Peppino Impastato. La verità uccisa due volte.

Era un destino segnato quello di Peppino Impastato. Era nato a Cinisi in una famiglia di mafia. Il marito di sua zia, Cesare Manzella, era un boss di prima grandezza nel firmamento delle coppole. Suo padre, Luigi, aveva un amico che era il numero uno di Cosa nostra, Tano Badalamenti. Ma Peppino “il ribelle”, militante di una sinistra che si componeva e si divideva, alimentando una galassia di sigle, partiti e movimenti, cambiò la sua sorte. E Tano Badalamenti diventò il mandante del suo assassinio.

La fine di Peppino, morto a 30 anni, il 9 maggio del 1978, 5 giorni prima della sua elezione a consigliere comunale di Cinisi nelle liste di Democrazia proletaria, impresse una decisa sterzata al corso della vita di chi gli sopravvisse. Di sua madre, Felicia Bartolotta e di suo fratello Giovanni, come di sua cognata Felicetta. Diventarono i custodi della sua memoria e insieme con Salvo Vitale e Umberto Santino, il fondatore del centro di documentazione antimafia, gli implacabili cacciatori di una verità evidente che in pochi intendevano riconoscere. Gli accusatori dei «Notissimi ignoti». Badalamenti, in primo luogo, il cui nome era stato indicato già dal palco nel primo comizio, tenuto due giorni dopo la scoperta del cadavere.

Ci sono voluti 23 anni perché Peppino Impastato diventasse con bollo di giustizia un morto di mafia. E quell´omicidio un delitto contro la parola. L´assassinio di un giornalista postumo. Perché Peppino fu iscritto all´albo professionale, quando finalmente Badalamenti, nel 1997, fu incriminato. Parlava Peppino. Parlava tanto in una Cinisi muta, sorda e cieca.

Parlava dai palchi improvvisati sui quali rappresentava il suo impegno. Si faceva ascoltare dai microfoni di Radio Aut. Grazie a Salvo Vitale e Guido Orlando è possibile riascoltare la sua voce nelle otto trasmissioni riprodotte nel dvd “Onda Pazza” appena uscito per Nuovi Equilibri con prefazione di Vauro.

Peppino mostrava cosa stavano facendo del suo paese, con l´aeroporto in ampliamento, l´America dei cugini d´oltreoceano sempre più vicina, la droga a fiumi e la speculazione dei signori del cemento alle porte. Faceva nomi e cognomi. Di mafiosi e di politici. Che andavano a braccetto e si facevano fotografare insieme.

Tano Badalamenti, l´11 aprile 2002, fu condannato all´ergastolo per quel delitto ma il 30 aprile 2004, a 80 anni, morì nel centro medico penitenziario Devens Fmc, ad Ayer (Massachusetts): scontava 45 anni per un colossale traffico di droga sulla rotta aerea Usa-Sicilia. Il 5 marzo 2001, Vito Palazzolo, braccio destro di Badalamenti, anche lui amico degli Impastato, aveva rimediato trent´anni.

Felicia Bartolotta lo incrociò nel primo giorno del primo processo. Lo guardò dritto negli occhi e lo costrinse ad abbassare lo sguardo. Gli sibilò con rabbia: «Vergognati».
Il 18 novembre del 1994 il collaboratore di giustizia Salvatore Palazzolo aveva messo a verbale: «Secondo quanto ho appreso dal vice rappresentante della nostra famiglia, Vito Palazzolo, l´omicidio è stato voluto da Gaetano Badalamenti ed eseguito da Francesco Di Trapani e Nino Badalamenti (entrambi morti, ndr)». Tano Badalamenti decise il delitto, onorando a suo modo un patto con Luigi Impastato, il padre di Peppino. Ordinò di liquidare il ragazzo solo quando Luigi, di ritorno da un viaggio in Usa, morì in un misterioso incidente stradale, sul quale, manco a dirlo, non si indagò. Era andato negli Usa a perorare l´intercessione di qualche mammasantissima per avere salva la vita del figlio.

Dopo due archiviazioni (nel 1984 e nel 1992), nell´aprile del 1995, l´indagine era stata riaperta. La famiglia, parte civile con l´avvocato Vincenzo Gervasi. Palazzolo fu il primo a essere condannato. Felicia Bartolotta aveva 85 anni. «Ora – disse – tutti sanno qual è la verità. Ora aspetto la condanna di Badalamenti e poi posso anche morire». Morì il 10 dicembre 2004 a 88 anni. Ripeteva: «Anche gli insetti se lo sono mangiati mio figlio. Che ci vado a fare al cimitero? Lì non c´è. Solo un sacchetto, questo mi hanno lasciato». Qualche anno prima l´avevano ricoverata in coma. Scoprirono che aveva due ematomi alla testa.

Enrico Bellavia

3 Risposte to “Peppino Impastato. La verità uccisa due volte.”

  1. Ero in procinto di pubbliocare anch’io un ricordo di Peppino;mi è andato in “crash” il sito http://www.dgtvonline.com e da ieri sera pubblico sul sito di riserva.
    Se tutto va bene,pubblicherò domani anch’io il ricordo.

    Un caro saluto.

    Marcello De Giorgio.

  2. Un grande, Peppino Impastato.
    E non solo per la lotta contro la mafia, contro tutte le mafie.
    Ma anche per la grandissima lucidità su come, con chi e contro chi bisogna lottare, per un mondo migliore.
    Come quando prese posizione chiara e forte contro le derive “individualistiche” che già a metà degli anni settanta potè vedere, con quello che poi si chiamò il “riflusso”, il privilegiare il “privato” rispetto al “pubblico”, le fughe nella ribellione fine a se stessa o addirittura nei paradisi artificiali del consumismo, delle droghe, della semplice soddisfazione di se stessi; in una parola, delle sole libertà e diritti personali e niente più delle libertà e diritti sociali. Senza le quali, i diritti e le libertà solo per qualcuno a scapito di altri diventano nient’altro che privilegi.

    Anziché citarlo a sproposito, anzi proprio a bestialità come fanno certuni oggi a puri fini strumentali ed elettorali (penso a una certa lista di scissionisti-transfughi non degna neanche di essere nominata), uno come Peppino Impastato andrebbe riletto e meditato seriamente, e magari sviluppato e applicato, come modo migliore di rendergli omaggio; e anche per provare a rendere omaggio a noi stessi, lottando appunto per un qualcosa appena appena migliore dei disastri e le ingiustizie dell’oggi.

  3. purtroppo ho la sensazione che la nostra Italia sia ancora “disastrata” come allora.. peggio di allora.
    Il ricordo di Peppino Impastato e l’esempio odierno di molti altri grandi UOMINI e DONNE è utile perchè non si spenga la speranza di poter rendere vivibile e civile la vita.
    Ho dentro il petto una forte e densa emozione di risentimento e pianto al pensiero che gente così sarebbe ancora tra noi.

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