidieron solicitar a la Casa Blanca poner fin al injusto cautiverio de  del argelino Djamel Ameziane, uno de los prisioneros recluidos en Guantánamo. Ameziane se trasladó de Canadá a Afganistán, poco antes de la invasión de Estados Unidos, en octubre de 2001, huyendo de la deportación hacia su país de origen; como otros miles de refugiados, escapó a Pakistán para huir de la guerra, pero fue detenido y vendido a las fuerzas estadounidenses a cambio de una recompensa y trasladado al único lugar de Cuba donde se viola el derecho a un juicio justo: la Base Naval que EE.UU. mantiene en contra de la voluntad de los cubanos.

Tampoco los presentes en Estado de SATS le solicitaron al gobierno de  Estados Unidos apoyo para sus colegas asentados en España, luego de permanecer en las prisiones cubanas por servir a la estrategia norteamericana de “cambio de régimen” en la Isla, a los que el gobierno ibérico acaba de recortar las ayudas y que en su inmensa mayoría se encuentran sin empleo. No hubo allí un minuto para recordar a una de esas personas: Albert Santiago Du Bouchet Hernández, quien se suicidó recientemente en La Palma, Islas Canarias, por no encontrar salida a su situación económica y cuyo cadáver -según informaciones difundidas en sitios de la contrarrevolución en Internet- permanece en congelación porque su familia no tiene dinero para el sepelio.

Miles dólares, tecnología de punta y un puñado de personajes de opereta, cumpliendo un guión escrito desde Miami, no bastaron para empañar la imagen que vio el mundo de un pueblo libre que acogió respetuoso al Sumo Pontífice de la Iglesia Católica. Pero la reunión de este sábado en Estado de SATS, sí puede ser suficiente para conocer cuánto de servilismo y genuflexión llevan en sí los títeres que, con la complicidad de algunos medios de comunicación, el gobierno de Estados Unidos quiere vender al mundo como “disidencia cubana”.

Iroel Sànchez

La Magna Charta dei Fratelli Musulmani di Siria

Postati in Politica, Società con i tag , , , su aprile 1, 2012 da Maria Rubini

La democrazia islamica per il dopo Assad. Il documento politico-programmatico varato da Fratelli Musulmani di Siria.

Questa è un’ampia sintesi del documento varato dai Fratelli Musulmani in Siria, reso noto da Istanbul il 25 marzo del 2012.

In questo momento cruciale della storia della Siria, nel quale l’alba di un nuovo inizio spunta dai lombi della sofferenza e del dolore, dall’eroismo degli uomini e delle donne di Siria, dei giovani e dei bambini come degli anziani, noi Fratelli Musulmani di Siria, muovendo dai principi della nostra fede islamica, basata sulla libertà, la tolleranza e l’apertura al prossimo, abbiamo deciso di presentare questa nostra Carta fondamentale. Per noi, Fratelli Musulmani, il futuro della Siria dovrà essere quello di

1- Un moderno Stato civile, basato su una costituzione che promani dalla volontà del popolo, varata da un’assemblea nazionale liberamente eletta. Questa Costituzione dovrà proteggere i diritti fondamentali degli individui e delle comunità da ogni possible abuso e assicurare a ciascuna realtà della nostra società un’equa rappresentanza.

2- Una moderna democrazia deliberativa e pluralista, in linea con le conclusioni raggiunte dal moderno pensiero, una repubblica parlamentare basata su libere elezioni.

3 – Uno Stato di cittadini uguali nei loro diritti di individui e di appartenenti a diverse realtà etniche e religiose, uno Stato basato quindi sui diritti e i doveri di cittadinanza, nel quale ogni cittadino ha diritto a candidarsi agli uffici più alti e importanti, sulla base delle rispettive competenze e della libera volontà del popolo. Uomini e donne infatti hanno la stessa dignità, la stessa eleggibilità, e quindi le donne dovranno godere di pieni diritti.

4 – Uno Stato che rispetta i diritti umani, così come li definiscono e riconoscono le grandi religioni e le convenzioni internazionali; diritti di dignità, uguaglianza, libertà di pensiero e di espressione, libertà di fede e di culto, libertà di informazione, di impegno politico, diritto a pari opportunità, alla giustizia sociale, a una vita decorosa. Uno Stato che respinge ogni discriminazione e proibisce ogni tortura.

5 – Uno stato basato sul dialogo e la partecipazione, non sull’esclusività né sull’esclusione o la trascendenza. Uno Stato che rispetta tutte le sue componenti etniche, religiose, comunitarie, in tutte le dimensioni culturali, sociali, e nel diritto di esprimersi, considerando la diversità una ricchezza, una estensione della lunga storia di coesistenza presente nell’umanesimo coranico.

6 – Uno stato che si auto-determina sulla base della volontà popolare, senza tutele dispotiche da parte di un governante, di un partito, o di un gruppo autoritario.

7 – Uno stato che rispetta le istituzioni, fondandosi sulla separazione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario e nel quale gli eletti e i dirigenti pubblici siano al servizio del pubblico. Uno Stato quindi che definisca i poteri dei suoi rappresentanti e dirigenti e che li ritenga responsabili davanti alla legge del rispetto dei limiti di potere che gli sono stati imposti. Uno Stato in cui l’esercito e i servizi di sicurezza debbano proteggere le istituzioni e non i governanti, e che quindi non interferiscano nella competizione politica.

8) Una Stato che rinuncia al terrorismo e alla violenza, che rispetti i trattati e le convenzioni internazionali, per essere un fattore di sicurezza e stabilità regionale e internazionale, stabilendo migliori relazioni con i paesi fratelli, a cominciare dal Libano, dove la gente ha sofferto per la corruzione e la tirannia, e dai palestinesi, che vanno sostenuti nella rivendicazione dei loro diritti.

9) Uno Stato di diritto, che non ceda alla logica della vendetta. Anche chi ha insanguinato il nostro Paese uccidendo i suoi fratelli deve avere diritto a un giusto processo davanti a una magistratura libera e indipendente.

10) Uno Stato fondato sulla cooperazione tra le grandi famiglie siriane, che volti le spalle alla storia di corruzione, intimidazione, dispotismo.

Questa è la nostra visione e queste sono le nostre aspirazioni.

 

 da Redazione de ‘Il Mondo di Annibale’

 

Islam: L’università di al-Azhar sbatte la porta in faccia agli islamisiti e si schiera con laici, liberali e copti.

Postati in Politica, Società con i tag , , , , su aprile 1, 2012 da Maria Rubini

Dopo aver varato “il documento della speranza”, un testo che rimette in linea l’Islam con il pensiero moderno e le libertà fondamentali dell’uomo, a partire da quella religiosa, lo sceicco dell’Università Islamica di al-Azhar, al-Tayyeb, ha sbattuto fragorosamente la porta in faccia ai Fratelli Musulmani egiziani, che guidano e secondo molti egemonizzano i lavori della commisione incaricata di redigere la nuova costituzione. “Al-azhar si ritira dalla commissione perchè non si ritiene adeguatamente rappresentata”, ha detto chiaro tondo al-Tayyeb, unendosi così all’analoga protesta della minoranza laico-liberale, che potrebbe allargarsi, secono i più, ai rappresentanti copti. La mossa di al-Azhar è una chiara scelta di campo contro visioni della Cosstituzione che non siano rispettose dei diritti delle minoranze, che non scelgano la costruzione di uno Stato laico, o “stato civile”, come si dice correntemente nel dibattito arabo attuale.
Poche ore prima a Istanbul il portavoce dei Fratelli Musulmani siriani, Ali Sadreddine Bayanouni, aveva dato formale lettura del nuovo manifesto della sua organizzazione, nel quale si parla espressamente di costruzione di uno “stato civile”, basato sul rispetto dei diritt fondamentali dell’uomo, di qualunque fede o gruppo etnico. Tanto che nel documento viene espressamente detto che qualunque cittadino, di ogni credo, maschio o femmina, deve poter concorrere a qualsiasi incarico, chiaro riferimento alla Presidenza della Repubblica, che una legge voluta da Hafez el-Assad 40 anni fa riserva in Siria ai soli musulmani. Non è certo irrivelante o casuale che il documento sia stato presentato a Istanbul.Un brutto colpo per i cantori della lacitià degli Assad, visto che i Fratelli Musulmani sono il cuore dell’opposizione al regime.
Qualcuno potrà eccepire che si tratta di parole, ma le parole nel mondo delle religioni pesano. Pesano tanto. Giorni fa un parlamentare egiziano è intervenuto durante i lavori parlamentari dicendo: “voglio poter pregare adesso.” Il presidente gli ha risposto: “no, non può”. Giorni dopo è tornato in aula e si è scusato: perchè aveva ricevuto un milione di mmessaggi di protesta sulla sui social network.

Nessun può dire che il bicchiere della rivoluzione araba sia tutto pieno, ma volersi ostinare a vedere solo la metà mezza vuota non sembra la scelta più intelligente. Non si tratta di tifare, ma di capire che riconoscere e aiutare la rivoluzione araba significa anche capire quanto la rivoluzione araba può aiutare noi stessi.

di Riccardo Cristiano

Censura: Giordano Bruno e i finti eretici della tivvù

Postati in Politica, Società con i tag , , su febbraio 18, 2012 da Maria Rubini
Il 17 febbraio 1600 il frate domenicano finiva al rogo. Oggi i martiri del potere alla peggio vanno a Sanremo. Non siamo mai stati così confusi e infelici. Eretici (o aspiranti tali) e censurati. E alla fine, ammettiamolo, ce la tiriamo un po’ tutti da Giordano Bruno, filosofo del quale ricordiamo a stento il rogo a Campo dei Fiori, esattamente 412 anni fa, il 17 febbraio 1600. 
Ma mentre questo eretico vero, fece davvero tremare la Chiesa introducendo il tema dell’infinità – o infinitezza – dell’universo, oggi, agli eretici di mestiere il peggio che può capitare è finire a Sanremo.

Oggi è l’eretico a scagliare anatemi

Viviamo nella confusione. Tra espressione e informazione, comunicazione e giornalismo, diritto soggettivo e funzione etica. E ci sentiamo ossessivamente controllati, imbavagliati, spiati. Bersagliati da mille occhi ma, nel nome della democrazia, scendiamo in piazza coi cartelli «intercettateci tutti». Vogliamo una Rete libera, ma libera veramente. E non ci preoccupiamo che un web fuori controllo possa stritolare soprattutto i più deboli, ingenui e inesperti.
I NUOVI TOTEM. Poi c’è la colata lavica di blog e di forum che è quasi sempre rassicurante, conformista. Certi totem e tabù del politicamente corretto resistono, quelli non si sfiorano, chi li tocca muore.
Viviamo in un’orgia di trasgressione organizzata, innocua e possibilmente indolore. Vogliamo, per dirla con Carmelo Bene, «fare la rivoluzione scortati dai carabinieri».

OSSESSIONATI DAL CONTROLLO. Quando poi qualcuno ha da ridire su ciò che sosteniamo allora si grida prontamente alla censura. Una parola talmente inflazionata che oggi ha perduto ogni consistenza. Tanto che c’è chi, su un martirio discutibile, ha costruito carriere, sfidando padre Pio sul dono dell’ubiquità. Non che l’abitudine a silenziare, intendiamoci, sia passata: non passerà mai, finché ci sarà un potere.
Invece, oggi, quando scatta davvero, assume le forme più sfumate della rappresaglia mediatica o virtuale, che servono a mettere l’eretico di turno sulla lista nera. Trasformandolo, appunto, in un martire.

IL RIBALTAMENTO DEI RUOLI. A beatificazione avvenuta, basta prendersela con due o tre mammasantissima e ti ritrovi chiuse tutte le porte che contano, perché i santini, sempre quelli, sono dappertutto, presidiano tutto. C’è addirittura qualche martire, notoriamente scomodo, che se osi contraddirlo fai la fine del povero Aldo Grasso, in un curioso ribaltamento dei ruoli: è l’eretico che scaglia anatemi, via servizio pubblico.

Condannato per l’eroico furore

Giordano Bruno, invece, fu un fuggiasco per tutta la vita, condannato dal suo stesso rifiuto di rimangiarsi la sua idea. Questo eretico vero, questo ribelle che osava sostenere una pluralità di mondi, non aveva un posto dove nascondersi per sfuggire ai suoi cacciatori, e trovare un editore così coraggioso da pubblicare le sue opere. Italia, Ginevra, Tolone, Parigi. Più si spostava, e più veniva braccato.
BRUNO E LE VERE CENSURE. Ecco, la vera censura. Un nobile veneziano, Giovanni Mocenigo, si offrì di ospitarlo. Poi lo denunciò all’Inquisizione che di Bruno si lavò le mani, trasferendolo a Roma, dove furono assai meno comprensivi.
Otto anni di galera dura, un processo interminabile. Neanche il cardinale Bellarmino riuscì a piegarlo, e alla fine non restò che la frase di rito: «Sia punito con la massima indulgenza e senza effusione di sangue».

IL ROGO PURIFICATORE. La Chiesa fu di parola: le fiamme asciugano, inceneriscono, non sporcano. Poteva il clero risparmiare uno che sosteneva che il centro dell’universo era dovunque e che la sua circonferenza in nessun luogo, travolgendo persino Aristotele, la sua distinzione tra sostanze terrene e dimensioni celesti? Dal suo punto di vista, no, all’epoca non poteva.

I TIMORI DELLA CHIESA. Il panteismo neoplatonico di Giordano Bruno era gravido di insidiose conseguenze per lo stesso cristianesimo: tanto per cominciare, lo inghiottiva. Per non parlare del suo «eroico furore» verso la natura, un amore caldo, emotivo, ansioso di un infinito che «corre dove non può arrivare, si stende dove non può giungere, e vuol abbracciare quel che non può comprendere».

SEGNALI DI PROTOROMANTICISMO. C’era già nelle parole di Bruno l’embrione del romanticismo. Quegli eroici furori condannarono il frate domenicano alla fine che egli accettò di subire con una frase rimasta celebre: «Tremate più voi che mi condannate anziché io che devo subire la sentenza».
E pensare che oggi, gli eretici di professione alla peggio guadagnano centinaia di migliaia di euro sproloquiando per un’ora dal palco fiorito dell’Ariston.

 
 di Massimo del Papa
<!–staff —>

La nuova Chiesa “tutto compreso”

Postati in Società con i tag su febbraio 9, 2012 da Maria Rubini
La Chiesa ha riconosciuto nel Cammino un particolare dono che lo Spirito Santo ha dato ai nostri tempi e l’approvazione degli Statuti e del “Direttorio Catechetico” ne sono un segno. Vi incoraggio ad offrire il vostro originale contributo alla causa del Vangelo.

Poco fa vi è stato letto il Decreto con cui vengono approvate le celebrazioni presenti nel “Direttorio Catechetico del Cammino Neocatecumenale”, che non sono strettamente liturgiche, ma fanno parte dell’itinerario di crescita nella fede. E’ un altro elemento che vi mostra come la Chiesa vi accompagni con attenzione in un paziente discernimento, che comprende la vostra ricchezza, ma guarda anche alla comunione e all’armonia dell’intero Corpus Ecclesiae.


Queste parole, insieme a diverse altre, ovviamente, sono state pronunciate da Benedetto XVI il 20 gennaio del 2012, alle ore 11,30, nell’aula Paolo VI, dove ha ricevuto in udienza i membri del Cammino Neocatecumenale.

Non è nostra intenzione giudicare le parole del Papa, ma come semplici fedeli abbiamo il dovere di capire cos’egli intende affermare quando si esprime pubblicamente, in una udienza ufficiale.

In questa occasione il Papa, pur non parlando in termini infallibili, ci fa conoscere una verità direttamente legata allo Spirito Santo e come tale riconosciuta ufficialmente dalla Chiesa: il Cammino Neocatecumenale.

Se ne deduce che da oggi il Cammino è degno di rispetto e di venerazione in quanto “dono dello Spirito Santo”.
Questa legittima deduzione ci porta a considerare che, seguendo la logica di Mons. Ocariz e del Rev. Grohe, entrambi valenti teologi appartenenti all’Opus Dei, da oggi il completo riconoscimento dell’“originale” Cammino Neocatecumenale impone ai fedeli cattolici di sentire e di esprimere il grado di adesione denominato «ossequio religioso della volontà e dell’intelletto».

A nulla valgono le mille riserve, anche pesanti e tutte documentate, avanzate nei confronti dei Neocatecumenali da migliaia di fedeli, da centinaia di sacerdoti, da tanti vescovi e perfino da alcune Conferenze Episcopali, ciò che conta è, come dice il Papa, che questa eterodossa esperienza religiosa sia stata riconosciuta come opera dello Spirito Santo e come una nuova ricchezza per la Chiesa.

Ed è proprio questo il punto dolente.

Nella nuova Chiesa voluta dal Vaticano II, non c’è posto solo per ogni incontro ed ogni accordo con tutti coloro che non sono cattolici o che credono in un altro dio o non credono ad alcun dio, ma si fa di tutto per includere in essa qualsiasi cosa che si presenti con la minima parvenza “cristica”.
Seguendo la logica edulcorata del ricercare ciò che unisce e trascurare ciò che divide, nella nuova Chiesa voluta dal Vaticano II si stabilisce la comunione con chiunque abbia sentito parlare di Cristo e ne porti con piacere qualche segno esteriore.
Ciò che conta è che si tratti di Cristo, pur al cospetto di elementi che dimostrano che non si tratta dello stesso Cristo della Chiesa cattolica, del vero Cristo.

Questo processo che tende a raccogliere e a “riunire” qualsiasi cosa a prescindere dalla sua cattolicità, ha subíto un forte impulso con l’elevazione al Soglio Pontificio del Card. Joseph Ratzinger. Secondo la sua logica, tutto ciò che si trova fuori dalla Chiesa cattolica, per sua precisa volontà e per sua libera scelta, conterrebbe elementi di ricchezza tali che la stessa Chiesa non può non accogliere e far suoi.
In tal modo, alla universalità dell’unico insegnamento di Cristo, si finisce col sostituire un insieme tanto composito e multiforme quanto informe, basta che sia suscettibile di replicazione universale.
Alla cattolicità si sostituisce la concertazione democratica, sui cui derivati il Papa, volta per volta, pone il suo sigillo autorevole, obbligando tutti i cattolici a seguirlo e ad ubbidirgli.

Quando poi certi cattolici si rifiutino di seguire questa nefasta mentalità inclusivista che finisce col trasformare la Chiesa cattolica in una sorta di cooperativa della nuova fede conciliare, ecco che, contraddittoriamente, questi cattolici non vengono riconosciuti come tali, vengono ripresi e puniti e vengono ripetutamente chiamati a condividere ciò che denunciano, sotto pena di allontanamento dalla comunione cattolica nella quale sono stati educati, sono cresciuti e continuano a difendere sull’esempio dei padri.
Una sorta di schizofrenia che si giustifica solo con la confusione imperante.

Se un cattolico o un gruppo di cattolici sentono di dover vivere la loro fede in ossequio a quanto la Chiesa ha sempre insegnato e praticato, sperimentano che questa nuova Chiesa voluta dal Vaticano II li allontana dalla comunione, dapprima moralmente e pastoralmente, in seguito, se persistono nell’errore, canonicamente.
Se un cattolico o un gruppo di cattolici sentono di dover vivere la loro fede come piace a loro, in maniera originale, inventandosi perfino nuovi riti “che non sono strettamente liturgici, ma fanno parte dell’itinerario di crescita nella fede” [nella loro fede personale - precisiamo noi!], sperimentano che questa nuova Chiesa voluta dal Vaticano II li coccola e li loda moralmente e pastoralmente, per poi, se persistono nell’errore, riconoscerli canonicamente, trattandosi di una “ricchezza” per la Chiesa.

La conclusione che se ne trae è che la nuova Chiesa voluta dal Vaticano II ha fame di nuove ricchezze e va ad annettersele ovunque si trovino e comunque si esprimano. I due casi clamorosi degli Anglicani che vengono riconosciuti come cattolici a patto che restino anglicani e dei Neocatecumenali che vengono riconosciuti come cattolici a patto che restino neocatecumenali,  rivelano una forma mentale da “tutto compreso”, pari a quella che anni fa sognava una sorta di parlamento delle religioni e per ciò stesso veniva duramente condannata dalla Chiesa. Mentalità che oggi, divenuta prevalente nella dirigenza cattolica, tende a trasformare la Chiesa Cattolica Apostolica Romana in una sorta di supermercato delle religioni, in cui si può trovare di tutto e in cui tutti possono trovare ciò che più loro aggrada, alla stessa stregua del consumatore medio della moderna società dei consumi.

Unico elemento pregiudiziale: l’accettazione del Vaticano II.

Pregiudiziale talmente importante che perfino alla Fraternità San Pio X si concede di rimanere la Fraternità San Pio X, a patto che accetti il Vaticano II, nonostante anche le pietre sappiano, da 40 anni, che tale accettazione sarebbe talmente in contraddizione con la stessa ragione d’essere della Fraternità, da equivalere al suo disfacimento, con tutto quello che ne conseguirebbe in termini di liquefazione di tutto l’ambito tradizionale cattolico.

La schizofrenia di cui dicevamo prima è quindi confermata, salvo che non si volesse considerare che, in questo caso specifico, il vero scopo della Gerarchia non sarebbe tanto la dichiarata voglia di unità, quanto il disfacimento e la liquefazione di ciò che tenacemente e cattolicamente rimane della Tradizione Cattolica.

Abbiamo detto, voglia di unità, ma forse si deve parlare più propriamente di autosuggestione, di soggiacenza ad una sorta di impulso incontrollato ad unire tutto e tutti, come se il caos dell’offerta sul mercato di ogni specie di neo spiritualità, per il semplice fatto di essere ricondotto ad una direzione unitaria facente capo al Papa, potesse trasformarsi in cosmos.
Come se il disordine diabolico diffuso oggi nel mondo, una volta posto sotto l’egida del Papa, potesse trasformarsi in ordine cristiano.

E il fine ultimo di questo trasformismo contro natura consisterebbe nella realizzazione di un mondo migliore in cui l’uomo avrebbe finalmente la possibilità di raggiungere la felicità alla luce del Vaticano II.

Fortunatamente per noi, apparteniamo al gruppo di cattolici che sentono di dover vivere la loro fede in ossequio a quanto la Chiesa ha sempre insegnato e praticato, e quindi non pensiamo neanche lontanamente di offrire il nostro «ossequio religioso della volontà e dell’intelletto» a queste iniziative volute dal Papa, e con la morte nel cuore ci vediamo costretti a dissentire dal Papa e a rifiutare di considerare cattolici i non cattolici, che vengano da fuori o che vivano all’interno della Chiesa.

Un arroccamento? Un atteggiamento di rifiuto preconcetto? Una forma di miopia intellettuale frammista ad orgoglio e unita alla mancanza di carità?

Forse questo o forse quello, o forse tutte queste cose insieme. Sappiamo bene di essere principalmente manchevoli e di gran lunga lontani da una qualche perfezione. Ma non bisogna mai dimenticare che questa è la caratteristica della quasi totalità dei fedeli e che è ad essi che bisogna ricorrere per comprendere realmente, praticamente, religiosamente, il senso e la portata delle decisioni assunte e delle azioni compiute dalla Gerarchia, Papa in testa.
E non tanto perché qui si vuole dar credito e valore alla soggettività a fronte dell’oggettività di una decisione magisteriale, quanto perché ogni pronunciamento e ogni atto del Magistero non sono elementi che si mantengono nell’empireo e che si rivolgono agli angeli, ma fattori direttamente connessi all’imperativo “conferma i tuoi fratelli” e offerti alla comprensione e alla ricezione di tutti gli uomini semplici e non delle sole menti illuminate dei prelati e dei teologi.

Prendendo spunto da questa approvazione del Direttorio Catechetico del Cammino Neocatecumenale, facciamo un piccolo esempio.

I Neocatecumenali celebrano delle messe incredibili, di cui anche noi abbiamo segnalato diversi esempi nelle nostre pagine dei “Frutti del Concilio”. Nel corso di queste “messe”, al momento della “comunione”, non sono i fedeli che si recano a ricevere quella che dovrebbe essere l’Ostia consacrata, che in questo caso è invece un pezzo di pane intinto nel vino, ma è il distributore che si reca dai fedeli, seduti al loro posto, per consegnargliela. Ebbene, questa pratica è stata confermata e approvata, salvo una “correzione”: da oggi i Neocatecumenali devono alzarsi e non rimanere seduti.
Sembra uno scherzo, ma in realtà, data l’umanizzazione e la banalizzazione del rito cattolico avvenute in questi anni, è inevitabile considerare che per la nuova Gerarchia cattolica è giusto che il fedele rimanga al suo posto, ma è necessario che si alzi, se non altro per rispetto di chi gli porta la “comunione”.
Che caspita! Siamo mica al ristorante!

Siamo corrosivi? Siamo provocatori?

Ma allora ci spieghi, la Gerarchia avallante, che ne è stato dell’adorazione dovuta a Nostro Signore presente in Corpo, Anima e Divinità dell’Ostia consacrata.
Ci spieghi perché i cattolici sono indotti, e spesso anche costretti, a non inginocchiarsi più al cospetto di Nostro Signore transustanziato.
Ci spieghi perché l’adorazione dovuta a Nostro Signore oggi passa, non per il rispetto dovuto a Dio, ma solo per la sensibilità personale o di gruppo di Tizio o di Caio.
Ci spieghi perché i cattolici sarebbero tenuti all’«ossequio religioso della volontà e dell’intelletto» nei confronti delle decisioni della Gerarchia e del Papa, e non all’ossequio nei confronti di Dio e del Suo Unigenito incarnatosi e immolatosi per la loro salvezza una volta per tutte e insieme tutte le volte che si rinnova il Suo Sacrificio nella Santa Messa Cattolica, da Lui voluta e dai suoi ministri celebrata ogni giorno in tutto il mondo.
Che qualcuno ci spieghi l’equivalenza tra un comportamento rituale millenario e la sua negazione, ormai sempre più coperta dai decreti del Vaticano.

Tutto questo è possibile solo se si considera un valore il cosiddetto “pluralismo”, solo se lo si considera una ricchezza, solo se si è giunti a convincersi che la realtà odierna, dove ognuno fa quel che gli pare subordinando Dio e la Sua Religione alle proprie “sensibilità” personali o di gruppo, sia ispirata dallo Spirito Santo e non dall’angelo ribelle.

Ora, se si riflette appena un po’ su questa triste realtà, si comprende come sia inevitabile che la moderna Chiesa conciliare abbia in vista una soluzione della crisi che l’attanaglia, basata sulla “inclusione” di ogni differenza, indipendentemente dall’aspetto qualitativo di essa. Se il valore sta principalmente nell’esistenza della differenza stessa, è logico che non serve più approfondirla qualitativamente, basta semplicemente “includerla” con le altre in un unico contenitore “chiesa”.
Se poi ci fossero realmente delle grandi differenze qualitative, si ritiene che sarebbe inevitabile che quelle più eccelse influenzino le altre, trasformando, come dicevamo prima, il caos iniziale in nuovo cosmos.

Si tratta della vecchia, ma sempre virulenta, presunzione illuminista, in base alla quale a fronte di una tesi e di un’anti-tesi, ecco che magicamente si giunge ad una sin-tesi, la quale non è il superamento di entrambi, ma una sorta di convivenza di entrambi: la realizzazione di continui successivi “arricchimenti”, dove non è più importante il punto di partenza, o il “principio”, ma il sempre mutevole punto di arrivo.

Volendo usare termini diversi, si tratta di una nuova forma di sincretismo, dove alla realtà del valore di un elemento si è giunti a sostituire l’irrealtà dell’elemento stesso, al valore qualitativo di un dato la sua portata quantitativa, tale che l’oggettività dei primi viene sostituita dalla soggettività dei secondi.

Con un esempio si potrebbe dire che posta l’esistenza della Messa tradizionale, fondata sul comando trasmesso da Dio agli Apostoli, e la pari esistenza delle “messe” moderne, basate sul “carisma” personale dei diversi gruppi di fedeli, non è la valutazione del valore cattolico di ognuna che deve tenersi in conto, ma la loro semplice esistenza, così che mettendole tutte una accanto all’altra, la Messa tradizionale, oggettivamente vera, dovrebbe finire con l’influenzare le altre, vere soggettivamente. Dimenticando che la verità della prima, per la natura stessa della verità, non ammette la compresenza della mancanza di verità delle altre, anzi la esclude, mandando all’aria tutto il castello di carte.

Il voler insistere su questa impossibilità comporta un mascheramento della verità, fino al suo occultamento, a favore della sensibilità umana che si appaga di se stessa: sembrerebbe che ci sia ancora la Messa vera, ma essa è solo latente, non più vivente, diventa solo un concetto pensato e smette di essere una realtà vissuta.
Un processo di avvilimento e di umanizzazione che si estende inevitabilmente ad ogni ambito della vita religiosa: dalla liturgia, alla pastorale, alla dottrina. La Tradizione tutta intera diviene allora un’idea in evoluzione, perdendo la connotazione essenziale di idea guida, di principio.
Staccata da quest’ultimo, alla Religione Cattolica rimane solo l’esperienza vitale, assurta a paradigma di ogni aspetto della vita religiosa e di ogni capacità di valutazione del mondo circostante.
Non più la religione di Dio che plasma l’esperienza umana su questa terra, ma quest’ultima che plasma una religione a misura d’uomo, a misura dell’uomo moderno.

di  Giovanni Servodio

2012: sciiti e sunniti si combattono per la supremazia nella regione

Postati in Palestina, Politica, Società con i tag , , , , , , , , , , , , , su gennaio 3, 2012 da Maria Rubini

Di Barry Rubin

Naturalmente non vi è nulla di nuovo nel conflitto fra musulmani sunniti e musulmani sciiti, ma è una novità che tale conflitto sia diventata una delle caratteristiche a livello regionale in tempi moderni. In fondo, finché imperavano regimi di stile laico che predicavano identità arabe nazionaliste onnicomprensive, le differenze fra comunità religiose restavano in secondo piano. Ma una volta che si sono affermati regimi islamisti, la teologia è tornata centrale, come secoli fa. Ma non si fraintenda la situazione: quella in atto è fondamentalmente una lotta per il potere politico e per le ricchezze. Quando stati o movimenti sunniti e sciiti si combattono, si comportano come soggetti politici dotati di obiettivi, tattiche e strategie.
La forza e l’influenza crescenti del regime islamista iraniano hanno posto gli islamisti arabi sunniti di fronte a un grosso problema. In linea generale non amavano l’Iran perché era persiano e sciita, però rappresentava l’unico regime islamista sulla scena. È così che la palestinese Hamas, organizzazione araba islamista sunnita, è diventata un cliente sottomesso all’Iran. La guerra Iran-Iraq (degli anni ’80) rifletteva questi antagonismi, in modo particolarmente evidente nella propaganda irachena. Peraltro il regime iracheno era comunque in grado di tenere sotto controllo la sua maggioranza sciita.
Successivamente la rimozione di Saddam Hussein ad opera di una forza internazionale guidata dagli Stati Uniti ha scoperchiato la questione dei rapporti fra comunità all’interno dell’Iraq. Gli sciiti iracheni sopravanzano i loro vicini sunniti con un rapporto di tre a uno, per cui sono destinati a vincere automaticamente qualunque elezione, specie se i curdi iracheni si chiamano fuori, preferendo quello che è, di fatto se non di diritto, il loro stato nel nord dell’Iraq. Nonostante la presenza di elementi anti-americani e di al-Qaeda, l’insurrezione sunnita in Iraq è stata essenzialmente un estremo tentativo da parte dei sunniti di recuperare il potere. Il tentativo è fallito e adesso, pur continuando le violenze, i sunniti porranno l’enfasi principale sul negoziare la divisione del potere meno peggio possibile. Anche in Libano gli sciiti hanno trionfato, guidati da Hezbollah e aiutati da Siria e Iran.
Ma tutto questo avveniva prima dell’anno 2011. La “primavera araba” è stata invece una faccenda quasi interamente sunnita: per alcuni versi l’equivalente sunnita della rivoluzione iraniana del 1979. Solo nel Bahrain, dove erano oppressi, gli sciiti sono passati all’offensiva. Quelle in Egitto, Tunisia e Libia sono state tutte insurrezioni sunnite contro governi arabi sunniti.
La situazione in Siria è assai più complicata, con un regime arabo alawita non-musulmano che si atteggia a musulmano sciita e che è alleato con l’Iran (non arabo, ma sciita), e che all’interno è osteggiato da tutta una varietà di gruppi. Nondimeno, in questo quadro quella in atto in Siria è sostanzialmente una sollevazione guidata dai sunniti (anche se lungi dall’essere esclusivamente islamisti) contro un regime “sciita”.
Qui sta il punto. Gli arabi islamisti sunniti non hanno più bisogno dell’Iran, e nemmeno della Turchia (sunnita e a governo tendenzialmente islamista, ma non araba) perché ora hanno un proprio potere. Ciò che è probabilmente destinato ad emergere è perlomeno un variegato blocco arabo sunnita con forti connotazioni islamiste, composto da Egitto, striscia di Gaza, Libia e Tunisia, insieme ad elementi della Fratellanza Musulmana di Giordania e Siria. L’elemento chiave, qui, è la Fratellanza Musulmana: un’organizzazione che in generale non ama i musulmani sciiti, e in particolare l’Iran. Eventi minori, come l’appoggio da parte del guru della Fratellanza, Yusuf al-Qaradawi, al regime sunnita del Bahrain contro l’opposizione sciita, rivelano la direttrice del loro pensiero. Gli ancor più estremisti salatiti – un termine oggi usato per indicare piccoli gruppi rivoluzionari islamisti – sono ancora più anti-sciiti.
In questo quadro, uno dei fattori in gioco è la persistente indisponibilità della maggioranza degli stati arabi ad accogliere fra i propri ranghi l’Iraq governato dagli sciiti. L’Iraq non diventerà un satellite dell’Iran. Certamente si sente più a proprio agio in un blocco sciita, ma probabilmente continuerà a starsene relativamente distante dagli affari regionali.
Si noti, poi, che in larga misura questa situazione lascia orfana l’Autorità Palestinese. In generale essa può dipendere dal sostegno arabo, iraniano e turco. Ma non ha più un padrino regionale, mentre è Hamas il gruppo che attualmente gode del caloroso appoggio degli islamisti sunniti. Il che naturalmente spinge nel senso di un’alleanza fra Autorità Palestinese (cioè Fatah) e Hamas, mentre indebolisce la forza contrattuale di Fatah rispetto al partner islamista (e questo si traduce in un persistente disinteresse a negoziare con Israele, e tanto meno a giungere a una soluzione negoziata con esso).
Sicché, nonostante le apparenze, il 2011 è stato un anno di smacco per Iran e Turchia perché gli islamisti arabi sunniti sono ora molto meno soggetti all’influenza di Tehran, considerata un rivale, e non gradiscono nemmeno la leadership turca.
Possono questi blocchi unirsi efficacemente fra loro contro Stati Uniti, occidente e Israele? Per dirla in una sola parola: no. Le loro lotte per il potere regionale e per il controllo di singoli stati (Bahrain, Libano, Siria e, in misura minore, Iraq) li terranno impegnati nei conflitti. Persino l’unanimismo anti-israeliano verrà sfruttato da ciascuno per i propri interessi.
Per lo stesso motivo, però, le speranze in un’evoluzione in senso moderato sono ridotte al minimo. In una regione dove regimi e movimenti fanno a gara nel dimostrare la loro combattività e la fedeltà ad una interpretazione estremista dell’islam, nessuno vorrà mostrarsi disposto a fare la pace con Israele. E i regimi collaboreranno con gli stati Uniti solo se saranno convinti che l’America può e vuole proteggerli: una speranza piuttosto vana con un’amministrazione Obama ansiosa di farsi amici fra gli islamisti.
C’è poi un altro aspetto da sottolineare in questa rivalità fra sunniti e sciiti, in questo formarsi di blocchi, nella loro competizione in fatto di combattività e nello scontro per il controllo di singoli stati. Ed è che la regione continuerà a mietere vite umane, dissipando sangue, tempo e risorse nella battaglia politica, giacché la lusinga dell’ideologia e del potere, anziché il pragmatismo e la produttività economica, continua a predominare anche dopo che sono caduti vecchi regimi.

(Da: Jerusalem Post, 1.1.12)

Comunicato dell’Associazione Arabi Democratici Liberali

Postati in Politica, Società con i tag , , su ottobre 28, 2011 da Maria Rubini

L’Associazione Arabi Democratici Liberali è preoccupata per l’indifferenza della comunità internazionale nei confronti della causa della comunità crististiana Copta d’Egitto, che rischia di essere vittima di un genecidio silenzioso.

Lo scorso, 9 ottobre, nel quartiere Maspero del Cairo, i Copti sono stati nuovamente bersagli della violenza dell’esercito egiziano. Durante una manifestazione nonviolenta, i Copti sono stati attaccati dall’esercito, che ha ucciso 27 persone e ferito almeno 300.

Alcuni media hanno detto che si tratta di una persecuzione iniziata con l’arrivo della primavera araba. Ma ciò non è vero. In effetti, l’associazione afferma che una rivoluzione in Egitto non c’è mai stata.

I giovani di piazza Tahrir sono riusciti a fare cadere Hosni Mubarak, ma la dittatura è sempre lì. Il regime non è mai caduto. Se prima a perseguitare i copti era l’esercito del governo di Mubarak, ora a perseguitare i copti c’è l’esercito del generale Hussein Tantawi, parte della stessa identica dittatura.

L’esercito egiziano attrae molte simpatie in Occidente perché combatte i movimenti salafisti e i Fratelli musulmani, ma il regime e gli islamisti si trovano paradossalmente uniti nella persecuzione dei Copti. Per i Fratelli Musulmani, i copti rappresentano l’ostacolo per la costruzione di uno Stato islamico in Egitto, mentre per l’esercito i copti rappresentano un elemento di disturbo, in quanto da sempre richiedono un Egitto democratico, che possa dare uguali diritti. Non dimentichiamoci, infatti, che prima di Piazza Tahiri, furono i Copti a rompere il muro della paura, manifestando nei mesi di novembre e dicembre 2010 in varie città egiziane contro la dittatura.

L’Associazione ha partecipato a Washington, il 20 di Ottobre, alla manifestazione di fronte alla Casa Bianca, organizzata da organizzazione copte e da Magdi Khalil, scrittore eattivista copto, sostenitore di Arabi Democratici Liberali. Altre manifestazioni si sonos volte in Canada, Svizzera e Australia.

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