Il programma della Sinistra Europea

«Stiamo lavorando per un accordo di tutta la sinistra radicale e comunista, per una lista unitaria tra Rifondazione, il Pdci, Sinistra critica e gli altri movimenti. Non si può fare invece una lista così slavata da non sapere dove andrà in Europa o da non avere contenuti chiari. Ad esempio i socialisti in questi anni hanno detto cose diverse dalle nostre». Prima di entrare al teatro Carcano di Milano, che ospitava l’iniziativa di Rifondazione per presentare il programma della Sinistra europea, Paolo Ferrero invia un messaggio – via agenzie – all’assemblea di Firenze. Poi, dal palco, spiegherà meglio, dirà che va bene una lista unitaria delle sinistre alle europee ma che vada nel Gue, il gruppo unitario della sinistra alternativa, «non col compagno Craxi, e che realizzò quell’unità con la rinuncia ai simboli del movimento operaio. Non basta dirsi di sinistra in Italia e poi votare la Bolkestein a Strasburgo».
Prima di lui anche Vittorio Agnoletto, eurodeputato del Prc, dal palco del Carcano aveva interloquito con i convenuti a Firenze per ricordare gli sforzi per dirottare il gruppo socialista dall’iniziale fascinazione per la direttiva che avrebbe innalzato a 65 ore l’orario settimanale. O quella direttiva che porta il nome di Claudio Fava per la quale se un padrone viene scoperto a sfruttare un migrante senza documenti viene condannato a pagargli le spese di espulsione. «Così chi avrà mai il coraggio di denunciare il suo sfruttatore?», si chiede Agnoletto di fronte alle sei-settecento persone che hanno riempito il teatro per ascoltare una narrazione polifonica di esperienze di lotta e di elementi di programma.
Ospiti d’onore: i leader della Linke, Lothar Bisky, e del Synaspismos, Alexis Tsipras, introdotti dal responsabile esteri, Fabio Amato. Convitato di pietra: la crisi. Una crisi raccontata innanzitutto con le voci di una città dove in 250mila rischiano il posto e la cassa integrazione è aumentata del 251% quella ordinaria e del 145% quella straordinaria. Ha spiegato il segretario provinciale Prc, Nello Patta, che Milano è un laboratorio dell’insicurezza (dai pogrom di Opera alle ronde) e di un blocco di potere composto da banche, multinazionali, poteri pubblici con alcune superfici di contatto con la finanza criminale. Un capitalismo di infima qualità che sta mettendo a rischio il 20% del residuo insediamento industriale. Ma è una città capace di «nuovi segnali». Dalla resistenza dei 70 operai dell’Innse a quella delle lavoratrici Benetton, degli spazi sociali e degli antirazzisti che la sera prima hanno confinato una ronda padana sotto un ponte. Poi ci sono i gruppi di acquisto popolari di cui parla Luciana Maroni, e l’Onda, «scomparsa dai giornali ma non dalle università e attiva in Grecia e in Francia», dice Cristina Palmieri.
Storie che dicono «nulla di nuovo ma tanto di vero». Come quella di Nicoletta, sindacalista Sdl, precaria della sanità pubblica, 2 figli, 1.300 euro e scadenza
tra un anno. Come quella di Mariangela Tognon, scodellatrice, ossia lavoratrice delle mense scolastiche comunali. «E’ una crisi che divide», spiega Marina Benuzzi, della Cgil, individuando nel contratto nazionale il luogo per la redistribuzione. Crisi e resistenze raccontate soprattutto da donne perché non sfugga che la lotta al patriarcato non può essere scollegata a quella contro il capitalismo. E se Anita Sonego, dell’Università delle donne, parte dalle istanze dei corpi sotto controllo (da quello di Eluana a quello dei migranti), Agnoletto fornisce altre cifre rivelatrici della magnitudo della crisi: +41% dei furti nei supermercati, +20% dei pignoramenti di immobili, +230% di chi ricorre alle lotterie.
E’ questo il quadro su cui deve calarsi il programma comune della Sinistra europea (venti partiti e altri 12 come osservatori). Perché la crisi «che è economica, ecologica, alimentare e di democrazia – dirà Ferrero – è il frutto della globalizzazione che ha puntato sulla finanziarizzazione dell’economia e sulla sistematica compressione dei salari». Per questo è impensabile uscire dalla crisi con i sacrifici, «sono stati i sacrifici a produrre la crisi». La ricchezza c’è e va redistribuita. In 25 anni 150 miliardi di euro si sono spostati dal monte salari a quello dei profitti. «La crisi, allora, dovranno pagarla i ricchi», insiste il segretario di Rifondazione enunciando una piattaforma che va dal salario sociale per i disoccupati all’ampliamento della cassa integrazione (per pubblico e privato, stabili e precari), dal controllo pubblico del credito alla Tobin Tax alle nazionalizzazioni per riconvertire l’economia.
Il livello europeo è evidente, è lì che si costruisce l’alternativa. E l’antiberlusconismo «urlato o no» non basta. L’accondiscendenza di Di Pietro alle grandi opere berlusconiane, l’ambiguità del Pd nella costruzione della guerra tra poveri non sono utili a bloccare il mix di razzismo, sessismo e clericalismo con cui le destre provano a unire ciò che disgregano con le loro politiche economiche. «La crisi del Pd è strategica», conclude Ferrero indicando nella produzione di forme di conflitto e di solidarietà la strada per la construzione della sinistra alternativa, «che non sia l’ala sinistra del Pd».

Checchino Antonini – Liberazione

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