Il partito sociale: se sapremo ben intrecciare inchiesta e azione politica, diverrà la base di un nuovo, diffuso movimento anticapitalista

Al venir meno della forza sociale e politica del movimento dei lavoratori ha corrisposto in questi ultimi decenni la quasi completa scomparsa di studi e ricerche capaci di descrivere sia la concreta realtà dello sfruttamento sia la persistente contraddizione tra capitale e lavoro e quindi le persistenti tendenze, magari nascoste o sviate, al conflitto. Non che siano mancate, in questi anni, inchieste e analisi sul mondo del lavoro, o che sia venuta meno qualunque attenzione agli strati più poveri della società (pensiamo, per quanto riguarda questi ultimi, soprattutto alle pregevoli indagini della Caritas). Ma in quasi tutti i casi il committente dell’indagine non è più un movimento sindacale e politico interessato a fare dell’inchiesta uno strumento di crescita del conflitto. Sono piuttosto istituzioni, università, associazioni caritatevoli; enti per i quali sia la vecchia classe operaia che i nuovi lavoratori sono solo oggetto : di politiche pubbliche, di redditizi progetti di ricerca, di interventi di solidarietà. Da protagonista dell’ azione sociale la classe operaia è divenuta parte della più tradizionale questione sociale , intesa come questione accessoria e secondaria rispetto a quella della crescita capitalistica. Al massimo, al lavoro viene assegnato il ruolo di “risorsa umana”, da considerarsi al pari di altre risorse e al pari di altri “stakeholder”: consumatori, imprese di filiera, cittadini e istituzioni territoriali. Solo occasionalmente, e solo a seguito di gravi incidenti mortali, la pesante realtà materiale del lavoro torna alla luce: ma non come problema civile e politico, bensì come uno dei tanti orrori da servire nel mercato televisivo, condito da abbondanti dosi di finta indignazione e di insopportabile patetismo. Il risultato di tutto ciò è che ormai il mondo del lavoro e delle classi subalterne è quasi del tutto sconosciuto, anche a chi, come noi, vorrebbe trovare proprio in questo mondo il principale referente della propria azione politica. Una situazione, questa, che dipende anche da ragioni interne al nostro modo di fare politica: da una certa abitudine, favorita dalla necessità di tener testa alla macchina ideologica neoliberista, a costruirsi l’immagine consolatoria di una classe operaia sempre uguale a sè stessa; ma soprattutto dal grave allontanamento dalle classi popolari a causa di politiche autoreferenziali e di derive istituzionalistiche. Da questo discende la decisione di far sì che l’inchiesta divenga una delle modalità normali del rapporto del partito con una società in continua trasformazione, uno dei più importanti mezzi per la ricostruzione del radicamento sociale del partito: nella convinzione che le cose che non conosciamo sono maggiori di quelle che crediamo di conoscere. Una decisione che diviene ancor più importante oggi, quando la crisi accelera e modifica tutte le dinamiche sociali e ci impone di aggiornarci continuamente sulle evoluzioni delle condizioni di vita e delle aspettative di quella che chiamiamo la “nostra” gente. Se, come è giusto, poniamo la ripresa del conflitto come condizione essenziale di una politica di contrasto alla gestione capitalistica della crisi, la comprensione dettagliata del modo in cui i conflitti concretamente si attuano o possono attuarsi è condizione essenziale di una credibile politica dei comunisti. Da tutto questo è nata l’idea di questa prima inchiesta nazionale sull’atteggiamento dei lavoratori di fronte alla crisi: un tentativo di percepire “in tempo reale” le tendenze dei lavoratori per ricavarne indicazioni sul nostro intervento. Va detto subito che la prima indicazione riguarda proprio la persistente inadeguatezza del partito rispetto al compito dell’inchiesta, inadeguatezza mostrata dall’ancora insufficiente diffusione e raccolta dei questionari. Si tratta di una carenza comprensibile in un partito che è impegnato, su molteplici fronti, in una dura battaglia politica e che naturalmente fatica a dotarsi di strumenti nuovi: come si suol dire, dobbiamo riparare il motore mentre l’auto è in corsa, e non è affatto semplice. Ma bisogna farlo, e accanto a un “riaggiustamento” dei modi e dei tempi dell’inchiesta, va condotto un serio confronto politico nelle strutture del partito, mirato alla diffusione e alla piena utilizzazione di questo strumento. Tale confronto può essere facilitato dal fatto che i primi e pur parziali risultati della nostra inchiesta sono già sufficienti ad accendere l’interesse per ulteriori approfondimenti. Dalle risposte raccolte emergono infatti dei sintomi assai interessanti che, pur se relativi a una parte limitata dei lavoratori (quella più “classica”, maggiormente stabile, concentrata in unità produtive medio-grandi, a maggioranza adulta e di sesso maschile), ci dicono cose non scontate che meritano di essere oggetto di verifica e di particolare riflessione politica. Il dato forse più significativo è che l’ideologia della “guerra tra i poveri” non ha conquistato la parte più combattiva e organizzata della classe: i lavoratori che pensano di rispondere alla crisi scaricandone gli effetti su precari e immigrati, dall’inchiesta risultano essere molti di meno di quelli che puntano su una forte azione comune di difesa. Questo dato è sostanzialmente confermato dal clima registrato in assemblea da vari sindacalisti. Potremo quindi dire che per quanto riguarda il tessuto delle aziende sindacalizzate, ad oggi, non si verifica uno scivolamento significativo verso posizioni da “guerra tra i poveri” che sarebbe quindi un elemento più agito dall’esterno (la Lega Nord) che un dato interno al mondo del lavoro. Procedendo con molta cautela, si tratta quindi di monitorare il fenomeno con attenzione, anche perché su questo punto non abbiamo dati precedenti che permettano di comprendere l’evoluzione delle posizioni corporative e razziste, e sarà necessario controllare costantemente il modificarsi degli atteggiamenti. Molto interessanti, inoltre, sono le considerazioni sugli strumenti e sugli obiettivi dell’azione collettiva. Quanto agli strumenti emerge una chiara opzione verso un sindacato “forte e unitario”, che però non si traduce in un affidamento passivo alle strutture esistenti: di queste infatti si contesta molto più l’arrendevolezza che l’”eccesso” di conflittualità, e parti significative di lavoratori indicano l’esigenza di un rinnovamento, attraverso la creazione di nuovi sindacati o attraverso il rafforzamento di strutture di base. Più tradizionale, e sotto molti aspetti più ovvia, è invece l’individuazione degli obiettivi: la difesa del posto di lavoro viene infatti indicata come obiettivo più importante rispetto all’aumento del salario e al miglioramento delle condizioni di lavoro; le ipotesi di salario sociale sono preferite al rafforzamento della cassa integrazione soprattutto nelle realtà a minore industrializzazione, come quella meridionale. Meno ovvie sono forse le considerazioni sul modo migliore per difendere il salario: pochi sono coloro che puntano sulla contrattazione aziendale (smentendo così l’idea dell’adesione dei lavoratori allo smantellamento del contratto nazionale), maggiore è il numero di coloro che fanno affidamento sulla contrattazione nazionale, ma prevalente è il numero di coloro che indicano come soluzione la diminuzione delle tasse sui redditi da lavoro dipendente. Questo atteggiamento è probabilmente il frutto di più elementi, a partire dalla consapevolezza della propria posizione di scarsa forza nel rapporto contrattuale con la controparte e da una accentuata delega al terreno della politica per la soluzione dei problemi che un tempo venivano affrontati e risolti direttamente sul terreno strettamente sindacale. Si tratta solo di sintomi, conviene ripeterlo, ma comunque assai interessanti, perché indicano che, probabilmente, divisioni e sfiducia non sono ancora penetrate a fondo in alcuni importanti comparti del lavoro, che una lotta collettiva e unificante è ancora possibile, e che i suoi strumenti e i suoi obiettivi sono in parte univoci, ma in parte sono soggetti a interpretazioni molteplici e a soluzioni differenziate. Ed è in particolare qui che deve situarsi l’intervento del partito, nel selezionare gli obiettivi che abbiano maggiore capacità unificante, nel proporli ai lavoratori sia direttamente sia attraverso l’azione dei nostri militanti sindacali, nell’impegnarsi per modalità democratiche di definizione delle piattaforme. Certo, nel nostro campione sono sottorappresentate parti importanti del mondo del lavoro (donne, precari, atipici, immigrati, lavoratori delle piccole imprese e lavoratori formalmente autonomi), alcune delle quali sono spesso ritenute più permeabili alle tendenze individualistiche e in senso lato “leghiste”. Ma come raggiungere questi lavoratori che, per definizione, sono dispersi nelle più frantumate unità produttive o negli intricati e mobili territori urbani? Saranno necessari, certamente, nuovi accorgimenti analitici, scelte di particolari campioni, ecc. Ma non basterà affinare le tecniche di ricerca: infatti le parti maggiormente disperse e frammentate del lavoro possono essere intercettate solo se e in quanto crescono la presenza e l’influenza politica del partito. Ed anche per questo bisogna insistere sul partito sociale : tra i suoi molteplici effetti, quest’ultimo ha infatti anche quello di costruire, attraverso esperienze mutualistiche che si realizzano più nei territori che nelle imprese, i luoghi in cui tutto il lavoro, anche quello atipico, precario e meno organizzato, può convergere, riconoscersi ed essere riconosciuto. I luoghi in cui, dato il tipo delle questioni affrontate (generalmente esterne al terreno produttivo, e relative piuttosto alla riproduzione: consumo, assistenza, gestione della vita quotidiana) le donne assumono ruoli ancor più incisivi e dunque meglio si prestano all’interlocuzione. Il partito sociale è già di per sè stesso un iniziale ed elementare momento di inchiesta, perché ci mette in rapporto con persone che da tempo non incontravamo più e con dimensioni che raramente abbiamo frequentato; perché ci permette di conoscere con maggior precisione i bisogni e di far parlare chi, in genere, non ha voce nell’attuale dibattito “pubblico”. Allargando ulteriormente le sue reti il partito sociale può, in aggiunta, creare i bacini da cui attingere nuove conoscenze sulla vita, sul lavoro, sulla propensione alla mobilitazione di tutti coloro che costituiscono il fluttuante universo di quel lavoro “mobile” che oggi è particolarmente esposto all’insicurezza e quindi alla propaganda sicuritaria e che domani, se sapremo ben intrecciare inchiesta e azione politica, diverrà la base di un nuovo, diffuso movimento anticapitalista.

Paolo Ferrero

da Liberazione

10 Risposte to “Il partito sociale: se sapremo ben intrecciare inchiesta e azione politica, diverrà la base di un nuovo, diffuso movimento anticapitalista”

  1. Questo articolo riporta contenuti, proposte, posizioni che condivido pienamente. Studio sociologia e il mio desiderio massimo è quello di poter collaborare a ricerche che siano punto di partenza per la critica e per un dispiegarsi consapevole di successive politiche aderenti al principio del miglioramento e della giustizia sociale. Non vorrò mai essere, anche a fronte di una retribuzione, avvaloratrice di ipotesi e tesi costruite per legittimare progetti spinti e orientati da interessi tutt’altro che leciti..

    Continuo a essere piacevolmente colpita dalle dichiarazioni di Paolo Ferrero.

  2. Io invece di Ferrero, non condivido più nulla, non tanto per quello che va dicendo perchè sono le stesse cose che vengono dette da anni e anni, è il solito ritornello vecchio e non più funzionale…sempre lo sia stato…e non mi pare.
    Bisogna dire basta con gli slogan, non sono più di moda…per alcuni ancora si, ma per i consensi direi proprio di no, bisogna indicare delle risoluzioni ai numerosi problemi che ci sono, ma le risposte da dare non devono portarci al 1921, perchè è esattamente quello che succede nella rifondazione rimasta…soliti slogan e soliti veleni.
    Ferrero, ma principalmente chi lo sostiene e lo ha sostenuto a Chianciano, ha rotto quello che era il partito che doveva nascere, e cioè La nuova Sinistra unita, perchè solo di questo abbiamo bisogno per trovare i giusti consensi e non mi si venga a dire ci si è già provato con la sinistra arcobaleno, non è vero, molti all’interno di rifondazione hanno remato contro, questa è la verità.
    Io sosterrò Sinistra e Libertà nella speranza che in un futuro non molto lontano, nessuno più, possa sentirsi investito di una missione e di ergersi a detentore della verità senza porsi che certe problematiche, oggi, sono completamente diverse dai secoli trascorsi.
    roby

  3. Ogni posizione è legittima e rispettabile, quindi non entro in polemica.
    Io contiuo a sostenere Ferrero perchè non parla per slogan ma unisce l’elaborazione teorica (e non poetica, questa lasciamela passare) alla pratica comunista.
    Il partito sociale non è un illusione ma è realtà che si sta concretizzando.
    E sta sotto gli occhi di tutti. Fatti e non chiacchere.

    Io voterò COMUNISTA.

  4. francesco Says:

    caro roby forse non hai letto l’articolo di Ferrero….1921 ?andiamo siete voi che parlate per slogan….Volete la sinistra del futuro.Bene buona fortuna con Bobo Craxi & C.,altro che 1921 mi sa di anni ottanta.
    comunque il vostro è un cartello mica un partito sapete bene di non avere nulla in comune….credo sia l’ultima trincea di vari trombati ex PRC prima del definitivo oblio….Dopo dovranno lavorare….brutta bestia il lavoro.
    VOTA COMUNISTA

  5. Roby, questa follia di voler relegare tutto nel vecchio in nome di un modernismo che dia risposte ai problemi, è quanto di più retorico si possa sentire. La sinistra ha iniziato la su disfatta proprio quando ha scelto questa via, che è la via demagiogica della destra! Basta ideologie, risolviamo i problemi che ci stanno di fronte, siamo pratici! Dopo qualche decennio di questa follia, mi si dica per favore quali problemi sono stati risolti! Certo, i ricchi sono più ricchi ed hanno allargato prepotentemente il loro controllo politico, sociale ed economico sulla società, al contrario le classi subalterne hanno visto ridursi drasticamente il loro tenore di vita, i servizi offerti dallo stato e sono precipitati nell’insicurezza e nella povertà. Che la sinistra faccia una severa critica degli errori commessi e ritrovi nuovamente i suoi ideali, quelli della costruzione di una società più giusta, cioè socialista, anticapitalista ed antimperialista, mi sembra il minimo. Per questo non si può nemmeno lontanamente pensare di essere di sinistra se ci si appiattisce su posizioni al limite della reazione come quelle del PD. Quella parte di sinistra che ha scelto la via del dialogo e collaborazione con il PD non ha capito assolutamente niente, o meglio, fa finta di non capire ed intende continuare a godere dei favori elargiti ai politicanti da questo sistema CHE NON HA RISOLTO E NON RISOLVERA’ MAI ALCUN PROBLEMA.
    Per questo, aldilà delle convinzioni e dei percorsi personali, non rimane che sostenere chi finalmente ha scelto di chiudere definitivamente con politiche di inciucio con il sistema capitalista che non hanno assolutamente MULLA A CHE VEDERE CON LA SINISTRA! Per questo non rimane che apprezzare la coerenza di movimenti come Sinistra Critica e Partito Comunista dei Lavoratori, e la coraggiosa scelta di Rifondazione Comunista e Comunisti italiani di dire definitivamente addio a decenni di disastri che hanno portato, guarda caso parallelamente, alla sconfitta della sinsitra ed all’impoverimento delle classi lavortrici ed intellettuali.
    Non avere chiara questa situazione vuol dire condannarsi alla sconfitta eterna. Credo sia meglio dare inizio a quella NUOVA RESISTENZA combattuta con le armi dell’intelligenza e del coraggio, di cui io parlo spesso e ritengop assolutamente indispensabile e che, come dimostrano le esperienze in atto in America Latina, rimane l’unica via per contrastare le politiche criminali del capitalismo imperialista.
    Per il SOCIALISMO, la GIUSTIZIA, l’UGUAGLIANZA E la LIBERTA’.
    “Si no hy cafè para todos, no habrà para nadie”. Ernesto guevara

  6. Pure io rispetto ogni posizione purchè rispettabile e quindi, anch’io come te…cara Maria non entro in polemica se non per sottolineare che oltre alla teoria è indispensabile anche la pratica…che è appunto quello che Vendola da una vita ha sempre fatto e che tutt’ora continua a fare come presidente della regione Puglia…nonostante i falsi inviti a rimanere nel partito(e questa …lasciamela passare)… e nonostante tutto, oggi Vendola è ancora il maggior contribuente del prc.
    Che dire di Francesco…forse è poco informato e parla..parla, non sa ancora che il partito non si chiama più rifondazione comunista, si sono fatti accordi con alcune personalità…(!) Salvi e De Vita estranei e contrari da sempre ad una società comunista e che comunque se proprio ci tiene, continui pure ad esprimersi insultando con parole tipo trombati, oblio, lavoro ecc., contento lui…!
    Anche Elio mi sembra un pò confuso…sinistra critica..Pcl..pdci…e gli nuovi arruolati dove li mette, poi mi risulta che in molte province si stanno facendo accordi con il Pd e la Sinistra e Libertà e che in molti altri comuni si fanno in quattro per trovare accordi anche con i Verdi(quei cattivi anticomunisti)…ma insomma un pò di coerenza, forse ha ragione Ferrando quando dice che questa rifondazione non ha nulla di comunista, pure Sinistra Critica dice che rifondazione è una brutta copia dell’arcobaleno.
    Vedi elio, purtroppo esistono molte versioni per come intendere il comunismo …troskysti, stalinisti, maoisti e molti altri ancora hanno vedute diverse e nessuno di loro è disponibile nel cedere a terzi la loro idea di come deve essere il comunismo, vedi elio, questo è il problema principale, il comunismo come lo intendi tu non è fattibile.
    Hasta la victoria siempre

    p.s.
    Mi piacciono le ultime tue frasi ” Socialismo-Giustizia-Libertà ” …finalmente siamo daccordo.

  7. -Anche Elio mi sembra un pò confuso…-
    Roby, prova a rileggerti, magari ti ricredi su chi è confuso. A me sembra di essere stato molto chiaro e di non aver nesssun Vendola da difendere, che quanto a creare confusione fa la sua parte…. Solamente penso che la sinistra non può non essere che anticapitalista, antimperialista e lavorare per la costruzione di una società socialista. Mi sembra di una chiarezza lapalissiana, solo tu riesci a trovarci confusione senza accorgerti della confunsione che stai facendo tu per difendere la tua corernte di pensiero. Con questi sotterfugi non si va da nessuna parte. Pensa che io metto sempre da parte il mio pensiero, che coltivo con amore, sia chiaro, per contribuire alla costruzione di una sinistra che ritrovi i suoi ideali più nobili, almeno quelli fondamentali che ho scritto sopra. La difesa di correnti di pensiero settari da imporre agli altri, causa della sconfitta della sinistra, proprio non mi interessano, anzi, li detesto.

  8. Io credo all’utopia, penso che sia un elemento essenziale della politica,
    non credo però che l’utopia sia una via di fuga da percorrere quando non
    si ha più niente da dire, e si cerca di uscire dall’imbarazzo proponendo cose
    impossibili o ripetendo a memoria formule del passato.
    Tutto qui, l’Altro.

  9. Bene, ne deduco che per te una società socialista è un’utopia. Dunque non rimane che il capitalismo. Che bella prospettiva per il futuro dell’umanità! Però ci sono sempre i riformisti in grado di farlo funzionare bene…. Peccato che questa è veramente un’utopia irrealizzabile, basta rendersi conto che il riformismo ha sempre fallito mentre il socialismo sta fracendo sempre più proseliti in tutto il mondo. Solo la presuntuosa Europa ed i prepotenti Usa fingono di non rendersene conto, malgrado ogni giorno che passa i disastri siano sempre più evidenti.
    Va bè, finiamola quì, ognuno si tene le sue convinzioni.
    Bye

  10. “Mi piacciono le ultime tue frasi ” Socialismo-Giustizia-Libertà ” …finalmente siamo daccordo”

    Ma lo capisci o no che sono per una società socialista e non quella comunista che Ferrero e Diliberto vogliono rifondare?
    Credo in una sinistra unita che sia in grado di trovare consensi a questo.
    Non so cosa tu cerchi, …ma si lasciamo perdere…tanto, bye.

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