Archivio per Giugno, 2009

Il re del cimitero

Posted in Politica con i tag , , , , , on Giugno 30, 2009 by Maria Rubini

Iran: le divisioni fra le principali figure religiose è forte, ma il popolo lotta per la democrazia, anche fino alla morte.

Philippe Bolopion, corrispondente da New York di “le monde” è l’autore di questo articolo, tratto da “Le Monde” (22/6/2009). Titolo originale: “L’ayatollah Ali Khamenei a commis la plus grave erreur de sa vie”

Mohsen Sazegara, ricercatore e presidente del Research Institute for Contemparary Iran, con base a Washington, è stato uno dei fondatori dei Guardiani della rivoluzione e ha rivestito ruoli ministeriali negli anni ‘80, prima di prendere le distanze dal governo rivoluzionario nel 1989.

Assistiamo ad una svolta nella rivoluzione iraniana?

Dopo il discorso di venerdì (19/6, ndt) di Khamenei la situazione è cambiata. Sostenendo l’elezione truccata di Ahmadinejad e minacciando il popolo iraniano, ha chiaramente dichiarato di essere dietro il colpo di Stato. Ora, la nazione ha di fronte a sé la Guida Suprema. Ahmadinejad è solo una marionetta. Chi dirige la resistenza non è più il solo Mousavi, è una catena verde della democrazia, che parte da ogni città dell’Iran. Sabato è avvenuto il primo scontro fra questi due fronti. La catena della democrazia ha vinto, perché, malgrado Khamenei avesse mobilitato 40mila uomini per reprimere i manifestanti, gli iraniani sono scesi in piazza dimostrando di essere pronti a sacrificare la loro vita. Mousavi ha detto al popolo che era pronto a morire. Ha chiamato a proseguire la resistenza e ad organizzare uno sciopero generale per questo martedì (23/6, ndt). Ha dato prova di essere una grande guida.

L’opinione pubblica si rivolta a Khamenei?

Assolutamente sì. La settimana scorsa, i manifestanti gridavano “morte al dittatore”. Sabato hanno gridato “morte a Khamenei”. Ha commesso il più grande errore della sua vita. Non avrebbe mai dovuto fare quest’errore. Era sufficientemente intelligente per scegliere di stare a fianco della nazione. Ha sbagliato i calcoli. Ha pensato che con qualche Guardiano della rivoluzione e il ministero dell’Intelligence poteva conquistare una nazione.

È sostenuto dai religiosi?

No. Le principali figure religiose non si stanno esprimendo a suo favore. Alcuni l’hanno anche criticato. Ciò che è importante e nuovo in questo movimento è che, per la prima volta da 120 anni, gli iraniani si mobilitano in massa senza il sostegno dei religiosi e senza motivazione religiosa.

I manifestanti credono nella rivoluzione islamica?

Loro sono per la democrazia. Se si vuole definire la rivoluzione islamica come contraria alla democrazia, allora questo movimento è contro. Ma molti credono ancora nella rivoluzione. I membri dei Guardiani della rivoluzione e i basiji [miliziani islamici] credono nella rivoluzione. Sono anche i benvenuti in questo movimento.

I Guardiani della rivoluzione non reprimono le manifestazioni.

È il modo in cui Khamenei ha organizzato la sua macchina repressiva. Vuole far credere che i basiji sono delle persone comuni. Ma in realtà quelli che uccidono i manifestanti, le cosiddette “camicie bianche”, sono Guardiani della rivoluzione appartenenti ad una brigata speciale della divisione dell’Intelligence. Sembrano dei civili, ma hanno coltelli, sbarre di ferro e armi da fuoco. Sono troppo pochi per attaccare le folle, ma danno la caccia e uccidono quelli che gridano slogan in piccoli gruppi.

L’ayatollah Khamenei controlla i Guardiani della rivoluzione?

Sono, con il ministero dell’Intelligence, il suo principale strumento di oppressione. I circa 120mila guardiani della rivoluzione sono la parte più potente del regime. Sono contemporaneamente un esercito, un servizio di informazione ed una enorme impresa. Khamenei ha emarginato alcuni dei fondatori e degli eroi di guerra e vi ha piazzato persone a lui asservite. Controlla vari livelli sotto di lui, fino al grado di comandante. Ma non so quale sia la sua popolarità reale fra quelli che ha nominato. È troppo presto per parlare di divisione nei loro ranghi. Ma ho sentito delle voci secondo le quali sette generali sono stati arrestati. Molti non sono d’accordo con Khamenei. Uno dei miei vecchi amici, un generale, eroe di guerra, mi ha detto che la maggioranza dei Guardiani della rivoluzione non era d’accordo con il colpo di Stato.

E i basiji?

È un gruppo male organizzato e poco disciplinato. Il regime dice che sono 20 milioni, io penso che siano non più di 500mila. Alcuni si sono arruolati per aver accesso a qualche privilegio, per esempio l’esenzione dal servizio miliare. Sono come il resto del popolo. Ma i loro fratelli, i loro amici sono dall’altra parte.

Si va verso una deriva militare?

Khamenei è arrivato a un punto di non ritorno. Il suo regime è già giustizialista e militarizzato. Non esiste marcia indietro per un regime così brutale. Per la preghiera del venerdì, ha mobilitato i suoi supporter in tutto il Paese. Mi aspetto che partecipino 500mila persone, ma secondo i miei amici saranno solo 50mila. Molti dei suoi sostenitori rimangono neutri e provano vergogna. Se arriverà a reprimere il popolo iraniano, diventerà un dittatore alla Saddam Hussein. Sarà il re di un cimitero.

Sequestrato il presidente Zelaya, giura il dittatore Roberto Micheletti

Posted in America Latina, Politica con i tag , , on Giugno 28, 2009 by Maria Rubini

Nelle prime ore della mattina un commando di militari incappucciati ha sequestrato il presidente della Repubblica dell’Honduras Manuel Zelaya nella sua residenza di Tegucigalpa.

Nel paese è in corso il referendum per decidere se in novembre si eleggerà l’Assemblea costituente rifiutato dall’oligarchia.

L’UNIONE EUROPEA CONDANNA ALL’UNANIMITA’ IL GOLPE

Avrebbe giurato come presidente il dittatore Roberto Micheletti

Migliaia di persone starebbero affrontando l’esercito e i francotiratori. Dalle 17 ora italiana a Washington è in corso una riunione urgente della Organizzazione degli Stati Americani.

Anche la televisione Canal 8 è stata presa d’assalto dai militari e in questo momento non trasmette e il ministro degli esteri Patricia Rodas denuncia che sarebbero in azione francotiratori nelle strade della capitale Tegucigalpa.

Alle 16.57 italiane il giornale golpista La Prensa annuncia che Zelaya sarebbe arrivato in Costarica e che tale paese avrebbe concesso asilo politico al presidente. Hugo Chávez condanna il golpe e chiede a Barack Obama di pronunciarsi.

Il perché il referendum di oggi abbia provocato addirittura un golpe è presto detto: sarà una pietra miliare nella storia del paese. In Honduras infatti ben il 30% del territorio nazionale è stato alienato a imprese straniere, soprattutto dei settori minerari e idrici. Le multinazionali quasi non pagano tasse in un paese dove tre quarti della popolazione vive in povertà. Così l’opposizione, al solo odore di una nuova Costituzione che affermi che per esempio l’acqua è un bene comune e che imponga per lo meno un sistema fiscale che permetta processi redistributivi, è disposta a spezzare il simulacro di democrazia rappresentativa che evidentemente considera utile solo quando sono i poteri di sempre a comandare.

www.gennarocarotenuto.it

Colpo di Stato in Honduras

Posted in America Latina, Politica, Uncategorized con i tag , , on Giugno 26, 2009 by Maria Rubini

Le parole drammatiche nella notte del presidente dell’Honduras Manuel Zelaya: “È in corso un colpo di stato nel paese” sono state confermate e supportate dall’ONU. Il presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Manuel D’Escoto, nella notte ha condannato con parole fermissime il tentativo di colpo di stato in corso in Centroamerica: “condanniamo fermamente il colpo di stato in Honduras contro il governo democraticamente eletto di Manuel Zelaya” dove i poteri di fatto di sempre, le élite, l’esercito, le alte gerarchie cattoliche, le casta politica, sono disposti a tutto perché nel paese neanche si parli di Assemblea Costituente. È infatti questo l’oggetto del contendere che ha scatenato la sedizione: un referendum che domenica prossima dovrà decidere se convocare o no l’elezione di un’assemblea Costituente voluta secondo i sondaggi dall’85% della popolazione.

È bastato solo l’odore di una Carta costituzionale che per la prima volta mettesse nero su bianco diritti civili e strumenti per ottenerli in un paese per molti versi ancora premoderno come l’Honduras, perché si mettesse in moto la macchina golpista che durante tutta la storia ha impedito giustizia sociale e democrazia in tutto il Centroamerica. Il presidente Manuel Zelaya, “Mel”, con una storia di centro-destra nel partito liberale che durante il suo mandato ha virato con molta dignità verso il verso il centro-sinistra, aveva indetto per dopodomani domenica 28 giugno una consultazione con la quale si chiedeva ai cittadini se nel prossimo novembre si dovesse convocare o meno un’Assemblea Costituente nel paese contemporaneamente alle elezioni presidenziali, legislative e amministrative già previste a fine anno.

Quella per l’Assemblea costituente sarebbe stata, sarà, la “quarta urna”, una svolta che secondo i sondaggi è voluta da almeno l’85% del paese ma indesiderata dalle élite tradizionali, dal sistema dei partiti incluso quello del presidente che oramai si oppone apertamente, dai media di comunicazione, che in Honduras come nel resto del continente sono dominio esclusivo del potere economico, dalla Corte Suprema e dall’esercito. Queste non solo non vogliono contribuire al processo eleggendo propri rappresentanti all’Assemblea Costituente nel prossimo novembre, ma né vogliono una nuova Costituzione né accettano di verificare se la maggioranza della popolazione la desidera. La scrittura di Costituzioni partecipative, condivise con gli strati popolari della popolazione, dal Venezuela, alla Bolivia all’Ecuador è stata vista nell’ultimo decennio con crescente rifiuto da parte delle oligarchie tradizionali che, soprattutto nel caso boliviano, si è trasformato apertamente in eversione.

Di conseguenza settori numericamente preponderanti dell’esercito di Tegucigalpa, che rispondevano al Capo di Stato Maggiore Romeo Vázquez, si sono rifiutati di operare per permettere la consultazione di domenica, distribuendo le urne e permettendo il regolare svolgimento della stessa adducendo che il referendum sarebbe illegale e che sarebbe propedeutico all’installazione di una dittatura di Mel Zelaya nel paese.

A quel punto al presidente non è restata che la destituzione del generale Vázquez che nella giornata di ieri non è stata però confermata dalla Corte Suprema che ha così appoggiato la sedizione. A questo punto le informazioni nella notte honduregna si fanno confuse. Di fronte al rifiuto di Zelaya di reintegrare Vázquez come Capo di Stato Maggiore parti importanti dell’esercito avrebbero occupato punti nevralgici del paese. I movimenti popolari, indigeni e sociali che appoggiano un presidente, divenuti unici riferimenti per Zelaya osteggiato da tempo dal proprio partito, sarebbero scesi al contrattacco, avrebbero occupato sotto la pioggia battente la base militare della Forza Aerea nell’aeroporto internazionale di Tocontín, sottratto a questa le urne e le schede referendarie con l’intenzione di distribuirle comunque nel paese.

Nel corso delle ultime ore sono successi due fatti nuovi che fanno inclinare all’ottimismo. Il presidente Zelaya ha parlato alla nazione, circondato da rappresentanti dei movimenti sociali del paese, confermando il recupero del materiale elettorale e riaffermando che domenica si terrà comunque il referendum. Intanto almeno il comandante dell’Aviazione, Generale Javier Price, si è schierato con il presidente democraticamente eletto. Intanto i movimenti sociali honduregni, di fronte al silenzio dei media rispetto al colpo di stato in corso nel paese, invitano a far circolare al massimo l’informazione e la solidarietà internazionale sul golpe in Honduras. Le prossime ore saranno decisive per capire se il golpe prospererà o se siamo di fronte ad un nuovo 13 aprile 2002 quando a Caracas in Venezuela i movimenti sociali e popolari sconfissero pacificamente il golpe dell’11 aprile contro il governo democraticamente eletto di Hugo Chávez.


(Gennaro Carotenuto, http://www.gennarocarotenuto.it/)

Su precisa richiesta dai movimenti che in Honduras stanno resistendo al golpe si invita alla particolare diffusione di questo articolo. Nelle prossime ore aggiornamenti.

Vertice straordinario dell’Alba su uno storico campo di battaglia. L’ncremento del numero dei membri si baserà su uno schema di cooperazione e complementarità, che considera le asimmetrie di tutti i paesi membri

Posted in America Latina, Politica con i tag , , , , , on Giugno 25, 2009 by Maria Rubini

Ecuador, San Vicente y las Granadinas e Antigua y Barbuda si uniranno questa settimana alla Alternativa Bolivariana per i Popoli di Nuestra América (ALBA), ha informato domenica 21 il presidente del Venezuela, Hugo Chávez.

Nella  sua colonna domenicale “Le linee di Chávez”, il presidente  ha ratificato l’importanza dell’iniziativa di cooperazione in appoggio all’integrazione  regionale.

Il Vertice straordinario dell’ALBA si realizzerà da mercoledì 24 di giugno nello Stato venezuelano di Carabobo, in coincidenza con un anniversario di una battaglia storica nel 1.821, che segnò l’indipendenza della nazione sudamericana dalla Spagna.

Il gruppo, che include Bolivia, Cuba, Dominica, Honduras, Nicaragua e Venezuela, si basa su uno schema di cooperazione e complementarità, che considera le asimmetrie di tutti i paesi membri.

In agenda, oltre i nuovi ingressi, spiccano le discussioni relative allo sviluppo di Petrocaribe e della stessa Alba, identificati dal presidente venzuelano Hugo Chavez, ospite del Vertice ma anche ideatore e animatore dell’organismo panamericano, come i due cardini centrali per la costruzione di una nuova unità continentale e per una maggior collaborazione e cooperazione tra i paesi membri, che vada oltre i meri interessi commerciali. Non a caso uno dei temi centrali dell’incontro sarà l’analisi delle modalità con cui dare nuovo impulso alla produzione di alimenti per garantire ai paesi membri dell’organismo la piena “sovranità alimentare”. Il vertice si terrà prevalentemente nella storica località di Carabobo, 130 chilometri dalla capitale Caracas, dove proprio il 24 giugno del 1821 Simon Bolivar sconfisse l’esercito spagnolo, liberando il Venezuela dal giogo coloniale. Su quello stesso campo di battaglia oggi, giornata in cui si celebra anche la festa dell’esericto venzuelano, si terrà un’inedita parata militare, alla quale, oltre alle forze armate di casa parteciperanno anche delegazioni di colleghi provenienti dagli altri paesi dell’Alba( Cuba, Honduras, Bolivia, Nicaragua, Dominica), a conferma di una forte volontà di integrazione. Al vertice che apre oggi parteciperanno anche, in qualità di osservatori, Paraguay e Granada.

da Nuestra America e Misna

Appello alle first ladies dei paesi presenti al G8 de L’Aquila Non venite all’ appuntamento italiano

Posted in Politica, Società con i tag , , , , , on Giugno 25, 2009 by Maria Rubini
La delegittimazione delle donne in un paese colpisce tutte le donne del mondo: riprendiamo dalla mailing list [R-esistiamo] il testo di una lettera appello alle first ladies perchè affermino questo principio disertando il G8.

Siamo un gruppo di donne italiane profondamente indignate per il modo in cui il presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, tratta le donne sulla scena pubblica e privata.

Non ci riferiamo solo alle vicende relazionali del premier, che trascendono la sfera personale e assumono un significato pubblico, ma soprattutto alle modalità di reclutamento del personale politico e ai comportamenti e discorsi sessisti che delegittimano con perversa e ilare sistematicità la presenza femminile sulla scena sociale e istituzionale.

Questi comportamenti, gravi sul piano morale, civile, culturale, minano la dignità delle donne e incidono negativamente sui percorsi di autonomia e affermazione femminili.

Il controllo che Berlusconi esercita sulla grande maggioranza dei media italiani, in spregio a ogni regola democratica, limita pesantemente le possibilità di esprimere dissenso e critica. Risulta difficile, quindi, far emergere l’ insofferenza di tante donne che non si riconoscono nell¹immagine femminile trasmessa dal premier e da chi gli sta intorno.

Come cittadine italiane, europee e del mondo, rivolgiamo un appello alle first ladies dei paesi coinvolti nel prossimo G 8 dell¹Aquila perché disertino l¹appuntamento italiano, per affermare con forza che la delegittimazione della donna in un paese offende e colpisce le donne di tutti i paesi.

Chiara Volpato (Professore Ordinario ­ Università di Milano-Bicocca)
Angelica Mucchi Faina (Professore Ordinario ­ Università di Perugia)
Anne Maass (Professore Ordinario ­ Università di Padova)

Il testo (copia incolla,firmata e salvata) può essere inviato,se d’accordo, dalla propria mali a:
Angelica Mucchi Faina,
ssmucchi@unipg.it,
Dipartimento Istituzioni e Società

Mobilitazione promosa dall’unione inquilini

Posted in Politica con i tag , , , , , on Giugno 24, 2009 by Maria Rubini

Il 30 Giugno scade la proroga degli sfratti:
I Segretari Generali di SUNIA, SICET, UNIAT Uil fanno appello al Presidente del Consiglio, al Ministro delle Infrastrutture ed al Parlamento affinché intervenga con urgenza per sospendere le esecuzioni.

Con una lettera indirizzata al Governo ed ai Capigruppo di Camera e Senato, Franco Chiriaco, Guido Piran e Roberto Scorpioni, segretari generali di SUNIA, SICET ed UNIAT Uil, hanno chiesto un provvedimento urgente di sospensione dell’esecuzione degli sfratti.  L’urgenza deriva dalla scadenza, prevista per il 30 giugno, della precedente proroga riservata alle famiglie più deboli (anziani, portatori di handicap, disoccupati), per le quali nonostante gli annunci e gli stanziamenti in bilancio, ancora non si sono trovate soluzioni alloggiative alternative.

Nel frattempo il dramma degli sfratti si è allargato, anche a causa della grave crisi economica, alle famiglie che non riescono più a pagare gli affitti impossibili richiesti da un mercato sempre più selvaggio.

Gli sfratti per morosità rappresentano oramai il 90% del totale dei provvedimenti emessi, circa 150mila famiglie già oggi non hanno una alternativa.

E’ quindi necessario, hanno proseguito i tre segretari generali, che così come si è fatto per sostenere le famiglie in difficoltà per il pagamento del mutuo, si intervenga a sostegno delle famiglie nell’impossibilità di pagare l’affitto.

Giovedì 25 giugno mobilitazione promossa dall’Unione inquilini nelle principali città italiane

Rifondazione Comunista aderisce alla giornata di mobilitazione.


Chiediamo che il governo di Teheran ponga fine alla repressione

Posted in Politica con i tag , , , , on Giugno 23, 2009 by Maria Rubini

Rifondazione comunista, insieme ad associazioni ed esponenti del mondo del lavoro, del volontariato e della cultura, organizza per mercoledì 24 giugno alle 17 un sit-in di fronte all’ambasciata iraniana a Roma. “Chiediamo – spiega Paolo Ferrero – che il governo di Teheran ponga immediatamente fine alla repressione e garantisca a tutti il diritto a manifestare liberamente: i cittadini iraniani devono poter vedere realizzata la richiesta di nuove elezioni libere e democratiche alla presenza e con la garanzia di osservatori delle Nazioni Unite”. “Anche l’Italia – prosegue Ferrero – può o deve fare la sua parte in questo senso, come il resto della comunità internazionale. Invece la posizione del ministro Frattini e del governo Berlusconi è uguale a quella assunta durante l’occupazione israeliana della striscia di Gaza: e cioè un immobilismo svuotato di qualunque ruolo diplomatico. In quanto evidentemente i diritti dei cittadini iraniani interessano al governo di Roma meno dei cospicui affari intrattenuti con la repubblica islamica.

Rifondazione comunista aderisce all’appello “Solidarietà e sostegno alla lotta del popolo iraniano”, appello con cui molti esponenti delle forze politiche e sindacali della sinistra italiana , in solidarietà con le forze democratiche e progressiste iraniane, chiedono la fine della repressione e la liberazione dei prigionieri politici del regime.

Di seguito riportiamo i passaggi salienti dell’appello “Solidarietà e sostegno alla lotta del popolo iraniano”.

“Come esponenti di forze e movimenti democratici, di organizzazioni dei lavoratori e degli studenti guardiamo con estrema  preoccupazione a quello che sta avvenendo in Iran.  In questi giorni a Teheran si sta svolgendo uno scontro fra i vertici della Repubblica Iraniana, che vede contrapposti i poteri religiosi rappresentati da Khameney e da Rasfanjani: uno scontro giocato tutto sulla pelle del popolo iraniano.
Uomini e donne che stanno protestando per avere maggiore libertà e democrazia. Lo scontro elettorale tra il capo del governo uscente Amadinejahd e il principale candidato dell’opposizione Mousavi ha innescato una reazione popolare e fatto emergere tensioni sociali che già da tempo si stavano manifestando con una forte crescita dell’opposizione.  Per questo, di fronte alla violenza scatenatasi in questi giorni, è necessaria un’ampia mobilitazione internazionale a sostegno degli studenti, dei lavoratori e delle donne, del popolo iraniano. Chiediamo che  cessino la repressione e gli arresti, che vengano liberati i prigionieri politici del regime e che  il popolo iraniano possa scegliere liberamente il proprio futuro, in un nuovo quadro di garanzie democratiche per tutte le  espressioni politiche presenti in Iran.

Di lutto vestono gli eroi

Posted in America Latina con i tag , , , on Giugno 23, 2009 by Maria Rubini

Queste le altre date della proiezione del video:

26/06 – FERMO -  PARTITO DEI COMUNISTI ITALIANI E RIFONDAZIONE COMUNISTA, Sala Multimediale (davanti al Comune), ore 21.30
26/06 – BUSSOLENO (TO), ASS. “LA CREDENZA” PRC sez. di Bussoleno
Via Fontan 16, ore 21.00

24/07 – CAMPEGGIO NO TAV, VENAUS (TO), Presidio NO TAV, ore 21.00

per info Associazione Nuova Colombia nuovacolombia@yahoo.it www.nuovacolombia.net

Sembra Tienanmen

Posted in Politica con i tag , , on Giugno 22, 2009 by Maria Rubini

C’è un solo parallelo capace di descrivere la sanguinosa rivolta in corso in Iran: Tienanmen.

Esattamente come a Pechino, vent’anni e dieci giorni fa (il 4 giugno 1989), i carri armati che ripulirono la piazza Tienanmen ufficializzarono agli occhi del mondo la debolezza del governo cinese, così ieri a Teheran la repressione feroce di una ribellione contro l’esito elettorale rende visibili le crepe aperte nel governo di Mahmoud Ahmadinejad. Sia la Cina allora sia l’Iran adesso sono infatti sistemi basati sullo stesso principio, lo stesso pilastro: sono cioè entrambi governi di natura teocratica, fondati sulla pretesa di rappresentare l’intera nazione, senza dubbi e senza dissidenza, in quanto espressione di una autorità superiore, intoccabile. Rompi l’intoccabilità di questa origine prepolitica o superpolitica, e rompi il pilastro stesso su cui questi governi si reggono. Il dio della Cina era allora il Partito comunista, quello di Teheran è oggi Allah, ma in entrambi i casi la pubblica rivolta indica che la loro identità di intoccabili è saltata.

Prima di Tienanmen non c’erano state proteste antigovernative, se non quelle pilotate della rivoluzione culturale.

Ieri a Teheran è avvenuta la prima rivolta della piazza contro le autorità, dalla rivoluzione del 1979. Tienanmen rivelò che nel cuore del Partito comunista stesso c’era una spaccatura, ieri a Teheran si è messa in piazza l’esistenza di due anime, e di due concetti religiosi, dentro il cuore di un sistema apparentemente granitico.

Il futuro dell’Iran sarà quello della Cina, che dopo le repressioni di Tienanmen avviò un corso accelerato di rinnovamento? Non lo sappiamo ancora, ma questa ipotesi apre una seconda porta all’Occidente, laddove tutto sembrava chiuso.

L’Occidente sperava che dalle urne elettorali uscisse una vittoria dei moderati. E certo, se avesse vinto Hossein Mousavi, sarebbe stato molto comodo. Un problema che da anni tormenta il nostro Primo Mondo – l’esistenza di uno Stato forte e antagonista come l’Iran – sarebbe stato improvvisamente cancellato. Si capisce dunque la passione con cui molti osservatori, dopo il verdetto delle urne, si sono precipitati a sottolineare che la rielezione di Ahmadinejad è la sconfitta della speranza di pace per Obama, e dunque per tutti noi.

Ma non è un po’ frettolosa questa conclusione, di fronte agli eventi in corso?

Il successo dei riformisti sarebbe stato un miracolo: e i miracoli, come si è visto, in politica non accadono – nemmeno quelli provocati dal fascino del presidente Obama. Viceversa, la rivolta popolare al voto fa intravedere la possibilità di un percorso forse più lungo ma più concreto e anche più efficace di un miracolo. La vittoria di Mousavi non sarebbe stata comunque serena e pacifica; avrebbe provocato in ogni caso una spaccatura in Iran, di natura molto più velenosa della attuale. Già adesso i riformisti iraniani sono identificati come fantocci dell’imperialismo Usa. Una loro affermazione avrebbe portato i conservatori a un contrattacco di delegittimazione, sollevando davanti a un popolo fieramente indipendente e religioso, come quello iraniano, lo spettro dell’intervento americano. E come in questi anni abbiamo visto tragicamente ripetersi (non possiamo che rimandare all’Iraq), la carta del golpe Usa è sempre la più efficace nella propaganda nazionalistica di molti paesi – arabi e/o africani, e non solo.

Il rischio della vittoria riformista era dunque quello di rendere apparentemente tutto più facile, ma anche più fragile. Una rottura pubblica, un dissenso che sfocia in lotta politica aperta, avvia invece, come dicevamo, una destabilizzazione profonda. È una strada lunga, sanguinosa, ma con più potenzialità di provocare un solido cambiamento.

Lucia Annunziata da La Stampa 16 giugno 2009

Lettera a un italiano mai nato

Posted in Politica, Società con i tag , on Giugno 22, 2009 by Maria Rubini

Italiani!!! E non rispose nessuno. Tra poco, nel 2011, ci sarà il centocinquantesimo anniversario della nascita dell’Italia. Il tempo è volato. L’italiano non è mai nato. In compenso la Nazionale di calcio ha conquistato quattro mondiali, due li ha persi in finale. Un risultato apprezzabile, ma non tale da giustificare le guerre di indipendenza (da chi?), l’occupazione del Mezzogiorno, decine di migliaia di patrioti meridionali sterminati come briganti, la Cassa del Regno delle due Sicilie depredata dai Savoia, la nascita di mafia, ‘ndrangheta, camorra, la fame nel Triveneto con milioni di emigranti, il colonialismo straccione, due guerre mondiali, il fascismo, la perdita di sovranità nazionale dall’occupazione americana nel 1945, l’ingerenza e la prevalenza del Vaticano sullo Stato, la P2, le stragi di Stato, le migliaia di assassinati nel dopoguerra, da Ambrosoli a Impastato, da Dalla Chiesa a Pasolini, da parte dei poteri occulti, i servizi segreti deviati, Sindona, Andreotti, Lima, Ciancimino, Riina, Craxi, Gelli, Provenzano, Dell’Utri, il territorio e le città devastati, i servizi pubblici inesistenti, i partiti politici autoreferenziali e predoni delle risorse pubbliche, Berlusconi, la peggiore opposizione d’Europa, la distruzione del senso civico, la cancellazione dell’informazione, il debito pubblico tra i più alti del mondo, un Parlamento che pullula di condannati, un tessuto industriale allo sfacelo, una immigrazione senza controllo e senza vera accoglienza, milioni di disoccupati, la burocrazia peggiore dell’Occidente. Il Re in fuga a Pescara, Craxi a Hammamet, Mussolini a piazzale Loreto, lo psiconano con il piede sul predellino dell’elicottero e l’altro nel lettone di palazzo Grazioli. L’italiano mafia, spaghetti, zoccole e mandolino.Italiani!! E non rispose nessuno. Rossi di vergogna, verdi di rabbia, bianchi di sgomento. Sentimenti tricolori. L’Italia è nata dal nulla e lì è rimasta. Se 150 anni sembrano pochi per costruire una nazione, uno solo in più potrebbe essere insopportabile. Il centralismo e le decisioni prese nell’interesse della nazione sono scatole vuote, utili per il Ponte di Messina, per la TAV o per le centrali nucleari, per le infiltrazioni mafiose negli appalti. Davvero vogliamo altri centocinquantanni così? Italiani!!! E non rispose nessuno.

Beppe Grillo