Archivio per gennaio, 2009

Chávez, Correa y Aleida Guevara singing “Hasta siempre comandante”

Posted in America Latina, Politica with tags , , , on gennaio 31, 2009 by Maria Rubini

Intervista a Blanca Chancoso, leader della Confederazione delle nazioni indigene dell’Ecuador e portavoce dei movimenti di donne indigene in America latina.

In Ecuador siete riusciti ad ottenere una nuova costituzione che è il frutto delle lotte dei popoli indigeni. Oggi i popoli indigeni sono al Foro Sociale Mondiale e sono uno dei soggetti politici più importanti. Quali sono le vostre aspettative qui e come vedete il processo del FSM?
Credo che la cosa più importante sia che oggi in questo Forum gli indigeni non sono solo degli invitati, iniziamo ad essere parte della costruzione di un’alternativa di vita e per questo abbiamo una presenza attiva e apriamo di fatto degli spazi di riflessione importanti. Spero che questo ci permetta di riconoscere che in un altro mondo possibile ci sono popoli diversi che hanno gli stessi diritti. Anche se con cosmovisioni distinte, abbiamo delle responsabilità nel rispettarci mutuamente. Io credo che qui in questo Fsm uno dei temi centrali sia l’alternativa politica che prima si credeva venisse solo dal nord del mondo, mentre adesso viene dai tanti sud. Abbiamo dimostrato con le nostre lotte e vittorie che possiamo costruire alternative partendo dalle diversità, dando vita e sostanza a quella che è la vera democrazia a partire da quelli che sono gli stati plurinazionali, dove si garantiscono i nostri diritti e quelli della natura. Credo che in questo spazio abbiamo l’opportunità di far conoscere le realtà che stiamo vivendo, ribaltando l’immagine che in questi ultimi anni i governi volevano dare di noi quando sostenevano come gli indigeni avessero un atteggiamento egoista poiché si opponevano all’estrazione delle risorse. Questo da parte nostra non è egoismo, specie se consideriamo che hanno già estratto tutto quello che potevano e nonostante questo gli stati rimangono indebitati, mentre i popoli sono più poveri e gli indigeni vengono uccisi e rimangono senza terra. Noi siamo qui per dire che dobbiamo tutti insieme capire come costruire la solidarietà tra i popoli senza negare l’esistenza di uno o dell’altro.

Nella nuova Costituzione dell’Ecuador si parla per la prima volta al mondo di diritti della natura. Che valore ha per voi questa nuova Costituzione? Che cosa significa riconoscere diritti della natura?
Vedi, la Costituzione è stata una rivendicazione importante per i popoli indigeni, perché significa un elemento di cambio. Tuttavia non è il massimo. Ci sono risultati molto importanti, come il diritto della natura, ma affinché questi diritti vengano applicati ci devono essere dei responsabili e questi sono gli umani e le umane, i loro rappresentanti. Il riconoscimento dei diritti della natura, insieme alla plurinazionalità, è un elemento fondamentale nella nuova Costituzione. Tuttavia questo non garantisce che tutto ciò venga immediatamente applicato. Dobbiamo continuare a lottare affinché questi diritti vengano applicati e rispettati. Vi sono alcune contraddizioni nel discorso di accettazione della Costituzione da parte del governo e nell’applicazione delle politiche dello Stato ed è per questo che dobbiamo continuare a lottare e creare coscienza. La battaglia non è ancora stata vinta; è iniziata ed abbiamo ottenuto delle vittorie ma non è vinta del tutto.

In questo Forum si sta parlando moltissimo di un’altra idea dello sviluppo, a partire dal concetto di buen vivir.. Per voi popoli indigeni che significa superare l’idea attuale dello sviluppo?
Per noi buen vivir significa garantire lo spazio dove ogni individuo nasce, dove cresce e dove vive, garantire le opportunità di lavoro, di studio, il diritto alla salute e alla vita in quanto tale. Significa poter sorridere. Per noi tutto ciò è più importante dell’accumulazione di beni materiali. Avere le stesse possibilità, essere rispettati e rispettare. Noi crediamo che questo si debba costruire insieme perché siamo convinti che il cambiamento possa avvenire solo attraverso l’unione delle forze, altrimenti non ci potrà essere buen vivir. Vivere bene non è quanto vendi o quanto compri, bensì pensare a come possiamo vivere bene le nostre vite. Questa non è semplicemente una interpretazione, dobbiamo viverla concretamente. Vi sono esperienze millenarie che hanno dimostrato come sia possibile vivere in un’altra maniera e come il capitalismo non sia certo l’unica maniera di vivere e di relazionarsi.

Cosa vi aspettate dai movimenti sociali europei e del nord del mondo in questo forum?
Il mondo è di tutti e tutte; ci aspettiamo che ci sia un contributo da parte di tutti, nel rispetto e nell’appoggio reciproco. Dobbiamo camminare insieme ognuno nei propri spazi, garantendo la vita attraverso il sostegno reciproco. Ci deve essere un inter-apprendimento, non dobbiamo tornare al passato però dobbiamo considerare il passato per valutare il presente ed il futuro. Solo così ci sarà buen vivir e rispetto per la Madre Terra.

Giuseppe De Marzo – Carta

FSM 2009 Belem – Ieri la giornata dei presidenti

Posted in America Latina, Politica with tags , , on gennaio 30, 2009 by Maria Rubini

Ieri si sono svolti due incontri con i cinque presidenti presenti al forum. Lula non ha partecipato all’incontro dei capi di governo con i movimenti contadini per paura delle contestazioni, ma era presente al comizio serale con Chavez, Morales, Correa e Lugo.

Certo non capita tutti i giorni di vedere dei presidenti eletti confrontarsi in maniera orizzontale con i movimenti e cantare con fervore e allegria canzoni che inneggiano apertamente alla rivoluzione. Eppure è quanto successo nell’incontro di quattro presidenti latinoamericani con una delegazione dei movimenti del Forum Sociale Mondiale. «El pueblo unido jamas serà vencido», cantavano come giovani attivisti Fernando Lugo, presidente del Paraguay, Raffael Correa, presidente dell’Ecuador, Hugo Chavez, presidente del Venezuela ed Evo Morales, presidente della Bolivia. Un prete, un economista, un soldato ed un «indio» come simpaticamente ricordava Chavez nel suo intervento, sono oggi la rappresentazione istituzionale di una sinistra latinoamericana che si riconosce, almeno in parte, nel progetto e nella prospettiva tracciata in questi anni dal Forum Sociale Mondiale. Uno spettacolo unico di allegria e trasporto popolare impensabile dalle nostre parti, dove i politici fanno invece a gara per scaricare e dimettere qualsiasi atteggiamento possa essere ricondotto ad atteggiamenti «radicali». E invece pare proprio che una sinistra nazional popolare dal pensiero forte qui sia non solo possibile ma addirittura maggioritaria.
Nonostante la passione è stato un confronto vero quello con i quattro presidenti. Accanto a loro i rappresentanti della Cta – Central de trabajadores dell’Argentina, di Via Campesina, dell’Alleanza Continentale Sociale, di Jubileo Sur e delle organizzazioni di donne, che non si sono limitati nei loro interventi a elogiare il lavoro dei quattro. I temi affrontati sono stati diversi, dagli accordi commerciali, al debito ecologico, dalla sovranità alimentare alla necessità di spingere ulteriormente sul sentiero di una integrazione latinoamericana marcatamente anticapitalista basata sulle necessità immediate di tutti coloro che sono ancora esclusi e vivono in condizioni di grave emarginazione. Pedro Stédile, a nome di Via Campesina, che ha chiuso dopo l’intervento dei presidenti, ricordava infatti che il socialismo del XXI secolo di cui parlava precedentemente Chavez deve offrire risposte immediate e che ancora molto c’è da fare e che le sfide sono tutt’altro che vinte, anche se certamente siamo sulla strada giusta. È la prima volta che quattro presidenti decidono di venire nel luogo definito l’Assemblea dell’Umanità e di rendere omaggio ai movimenti sociali. «Questa è un cambio di epoca, più che un epoca di cambio», sosteneva Correa nel suo intervento. «Il consenso di Washington è finito. Nessuno poteva pensare dieci anni fa che ciò sarebbe avvenuto e questo lo si devo sicuramente alla spinta propulsiva ed alle lotte dei movimenti sociali. Il neoliberismo rappresenta la morte, mentre il Fsm la vita. Noi vogliamo costruire un altro mondo insieme a voi, a partire da un’azione collettiva che metta al centro la giustizia sociale ed il buen vivir, i diritti della foresta amazzonica ed un nuovo paradigma di relazione con il nord del mondo, che dovrà riconoscere l’enorme debito ecologico contratto con noi in questi secoli», ha detto il presidente ecuadoriano. Così come Fernando Lugo ricordava i momenti in cui negli anni passati partecipava al forum come semplice iscritto, viaggiando in pulman sino a Porto Alegre o a Caracas. «Siete voi la speranza ed il cambiamento reale. Voi ci avete dato la possibilità di essere qui e senza le vostre lotte noi non saremmo niente. La nostra anima non avrà pace sino a quando non avremo giustizia sociale per tutti». Il presidente paraguyano ha poi fatto un affondo al suo collega brasiliano Lula, chiedendogli apertamente di rivedere gli accordi capestro sullo sfruttamento delle risorse energetiche del suo paese, visto che un’integrazione vera passa solo per il rispetto mutuo ed ha poi chiuso ricordando il massacro dei palestinesi a Gaza, appellandosi al diritto internazionale.
Ma è stato Evo Morales, fresco vincitore del referendum che ha approvato la nuova Costituzione boliviana che rifonda il paese, a ricevere l’abbraccio simbolico più grande. «Qui ci sono i miei professori, i movimenti. Io non voglio essere da voi invitato. Io voglio essere convocato perché io rispondo a voi e mi dovete convocare anche per dirmi gli errori che faccio». Continuando, Morales ha non solo ricordato le vittorie del suo governo nell’ambito dell’affermazione di nuovi diritti ma ha anche parlato delle sfide che lo attendono: «Abbiamo delle grandi responsabilità, verso la vita, verso la giustizia e verso la nostra Madre Terra. Il cambio deve partire da noi. Siamo noi che dobbiamo continuare a cambiare ed io vi chiedo di continuare a guidarmi. Come dice il subcomandante Marcos, noi dobbiamo governare obbedendo al popolo». È stata poi la volta di Chavez che ha nel suo intervento ricordato più volte l’importanza della rivoluzione cubana anche nel processo culturale del Fsm. «Noi quattro siamo tutti figli di un tipo che si chiama Fidel Castro a cui va tutto il nostro amore e gratitudine per aver resistito da solo per cinquanta anni contro l’impero più pericoloso della storia. Oggi sono le vostre lotte che ci hanno portato qui e come dice Fidel, il testimone è passato a voi. Lui mi ha detto che siete voi che dovete guidare il mondo e cambiarlo». Chavez ha poi chiuso sugli Stati Uniti ricordando che bisognerebbe processare Bush alla Corte Penale Internazionale per genocidio e crimini contro l’umanità ed ha poi lanciato un segnale ad Obama, dicendogli che il Venezuela è disposto a dialogare però a partire dal rispetto reciproco che il suo popolo ed il continente meritano dopo un secolo di soprusi. «Ojalà Obama voglia cambiare, anche se ho forti dubbi al riguardo, visto che parliamo comunque della nazione che ha pensato, prodotto ed esportato con le bombe questo modello di morte chiamato neoliberismo che oggi esce sconfitto dalla storia e da tutti noi che insieme lottiamo per un altro mondo che non solo è possibile ma necessario. Questo mondo sta nascendo già qui da noi e, come un bimbo, fa i suoi primi passi, anche incerti, ma li fa. Questo continente come ricordava Bolivar è da sempre quello della Utopia ed oggi noi la vediamo crescere tra noi». Ha così concluso al fianco di Aleida Guevara, figlia del Che, il presidente venezuelano visibilmente emozianato.
La sfida è dunque la crisi del capitalismo e la forza che il popolo riuscirà ad accumulare per vincerla, e non i discorsi e le parole, ha infine ricordato Stédile, di Via Campesina, sostenendo come sia importantissimo il confronto continuo con questi quattro presidenti vicino ai movimenti. Movimenti che devono continuare ad essere autonomi ed a fare il loro cammino per il bene di tutti, proprio come ricordavano gli stessi presidenti. Alla fine tutti insieme abbiamo cantato la famosa canzone del poeta cubano Carlos Puebla dedicata a Ernesto Guevara: Hasta siempre. A farlo non c’erano nostalgici, né marginali della società, ma i principali movimenti e le forze vive del pianeta, insieme a quattro capi di stato venuti proprio nel luogo simbolo delle lotte sociali. Qualcosa di davvero inimmaginabile è successo e continua a succedere in America Latina.

Giuseppe De Marzo – Carta


OTRO MUNDO ES POSIBLE ( Y LO ESTAMOS CONSTRUYENDO) -FORO SOCIAL MUNDIAL BELEM DO PARA 2009 BRASIL

FORO SOCIAL MUNDIAL -BELEM DO PARA,-BRASIL : “OTRO MUNDO ES POSIBLE”…   MIENTRAS EN DAVOS FELIPE CALDERON POR MEXICO, ALVARO URIBE POR COLOMBIA Y MAURICIO MACRI POR ARGENTINA HABLAN DE COMO SALVAR AL CAPITALISMO, DESDE BRASIL IGNACIO LULA DA SILVA DE BRASIL, HUGO CHAVEZ FRIAS DE VENEZUELA, EVO MORALES DE BOLIVIA, FERNANDO LUGO DE PARAGUAY Y RAFAEL CORREA DE ECUADOR JUNTO A ORGANIZACIONES SOCIALES, AGRUPACIONES POLITICAS, CULTURALES, SINDICATOS, CAMPESINOS, INDIGENAS, CAMPESINOS SIN TIERRA Y ETNIAS DE TODOS LOS CONTINENTES, DEBATEN COMO ES EL MUNDO QUE ESTA EMERGIENDO.


Fidel non ci lasciare adesso… il sogno continua!

Posted in America Latina, Politica with tags , , , , , , on gennaio 30, 2009 by Maria Rubini

L’agenzia di informazione russa Ria Novosti afferma che un consorzio petrolifero nazionale russo è stato creato per la gestione di progetti petroliferi in Venezuela coopererà anche con la statale cubana Cubapetroleo. Le due aziende hanno firmato un memorandum lo scorso 23 gennaio. L’accordo è stato firmato alla presenza del vice primo ministro russo Igor Sechin e del vice presidente del consiglio dei ministri cubano, Ricardo Cabrisas. Il consorzio comprende le russe Gazprom, Rosneft, TNK-BP, Surgutneftegaz e LUKoil, ed è gestito dalla Gazprom; l’alleanza con il Venezuela è diretta dalla statale venezuelana Petroleos de Venezuela (PDVSA). Il petrolio prodotto sarà esportato negli USA, in Cina e in Europa.

Queso significa che le tre societa’  Gazprom, Cubapetroleo e la venezuaelana PDVSA, hanno ratificato l’ accordo, per vendere i loro prodotti sotto un unico marchio, per alcuni mercati.

Questo vuol dire  di fatto la fine del bloqueo

Gli idrocarburi e gas naturali, veranno venduti in tutto il mondo compreso gli USA.

Gli Yankee hanno accettato la società, come loro fornitrice. Da qui è un passaggio storico, anche se fatto diciamo sotto copertura, ma resta il fatto che gli USA accettano un prodotto made in Cuba.

Il presidente del Brasile, Luiz Inacio Lula da Silva, ha chiesto al presidente neo eletto degli Stati Uniti, Barack Obama, d’eliminare il blocco imposto a Cuba e di guardare l’America Latina con un sguardo di simpatia.

Cuba, ha precisato, non necessita favori e non deve fare alcun gesto, ha dichiarato.  “Obama deve eliminare  questo blocco perverso che ha impedito alla Rivoluzione cubana di sviluppare la sua traiettoria normale”, ha aggiunto Lula parlando durante  una visita in Venezuela.

Dopo la firma di vari accordi in compagnia  del presidente venezuelano, Hugo Chavez, Lula ha aggiunto: “Che paese straordinario e sviluppato potrebbe essere Cuba senza il blocco, con la formazione accademica e le sue scuole d’alta qualità. Non ci sono spiegazioni politiche, sociologiche, antropologiche, o scientifiche per giustificare la continuità del blocco”, ha affermato ancora il presidente Lula da Silva, che ha considerato che Obama dovrebbe conversare con leaders come Chavez o il presidente boliviano, Evo Morales.

Secondo Lula, il presidente eletto statunitense non è stato eletto con un processo “normale”, perché scegliere una persona negra è stata un’espressione straordinaria e lui deve dare trascendenza a questa volontà del popolo nordamericano. Il governante brasiliano ha considerato che ciò implica una politica differente verso l’America Latina, che parta dal rispetto delle sovranità, delle democrazie e di una convivenza rispettosa.

Che Dio conceda molta intelligenza e sensibilità ad Obama, affinché si renda conto che non dovrà permettere che i paesi piccoli dell’America Latina e dei Caraibi, che dipendono quasi esclusivamente dalle esportazioni verso gli Stati Uniti soffrano ulteriormente”, ha osservato Lula, avvisando che: “Dovrammo conversare prima che l’apparato dello Stato s’impadronisca di lui. Lo Stato è una macchina poderosa e se non lottiamo contro di lui, ci divora e non potremo più fare quello che desidereremmo”, ha detto.

“Presidente Obama: guardi l’America Latina con uno sguardo democratico, di simpatia, veda una regione che ha imparato a vivere in democrazia, a svilupparsi e ad occuparsi dei poveri: per tutto questo  lei dovrebbe fomentare  lo sviluppo e gli investimenti nella regione senza pregiudizi”, ha terminato Lula.


Un giro di ANSA

Posted in Politica, Rifondazione with tags , , , on gennaio 29, 2009 by Maria Rubini

29 GEN -Nichi Vendola dice sì ad una lista unitaria di tutte le sinistre, compreso Prc, per le prossime elezioni europee. In una breve conferenza stampa a Montecitorio il leader del Movimento per la Sinistra si è detto certo che il cartello elettorale delle sinistre potrà superare lo sbarramento del 4% che le forze parlamentari di maggioranza e di opposizione intendono imporre. Il governatore della Puglia ha anche confermato il percorso del nuovo soggetto politico nato dalla scissione di Prc: «Non accettiamo la torsione identitaria alla quale si è sottoposto Prc. Questo è solo un accordo elettorale. Per questa ragione non abbiamo dato vita ad un nuovo partito ma ad un movimento che con l’innovazione politica e culturale possa raggiungere l’obiettivo della unificazione della sinistra».(ANSA)

Dopo aver letto quest’ ANSA non sapevo se ridere o se piangere. Davvero. Siamo al delirio.  Nichi inizia a dare segni di squilibrio forte. Ma come! Manco esci da Prc e chiedi al Prc di unirsi al cartello elettorale? … Certo. L’idea è quella di dividersi per poi unirsi… giusto. E’ così che si ragiona. E’ tutto normale…

Fortuna che appresso ne sono arrivate altre. Di ANSA. Meno male!

EUROPEE: GRASSI (PRC),BASTA ARCOBALENO SAREBBE UN ‘ACCROCCHIO’
(AGI) – Roma, 29 gen. – “Un arcobaleno basta e avanza”. Claudio Grassi, numero due di Rifondazione comunista, boccia la proposta “di andare alle elezioni europee con un cartello elettorale che comprenda Sd, Verdi, Movimento per la sinistra, Prc e Pdci. Si tratta di una riedizione della Sinistra arcobaleno, fatta con la stessa motivazione: cercare di non sparire, ma senza nessuna seria condivisione politico programmatica”. Grassi e’ netto: “Se mai questo ‘accrocchio’ dovesse superare il 4%, i suoi parlamentari a Strasburgo si dividerebbero subito in tre gruppi diversi: quello verde, quello socialista e quello comunista. La sfida e’ un’altra. E’ quella di rilanciare Rifondazione comunista nelle lotte per ricostruire quella connessione sentimentale con il nostro popolo che due anni di governo Prodi hanno compromesso e unire quelle forze, costruendo con loro anche una convergenza elettorale, che condividono con noi un programma

EUROPEE: FERRERO, CI BATTIAMO CONTRO 4%, PER ORA NO CARTELLI

(ANSA) – ROMA, 29 GEN – Prc ritiene che si debba portare avanti con il massimo impegno la battaglia contro la legge elettorale europea con lo sbarramento al 4%. Quanto al cartello unitario delle sinistra proposto da Nichi Vendola per ora non c’e’ nessuna decisione. Lo ha detto Paolo Ferrero ai giornalisti in un breve incontro a Montecitorio. Il leader dei neocomunisti ha parlato di ”legge truffa” ed ha attaccato Veltroni che ”sta facendo tutto questo solo per salvare la sua leadership”. ”In ogni caso – ha aggiunto Ferrero – non do affatto per scontato che la legge elettorale venga approvata. Combatteremo fino in fondo. Del resto, darlo per scontato sarebbe come fare un regalo al leader del Pd”. Quanto alle giunte locali, l’ex ministro ha ricordato come il comitato per la democrazia, al quale Prc aderisce, abbia deciso per ora di sospendere tutte le trattative per la formazione delle liste per le prossime amministrative. Dunque, Prc non procedera’ a nessuna rottura, per ora, delle alleanze con il Pd nei Comuni, nelle Province e nelle Regioni ”Se facessimo cadere quelle giunte – ha osservato – avremmo come unico risultato quello di costruire una autostrada per l’ingresso dell’Udc”. Ferrero ha spiegato ai giornalisti di aver sentito telefonicamente Vendola. Ha quindi informato di aver sentito anche Veltroni, quando gia’ era noto l’accordo sullo sbarramento. ”Alle mie obiezioni – ha detto Ferrero – non ha saputo dare alcuna spiegazione, tranne la necessita’ di un sistema politico piu’ snello. Io penso invece che in questo modo consegnera’ il Paese a Berlusconi per altri 30 anni”.

Lettera aperta del segretario di Prc al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

Posted in Politica, Rifondazione with tags , , , on gennaio 28, 2009 by Maria Rubini

Roma, 28 gennaio 2009

Illustrissimo signor Presidente,

Le chiedo con urgenza un incontro per affrontare il tema del vero e proprio attacco alla democrazia che maggioranza e opposizione parlamentare intendono compiere approvando, a soli 4 mesi dal voto, una riforma della legge elettorale per le prossime elezioni europee che prevede un’unica clausola, l’innalzamento della soglia di sbarramento al 4%. Si tratta di un modo per uccidere la sinistra nel nostro Paese per via elettorale senza alcun rispetto delle opinioni dei cittadini italiani e senza alcun legame con l’esigenza della governabilità, problema che in sede europea non esiste.

Le chiedo dunque di vederLa per spiegarLe le ragioni della nostra contrarietà di fronte a quella che riteniamo una vera lesione delle regole democratiche.

La saluto con viva cordialità, auspicando una Sua pronta risposta a questa mia richiesta.  Paolo Ferrero

Riporto la lettera di Omar Minniti perchè è giunto il momento di agire. E’ giusto che sia così.  Avanti tutta compagni!

IL PRC NON PARTECIPERA’ AI LAVORI DEL CONSIGLIO PROVINCIALE DEL 30 GENNAIO. SUI NOSTRI BANCHI CI SARA’ IL CARTELLO “CHIUSO PER SBARRAMENTO. PD VERGOGNATI!”.

I consiglieri provinciali di Rifondazione Comunista, Omar Minniti e Giovanni Nucera, non parteciperanno ai lavori del prossimo Consiglio, convocato per venerdì 30 gennaio. Diserteranno l’assemblea in segno di protesta, contro il grave inciucio anti-democratico in atto tra il Pd e il Pdl sulla legge elettorale per le Europee, che prevede l’inserimento di una soglia di sbarramento al 4% e l’eliminazione – di fatto – della sinistra e dei partiti più piccoli anche dal Parlamento di Strasburgo.

Il Partito Democratico si sta rendendo complice di una decisione scellerata, che lede il diritto al pluralismo e la rappresentatività nel nostro Paese e non trova alcuna giustificazione plausibile, se non quella di frenare il tracollo di consensi dal parte del Pd. Una decisione che, come ha già annunciato il Segretario nazionale del Prc Paolo Ferrero, avrà delle ripercussioni immediate anche nelle Giunte e nelle maggioranze locali, dove “nulla sarà più come prima”. Questo vale anche per la Provincia di Reggio Calabria, dove Rifondazione è pronta a rimettere in discussione l’alleanza stipulata nel 2006.

Il 30 gennaio, sui banchi occupati dai consiglieri Minniti e Nucera ci sarà un cartello recante la seguente scritta: “Chiuso per sbarramento. PD vergognati!”

Reggio Calabria, 28 gennaio 2009
I Consiglieri provinciali del Prc

L’unica possibilità per uscire dal conflitto è l’accordo umanitario

Posted in America Latina, Politica with tags , , , on gennaio 28, 2009 by Maria Rubini

Il professor Gustavo Moncayo, padre di Pablo Emilio Moncayo, sottoufficiale dell’esercito detenuto dalle FARC da 11 anni, in un’intervista rilasciata il 12
dicembre 2008 ha dichiarato che l’unica possibilità per uscire dal conflitto colombiano è l’accordo umanitario, perché ritiene che altrimenti
“la violenza continuerà” .

Il professore, che da giugno ad agosto 2007 ha marciato per 1.200 km per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema dei prigionieri di guerra, ha affermato che “le parti devono sedersi ad un tavolo e dialogare”, perché il riscatto con la forza non rappresenta una soluzione ai problemi del conflitto.

Moncayo ritiene che se la guerriglia dichiarasse la liberazione unilaterale dei prigionieri, la violenza continuerebbe, il governo continuerebbe con i falsi positivi, insisterebbe nella stigmatizzazione degli intermediari e nel favorire la pratica della delazione, che brucerebbe i contatti. Ad una domanda sul tema della marcia, il professore ha risposto che l’idea era quella di presentare la proposta di utilizzare altri paesi come facilitatori e accompagnatori del processo dell’accordo umanitario, cosa che darebbe fiducia alle parti, sia al governo che alla guerriglia, di modo che tutte le risorse che si investono nella guerra potrebbero essere impiegate in forme diverse, ad esempio riassegnando le terre agli sfollati, migliorando il sistema educativo, migliorando il servizio sanitario.

Lo scambio umanitario rappresenta l’unica credibile possibilità per uscire
dal conflitto che insanguina la Colombia; solo il governo paramilitare e la
cosiddetta comunità internazionale sembrano non accorgersene!

Nel momento in cui i grandi media sud e nordamericani, e quelli europei, sono impegnati a presentare l’azione di Uribe contro la guerriglia secondo la dottrina del Plan Patriota, e cioè come una meritoria impresa di ristabilimento dell’autorità dello stato democratico contro la minaccia terrorista, e non come il principale camuffamento di una dittatura di fatto, la testimonianza a favore di una vera pace, come quella che si esprime attraverso le marce del professor Moncayo, è scomoda. Di questo passo i grandi media sud e nordamericani, e quelli europei, cominceranno a chiedersi se un Premio Nobel per la Pace non goda di un prestigio esagerato, e se il professore non abbia ricevuto finora già troppa attenzione. Per il Nobel per la Pace Ingrid Betancourt è perfetta. Ingrid Betancourt accontenta tutti. Tutti quelli che contano.

Forse per far fare qualche piccolo passo avanti alla pace in Colombia non c’è bisogno del Nobel per la Pace. Forse non c’è bisogno neanche di Giovanna d’Arco o di Santa Caterina da Siena. Di sicuro c’è molto bisogno del professor Moncayo. Nobel o non Nobel.

FARC-EP   Lettera al professor Gustavo Moncayo

Plaza de Bolívar, Bogotá

Dalle montagne, le giunga il nostro rispettoso saluto ed il sentimento di ammirazione per la sua recente prodezza.

Abbiamo sentito come, nella misura in cui avanzava la sua marcia, andava crescendo nella coscienza dei colombiani la necessità e l’urgenza dell’interscambio umanitario.

Pur prevedendo la risposta del Presidente, mai avremmo pensato che sarebbe stato così offensivo nei confronti del suo sforzo, del suo amore di padre e di quelle manifestazioni di solidarietà scatenatesi al suo passaggio nei paesi e nell’entrata a Bogotá.

E’ incredibile che Uribe si rifiuti di smilitarizzare temporaneamente un territorio affinché le parti concordino l’interscambio umanitario, anteponendo considerazioni che sono prive di senso nella misura in cui, dandosi l’interscambio, l’andamento delle istituzioni non peggiorerebbe in alcun modo. Egli non ha voluto nemmeno ascoltare i ragionamenti dell’ex-presidente López Michelsen, che ha passato i suoi ultimi giorni sostenendo questa nobile causa.

Osservando quanto successo sulla scalinata del Congresso, molti compatrioti staranno certamente pensando che la battaglia per lo scambio di prigionieri ha bisogno del popolo, e molto: che si riempia permanentemente la Plaza de Bolívar reclamando la smilitarizzazione per l’interscambio, la soluzione politica del conflitto, la fine della “Sicurezza Democratica” che è guerra e repressione contro il popolo, e che ci sia spesa sociale, come chiedevano i manifestanti nell’improvvisata iniziativa.

Professore: i tre mesi indicati dal Presidente Uribe basterebbero soltanto a realizzare i primi interscambi di opinioni tra le parti contendenti, perché uno scontro di 43 anni per il superamento di problemi politici, economici, sociali, culturali, ambientali e di sovranità del paese, potrebbe essere risolto esclusivamente se il governo sconfiggesse l’insorgenza o se la guerriglia sconfiggesse il governo. La proposta del Presidente è fatta di demagogia elettorale.

Ma tornando alla questione dello scambio, una riflessione finale: quello che è veramente grave e grottesco per l ’istituzionalità, è quella sorta di sedizione uribista contro la Corte Suprema di Giustizia in difesa dell’impunità dei suoi soci narco-paramilitari, e non la smilitarizzazione di Pradera e Florida per pochi giorni e per ragioni umanitarie, al fine di facilitare l’accordo.

Compatrioti

Montagne della Colombia, 8 agosto 2007

Segretariato dello Stato Maggiore Centrale delle FARC-EP

La Bolivia da oggi è un paese democratico

Posted in America Latina, Politica with tags , , , on gennaio 27, 2009 by Maria Rubini

“Una vittoria che porterà alla rifondazione della Bolivia.  E’ la fine del colonialismo. E’ finito il colonialismo interno e quello esterno. Abbiamo posto fine anche al neoliberismo. Niente fermerà la trasformazione profonda e democratica. Milioni e milioni di cittadini boliviani garantiranno la rifondazione del Paese”  Evo Morales

Per la prima volta in quasi 200 anni di Storia la Bolivia ha una costituzione che include tutti i boliviani e non solamente la minoranza creola. La maggioranza di cittadini che l’ha approvata è stata vastissima, tra il 57 e il 64% dei voti, a scrutinio non ancora terminato. Dopo il Venezuela e l’Ecuador la Bolivia è il terzo paese del Sudamerica (e del mondo) a reggersi su di una Costituzione partecipativa. E il latifondo non esisterà più!
Nonostante la netta espressione della volontà popolare l’opposizione reclama di aver vinto nell’Oriente, la cosiddetta Media Luna ricca, i dipartimenti di Santa Cruz, Beni, Pando e Tarija e continua a profilare una lotta di lunga durata per spaccare il paese. Se si guarda ai numeri vi è una differenza importante tra il 75% di “Sì” a La Paz o a Cochabamba e il 70% di “No” di Santa Cruz e Beni, che sfumano però a poco più del 50% a Tarija e Pando ma la verità è che tale differenza non regge più a simulare un paese spaccato. Perché la Bolivia, il paese dell’apartheid, era spaccato ieri ma da oggi ha lo strumento, la nuova Costituzione che era alla base del programma politico del MAS (Movimento Al Socialismo) di Evo Morales che permetterà al paese di non essere più spaccato domani.
Alla grande maggioranza indigena fino al 1952 non era neanche permesso di votare, ma per la prima volta oggi una Costituzione prende atto e difende le lingue indigene, i costumi, il diritto a mantenere lo stile di vita con dignità e non avere solo un destino servile nelle case, nei campi e nelle miniere dei creoli. Da oggi vi saranno discriminazioni positive in favore degli indigeni, per permettere il loro inserimento nella vita pubblica e politica e per il riconoscimento della proprietà comune della terra, dell’acqua, delle foreste.
Allo stesso modo la Carta include per la prima volta una cultura di genere che garantisce le donne boliviane e profila, nonostante resti per future legislazioni, l’introduzione del diritto sessuale e riproduttivo. Si eleva al rango di diritti umani inviolabili la disponibilità di acqua potabile e altri servizi primari, finora lasciati alla giungla del mercato. Sia l’acqua che gli idrocarburi sono disponibilità esclusiva di tutti i boliviani e sono esclusi da ogni possibile forma di privatizzazione. Inoltre per la prima volta nella Storia la religione cattolica non è più religione ufficiale e lo Stato si considera indipendente da questa.
Come in Venezuela, ma il meccanismo è già stato trionfalmente sperimentato quest’anno da Evo Morales, che potrà ricandidarsi per un secondo periodo, è introdotto il referendum revocatorio, che permetterà ai cittadini di mandare a casa a metà mandato qualunque carica elettiva. La coca infine, che non era neanche nominata dalla vecchia Costituzione, diviene oggi patrimonio culturale del paese, da difendere in nome della coesione sociale e come risorsa naturale genetica e biologica in nome della biodiversità della natura boliviana.
La ricerca spasmodica di un paese più giusto per tutti è testimoniata da un dettaglio. Parallelamente al voto per la Costituzione i boliviani erano chiamati a decidere se l’estensione massima di una proprietà terriera, il latifondo dovesse essere di 5 o 10.000 ettari. Ebbene quasi quattro elettori su cinque, il 78% ha scelto di mettere un limite a 5.000 ettari. Inizia così un processo, che potrebbe durare decenni, al termine del quale il latifondo in Bolivia non esisterà più. Per il momento non saranno toccate le proprietà esistenti ma a due condizioni: che siano effettivamente utilizzate e che il lavoro salariato sia rispettato e non mantenuto in semischiavitù come spesso avviene tutt’ora.

fonte www.gennarocarotenuto.it