Archivio per maggio, 2009

La Terra Madre

Posted in Quelle che scassano, Società with tags , , , , on maggio 28, 2009 by Maria Rubini

E’ uscito da poco il nuovo film di Ermanno Olmi “Terra Madre” che racconta della terra, che è di noi tutti, madre.

Esce il 5 giugno “Home” cioè casa nel suo senso piu ampio, terra nostra madre appunto, del fotografo e regista Yann Arthus Bertrand.

Diceva Pratibha Patil, la Presidente donna indiana nel suo discorso di insediamento: “Le donne dovrebbero essere responsabili del futuro sostenibile della terra”.

E Vandhana Shiva, l’economista indiana che ha fermato la Coca Cola impedendole la privatizzazione delle ultime falde acquifere del Kerala, ci esorta ad occuparci della terra.

Mi costa molto occuparmi di tv. Vorrei occuparmi di ciò che conta, della Terra appunto, nel senso piu ampio.

Mi costa e ci costa molto dovere subire l’affronto, l’insulto di vedere i nostri corpi smembrati per pubblicizzare una borsa, le nostre belle facce gonfiate per attirare, pare, piu audience, i corpi di quasi bambine addobbate da lolite per eccitare uomini stanchi.

Mi costa e ci costa da mesi dovere restare sobrie, calme, educate quando ci danno delle bacchettone, quando ci chiedono se vogliamo tornare alla censura: uomini di malafede, lo sapete che non è di questo di cui stiamo parlando.

La posta in gioco è la nostra sopravvivenza, la sopravvivenza della nostra identità.

La tv non ci rappresenta. Punto.

L’audience non è la vita.

L’auditel può provocare disastri.

Vorrei occuparmi di vita, e cio che vedo in tv è spesso simile alla morte.

Devo, dobbiamo occuparci di tv per ridarci dignità, perché è una pena infinita vedere mie simili a carponi, o quasi nude, labbra che scoppiano, già dalle 9 del mattino, umiliate da ruoli perennemente subalterni.

Gli ultimi giorni ci hanno scaraventate all’inferno. L’Italia intera intorno ad una quasi bambina con il suo pelouche ed il ragazzino nella foto al mare.

Donne contro donne. Donne contro Veronica. Donne contro Noemi.

Nessun rispetto piu, né per noi, ne per le nostre figlie. Sbattute in prima pagina a divorarci.

La Terra dicevamo.

Quando avremo finito di liberarci, ancora!, del nostro ruolo servile, potremo occuparci di cose urgenti.

Spazziamo via queste immagini che ci limitano, che ci imprigionano, che ci umiliano. Chiediamo altro.

Chiediamo che la tv ci rappresenti.

Costruiamo altro.

In “Home”, il documentario di Bertrand, la donna è figura indissolubile con la Terra. La comprensione della vita viene affidata alle donne; dice il produttore del film: “In presa diretta con il futuro perché sempre in presa diretta con i figli, le donne ci mostrano la strada”.

Di vita mi voglio occupare, di vita vogliamo occuparci.

C’è una giovanissima filosofa svizzera Ina Pretorius, che parlando delle capacità delle donne usa un termine meraviglioso “daseinkompetenz”: la competenza dell’esserci.

Niente filosofia astratta quella delle femmine. Noi abbiamo la competenza dell’esserci.

Esserci nella vita. Nella cura, nelle relazioni.

E in politica, lascateci agire la nostra competenza dell’esserci, ce n’è bisogno.

Occupiamoci di politica, così come tutte noi, giovani e vecchie, sappiamo prenderci cura della Casa.

E da lì iniziare a prenderci cura della Terra.

Non facciamoci più limitare.

La Politica è competenza dell’esserci.

Occupiamocene.

A modo nostro.

da ilcorpodelledonne.blogspot.com

Il sistema radiotv oscura la lista comunista. Sit di protesta domani davanti la sede rai

Posted in Politica with tags , , , , on maggio 27, 2009 by Maria Rubini

L’intero sistema televisivo (Rai e Mediaset) ha pressocché totalmente oscurato la lista elettorale comunista e anticapitalista (Prc-Pdci-Socialismo 2000). Ecco perché giovedì 28 maggio dalle ore 10 alle ore 12 si svolgerà davanti alla sede Rai di viale Mazzini 14 un’iniziativa di protesta cui parteciperanno i leader della lista (Paolo Ferrero, Oliviero Diliberto e Cesare Salvi) contro il mancato rispetto della par condicio nei confronti della lista comunista, atteggiamento che si traduce in un vero e proprio oscuramento della presenza di una lista comunista e anticapitalista nella campagna elettorale.
Sia nelle trasmissioni di confronto e dibattito maggiormente seguite (Porta a Porta, Anno Zeo, Ballarò, Matrix) che per quanto riguarda i telegiornali, la presenza dei partiti della lista è sotto l’1%, nelle ultime due settimane monitorate, secondo i dati ufficiali dell’Agcom, molto peggio anche rispetto ai radicali. Particolarmente grave è il comportamento del servizio pubblico. Ecco perché i tre leader della lista comunista Ferrero, Diliberto e Salvi hanno chiesto è ottenuto un incontro con il presidente della Rai, Paolo Garimberti, incontro che si svolgerà sempre domani mattina.
L’oscuramento della lista comunista e anticapitalista è un dato di fatto scandaloso e vergognoso, riguarda sia la Rai che Mediaset, sia le trasmissioni d’approfondimento che i tg e impedisce che i cittadini italiani vengano correttamente informati sulle proposte e le prese di posizione di una lista e di partiti che rappresentano centinaiai di migliaia di cittadini, come indicano i dati dell’Agcom qui riportati.

I dati ufficiali dell’Agcom indicano infatti che, per quanto riguarda la Rai, nelle ultime due settimane monitorate (9-16 maggio e 17-23 maggio) la lista comunista (Prc-Pdci-Socialismo 2000) ha ottenuto lo 0,91% (2 minuti e 9 secondi) e lo 0,96% (2 minuti e 11 secondi). Nella prima delle due settimane è andata meglio persino ai Radicali, che hanno ottenuto l’1.34%!. Il gruppo Mediaset, d’altro canto, tra il 9 e 16 maggio ha riservato ai partiti della lista comunista solo 17 secondi (0,11%) contro i 3 minuti e 49 secondi (1,52%) dei Radicali, mentre nella settimana tra il 17 e 23 maggio zero per cento e zero secondi a Rifondazione ed eccezionalmente 3 minuti e 15 secondi (1,13%) ai Comunisti italiani.

Paolo Ferrero

A Sassari danno la Laurea Honoris Causa a Gheddafi!

Posted in Politica with tags , , , , on maggio 26, 2009 by Maria Rubini

Ennesimo segnale sinistro della gestione di Mariastella Gelmini sull’Università che si fa usare per fini politici del governo.

L’Università di Sassari infatti si presta a concedere una Laurea Honoris Causa niente di meno che a Muammar Al Gheddafi, fiammante amico di Silvio Berlusconi che lo definì “il campione della libertà” e alleato nella politica di respingimento dei migranti messa in atto dal Ministro degli Interni Roberto Maroni.

Particolarmente sinistra è la motivazione nelle parole del preside della Facoltà di Giurisprudenza, Giovanni Lobrano: “Il conferimento della laurea honoris causa al presidente Gheddafi da parte di una facoltà che si pone certamente in un contesto diverso da quelle islamico, contribuisce a un processo già in corso di dialogo e di conoscenza reciproca fra sistemi giuridici diversi ma convergenti nel Mediterraneo”.

In che senso Preside parla di “sistemi giuridici convergenti”? Che l’Italia si sta adeguando al sistema giuridico libico che solo nell’aprile 2008 ha mandato a morte otto persone? Nel comune trattamento indegno dei migranti? Nella discriminazione della donna? Nell’uso della tortura? Nel non riconoscimento del diritto d’asilo? Per quali di questi meriti concedete una LHC a Gheddafi?

E’ evidente che l’Università di Sassari si presti agli interessi politici romani mostrando in sedicesimo il potenziale distruttivo della Riforma Gelmini che sta per arrivare in parlamento.

http://www.gennarocarotenuto.it

Golpisti di tutto il mondo unitevi a Caracas

Posted in America Latina, Politica with tags , , , on maggio 23, 2009 by Maria Rubini

Questo fine settimana Caracas, dove secondo alcuni non vi sarebbe libertà di espressione, vede la riunione di alcuni dei più sinistri rappresentanti delle destre golpiste e del fondamentalismo neoliberale in America latina finanziato dagli Stati Uniti. Ci saranno Mario Vargas Llosa, Carlos Alberto Montaner, il boliviano “Tuto” Quiroga e tanti altri amici. Tutta bella gente con auto di lusso e conti in banca a molti zeri con un solo obiettivo: screditare, diffamare, sabotare, destabilizzare e liberarsi infine dei governi democratici latinoamericani, a partire da quello di Hugo Chávez.

La denuncia dettagliatissima viene dall’avvocato statunitense Eva Golinger, che nel “Codice Chávez” svelò documento per documento il coinvolgimento del governo di Washington nel fallito colpo di stato a Caracas dell’11 aprile 2002. L’organizzazione del gran galá delle destre latinoamericane spetta al CEDICE (Centro di divulgazione delle conoscenze economiche per la libertà) diretto da quella Rocío Guijarra che fu tra i firmatari del “Decreto Carmona” durante il colpo di stato insieme al vicepresidente dell’organizzazione Óscar García Mendoza, presidente del Banco Venezuelano di Credito. I “golpisti per la libertà” in questi otto anni non hanno mai smesso di essere i principali collettori di finanziamenti statunitensi in Venezuela sempre diretti verso le parti più estremiste e fasciste o parafasciste dell’opposizione.

I nomi dei finanziatori dietro il CEDICE sono quelli di sempre e spiccano i soliti NED e USAID statunitensi e il FAES spagnolo di José María Aznar. Lo stesso CEDICE è l’entità che raccoglie i fondi e fa da consulente per i separatisti boliviani di Santa Cruz, quelli che hanno come obbiettivo dichiarato quello di “ammazzare l’indio”, Evo Morales. Con il CEDICE organizzatore dell’iniziativa è il “Cato Institute” statunitense, quello dei “Chicago Boys” neoliberali, che hanno applicato le loro teorie economiche nell’America latina degli anni ’80 e ’90 provocando decine di migliaia di morti per fame.

Il “Cato Institute” lancerà per l’occasione a Caracas un’esclusiva “Università” che sarà frequentata da 50 selezionatissimi giovani venezuelani e avrà tra i suoi docenti gente come Alvarito Vargas Llosa, figlio di Mario, e quel Yon Goicochea, ex dirigente studentesco antichavista, membro del più a destra dei partiti dell’opposizione venezuelana, il parafascista e sempre golpista “Primero Justicia”. Proprio Goicochea nel 2008 ha ottenuto dal Cato Institute (tutto in famiglia) il “Premio Milton Friedman” accompagnato da un assegno di mezzo milione di dollari oltre a continui finanziamenti soprattutto da parte di ambienti vicini a José María Aznar e al FAES spagnolo.
Invitato senza risparmio a Caracas arriverà la crema del fondamentalismo neoliberale e della sovversione aperta ai governi democraticamente eletti, che la stampa italiana è sempre pronta a denigrare. Si sentirà a suo pieno agio per esempio Mario Vargas Llosa, lo scrittore peruviano a stare al tavolo con il terrorista cubano Carlos Alberto Montaner, entrambi intervistatissimi dai media del nostro paese.
Vargas Llosa, presidente della Fondazione internazionale per la libertà, anche questa capace di dragare centinaia di migliaia di dollari l’anno, dopo un lontano passato a sinistra si è da tempo convertito all’ultradestra ed è impegnato in campagne di destabilizzazione soprattutto in Bolivia e Venezuela. Con loro ci sarà gente come Ricardo López Murphy, ultimo ministro neoliberale dell’economia in Argentina, prima del crollo o il cileno Sebastián Piñera, sconfitto da Michelle Bachelet nel 2005 nel ballottaggio delle presidenziali e che vanta una fortuna di oltre un miliardo di dollari.

Con loro, citiamo pochissimi tra i personaggi più in vista, ci saranno personaggi come l’ex presidente fondomonetarista boliviano Jorge “Tuto” Quiroga, con le mani sporche di sangue e ex vice del dittatore Hugo Banzer o il folkloristico ex Ministro degli Esteri messicano Jorge Castañeda, in gioventù spia della CIA nel partito comunista messicano e a Cuba e Francisco Flores, ex presidente salvadoreño del partito ARENA, quello degli squadroni della morte che massacrarono monsignor Romero e che ha firmato uno dei peggiori trattati di libero commercio con gli Stati Uniti. Andranno, loro e decine di altri, a rinsaldare i legami con quel sottobosco golpista venezuelano, i Marcelo Granier, padrone di RCTV, il canale televisivo che fomentò il golpe dell’11 aprile e al quale nel 2007 non fu rinnovata la licenza, i Leopoldo López, il citato Goicochea.

da LatinoAmerica

Di rimpasto in rimpasto, di criminale in criminale…

Posted in America Latina, Politica with tags , , , on maggio 22, 2009 by Maria Rubini

L’ ambasciatore colombiano nella Repubblica Dominicana,  Juan José Chaux , è stato arrestato quattro giorni fa all’aeroporto di Bogotá El Dorado per presunti vincoli con gruppi paramilitari che, secondo le accuse, avrebbero sostenuto la sua candidatura (poi ottenuta) come governatore del dipartimento del Cauca.

Il capo paramilitare Herbert Veloza García, conosciuto come “HH”, attualmente in carcere negli Stati Uniti ha dichiarato che in più di un’ occasione Juan José Chaux si riunì con i vertici delle Autodefensas Unidas  de Colombia (AUC) come Salvatore Mancuso, “Don Berna” e “El Alemán”.
Chaux rassegnò le sue dimissioni da ambasciatore nel 2008, quando fu accusato dal paramilitare Antonio López, alias “Job” di aver partecipato a una riunione con lui nella Casa de Nariño, sede della Presidenza.
Chaux è stato recentemente sostituito a Santo Domingo, dall’ex capo dell’Esercito colombiano, Mario Montoya, dimessosi per lo scandalo dei “falsi positivi”.
Di rimpasto in rimpasto, di criminale in criminale…..
di Annalisa Melandri

Oggi ore 12 presidio di Rifondazione in p. Montecitorio per chiedere a Berlusconi di dimettersi

Posted in Politica, Rifondazione with tags , , , , , on maggio 21, 2009 by Maria Rubini

Dopo la sentenza sul caso Mills, Berlusconi ha un’unica strada davanti a sé, quella delle dimissioni perché ritenuto corruttore dai giudici di Milano, non ha più l’autorità morale per fare il presidente del Consiglio. Per quanto riguarda il lodo Alfano, che oggi protegge Berlusconi da qualsiasi processo, deciderà il referendum popolare per il quale sono state raccolte, anche grazie all’opera di Rifondazione comunista, oltre un milione di firme. Ma al di là dello scudo offerto dal lodo Alfano al premier, è Berlusconi stesso che e deve lasciare l’incarico istituzionale perché manca dei requisiti morali.
Rifondazione comunista partirà, sin da oggi, con una raccolta di fi
rme popolare affinché Berlusconi si dimetta organizzerà oggi un presidio in piazza Montecitorio, a partire dalle ore 12, per chiedere a Berlusconi una sola cosa: dimettersi.

La condanna dell’avvocato inglese Mills a 4 anni e 6 mesi per corruzione, dicono i giudici milanesi è dovuta al suo aver agito “da falso testimone “per consentire a Berlusconi e alla Fininvest l’impunità dalle accuse. Si tratta di accuse gravissime. Berlusconi si deve dimettere da presidente del Consiglio perché è davvero indegno che possa rappresentare il nostro Paese come massima carica dell’esecutivo un politico che corrompe i giudici per il proprio tornaconto personale. Berlusconi si dimetta, rinunciando quindi allo scudo del lodo Alfano che garantisce l’immunità dai processi per le più alte cariche dello Stato, e si faccia processare da un tribunale come un normale cittadino, dimostrando in tribunale la propria innocenza.

Paolo Ferrero: riprendiamoci la FIAT. Rifondazione sostiene la FIOM e chiede lo sciopero generale

Posted in Uncategorized with tags , , , , on maggio 20, 2009 by Maria Rubini

”I profitti alla Fiat, i tagli ai lavoratori.”  Può sembrare schematico definire così il modello partecipativo di sindacato che tanto successo sta incassando in Italia. Il segretario di Rifondazione Paolo ferrero conosce bene quest’ordine di questioni. E conosce la Fiat, dove ha lavorato come operaio il secolo scorso. Perciò, questo suo commento tranchant sull’acquisizione della Chrysler va preso sul serio.Cosa pensi delle performances di Sergio Marchionne?L’amministratore del Lingotto tratta con gli stati e i governi, quelli almeno che pongono condizioni alla vendita delle loro società. Negli Usa, e non solo, il governo salva le banche private, con i soldi dei lavoratori utilizzati per evitare che gli speculatori perdano i loro, in conseguenza delle scelte che hanno fatto. E i mille miliardi alle banche non sono considerati assistenza.In che modo pagano gli operai americani?Con il salario differito. I fondi pensione, che ora in Chrysler detengono il 55% del capitale, questo sono. Una proprietà pagata con licenziamenti di massa, riduzione drastica della copertura pensionistica e sanitaria, per non parlare dei sei anni di rinuncia a esercitare il diritto di sciopero. Profitti e garanzie di pace sociale alla Fiat, costi ai lavoratori. Il modello di cogestione che comporta la presenza dei sindacati nei cda è l’opposto di quel che serve da noi, se si vuole superare la condizione attuale dei lavoratori trattati come variabili dipendenti del capitale.La Fiat tratta con i governi, ma non con quello italiano.Esattamente, e concede garanzie a chi giustamente le pretende: garanzie occupazionali, non chiusura di stabilimenti, garanzie ambientaliu. In Italia, a parte i sindacati, queste garanzie non le chiede nessuno, e dunque i nostri lavoratori sono quelli che rischiano di pagare il conto più pesante, , in un ipotesi di accordo con Opel. Se è vero che mettendo insieme Fiat, Opel e Chrysler si moltiplica per tre la capacità produttiva, è altrettanto vero che la domanda, dentro la crisi che atrtraversa l’auto, non si triplica di sicuro. In questa logica i tagli rischiano di diventare un fatto automatico. Perché il governo italiano è l’unico, per subalternità confindustriale, a non mettere il becco. Dal canto loro, Cisl e Uil cantano nello stesso coro liberista che aggrega praticamente tutto l’arco parlamentare.Per fortuna i metalmeccanici. Piuttosto soli, però, anche rispetto alla cosidetta società civile che sabato a Torino non era in piazza con le tute blu.Una manifestazione sacrosanta, collocata in un deserto di iniziative sindacali, in un contesto che chiederebbe lo sciopero generale contro le risposte del governo alla crisi.Resta la solitudine operaia.Questo ci ricorda che c’è un’egemonia culturale della destra, forte di una mancata risposta politica generale. I conflitti non mancano, li incontro ogni giorno nelle fabbriche e nella società. Quel che manca, insisto, è una rispos ta generale.Cosa chiede Rifondazione?Blocco dei licenziamenti, nessuna chiusura di stabilimenti, ed estensione a tutti della cassa integrazione, per evitare la guerra tra poveri.E per tornare alla Fiat?Lo stato deve intervenire con investimenti finalizzati allaa ricerca e allo sviluppo di tecnologie incentrate su fonti energetiche eco compatibili. Serve una riconversione ambientale dell’economia. Se invece la Fiat proseguisse sulla strada dei tagli, servirebbe un intervento ben più consistente dello stato per perseguire una strada diametralmente opposta. In questo senso non mi spaventa parlare di nazionalizzazione della Fiat, pur di salvare l’ultimop importante pezzo industriale del paese, l’automobile, che da lavoro a più di un milione di persone.La grande manifestazione di Torino si è però conclusa con l’assalto al palco da parte dello Slai-Cobas. Che giudizio ne dai?Che è un atto inaccettabile, sbagliato, con cui si è tentato di oscurare la manifestazione e il protagonismo dei lavoratori. Se la prendono con la Fiom, inj trincea con un’idea giusta di sindacato. Politicamente quell’azione è stata un favore a chi vuole affossare il movimento. Bisogna operare perché episodi del genere non si ripetano. Per quanto ci riguarda, noi continueremo a lavorare per ricostruire in Italia un’opposizione sociale, politica e culturale.

da il Manifesto di martedì 19 maggio 2009

INTERVISTA Il segretario del Prc sostiene la Fiom e chiede lo sciopero generale  PAOLO FERRERO: “Riprendiamoci la Fiat”Intervento pubblico contro ipotesi di tagli  Loris Campetti

Mario Benedetti, il poeta del popolo

Posted in America Latina, Poesia with tags , on maggio 19, 2009 by Maria Rubini

È morto a Montevideo Mario Benedetti, scrittore, giornalista, rivoluzionario, ma soprattutto poeta. Era il poeta del popolo, cantava l’amore e la Patria Grande, e chiamava per nome e cognome i nemici dell’America latina. Militante politico latinoamericanista, perseguitato ed esiliato in dittatura, coscienza critica del Novecento, cantore della dolcezza dell’amore. Il linguaggio, l’ironia, la sensibilità, la modestia, l’umanità lo facevano dei grandi poeti latinoamericani del XX secolo quello sicuramente più popolare. Così Don Mario Benedetti era soprattutto, cosa rara per la poesia, conosciuto ed amato da moltitudini, milioni di persone che da un capo all’altro del continente conoscono e recitano a memoria decine e decine dei suoi versi, “Tattica e Strategia”, “Non salvarti”, “Bruciare le navi”, “Facciamo un patto”, “Difesa dell’allegria” e cento altre.

Ed erano moltitudini quelle che affollavano i suoi recital a migliaia da Città del Messico a Buenos Aires, da Santiago del Cile a Madrid fino ovviamente a Montevideo, la città che ha raccontato nei suoi romanzi, da “La Tregua” a “Grazie per il fuoco”, come nella sua poesia e con Madrid e L’Avana centri della sua vita di artista e intellettuale pienamente immerso nella causa popolare.

Nei recital, spesso accompagnato dalla voce inconfondibile e dalla chitarra fraterna di Daniel Viglietti, e prima ancora nei campi di concentramento delle dittature, dove le sue poesie correvano di bocca in bocca, i lettori di Benedetti si innamoravano e disinnamoravano, scendevano in piazza e si politicizzavano e sapevano sentire sulla loro pelle le ingiustizie del mondo. È il primo poeta ad aver gridato, “costernato, rabbioso”, l’assassinio di Ernesto Guevara, la morte di Salvador Allende, “l’uomo della pace”, denunciato la morte imperdonabile del poeta salvadoreño Roque Dalton.

Orientale e latinoamericano universale è a Montevideo e in Montevideo che ha ambientato soprattutto i romanzi, la saggistica, ma anche tanta parte della sua poesia. È a Montevideo che si è infine tornato a stabilire negli ultimi anni in un appartamento di un normale condominio all’angolo tra la 18 luglio e Via Zelmar Michelini, la traversa intitolata al politico fondatore della coalizione di centro sinistra del “Frente Amplio” assassinato dalla dittatura. E Montevideo, peculiare città, si è identificata nel suo poeta proclamando il lutto nazionale e dopo aver seguito per settimane i bollettini medici sta sfilando da 14 ore (alla chiusura di questo articolo) a decine e decine di migliaia di persone per rendere omaggio a un poeta.

Di lontane origini umbre era nato nel 1920 a Paso de los toros, nel dipartimento di Tacuarembó, al centro del paese, lo stesso dove secondo la tradizione orientale nacque Carlos Gardel nel 1887. Prestissimo si sposa con Luz Alegre, l’amore di tutta una vita, la presenza imprescindibile, la malattia e la morte della quale è stata motivo di insopportabile sofferenza negli ultimi anni. Da allora inizia una vita normalissima e leggendaria allo stesso tempo, docente universitario, giornalista, scrittore, poeta. È la vita di un “guastafeste” come fu intitolata una delle biografie a lui dedicate. Dirigente di primo piano del Movimento 26 marzo, il braccio politico della guerriglia dei Tupamaros, al momento del colpo di Stato deve esiliarsi prima a Buenos Aires, quindi brevemente a Lima, poi a l’Avana e infine a Madrid.

L’esilio dura dieci lunghi anni e torna in Uruguay solo nel 1983 dove comincia quello che definisce con un neologismo, “desexilio”, “disesilio”. Cominciano gli anni dei grandi riconoscimenti internazionali ma quello che è più importante è che generazioni di latinoamericani lo considerino un maestro di vita. Soprattutto negli anni Benedetti resta sempre fedele a se stesso e alla storia del Continente, alla critica senza perdono del neoliberismo, alla memoria e alla ricerca di giustizia per i desaparecidos, alla difesa della Rivoluzione cubana, “un fatto fondamentale e fondativo” per l’America latina “che gli europei non possono capire”.

La nuova primavera del Continente arriva negli anni più difficili e dolorosi per lui che aveva scritto “Primavera con un angolo rotto”. Don Mario non smette di seguire con affetto ed esprimere il suo appoggio al governo del Frente Amplio in Uruguay, a Hugo Chávez in Venezuela (che andrà a Montevideo a vederlo in una delle ultime uscite pubbliche del poeta nel 2007), Evo Morales, Lula e la Rivoluzione Cubana. Dopo una vita all’opposizione il poeta del popolo se ne va quando il popolo si fa governo e, “in strada, gomito a gomito, siamo molti più di due”.

fonte http://www.gennarocarotenuto.it

Mapuche: In Cile i diritti violati di un popolo

Posted in America Latina, Politica with tags , , , , on maggio 18, 2009 by Maria Rubini
Le violazioni accertate dei diritti umani del popolo mapuche da parte di organismi internazionali

Facendo buon viso a cattivo gioco, il Cile ha accettato le raccomandazioni di alcuni Stati membri dell’ONU e di alcune ONG rispetto al tema della violazioni dei diritti umani del popolo mapuche, promettendo entro la fine del corrente anno di dare impulso a un programma nazionale volto al rispetto di questi e realizzato in coordinazione con la società civile.
La sessione speciale dell’ONU si è tenuta martedì 12 maggio  nell’ambito della riunione dell’ Esame Periodico Universale (EPU), un nuovo meccanismo delle Nazioni Unite che ogni quattro anni esamina la situazione  di un determinato paese.
Povertà estrema, educazione, rispetto dei diritti di donne e bambini, fine della repressione,  garanzie giuridiche e  diritto alla terra. Questi i principali temi affrontati e le richieste di chiarimenti da parte di alcuni paesi membri dell’ONU,  ma sono state proposte anche raccomandazioni sul caso dei giornalisti stranieri espulsi dal paese per aver realizzato reportages sui mapuche e la revisione della legge Antiterrorista, alle quali il governo cileno deve rispondere entro il settembre del 2009.
Tuttavia rischia di trasformarsi nel solito balletto vuoto e senza senso di raccomandazioni, fatto di buone intenzioni e promesse mancate, dove tutti sanno quel che accade ma nessuno è seriamente intenzionato a fare bene la sua parte fino in fondo. E soprattutto dal quale è rimasto escluso il diretto interessato e cioè il popolo mapuche.
Se è vero che nell’assemblea dell’EPU sono state sentite numerose  associazioni per la difesa dei diritti umani e molte ONG,  è anche vero che non un rappresentate del popolo mapuche è stato invitato a partecipare.
La situazione dei mapuche in Cile oggi è talmente grave e preoccupante  che a ben poco potranno servire raccomandazioni e belle parole.
Ha a che vedere direttamente con i giochi di potere e il pinochettismo che è tutt’altro che morto e con una  presidente, Michelle Bachelet,  che sembra totalmente piegata a  poteri molto più forti di lei e che non prende ferma posizione in merito  anche perchè tra quasi un anno è in scadenza il suo mandato.
Le violazioni più gravi verso il popolo mapuche sono commesse dall’Esercito e dalla Polizia come riportato anche nella relazione del Comitato Contro la Tortura delle Nazioni Unite, nel quale si è fatto esplicito riferimento a maltrattamenti che si trasformano in veri e propri casi di tortura, all’ impunità imperante per cui chi commette le violazioni non viene mai giudicato e condannato e alla stessa legge di Amnistia per la quale non si possono giudicare le violazioni dei diritti umani commesse tra l’11 settembre 1973 e il 1988.
Le violazioni dei diritti umani contro il popolo mapuche sono commesse soprattutto durante le operazioni di perquisizione delle comunità, durante lo sfollamento forzato e durante gli interventi realizzati in occasione della riappropriazione delle terre da parte dei mapuche.
I morti e le violenze commesse sui bambini
In alcune occasioni le operazioni di polizia hanno avuto esito tragico come accadde nel 2002  con la morte del 17enne Alex Lemún Saavedra, rimasto ucciso da un colpo di arma da fuoco sparato dai Carabinieri  o di Juan Collihuín morto per lo stesso motivo nel 2006, o più recentemente per l’uccisione di Matías Catrileo,  morto durante una recuperazione di terre  il 3 gennaio 2008.
In tutti questi casi gli autori materiali di queste morti sono ancora in servizio  e nessun provvedimento è stato preso contro di essi.
Particolarmente grave è la situazione delle donne e dei bambini mapuche, i soggetti più deboli delle comunità.
Ci sono neonati, come è avvenuto ad una  bambina di appena sette mesi che è rimasta intossicata dal lancio di un lacrimogeno lanciato all’interno della sua  abitazione, che riportano gravi lesioni e traumi durante le operazioni di polizia, o  minori che raccontano di essere stati picchiati dai Carabinieri o tenuti per un’intera notte in celle umide  e fredde e senza cibo.
Bambini che raccontano di intimidazioni e minacce e altri che ricevono alla schiena o alle gambe i pallini antisommossa  o che restano completamente soli dopo l’arresto di tutta la famiglia come è avvenuto alla figlia minore della lonko (dirigente indigena) Juana Calfunao che ha dovuto chiedere asilo a Ginevra.
Il  Servizio di Salute dell’Araucania Nord, (Programma di Salute Mapuche – Dipartimento di Psichiatria, Ospedale di Angol) ha testimoniato proprio al riguardo, come  i bambini delle comunità mapuche soffrano di tutta una serie di disturbi e problemi psicologici riconducibili al conflitto territoriale e giuridico.
E’ accertato ufficialmente inoltre anche un caso di sparizione forzata, un ragazzo di 16 anni, José Huenante, è scomparso da tre anni dopo essere stato visto l’ultima volta su un’ auto dei Carabinieri. Tre di essi sono formalmente accusati del suo sequestro, ma del giovane nessuna notizia ad oggi.
I prigionieri politici
Non meno grave appare la situazione dei prigionieri politici mapuche nelle carceri cilene. In un recente comunicato dichiarano di rifiutare fermamente  “l’integrazione forzata con la società winka (occidentale) corrotta dall’individualismo” e reclamano e confermano i loro diritti sui territori originari svenduti completamente alle multinazionali dai quali sono stati cacciati per permetterne lo sfruttamento.
Lo sfruttamento delle foreste ad opera delle multinazionali del legno, la costruzione di dighe e centrali idroelettriche, di aeroporti, lo sfruttamento minerario delle enormi ricchezze del sottosuolo, sono queste le politiche che attua il  governo cileno per svendere le risorse del paese ai capitali stranieri e per la cui realizzazione  passa sopra ai diritti dei popoli nativi, decretandone  la scomparsa.
C’è una campagna sistematica di distruzione e di annichilamento di intere comunità che si sta portando avanti  nel silenzio indecente della comunità internazionale e che si compie attraverso repressione, minacce, uccisioni e arresti.
I membri delle comunità organizzate e in lotta, i weichafe (guerrieri),  vengono incarcerati e accusati in base a leggi risalenti alla dittatura di Pinochet di essere “terroristi” e condannati con pene lunghissime che arrivano fino a dieci anni e oltre per reati minori quali l’incendio (elevato alla categoria penale di “incendio terrorista”), la recuperazione di terre e atti di proteste o rivendicazioni sociali.
Soltanto della Coordinadora Mapuche Arauco Malleco sono stati arrestati circa un mese fa 11 membri che vanno ad aggiungersi agli oltre 40 prigionieri nelle carceri che Michelle Bachelet, presidente del Cile,  ha più volte ribadito non essere prigionieri politici.
Patricia Troncoso,   Elena Varela e i giornalisti “terroristi”
Purtroppo il conflitto con il popolo mapuche fa parte di una delle tante lotte giuste ma dimenticate  del mondo. Si fa finta di non sapere che è un intero popolo che si ribella a un sistema di potere con forme di protesta antiche e organizzate e che è sbagliato e disonesto chiamare terrorismo.
La legittimità delle richieste del popolo mapuche, la fierezza della sua gente, l’importanza delle sue rivendicazioni esce soltanto  per brevi momenti dai confini nazionali  quando il sistema politico e giudiziario cileno “inciampa” in incidenti di percorso come accadde l’anno scorso in occasione del lunghissimo sciopero della fame (112 giorni) che  Patricia Troncoso portò avanti  dal carcere e che la condusse quasi alla morte  e in seguito al quale ottenne  soltanto modesti benefici rispetto alla sua detenzione. Le sue richieste politiche più importanti, quali la  libertà per tutti i prigionieri politici, la smilitarizzazione dei territori mapuche dell’Araucanía, l’abrogazione della legge Antiterrorista, la fine della repressione contro il popolo mapuche, furono  completamente disattese.
Il suo sciopero  della fame non si concluse  con la sua morte solo per la  grande pressione internazionale su di un governo sordo e cieco, dal momento che Patricia non ha mai ricevuto, nemmeno nei momenti più critici, la visita di nessun rappresentante del governo del suo paese.
Sempre lo scorso anno balzò alla cronaca la vicenda della videomaker Elena Varela, arrestata nel maggio del 2008 e tenuta in carcere tre mesi, mentre realizzava un reportage dal titolo Newen Mapuche sul conflitto con le multinazionali del legno, accusata di essere l’autrice intellettuale di alcune rapine in banca commesse tra il 2004 e il 2005 in associazione con la guerriglia del MIR (Movimiento de Izquierda Revolucionaria).
In quell’occasione le fu sequestrato tutto il suo lavoro. Il processo, con il quale rischia una condanna a 15 anni di carcere, che era  fissato per il 29 aprile è stato rimandato ai primi di giugno per aspetti formali.
Anche Reporters senza Frontiere ha espresso  in una lettera a Michelle Bachelet (alla quale lei  non ha mai risposto) preoccupazione per la sentenza che sarebbe scaturita dal processo e i dubbi circa la validità delle accuse.
D’altra parte era già avvenuto in passato che giornalisti stranieri fossero  identificati come “terroristi” ed arrestati. Accadde nel marzo 2008 con due cittadini francesi, nella zona di Collipulli quando Christophe Harrison y Joffrey Rossi  furono detenuti per poco tempo, accusati di aver provocato un incendio e di appartenere all’ETA e a due cineasti italiani, Giuseppe Gabriele y Dario Ioseffi, accusati di “terrorismo” e poi espulsi dal paese.
Il prossimo Esame Periodico Universale (EPU) si terrà tra quattro anni. In Cile allora ci sarà un altro governo e un altro presidente. Da Michelle Bachelet ci si aspettava molto, sicuramente molto di più di quello che ha fatto per il rispetto dei diritti umani nel suo paese,  vista la sua storia personale segnata da  gravi perdite familiari durante la  dittatura di Pinochet.
Il pinochettismo e il potere militare sono ancora forti in Cile, la destra è sicuramente una delle più forti in America latina, il neoliberismo applicato selvaggiamente negli anni ’70 e ’80 si è radicato prepotentemente creando ferite profonde in un tessuto sociale già gravemente  compromesso da anni di terrore.
Il popolo mapuche rivendica i suoi territori, afferma prepotentemente e con orgoglio il diritto di vivere sulle sue terre, riconferma con fierezza usi e tradizioni antiche che non vuole perdere.
“Gli occhi neri di Lautaro
gettano migliaia di lampi.
Come soli fanno germogliare i solchi
come soli guidano l’avanzata di un popolo combattente
che non vuole essere schiavo
come un puma in gabbia”
(Rayen Kvyeh)
In questi giorni la poetessa mapuche Rayen Kvyeh è in Italia per presentare alla Fiera del Libro di Torino la sua ultima raccolta di poesie dal titolo “Luna di Cenere” per le Edizioni Gorée e con la traduzione dallo spagnolo di  Antonio Melis professore ordinario di Lingue e Letterature Ispanoamericane presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Siena.
Incontreremo Rayen Kvyeh e la poetessa peruviana Gladys Besagoitia venerdì 22 maggio alle 17.00 presso la Sala delle Conferenze dell’Istituto Demoetnoantropologico (Museo delle Arti e Tradizioni Popolari), Piazza Marconi, 8/10 Roma.
di Annalisa Melandri

Razzismo a liste unificate (di Alberto Burgio)

Posted in Politica, Rifondazione with tags , , , , , on maggio 16, 2009 by Maria Rubini

Anche un riformista, quando occorre, dev’essere duro, spiega il segretario del Pd imbufalito contro la Lega che respinge alla frontiera i «clandestini» e chiede autobus separati per gli extracomunitari. «Tornano le leggi razziali!» (che sarebbe ora di chiamare «razziste», visto che le razze non esistono). Franceschini ha ragione. Non si è mai abbastanza netti contro una vergogna che rischia di riportarci nell’Alabama degli anni Cinquanta e delle battaglie anti-apartheid di Lee Rose Parks. Apprezziamo la sua reazione, condividiamo la sua collera.

Tutto bene, dunque. Anzi, tutto male.

Beninteso, nel merito nulla da eccepire. Lo sdegno per l’«orrendo» razzismo leghista è anche nostro. Ma come può il segretario democratico inscenare questa commedia mentre i suoi, in giro per l’Italia, fanno tutt’altro? Franceschini si muove sulla scena politica nazionale, sotto i riflettori del circo mediatico. Confida che i fatti della periferia rimangano nell’ombra: la sinistra (si fa per dire) finge di ignorare quel che fa la destra (in senso proprio). Ma poi le notizie circolano. E non sono affatto esaltanti.

Non alludiamo alle gesta dei sindaci e degli assessori-sceriffi targati Pd che perseguitano i «clandestini» con uno zelo degno di Tosi e Gentilini. E che – sia ben chiaro – hanno dato il loro bravo contributo alla deriva razzista che ci travolge. Oggi c’è, se possibile, di peggio. C’è che il Pd stringe alleanze organiche con la Lega di Borghezio e Maroni per le amministrative, presenta candidati sindaci con liste unitarie, disegna simboli elettorali nei quali l’elegante silouhette di Alberto da Giussano si accompagna, brando sguainato, all’irenica icona del ramoscello d’ulivo di prodiana memoria.

È quanto accade a Recoaro, ridente località termale del vicentino, dove Lega e Pd si battono, fianco a fianco, per fare di Franco Perlotto il primo cittadino. Proprio così. Gli alfieri della Costituzione alleati dei rondisti pagani. Incredibile, ma vero. E alquanto imbarazzante.

In verità, ai leghisti la cosa va benissimo. A Recoaro contavano poco o nulla. In questi dieci anni sono stati ai margini della vita politica, e questo accordo potrebbe rimetterli in gioco. Sono euforici, dopo lo «storico» respingimento in Libia degli ultimi invasori. Hanno celebrato, proprio a Vicenza, i gloriosi Stati generali del Nord. E ora scrivono senza remore che Perlotto è il candidato giusto per «portare il cambiamento che tutti stiamo aspettando». Sappiamo qual è. Se ne fidano – del Perlotto – perché lo sanno capace di «valorizzare la cultura etnica», di «rendere coeso lo spirito di appartenenza», di esaltare «la peculiarità della vita in contrada». Rilanciando il formaggio recoarese e gli «gnochi con la fioreta».

No, l’imbarazzo corre tra le file democratiche, che vacillano e recalcitrano. Il coordinatore del circolo Pd di Recoaro ammette: l’unità di intenti con la Lega «può sembrare strana». Quindi chiarisce: per il «bene di Recoaro», questo e altro: bando a «divisioni, beghe, interessi di bottega!». Peccato che la questione stia proprio lì. In politica non ci si divide soltanto per biechi motivi personali, ma proprio per le diverse concezioni del bene comune. Perlotto minaccia di occuparsi anche degli scuolabus per le elementari di Rovegliana. Brivido. In che consisterà, al riguardo, il «bene di Recoaro»? Per riorganizzare il servizio Perlotto si consulterà con l’onorevole Salvini (quello degli «autobus per i negri»)? O chiederà all’onorevole Cota (quello delle «classi speciali per gli extracomunitari»)?

Bene o non bene comune, Franceschini farebbe bene a spiegare come sia possibile tutto questo e che cosa ne pensino lui e il suo partito. Farebbe bene a dirlo anche l’onorevole Fiano, che attende impaziente la presa di posizione di Capezzone e Cicchitto sui deliri del Salvini: dica lui, piuttosto, come valuta le scelte dei suoi in quel di Recoaro.

Dopodiché, c’è l’ultima perla. Insieme per il Perlotto non corrono solo democratici e leghisti, ma anche i socialisti di Nencini, quelli di Sinistra&libertà. Qui la nostra sorpresa diventa costernazione. Ma come, un pezzo della sinistra a braccetto coi razzisti? I socialisti di Bobo Craxi e De Michelis insieme ai seguaci del senatùr? Lo sa il compagno Vendola? E non ha nulla da dire?

L’anno scorso battibeccavamo sull’identità. Bei tempi, oggi lontani. Oggi, ci sono le elezioni, mica storie. Per un consigliere in più non si guarda a queste fisime, figuriamoci per un sindaco. Così vanno le cose in questa Italia berlusconizzata sino alle midolla. Lo sappiamo, ma tutto questo ci sembra vagamente osceno. E ci conferma nel convincimento che l’identità conta, è una cosa terribilmente seria. Per chi ce l’ha e anche per chi, purtroppo, l’ha persa da tempo.