Orazione funebre di Karl Marx pronunciata da Engels al cimitero di Highgate

Posted in Comunismo, Politica with tags , , , on marzo 14, 2016 by Maria Rubini

ll 14 marzo, alle due e quarantacinque pomeridiane, ha cessato di pensare la più grande mente dell’epoca nostra. L’avevamo lasciato solo da appenmarxa due minuti e al nostro ritorno l’abbiamo trovato tranquillamente addormentato nella sua poltrona, ma addormentato per sempre.

Non è possibile misurare la gravità della perdita che questa morte rappresenta per il proletariato militante d’Europa e d’America, nonché per la scienzastorica. Non si tarderà a sentire il vuoto lasciato dalla scomparsa di questo titano.

Così come Darwin ha scoperto la legge dello sviluppo della natura organica, Marx ha scoperto la legge dello sviluppo della storia umana cioè il fatto elementare, sinora nascosto sotto l’orpello ideologico, che gli uomini devono innanzi tutto mangiare, bere, avere un tetto e vestirsi, prima di occuparsi di politica, di scienza, d’arte, di religione, ecc.; e che, per conseguenza, la produzione dei mezzi materiali immediati di esistenza e, con essa, il grado di sviluppo economico di un popolo e di un’epoca in ogni momento determinato costituiscono la base dalla quale si sviluppano le istituzioni statali, le concezioni giuridiche, l’arte e anche le idee religiose degli uomini, e partendo dalla quale esse devono venir spiegate, e non inversamente, come si era fatto finora.

Ma non è tutto. Marx ha anche scoperto la legge peculiare dello sviluppo del moderno modo di produzione capitalistico e della società borghese da esso generata. La scoperta del plusvalore ha subitamente gettato un fascio di luce nell’oscurità in cui brancolavano prima, in tutte le loro ricerche, tanto gli economisti classici che i critici socialisti.

Due scoperte simili sarebbero più che sufficienti a riempire una vita. Fortunato chi avesse avuto la sorte di farne anche una sola. Ma in ognuno dei campi in cui ha svolto le sue ricerche — e questi campi furono molti e nessuno fu toccato da lui in modo superficiale — in ognuno di questi campi, compreso quello delle matematiche, egli ha fatto delle scoperte originali.

Tale era lo scienziato. Ma lo scienziato non era neppure la metà di Marx. Per lui la scienza era una forza motrice della storia, una forza rivoluzionaria. Per quanto grande fosse la gioia che gli dava ogni scoperta in una qualunque disciplina teorica, e di cui non si vedeva forse ancora l’applicazione pratica, una gioia ben diversa gli dava ogni innovazione che determinasse un cambiamento rivoluzionario immediato nell’industria e, in generale, nello sviluppo storico. Così egli seguiva in tutti i particolari le scoperte nel campo dell’elettricità e, ancora in questi ultimi tempi, quelle di Marcel Deprez.

Perché Marx era prima di tutto un rivoluzionario. Contribuire in un modo o nell’altro all’abbattimento della società capitalistica e delle istituzioni statali che essa ha creato, contribuire all’emancipazione del proletariato moderno al quale egli, per primo, aveva dato la coscienza delle condizioni della propria situazione e dei propri bisogni, la coscienza delle condizioni della propria liberazione : questa era la sua reale vocazione. La lotta era il suo elemento. Ed ha combattuto con una passione, con una tenacia e con un successo come pochi hanno combattuto. La prima “Rheinische Zeitung ” nel 1842, il “Vorwàrts ! ” di Parigi nel 1844, la “Deutsche Brùsseler Zeitung ” nel 1847, la “Neue Rheinische Zeitung ” nel 1848-49, la “New York Tribune ” dal 1852 al 1861 e, inoltre, i numerosi opuscoli di propaganda, il lavoro a Parigi, a Bruxelles, a Londra, il tutto coronato dalla grande Associazione internazionale degli operai, ecco un altro risultato di cui colui che lo ha raggiunto potrebbe esser fiero anche se non avesse fatto nient’altro.

Marx era perciò l’uomo più odiato e calunniato del suo tempo. I governi, assoluti e repubblicani, lo espulsero, i borghesi, conservatori e democratici radicali, lo coprirono a gara di calunnie. Egli sdegnò tutte queste miserie, non prestò loro nessuna attenzione, e non rispose se non in caso di estrema necessità. E’ morto venerato, amato, rimpianto da milioni di compagni di lavoro rivoluzionari in Europa e in America, dalle miniere siberiane sino alla California. E posso aggiungere, senza timore: poteva avere molti avversari, ma nessun nemico personale.

« Il suo nome vivrà nei secoli, e così la sua opera! »

Liberate la Palestina, liberate voi stessi

Posted in Palestina, Politica with tags , , , , , on agosto 27, 2014 by Maria Rubini

donne
Le scorse settimane hanno visto una mobilitazione senza precedenti della società civile di tutto il mondo contro l’ingiustizia e la brutalità della sproporzionata risposta israeliana al lancio di razzi dalla Palestina.
Se si contano tutte le persone che si sono radunate lo scorso fine settimana a Città del Capo, a Washington DC, a New York, a Nuova Delhi, a Londra, a Dublino, a Sidney ed in tutte le altre città del mondo per chiedere giustizia in Israele e Palestina, ci si rende subito conto che si tratta senza dubbio della più grande ondata di protesta di sempre dell’opinione pubblica riguardo ad una singola causa.
Circa venticinque anni fa, ho partecipato a diverse grandi manifestazioni contro l’apartheid. Non avrei mai immaginato che avremmo rivisto manifestazioni tanto numerose, ma sabato scorso a Città del Capo l’affluenza è stata uguale se non addirittura maggiore. C’erano giovani e anziani, musulmani, cristiani, ebrei, indù, buddisti, agnostici, atei, neri, bianchi, rossi e verdi… come ci si aspetterebbe da una nazione viva, tollerante e multiculturale.
Ho chiesto alla gente in piazza di unirsi al mio coro: “Noi ci opponiamo all’ingiustizia dell’occupazione illegale della Palestina. Noi ci opponiamo alle uccisioni indiscriminate a Gaza. Noi ci opponiamo all’indegno trattamento dei palestinesi ai checkpoint e ai posti di blocco. Noi ci opponiamo alla violenza da chiunque sia perpetrata. Ma non ci opponiamo agli ebrei.”
Pochi giorni fa, ho chiesto all’Unione Internazionale degli Architetti, che teneva il proprio convegno in Sud Africa, di sospendere Israele dalla qualità di Paese membro.
Ho pregato le sorelle e i fratelli Israeliani presenti alla conferenza di prendere le distanze, sia personalmente che nel loro lavoro, da progetti e infrastrutture usati per perpetuare un’ingiustizia. Infrastrutture come il muro, i terminal di sicurezza, i posti di blocco e gli insediamenti costruiti sui territori Palestinesi occupati.Ho detto loro: “Quando tornate a casa portate questo messaggio: invertite la marea di violenza e di odio unendovi al movimento nonviolento, per portare giustizia a tutti gli abitanti della regione”. In poche settimane, più di 1 milione e 600mila persone in tutto il mondo hanno aderito alla campagna lanciata da Avaaz chiedendo alle multinazionali che traggono i propri profitti dall’occupazione della Palestina da parte di Israele e/o che sono coinvolte nell’azione di violenza e repressione dei Palestinesi, di ritirarsi da questa attività. La campagna è rivolta nello specifico a ABP (fondi pensionistici olandesi); a Barclays Bank; alla fornitura di sistemi di sicurezza (G4S), alla francese Veolia (trasporti); alla Hewlwtt-Packard (computer) e alla Caterpillar (fornitrice di Bulldozer).
Il mese scorso 17 governi della UE hanno raccomandato ai loro cittadini di astenersi dal fare affari o investimenti negli insediamenti illegali israeliani.
Abbiamo recentemente assistito al ritiro da banche israeliane di decine di milioni di euro da parte del fondo pensione olandese PGGM e al ritiro da G4S della Fondazione Bill e Melinda Gates; e la Chiesa presbiteriana degli Stati Uniti ha ritirato una cifra stimata in 21 milioni dollari da HP, Motorola Solutions e Caterpillar.
Questo movimento sta prendendo piede.
La violenza genera solo violenza ed odio, che generano ancora più violenza e più odio.
Noi sudafricani conosciamo la violenza e l’odio. Conosciamo la pena che comporta l’essere considerati la puzzola del mondo, quando sembra che nessuno ti comprenda o sia minimamente interessato ad ascoltare il tuo punto di vista. È da qui che veniamo.
Ma conosciamo anche bene i benefici che sono derivati dal dialogo tra i nostri leader, quando organizzazioni etichettate come “terroriste” furono reintegrate ed i loro capi, tra cui Nelson Mandela, liberati dalla prigione, dal bando e dall’esilio.
Sappiamo che, quando i nostri leader cominciarono a parlarsi, la logica della violenza che aveva distrutto la nostra società si è dissipata ed è scomparsa. Gli atti di terrorismo iniziati con i negoziati, quali attachi ad una chiesa o ad un pub, furono quasi universalmente condannati ed i partiti responsabili furono snobbati alle elezioni.
L’euforia che seguì il nostro votare assieme per la prima volta non fu solo dei sudafricani neri. Il vero trionfo della riappacificazione fu che tutti si sentirono inclusi. E dopo, quando approvammo una costituzione così tollerante, compassionevole e inclusiva che avrebbe reso orgoglioso anche Dio, tutti ci siamo sentiti librerati.
Certo, avere un gruppo di leader straordinari ha aiutato.
Ma ciò che alla fine costrinse questi leader a sedersi attorno al tavolo delle trattative fu l’insieme di strumenti persuasivi e non violenti messi in pratica per isolare il Sudafrica economicamente, accademicamente, culturalmente e psicologicamente.
A un certo punto – il punto di svolta – il governo di allora si rese conto che preservare l’apartheid aveva un costo superiore ai suoi benefici.
L’interruzione, negli anni ’80, degli scambi commerciali con il Sud Africa da parte di aziende multinazionali dotate di coscienza, è stata alla fine una delle azioni chiave che ha messo in ginocchio l’apartheid, senza spargimenti di sangue. Quelle multinazionali avevano compreso che, sostenendo l’economia del Sud Africa, stavano contribuendo al mantenimento di uno status quo ingiusto. Quelli che continuano a fare affari con Israele, che contribuiscono a sostenere un certo senso di “normalità” nella società Israeliana, stanno arrecando un danno sia agli israeliani che ai palestinesi. Stanno contribuendo a uno stato delle cose profondamente ingiusto.
Quanti contribuiscono al temporaneo isolamento di Israele, dichiarano così che Israeliani e Palestinesi in eguale misura hanno diritto a dignità e pace.
In sostanza, gli eventi accaduti a Gaza nell’ultimo mese circa stanno mettendo alla prova chi crede nel valore degli esseri umani.
È sempre più evidente il fallimento dei politici e dei diplomatici nel fornire risposte e che la responsabilità di negoziare una soluzione sostenibile alla crisi in Terra Santa ricade sulla società civile e sugli stessi abitanti di Israele e Palestina.
Oltre che per le recenti devastazioni a Gaza, tante bellissime persone in tutto il pianeta – compresi molti Israeliani – sono profondamente disturbate dalle quotidiane violazioni della dignità umana e della libertà di movimento cui i Palestinesi sono soggetti a causa dei checkpoint e dei posti di blocco. Inoltre, la politica Israeliana di occupazione illegale e di costruzione di insediamenti cuscinetto in una terra occupata aggrava la difficoltà di raggiungere in futuro un accordo che sia accettabile per tutti.
Lo stato di Israele si sta comportando come se non ci fosse un domani. Il suo popolo non potrà avere la vita tranquilla e sicura che vuole – e a cui ha diritto – finché i suoi leader continueranno a mantenere le condizioni che provocano il conflitto.Io ho condannato quanti in Palestina sono responsabili dei lanci di missili e razzi contro Israele. Soffiano sulle fiamme dell’odio. Io sono contrario ad ogni manifestazione di violenza.
Ma dobbiamo essere chiari che il popolo palestinese ha ogni diritto di lottare per la sua dignità e libertà. È una lotta che ha il sostegno di molte persone in tutto il mondo.
Nessuno dei problemi creato dagli esseri umani è irrisolvibile, quando gli esseri umani stessi si impegnano a risolverlo con il desiderio sincero di volerlo superare. Nessuna pace è impossibile quando la gente è determinata a raggiungerla.
La Pace richiede che israeliani e palestinesi riconoscano l’essere umano in loro stessi e nell’altro, che riconoscano la reciproca interdipendenza.
Missili, bombe e insulti non sono parte della soluzione. Non esiste una soluzione militare.
È più probabile che la soluzione arrivi dallo strumento nonviolento che abbiamo sviluppato in Sud Africa negli anni ’80, per persuadere il governo della necessità di modificare la propria linea politica.
Il motivo per cui questi strumenti – boicottaggio, sanzioni e disinvestimenti – si rivelarono efficaci, sta nel fatto che avevano una massa critica a loro sostegno, sia dentro che fuori dal Paese. Lo stesso tipo di sostegno di cui siamo stati testimoni, nelle utlime settimane, a favore della Palestina.1583417048Il mio appello al popolo di Israele è di guardare oltre il momento, di guardare oltre la rabbia nel sentirsi perennemente sotto assedio, nel vedere un mondo nel quale Israele e Palestina possano coesistere – un mondo nel quale regnino dignità e rispetto reciproci.
Ciò richiede un cambio di prospettiva. Un cambio di mentalità che riconosca come tentare di perpetuare l’attuale status quo equivalga a condannare le generazioni future alla violenza e all’insicurezza. Un cambio di mentalità che ponga fine al considerare ogni legittima critica alle politiche dello Stato come un attacco al Giudaismo. Un cambio di mentalità che cominci in casa e trabocchi fuori di essa, nelle comunità, nelle nazioni e nelle regioni che la Diaspora ha toccato in tutto il mondo. L’unico mondo che abbiamo e condividiamo.
Le persone unite nel perseguimento di una causa giusta sono inarrestabili. Dio non interferisce nelle faccende della gente, ha fiducia nel fatto che noi cresceremo ed impareremo risolvendo le nostre difficoltà e superando le nostre divergenze da soli. Ma Dio non dorme. Le Scritture Ebraiche ci dicono che Dio è schierato dalla parte del debole, dalla parte di chi è senza casa, della vedova, dell’orfano, dalla parte dello straniero che libera gli schiavi nell’esodo verso la Terra Promessa. Fu il profeta Amos che disse che dobbiamo lasciar scorrere la giustizia come un fiume.
La giustizia prevarrà alla fine. L’obiettivo della libertà del popolo palestinese dall’umiliazione e dalle politiche di Israele è una causa giusta. È una causa che lo stesso popolo di Israele dovrebbe sostenere.Nelson Mandela disse che i Sudafricani non si sarebbero potuti sentire liberi finché anche i Palestinesi non lo fossero stati.
Avrebbe potuto aggiungere che la liberazione della Palestina libererà anche Israele.

di Desmond Tutu
Originale pubblicato su http://www.haaretz.com/opinion/1.610687 – Traduzione realizzata dalla Comunità di Avaaz.

Chi crede ancora nella buona fede di Israele?

Posted in Palestina, Politica, Uncategorized with tags , , , , on agosto 6, 2014 by Maria Rubini

State-is-born
Oggi molti tra le fila della sini­stra ita­liana fati­cano ad ammet­tere che il popolo pale­sti­nese è la vit­tima di que­sto lungo con­flitto. Fanno fatica a denun­ciare i cri­mini di Israele, cri­mini di cui si mac­chia indi­stur­bato ormai da troppo tempo. Molti pre­fe­ri­scono vol­tare la testa e par­lare di Hamas, come se Hamas fosse l’origine del tutto. Muoiono bam­bini? E’ Hamas! Distruggono case e scuole? E’ colpa di Hamas. Hamas! Hamas! Hamas! Ma Hamas non esi­steva vent’anni fa, eppure Israele agiva nello stesso modo.

Risale al 1982 il famoso mas­sa­cro di Sabra e Shatila nel quale le forze armate israe­liane gui­date da Ariel Sharon furono respon­sa­bili della morte di più 2400 arabi – pale­sti­nesi. La scusa era sem­pre la stessa: difen­dere il popolo israe­liano dal ter­ro­ri­smo. Hamas ancora non esi­steva, e il ter­ro­ri­smo que­sta volta era quello di Yasser Arafat.

In quel periodo la posi­zione della sini­stra ita­liana era chiara: equi­di­stanza dai cri­mini di Israele e dal ter­ro­ri­smo, ma netto soste­gno alla lotta di libe­ra­zione del popolo pale­sti­nese. Né sono testi­mo­nianza, ad esem­pio, le posi­zioni del Presidente della Repubblica Sandro Pertini e quella del Presidente del Consiglio Bettino Craxi. Il primo, infatti, nel suo mes­sag­gio di fine anno agli ita­liani, nel 1983 usava parole che non lascia­vano spa­zio a fraintendimenti:

“Una volta furono gli ebrei a cono­scere la “diaspora“[…]vennero cac­ciati dal Medio oriente e dispersi nel mondo; adesso lo sono invece i palestinesi…Io affermo ancora una volta che i pale­sti­nesi hanno diritto sacro­santo ad una patria ed a una terra come l’hanno avuta gli israeliti…Se vi sono nazioni in cui i diritti civili ed umani sono con­cul­cati, sono annul­lati, non vi è che un prov­ve­di­mento da pren­dere con­tro que­ste nazioni: l’espulsione dall’Onu. Non val­gono le pro­te­ste, se le porta via il vento. Non val­gono le pole­mi­che. Siano espulse dall’Organizzazione delle Nazioni Unite. Sia dato loro il bando, siano indi­cate all’umanità come colpevoli.”

“Io sono stato nel Libano. Ho visi­tato i cimi­teri di Chatila e Sabra. E una cosa che ango­scia vedere que­sto cimi­tero dove sono sepolte le vit­time di quel mas­sa­cro orrendo. Il respon­sa­bile di quel mas­sa­cro orrendo è ancora al governo in Israele. E quasi va bal­dan­zoso di que­sto mas­sa­cro fatto. E un respon­sa­bile cui dovrebbe essere dato il bando della società.” (In basso il video del suo discorso.)
Ma come spesso capita, la sto­ria si prende beffa dei più deboli. Sharon verrà infatti eletto pre­si­dente dello stato israe­liano, e quindi diven­terà lui rap­pre­sen­tante del pro­cesso di pace tra Israele e Palestina dal 2001 al 2006. Ma que­sta volta sarà il pre­si­dente ame­ri­cano George W. Bush a garan­tire: “Sharon è uomo di pace”. E se lo garan­ti­sce lui, che è un altro uomo di pace, allora come si fa a non crederci!

E ancora, il pre­si­dente del con­si­glio Bettino Craxi, rico­no­scendo i diritti dei pale­sti­nesi e degli israe­liani, nel ricor­dare il ruolo di pace dell’Italia nel medi­ter­ra­neo, legit­ti­mava la lotta armata del popolo pale­sti­nese e chie­deva con fer­mezza a Israele la resti­tu­zione dei ter­ri­tori occupati.

“Quando Israele fu minac­ciata tutti fummo con Israele. Ora essa occupa da 18 anni ter­ri­tori arabi che vanno resti­tuiti in cam­bio della pace.[…] Contestare ad un movi­mento che voglia libe­rare il pro­prio paese da un’occupazione stra­niera la legit­ti­mità del ricorso alle armi signi­fica andare con­tro alle leggi della sto­riarede ancora nella buona fede di Israele?

Se non di Hamas, se non del ter­ro­ri­smo, di chi è la colpa allora? Non è forse di chi punta i riflet­tori sul con­flitto israelo — pale­sti­nese solo se qual­cuno si fa sal­tare in aria? Non è forse di chi si sde­gna solo quando par­tono i razzi? Siamo amici degli ebrei, siamo amici di Israele. Non ci può essere nes­sun dub­bio sul suo diritto di esi­stere, e mai c’è stato nes­sun dub­bio in merito da parte dello stato ita­liano. Ma dov’è lo stato dei pale­sti­nesi? Ma qual è la posi­zione della sini­stra ita­liana oggi? Qual è la posi­zione del governo ita­liano? Qual è il ruolo dell’Europa? “Non val­gono le pro­te­ste, se le porta via il vento”, avrebbe detto il Presidente Pertini.

Molti vedendo que­sti video vec­chi ormai più di trent’anni obbiet­te­ranno dicendo, con arro­ganza, super­fi­cia­lità e pre­sun­zione, che il con­te­sto era diverso, salvo poi non riu­scire a spe­ci­fi­care cosa lo ren­desse diverso. Molti soster­ranno che prima non esi­steva Hamas; ma non era l’OLP di Arafat con­si­de­rata un’organizzazione ter­ro­ri­stica alla pari di Hamas? Cos’era, dun­que a ren­dere diverso il con­te­sto? Forse Israele non occu­pava ille­gal­mente i ter­ri­tori pale­sti­nesi? Niente di tutto que­sto. La dram­ma­tica verità è che il con­te­sto era sem­pre lo stesso. L’unica dif­fe­renza risie­deva sem­pli­ce­mente nell’onestà e auto­no­mia intel­let­tuale dei lea­der ita­liani, nella fat­ti­spe­cie, Pertini e Craxi. Autonomia e one­stà intel­let­tuale che si tra­du­ce­vano in indi­pen­denza dell’Italia nella valu­ta­zione delle con­tro­ver­sie internazionali.

Oggi invece, dopo quasi tre set­ti­mana dall’ennesimo mas­sa­cro di civili pale­sti­nesi per mano delle forze mili­tari israe­liane, la sini­stra ita­liana latita. Non una posi­zione chiara, non una posi­zione. Molti con­ti­nuano a cre­dere nella buona fede delle azioni di Israele, e a vol­tare la testa dall’altra parte di fronte alle foto delle case distrutte, e dei bam­bini uccisi. O peg­gio con­ti­nuano a impu­tare al ter­ro­ri­smo pale­sti­nese l’origine della tra­ge­dia. Conti­nuare a par­lare di Hamas fa comodo, per­ché così si evita di par­lare della lotta legit­tima del popolo pale­sti­nese. Noi ita­liani ed euro­pei, che cre­diamo in tale legit­ti­mità e che cre­diamo nel diritto di Israele ad esi­stere e vivere in sicu­rezza, non pos­siamo limi­tarci a pro­clami ste­rili. L’Italia e l’Europa dovreb­bero avere un ruolo più attivo nel medi­ter­ra­neo. Un ruolo determinante.

Nonostante la con­ti­nua pro­pa­ganda che dipinge Israele come la vit­tima e il popolo pale­sti­nese come il car­ne­fice di se stesso, qual­cosa sta cam­biando nell’opinione pub­blica a livello glo­bale. La dispo­ni­bi­lità della nuova tec­no­lo­gia e la dif­fu­sione dei social net­works hanno con­tro­bi­lan­ciato un’informazione sem­pre molto incline ad appog­giare la pro­pa­ganda israe­liana. La gior­na­li­staRula Jebral nella sua inter­vi­sta alla MSNBC il 22 luglio ha affer­mato come l’informazione di que­sto con­flitto sia “disgu­sto­sa­mente di parte nei con­fronti di Israele”, e che “la CNN abbia inter­vi­stato 17 pub­blici uffi­ciali israe­liani con­tro solo un’ uffi­ciale pale­sti­nese.” I social net­works in ogni modo sono riu­sciti ad infran­gere que­sto muro di fazio­sità e mostrare all’opinione pub­blica mon­diale il dolore e le dif­fi­coltà del popolo pale­sti­nese così come la man­canza di uma­nità e pro­por­zio­na­lità dell’esercito israe­liano. E in molti oggi non cre­dono più nella buona fede di Israele.

Non crede alla buona fede di Israele, l’alta com­mis­sa­ria dell’Onu per i diritti umani Navi Pillay, che con­danna aper­ta­mente le azioni spro­por­zio­nate dell’esercito israe­liano chie­dendo l’apertura di un’inchiesta inter­na­zio­nale per accer­tare gli even­tuali cri­mini con­tro l’umanità, atti­ran­dosi le ulte­riori anti­pa­tie del mini­stro degli esteri israe­liano Avigdor Liberman che defi­ni­sce le Nazioni Unite come il “Consiglio in difesa dei diritti dei terroristi”.

Un’affermazione quest’ultima che s’inquadra in una lunga cam­pa­gna di dele­git­ti­ma­zione e inos­ser­vanza delle isti­tu­zioni inter­na­zio­nale da parte dello stato d’Israele. Si dele­git­ti­mano le isti­tu­zioni inter­na­zio­nali e si spera nella media­zione degli Stati Uniti. Ma, ripre­sen­tando le parole di Marcella Emiliani, tra le mas­sime esperte ita­liane e inter­na­zio­nali di Africa e Medio-Oriente: “fino ad oggi la pre­si­denza Obama non c’è riu­scita e spesso ha masche­rato le pro­prie dif­fi­coltà con l’ostico governo Netanyahu, lamen­tando le divi­sioni in campo pale­sti­nese. Non appena però i pale­sti­nesi sem­brano aver ritro­vato la pro­pria unità, tanto negli Stati Uniti quanto in Israele il coro è una­nime: con un governo soste­nuto da Hamas non si tratta. Bene. Ma cosa signi­fica allora per Washington e Gerusalemme «l’unità dei pale­sti­nesi»? Al-Fatah con chi dovrebbe ritro­vare un’intesa se non con Hamas? E soprat­tutto cosa hanno fatto Washington e Gerusalemme per raf­for­zare Abu Mazen, cioè̀ il pale­sti­nese che ha rinun­ciato al ter­ro­ri­smo come metodo di lotta poli­tica fin dal 1993?”

Non cre­dono nem­meno più nella buona fede di Israele i 50 riser­vi­sti israe­liani che si sono rifiu­tati di ser­vire il pro­prio paese, dichia­rando quanto segue:

“I resi­denti pale­sti­nesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza sono pri­vati dei diritti civili e dei diritti umani. Vivono in un sistema giu­ri­dico diverso dai loro vicini ebrei. Lì, abbiamo sco­perto che l’intero eser­cito aiuta a imple­men­tare l’oppressione dei palestinesi.”

Non crede più nella buona fede di Israele una parte del suo stesso popolo ebraico esterno e interno allo stato. Il con­senso dall’esterno di molti ebrei alle azioni mili­tari del governo israe­liano si è andato via via ero­dendo in tutto il mondo e in spe­cial modo negli Stati Uniti. Anche in Italia è pos­si­bile rin­trac­ciare tale ero­sione per esem­pio nelle parole di Moni Ovadia che sin dallo scorso anno affermava:

“Lascio la Comunità ebraica di Milano, fa pro­pa­ganda a Israele” ( 5 Novembre 2013).

L’opposizione interna, invece, si può indi­vi­duare non solo nella rea­zione dei mili­tari di non ser­vire più il pro­prio paese, ma anche nelle opere di gior­na­li­sti come Gideon Levy, che sulle pagine del quo­ti­diano più impor­tante d’Israele, l’ Haaretz scrive:

“Dopo che abbiamo detto tutto ciò che c’è da dire sul conto di Hamas – che è inte­gra­li­sta, che è cru­dele, che non rico­no­sce Israele, che spara sui civili, che nasconde muni­zioni den­tro le scuole e gli ospe­dali, che non ha fatto niente per pro­teg­gere la popo­la­zione di Gaza – dopo che è stato detto tutto que­sto, dovremmo fer­marci un attimo e ascol­tare Hamas. Potrebbe per­fino esserci con­sen­tito met­terci nei suoi panni e forse addi­rit­tura apprez­zare l’audacia e la capa­cità di resi­stenza di que­sto nostro acer­rimo nemico, in cir­co­stanze duris­sime.
Invece Israele pre­fe­ri­sce tap­parsi le orec­chie davanti alle richie­ste della con­tro­parte, anche quando que­ste richie­ste sono giu­ste e cor­ri­spon­dono agli inte­ressi sul lungo periodo di Israele stesso.” (Haaretz”, dome­nica 20 Luglio 2014)

Non hanno più cre­duto alla buona fede d’Israele gli sto­rici israe­liani tra i quali si pos­sono anno­ve­rare Simha Flapan, Benny Morris, Avi Shlaim, Ilan Pappé, e Tom Segev, che gra­zie all’apertura degli archivi di Stato israe­liani, di quelli del movi­mento sio­ni­sta e non ultimi degli archivi di Stati Uniti e Gran Bretagna, seb­bene divisi al loro interno sull’esistenza espli­cita di un piano arti­co­lato di epu­ra­zione etnica noto col nome di “Piano D”, hanno ammesso che nella con­giun­tura della guerra del 1948 e soprat­tutto nella sua fase finale, quand’era ormai evi­dente che Israele aveva vinto e quanto gli inte­res­sava era soprat­tutto con­so­li­dare i nuovi con­fini acqui­siti che allar­ga­vano la super­fi­cie asse­gnata agli ebrei dal piano di spar­ti­zione Onu, venne lasciata mano libera ai gene­rali israe­liani di “libe­rare” le aree acqui­site dalla popo­la­zione autoc­tona. Questa nuova ver­sione, suf­fra­gata da fonti d’archivio, ribalta com­ple­ta­mente il rap­porto Israele-profughi e non ha man­cato, come tutta la nuova sto­rio­gra­fia, di creare dibat­titi molto aspri e accesi tra gli intel­let­tuali, i poli­tici e la stessa società israeliana.

Non cre­dono alla buona fede di Israele Cile, Peru, Ecuador e Brasile, che hanno deciso di richia­mare i loro amba­scia­tori in segno di pro­te­sta con­tro le azioni mili­tari in Gaza.

Sono, dun­que sem­pre meno quelli che cre­dono nella buona fede di Israele. Come regola gene­rale dovrebbe valere che chi non è in grado di giu­di­care i pro­pri pec­cati o quelli dei suoi amici, dovrebbe aste­nersi dal giu­di­care quelli dei suoi nemici. E risulta ormai ovvio che il diritto di cri­tica non equi­vale all’antisemitismo, su cui comun­que biso­gna sem­pre vigilare.

E chi crede ancora in que­ste folli azioni mili­tari? Soltanto Stati Uniti ed Europa. Soltanto loro hanno il corag­gio di chia­mare ter­ro­ri­smo i razzi spa­rati in zone abi­tate da civili, ma legit­tima difesa le bombe che distrug­gono case, scuole, e ospe­dali ammaz­zando nell’80% dei casi donne e bam­bini. Perché con­ti­nuiamo a cre­dere che que­sta rea­zione sia giu­sta? Gli Stati Uniti hanno sem­pre difeso que­ste azioni per la forte pres­sione interna delle lob­bies come l’American Israel Public Affairs Committee. Ma l’Italia? e l’Europa? Possibile che ci sen­tiamo in dovere di essere moral­mente in debito sem­pre con tutti, lasciando che que­sto debito morale ci impe­di­sca di valu­tare la situa­zione in maniera lim­pida? Ma poi, si tratta solo di un debito morale o c’è dell’altro? Quando arri­verà il momento per l’Europa di met­tere in pra­tica i valori sui quali è fon­data, e pro­porsi come forza di pace nel medi­ter­ra­neo e nel mondo? Non è dato a sapersi.

Quello che si sa è che nel futuro di que­sto con­flitto pesano ancora molte inco­gnite. Il rischio è che pas­serà anche que­sto mas­sa­cro, si spen­ge­ranno len­ta­mente i riflet­tori, e nel silen­zio gene­rale il grido di dolore dei pale­sti­nesi si tra­sfor­merà nuo­va­mente in razzi. Le tele­vi­sioni magi­ca­mente si riac­cen­de­ranno per incol­pare i ter­ro­ri­sti di turno. Israele avrà agito ancora per diritto di difesa. E i pale­sti­nesi avranno perso un paio di mili­tanti e qual­che altro cen­ti­naio di donne e di bambini.

“Non val­gono le pro­te­ste, se le porta via il vento”, avrebbe escla­mato il Presidente Pertini.

Valerio di Fonzo – Fon­da­tore, edi­tore, e autore de IlGlobo.eu e Globalopolis.org.

Don’t Name the Dead Children

Posted in Palestina, Poesia, Politica, Società, Uncategorized with tags , on agosto 5, 2014 by Maria Rubini

Don’t mention the children.

Don’t name the dead children.

The people must not know the names

of the dead children.

The names of the children must be hidden.

The children must be nameless.

The children must leave this world

having no names.

No one must know the names of

the dead children.

No one must say the names of the

dead children.

No one must even think that the children

have names.

People must understand that it would be dangerous

to know the names of the children.

The people must be protected from

knowing the names of the children.

The names of the children could spread

like wildfire.

The people would not be safe if they knew

the names of the children.

Don’t name the dead children.

Don’t remember the dead children.

Don’t think of the dead children.

Don’t say: ‘dead children’.

Israel bans radio advert listing names of children killed in Gaza

(Guardian 24.07.14) M. Rosen

Fuori come un balcone

Posted in Politica, Società with tags , , on giugno 4, 2013 by Maria Rubini

indexAdesso siamo sicuri che anche Erdogan è  ‘fuori come un balcone’ !!!

Quale sarebbe il modello turco da  seguire?  Quello che fracassa la gente in piazza?

Poteva essere da meno dei suoi amici fedeli all’ Islam ridicolo  e manipolato di questi tempi  ? Sembra che la nuova generazione di presidenti arabi si stia divertendo ad essere goffa e in quanto goffa pericolosissima.

Devono avere letto tutti gli stessi manuali  e in tempi diversi li anno messi in pratica.

Inciampano su tutto quello che trovano ma non cadono, fanno un salto e picchiano duro chi gli sta davanti come se fosse colpa di altri se loro non sanno fare buona politica e non sanno leggere buoni testi islamici . Usano altoparlanti che minacciano a squarciagola, idranti, bastoni, manette, camionette schiacciagente, fumogeni e se finiscono le scorte passano ad armi chimiche.

Bello questo modello di Stato Islamico, chissà il Profeta Muhammad cosa ne pensa dall’alto della sua saggezza ? Secondo me è pentito dei troppi imbecilli che ha lasciato sulla terra e sta elaborando un nuovo messaggio per i musulmani di buona volontà che non vogliono essere confusi con questi disgraziati .

Dai Profeta se ci sei batti un colpo che qui non se ne può più di di cattiva propaganda.

 

 

Added by Enrica Schivardi  pubblicato su ArabPress

Il testamento spirituale di Benedetto XVI

Posted in Uncategorized on aprile 4, 2013 by Maria Rubini

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Mafia. E se chiudessimo la Commissione parlamentare antimafia?

Posted in Politica, Società with tags on gennaio 10, 2013 by Maria Rubini

La Commissione parlamentare antimafia è una di quelle Istituzioni che a mio modesto parere non serva a nulla, così come non serviva l’allora Alto Commissario per la lotta alla mafia. E’ un Ente tipicamente d’uso politico a che in verità non soddisfa affatto le esigenze di verità richieste non solo dai familiari delle vittime della mafia, ma in generale dagli italiani onesti. Tuttavia, la Commisione parlamentare antimafia, oltre ad essere inutile è anche vetusta: è nata nel 1962 e cos’ha prodotto sino ad oggi? La Commissione è la genuina esposizione del pensiero gattopardiano, “cambiare tutto per poi, come oggi, non cambiare assolutamente nulla”. Oggi la Commissione ha perso la possibilità di dare credibilità allo Stato; aveva l’obbligo di dare certezze e non fare ipotesi o porre domande.

Il suo presidente Beppe Pisanu, con la sua relazione sulla trattativa Stato-mafia, ha compiuto uno slalom per farci comprendere che “…ci fu almeno una trattativa tra uomini dello Stato privi di un mandato politico e uomini di Cosa nostra divisi tra loro e quindi privi anche loro di un mandato univoco e sovrano. Ci furono tra le due parti convergenze tattiche, ma strategie divergenti: i carabinieri del Ros volevano far cessare le stragi, i mafiosi volevano invece svilupparle fino a piegare”, Che significa, presidente, “convergenze, tattiche, privi di mandato univoco e sovrano”? Vorebbe farci intendere che soli gli uomini del ROS, in assoluta solitudine avrebbero condotto le trattative con Cosa nostra? Trovo anche puerile, per allontanare i sospetti dei politici, descrivere le trattative come una sorta di guardie e ladri, quasi a ridicolizzare i rapporti, peraltro già provati, tra Vito Ciancimino e i carabinieri.

Non vado oltre la lettura della relazione perchè la ritengo oscena e chiaramente viziata dal fine di “giustificare” la Casta. Insistere sull’ipotesi che la trattativa è stata un’iniziativa dell’Arma, senza il beneplacito del potere politico, è opinabile. Inoltre, offende la memoria di Falcone, Borsellino e di tutte le vittime delle stragi del 92/93. La relazione odierna, che chiude l’inchiesta della Commissione Antimafia sulla trattativa tra Stato-mafia, mi appare come un cocktail di copia-incolla, che qualsiasi “ragazzino” esperto d’informatica, può elaborare e scrivere. In buona sostanza, assomiglia ad uno di quei documenti stilati dai “servizi”, ne ho letti a centinaia, dove si fanno ipotesi e mai certezze. E allora mi chiedo: è mai possibile che per partorire una siffatta consclusione ci vogliano 25 senatori e 25 deputati? Non sarebbe il caso che la Commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, venisse definitivamente soprressa? Tanto, le mafie in Italia, c’erano prima del 1962 e ci sono ancora oggi e di certo sono ancor più forti; che questa Commissione non sia stata in grado di apportare miglioramenti alla lotta alla mafia è sotto gli occhi di tutti; che non sia stata nemmeno in grado d’incidere per evitare le morti è altrettanto innegabile. E quindi, mi auguro che il prossimo Governo prenda in seria considerazioni l’opportunità di chiuderla, e trasferire le sue risorse in fondi a chi le indagini le sa fare e le fa seriamente.

Pippo Giordano

Rivoluzione Civile, la presentazione di Antonio Ingroia

Posted in Politica, Società with tags , , , , , on dicembre 29, 2012 by Maria Rubini

antonio-ingroia-300x291Antonio Ingroia ufficializza la sua candidatura alla presidenza del Consiglio alla guida della lista Rivoluzione Civile.

Roma, 29 dicembre 2012

Pentagono: in Siria vincerà Assad

Posted in Politica with tags , , , , , , on novembre 30, 2012 by Maria Rubini

imagesCACX903XPer gli Usa i guerriglieri ribelli sarebbero troppo pochi per vincere la guerra civile. I servizi francesi sono d’accordo.

Con l’attuale rapporto di forze, la guerra civile in Siria la vincerà Bashar al Assad. Lo ha dichiarato un funzionario del Pentagono all’agenzia israeliana Debka, precisando che questa nuova previsione è dovuta allo scarso numero delle forze ribelli, nettamente inferiori a quelle governative. La notizia è confermata da fonti anonime dei servizi segreti francesi.

La stima fatta dagli strateghi del Pentagono quando cominciarono i primi scontri era di settantamila guerriglieri ribelli. Questa cifra avrebbe permesso, sempre secondo il ministero della Difesa Usa, di abbattere il regime di Assad in sei mesi.

Ma le cose non sono andate così. Il nuovo riconteggio parla di trentamila combattenti, di cui seimila jihadisti legati ad Al Qaida. «Ci sono ancora troppi reparti delle forze armate che sono rimasti fedeli al regime siriano», ha affermato il funzionario del Pentagono. Inoltre, Assad avrebbe beneficiato degli aiuti di Russia, Iran e dei libanesi di Hezbollah.

Il nuovo punto di vista non avrebbe però cambiato la strategia della Casa Bianca, decisa ad abbattere l’attuale governo siriano. Il nuovo passo riguarderebbe l’impiego diretto di corpi speciali sauditi e del Qatar sul terreno di scontro. Per quanto riguarda le truppe turche, invece, il primo ministro Tayyip Erdogan è stato costretto a fare marcia indietro, a causa delle pressioni dell’opinione pubblica interna, in maggioranza contraria alla guerra.

La Francia è sempre più convinta che l’unica soluzione per uscire da questa situazione sia introdurre la no-fly zone sui cieli siriani. Israele, invece, resta a guardare. Il capo di stato maggiore delle forze armate di Tel Aviv ha dichiarato che «Israele non si intrometterà in una questione interna di un Paese sovrano come la Siria». Aggiungendo: «Noi non parteggiamo per nessuno».

Franco Fracassi

Lettera aperta di un sacerdote arabo siriano al Presidente Francois Holland

Posted in Politica with tags , , , on agosto 6, 2012 by Maria Rubini

Non vorrei turbare la Sua gioia e quella dei Suoi elettori derivanti dal Suo recente successo alle elezioni presidenziali né soprattutto le speranza dei Francesi, ora che Lei è, per cinque anni, il Presidente della Repubblica Francese. Pertanto ho voluto ascoltare dall’inizio alla fine la Sua intervista su TV5. Ho accarezzato la vaga speranza di veder mutare definitivamente la politica da circo del Suo buffonesco predecessore.

Ascoltando l’intervista mi sono però subito interrogato sulla fondatezza delle mie aspettative ed ho dovuto rapidamente disilludermi. Sono rimasto sbalordito davanti al Suo aspetto di bravo ragazzo mentre si permetteva di esprimere, su tutto e su tutti, giudizi perentori, privi di sfumature ed esitazioni. Ma quando ho sentito parlare della Siria e del suo Presidente, ho avuto la sensazione di udire la medesima voce dei Maestri che hanno tramato perché Lei giungesse al posto che ricopre, all’unico scopo di condurre in porto il progetto di distruzione della Siria, che il Suo predecessore è stato incapace di realizzare. E questo alla prima apparizione in TV! Mi aspetto fermamente il prossimo disincanto dei Francesi. Per conto mio, da vecchio conoscitore della Francia e dei Francesi, mi sono sorpreso a dirmi: che fine dalla scomparsa del Generale De Gaulle!

Signor Presidente, prima di proseguire vorrei segnalarLe una coincidenza storica che Lei senza dubbio ignora; in caso contrario avrebbe evitato di farsi intervistare proprio il 29 maggio! In effetti c’è un altro 29 maggio durante il quale la Francia si è disonorata: si tratta del 1945. In quel giorno la Francia “mandataria” si è permessa di bombardare il Parlamento Siriano a Damasco, permettendo poi che i suoi soldati di colore assassinassero ventinove poliziotti presenti. Lo sapeva?

Signor Presidente, non è tempo per la Francia e per tutti Voi riflettere una buona volta su questa ignobile politica che dal 1916 – anno degli accordi tanto segreti quanto vergognosi, chiamati in seguito “accordi Sykes-Picot” – asseconda gli ordini del Sionismo, per la distruzione della Siria e del mondo arabo? Cosa c’era di più chiaroveggente e nobile, in tutta la Francia dell’epoca, delle perspicaci e chiare raccomandazioni che il signor Aristide Briand, ministro degli Esteri, diede al Console Generale a Beirut, il signor Georges Picot, in data 2 novembre 1915, in previsione di tali accordi: “Che la Siria non divenga un paese strangolato … Ha bisogno di una larga frontiera, che la renda un’entità autosufficiente”?

Di una Siria “autosufficiente”, come era già stata disegnata nel 1910 in una carta geografica emanata dallo stesso Ministero degli Affari Esteri, bisogna sapere cosa ne avvenne dopo che fu amputata a nordovest della Cilicia, a nordest della regione di Mardine, che è oggi l’attuale Iraq, di Mosul, ad ovest del Libano, a sud della Giordania e della Palestina, per essere privata nel 1939 di Antiochia e del Golfo di Alessandretta, offerti in dono alla Turchia!

Signor Presidente, c’è una domanda importante che, come cittadino arabo della Siria, devo porre a tutti i capi di Stato occidentali: “Perché avete bisogno di uccidere sistematicamente tutti i popoli arabi e musulmani?” Lo avete già fatto aizzando, nel decennio 1980-1990, l’Iraq contro l’Iran; quell’Iraq il cui sfortunato Saddam Houssein era considerato “grande amico” sia da Donald Rumsfeld che da Jaques Chirac! Seguì subito dopo l’imboscata del Kuwait, pretesto della guerra contro l’Iraq, seguita da un blocco di 13 anni che ha causato – secondo i rapporti degli stessi USA – la morte di 150.000 bambini iracheni!

Poi fu la volta della santa “guerra contro il terrorismo” in Afghanistan … Immediatamente seguita da una nuova guerra contro l’Iraq. Quanto all’immortale epopea della NATO in Libia, condotta dal generale-filosofo Bernard Henri Lévy, venne a rinnovare tali orrori, sotto il pretesto della difesa dei diritti umani. Ed ecco che da quindici mesi tutto l’occidente si accanisce contro la Siria, dimenticando una infinità di gravissimi problemi, a cominciare del conflitto arabo-israeliano, che minacciano realmente la sopravvivenza dell’umanità!

Voi praticate tutte queste tragiche politiche occidentali senza vergogna e rimorso, con la copertura di qualsivoglia falsità, doppiezza, viltà e travisamento delle Leggi e delle Convenzioni Internazionali.

Voi avete piegato ai vostri voleri queste Istituzioni Internazionali – quali le Nazioni Unite, Il Consiglio di Sicurezza ed il Consiglio dei Diritti dell’Uomo – nate soltanto per indirizzare il mondo intero verso la giustizia e la pace! Si nutre dunque, in Occidente, la stupida speranza di mettere fine in tal modo all’Islam?

I vostri pensatori e ricercatori non vi hanno fatto capire che in questo modo non fate altro che incentivare un Islam anomalo, che vi ostinate a finanziare, armare ed affiancare coi vostri agenti, dappertutto nei paesi arabi ma soprattutto in Siria?

Non vi rendete conto che questo falso Islam si ritorcerà presto o tardi contro di voi, al cuore delle vostre capitali, città e campagne?

Per tutto ciò lasciate ricordare, a me semplice cittadino siriano, che questo islam che voi armate ed aizzate contro il Mondo Arabo in generale e la Siria in particolare non ha nulla a che vedere col vero Islam, lo stesso che la Siria ha conosciuto dalla conquista araba, come anche l’Egitto e infine la Spagna.

C’è bisogno di ricordare che gli storici occidentali – tra i quali alcuni storici ebrei – hanno dovuto riconoscere che l’Islam conquistatore si è rivelato il più tollerante tra i conquistatori? O non siete piuttosto voi, capi di Stato occidentali nei loro differenti paesi, colmi d’opulenza e di “grandezza”, soltanto i vili esecutori dei progetti sionisti, da quei famigerati “accordi Sykes-Picot”, alla vergognosa “dichiarazione Balfour”, fino ai nostri giorni, e per molto tempo, si direbbe, preoccupati di fornire ad Israele tutto il sostegno possibile, palese o segreto, a tutti i livelli: politico, diplomatico, militare, finanziario e mediatico?

Certo, perché non avete esitazioni nell’assassinare e distruggere intere nazioni perché il solo Israele possa vivere e sopravvivere. In questo modo intendete porre rimedio al terribile complesso di colpa che nutrite nei confronti degli ebrei, dovuto ad un antisemitismo millenario e prettamente occidentale?

Bisogna continuare anche a prezzo della stessa esistenza di nazioni arabe e mussulmane, tra le quali gli ebrei hanno sempre condotto una vita quasi normale, fatta di cordialità e fattiva collaborazione?

Se le mie domande appaiono esagerate od oltraggiose, mi permetta di invitarLa a leggere ciò che hanno scritto sull’influenza del Sionismo negli Stati Uniti uomini come John Kennedy e Jimmy Carter e dei ricercatori coraggiosi e noti come Paul Findley, Robert Dole, David Duke, Edward Tivnan, John Meirsheimer, Stephen Walt, Franklin Lamb e soprattutto Noam Chomsky.

Per quanto riguarda l’influenza del Sionismo in Europa, mi limito alla sola Francia. Dal momento che è Sua la responsabilità, Le è permesso di dimenticare o ignorare quanto hanno scritto: Roger Garaudy, Emile Vlajki, Pierre Leconte, Régis Debray e soprattutto gli ebrei Michel Warshawshy, Stéphane Hessel, Serge Grossvak ed il Professor André Noushi.

Se per assurdo tutti questi nomi non Le dicessero nulla, mi lasci elencare alcuni nomi così noti nella stessa Israele che sarebbe disonesto ignorarli ed ignorare ciò che hanno osato dire da quaranta o cinquant’anni, alcuni molto prima della “creazione” d’Israele: Martin Buber, Albert Einstein, Yshayahou Leibowitz, Israel Shahak, Susan Nathan, Tanya Rheinhart.

Per finire, mi lasci ricordare un testo troppo noto per passare inosservato. E’ del mese di febbraio 1982. Da solo, costituisce e condensa l’implacabile diktat sionista, imposto da due dozzine d’anni a tutta la politica occidentale. Ha fatto la sua comparsa nella rivista sionista “Kivounim”, pubblicata a Gerusalemme. Si tratta d’un articolo intitolato “Strategia d’Israele negli anni ‘80” e porta la firma di Mr. Oded Yinon.

Mi basta riportarne soltanto un paragrafo, recentemente riportato in un libro intitolato “Quando la Siria si sveglierà …”, stampato a Parigi nel 2011 dall’editore Perrin. I suoi autori sono Richard Labévière e Talal El Atrache.

Vi si legge testualmente: “La spartizione del Libano in cinque province prefigura la sorte che attende l’intero mondo arabo, ivi compresi l’Egitto, la Siria, L’Iraq e tutta la penisola Araba. In Libano è un fatto compiuto. La disintegrazione della Siria e dell’Iraq in province etnicamente o religiosamente omogenee, come in Libano, è obiettivo prioritario per Israele, a lungo termine, sul suo fronte est; a corto termine, l’obiettivo è la dissoluzione militare di questi Stati. La Siria andrà divisa in più Stati, secondo le comunanze etniche, per cui la costa diverrà uno Stato scita, la regione d’Aleppo uno Stato sunnita, a Damasco un altro Stato sunnita ostile ai suoi vicini del nord, che forse si estenderà sul nostro Golan ed in ogni caso nell’Houran e nella Giordania del nord. Questo Stato garantirà la pace e la sicurezza nella regione, a lungo termine; si tratta di un obiettivo attualmente alla nostra portata.”

Signor Presidente, per finire mi lasci pregarLa di cercare di rendersi personalmente conto di quanto qui esposto e delle responsabilità che si assume prima che sia troppo tardi.

Un amico, prete francese, esperto conoscitore della Siria, Padre Jean-Paul Devedeux, ha intenzione di scriverLe oggi stesso. La sua lettera è un invito pressante che Le rivolge per una migliore conoscenza degli arabi in generale e della Siria in particolare. La posta in gioco è alta.

Si liberi del “ruolo” che altri cercano di imporLe, rendendosi libero. La Siria, “seconda patria di tutti gli uomini civili” – come ha detto un grande saggio, André Parot – e culla di tutte le civiltà, merita una visita. Non mancherà di stupirLa e di affascinarLa. Abbia il coraggio di conoscere da vicino.

Tornerà alfiere di un progetto di politica nuova, chiaroveggente e giusta, fatta di umano equilibrio, che poggia sui diritti ed i doveri di tutti verso tutti! La vita, la libertà e la dignità sono per tutti!

Nuovo Presidente della Francia, Le suggerisco di prendere l’iniziativa. Lei non potrà essere perdente come in questo momento, e lo sarà ancora di più domani se si volterà dall’altra parte.

Signor Presidente, riponendo in Lei le mie speranze, La saluto rispettosamente

Pr. Elias Zahlaoui – Chiesa Notre Dame di Damas Koussour – Damasco