Archivio per luglio, 2009

Nicaragua, Amnesty International denuncia la legge-shock che vieta totalmente l’aborto.

Posted in Uncategorized with tags , , on luglio 31, 2009 by Maria Rubini

In un rapporto diffuso il 27 luglio a Città del Messico, Amnesty International ha reso noto che il divieto assoluto di abortire, in vigore dal luglio 2008 in Nicaragua, mette in pericolo la vita delle donne e delle ragazze, negando loro trattamenti salvavita, impedendo agli operatori sanitari di fornire cure mediche efficaci e contribuendo all’aumento della mortalità materna in tutto il paese.

Secondo i dati ufficiali, quest’anno 33 donne e ragazze sono morte durante la gravidanza, rispetto alle 20 dello stesso periodo del 2008. Amnesty International ritiene che queste cifre siano inferiori alla realtà, poiché lo stesso governo ha riconosciuto che i numeri sulla mortalità materna sono sottostimati.

Il rapporto “Il divieto totale di abortire in Nicaragua: la salute e la vita delle donne minacciate, gli operatori sanitari criminalizzati” è il primo studio realizzato da Amnesty International sulle implicazioni, dal punto di vista dei diritti umani, del divieto di abortire nei casi in cui la salute o la vita di una donna o di una ragazza siano a rischio o quest’ultima sia stata vittima di stupro o incesto.

Il nuovo codice penale del Nicaragua prevede pene detentive per le donne e le ragazze che cercano di abortire e per gli operatori sanitari che forniscono servizi associati all’aborto.

Le nuove disposizioni di legge introducono sanzioni penali per medici e infermiere che forniscono cure a donne o a ragazze ammalate di cancro o malaria, che abbiano contratto il virus dell’Hiv/Aids o abbiano una crisi cardiaca, qualora tali cure risultino controindicate in gravidanza e possano causare danni o la morte dell’embrione o del feto.

Addirittura, la normativa punisce le donne e le ragazze che hanno perso un bambino, poiché in molti casi è impossibile distinguere tra un aborto spontaneo e un aborto procurato.

La nuova legge è in contrasto con le Norme e i protocolli di Ostetricia del ministero della Salute del Nicaragua, che in casi particolari prevedono l’aborto terapeutico. Le autorità non hanno dato alcuna garanzia che gli operatori sanitari che rispetteranno queste Norme non saranno puniti.

Il divieto di aborto terapeutico in Nicaragua rappresenta una disgrazia. È uno scandalo dei diritti umani che ridicolizza la scienza medica e trasforma la legge in un’arma contro la somministrazione di cure mediche alle donne e alle ragazze incinte” – ha dichiarato Kate Gilmore, vice Segretaria generale di Amnesty International, rientrata a Città del Messico da una visita in Nicaragua. “Il nuovo codice penale in vigore nel paese è una conseguenza, cinica e insensibile, della contrattazione politica delle elezioni del 2006. Il risultato è che oggi una legge punisce le donne e le ragazze che hanno bisogno di cure salvavita e i medici che le forniscono“.

La delegazione di Amnesty International che ha visitato il Nicaragua ha avuto colloqui con organizzazioni per i diritti umani, operatori sanitari, parlamentari e il ministro della Salute. Nonostante ripetute richieste, la Commissione parlamentare sulle donne, l’Istituto governativo sulle donne e lo stesso presidente Ortega hanno rifiutato il confronto.

I delegati hanno incontrato giovani ragazze che, dopo essere state sottoposte a violenza sessuale da parte di familiari stretti o amici, non avendo alternative sono state obbligate a portare a termine la gravidanza, dando alla luce molto spesso il loro fratello o la loro sorella. L’organizzazione per i diritti umani ha appreso con grande turbamento che c’è stata un’impennata dei suicidi da avvelenamento di ragazze incinte nel 2008.

Le ostetriche, i ginecologi e i medici di famiglia hanno detto ad Amnesty International che, in base al codice penale, non possono più fornire legalmente cure mediche a una donna o a una ragazza incinta in pericolo di vita, a causa del potenziale rischio per il feto. Una dottoressa ha dichiarato che prega ogni giorno di non ricevere una donna in gravidanza anencefalica (una condizione che significa che il feto non potrà sopravvivere), poiché in quel caso dovrà dirle che sarà obbligata a portare a termine la gravidanza, nonostante le conseguenze devastanti per la gestante dal punto di vista fisico e psicologico.

C’è solo un modo per descrivere quello che abbiamo visto in Nicaragua: orrore profondo” – ha dichiarato Gilmore. “Bambine costrette a portare in grembo bambine, donne incinte cui vengono negate cure essenziali per salvare le loro vite. Che alternativa offre il governo a una bambina di 10 anni rimasta incinta a seguito di uno stupro? O a una donna ammalata di cancro cui sono negate le cure mediche dato che è incinta, mentre lei ha altri bambini a casa che la stanno aspettando?“.

Ragazze rimaste incinte a causa di un incesto hanno avuto il coraggio di incontrarci, il presidente Ortega no” – ha concluso Gilmore.

Amnesty International sollecita le autorità del Nicaragua a:

  • ritirare immediatamente la legge che proibisce tutte le forme di aborto;
  • garantire servizi sicuri e accessibili di aborto per le vittime dello stupro e per tutte le donne la cui salute o la cui vita sarebbero a rischio se proseguissero la gravidanza;
  • proteggere la libertà di parola di coloro che si schierano contro la legge e offrono sostegno alle donne e alle ragazze colpite da questa normativa.

Amnesty International sollecita con la massima urgenza la Corte suprema del Nicaragua a pronunciarsi sulla legalità e costituzionalità della legge.

Il rapporto “Il divieto totale di abortire in Nicaragua: la salute e la vita delle donne minacciate, gli operatori sanitari criminalizzati” fa parte della campagna “Io pretendo dignità“, lanciata da Amnesty International il 28 maggio 2009.

La campagna intende denunciare e combattere le violazioni dei diritti umani che rendono le persone povere e le intrappolano nella povertà, mobilitando persone di ogni parte del mondo affinché chiedano ai governi, alle grandi aziende e ad altri soggetti di ascoltare la voce di chi vive in povertà e riconoscere e proteggere i loro diritti.

Amnesty International

Nigeria: ucciso il leader islamista

Posted in Politica with tags , , , on luglio 31, 2009 by Maria Rubini

L’esercito nigeriano ha catturato e ucciso Yusuf Mohammed, capo del gruppo Boko Haram, dopo 5 giorni di violenti combattimenti. Centinaia le vittime, soprattutto militanti. HRW chiede un’inchiesta sull’atteggiamento dei militari nigeriani.

Un corpo nudo crivellato di colpi: un corrispondente dell’agenzia giornalistica AFP descrive con queste parole Mohammed Yusuf, leader della rivolta talebana scoppiata in Nigeria domenica scorsa, quasi contemporaneamente in 4 stati del nord del paese.
Yusuf è stato catturato nel tardo pomeriggio di giovedì: la polizia ha fatto irruzione nella casa dove si stava nascondendo, vicino alla città di Maiduguri. É stato ucciso dalle forze di sicurezza nigeriane, che affermano di avergli sparato mentre tentava di scappare dalla caserma-prigione in cui era stato condotto.

Una tesi che non convince le organizzazioni per i diritti umani: Human Rights Watch ha chiesto l’apertura di un’inchiesta per verificare i fatti e le circostanze della morte di Yusuf e il comportamento dei militari nigeriani in questi cinque giorni di scontri.

La risposta dell’esercito agli attacchi dei militanti islamisti è infatti stata immediata: in pochi giorni il movimento è stato praticamente azzerato. Il presidente Umaru Yar’Adua ha infatti lasciato mano libera ai militari, ordinando loro di usare ogni mezzo per stroncare la ribellione nel minor tempo possibile. Il confronto armato, prima distribuito in tutta l’area del nord, si è poi concentrato attorno a Maiduguri, che i militanti avevano preso come loro base. Lo scontro è stato impari: centinaia di persone sono morte in pochi giorni, almeno 600 le vittime secondo le fonti dell’esercito, soprattutto militanti. Un dato che non è confermato però da nessuna fonte indipendente. La Croce Rossa afferma che sono oltre 3,500 le persone che hanno lasciato le loro case per il timore delle violenze.

Predicatore, 39 anni, 4 mogli e 12 figli, Yusuf era a capo del gruppo Boko Haram, il cui obiettivo è l’imposizione di un regime islamico ispirato a quello dei talebani pachistani e afghani.

Nigrizia

L’ idiozia leghista

Posted in Politica, Società with tags , , , on luglio 30, 2009 by Maria Rubini

Ieri scrivevo che la Lega è antistorica. L’altro ieri ho sottolineato l’assurdità e l’inopportunità delle parole di Bossi contro il nostro intervento in Afghanistan. Oggi la Lega torna a far notizia. In Commissione istruzione chiede che gli insegnanti del nord, per essere abilitati, debbano dimostrare di conoscere storia e tradizioni e dialetti della regione in cui dovranno insegnare. Persino nel Pdl sono contrari: al punto di chiedere il dibattito in aula proprio su questa proposta.
Insomma, la Lega se ne è inventata un’altra. E non va considerata come l’ennesima pagliacciata leghista. È molto peggio. Solo un’ignoranza abissale può portare a una proposta di questo genere. Un’ignoranza che conferma un aspetto che tutti fingono non voler vedere: la Lega Nord non può essere, per una serie di caratteristiche, un partito di governo. Perché ha posizioni esasperanti e antistoriche, perché indirizza tutte le sue decisioni politiche in una direzione che non ha niente a che vedere con una idea del futuro per la società italiana realistica e concreta. La cultura leghista è filtrata da una lettura falsificata della storia, da una retorica delle piccole patrie che non ha niente a che fare con la modernità.
Nessuno vuole negare il sentimento di identità e di appartenenza delle piccole comunità. Per decenni ci siamo preoccupati della perdita dei dialetti, e di alcuni dialetti che sono delle vere e proprie lingue. E tantomeno nessuno vuole irridere all’orgoglio di sentirsi parte di una terra, anche piccola, di una tradizione e persino di una lingua che può avere radici lontane.
Ma trasformare questo in una sorta di becera autarchia culturale è molto pericoloso. Claudio Magris ha scritto che: “L’identità non è un rigido dato immutabile, ma è fluida, un processo sempre in divenire, in cui continuamente ci si allontana dalle proprie origini, come il figlio che lascia la casa dei genitori, e ci si ritorna col pensiero e col sentimento; qualcosa che si perde e si rinnova, in un incessante spaesamento e rientro”.
Questo vuole dire stare nel mondo, questo vuole dire tenersi le proprie radici; tenerle cercando, studiando e conoscendo quelle degli altri. Non esiste cultura o civiltà che possa fare a meno di questo. Non esiste progresso senza mescolamento, non esiste comprensione del mondo senza comprensione dell’altro. Sentire, in una commissione parlamentare di un paese moderno e civile che non è più tollerabile avere solo insegnanti meridionali che trovano posto nelle scuole del nord dà i brividi. Trovare come modelli di riferimento storici e culturali il periodo dei Comuni nel medioevo, leggendo il periodo della Lega Lombarda come un’epopea da riproporre oggi, non è soltanto ridicolo, è aberrante. Pensare al nord, alla cosiddetta padania come a una regione unitaria, che si distingue e si contrappone al centro e al sud, vuol dire non avere alcuna concezione della storia, neppure da sussidiario di scuola elementare. Mandare in Parlamento gente che a sprezzo del ridicolo bloccherà la riforma della scuola perché vuole i dialetti è sinceramente vergognoso.
Proprio in queste battaglie si capisce la vera inadeguatezza culturale dei leghisti, che in questo modo non fanno un dispetto ai professori del sud, ma ai bambini e ai ragazzi del Veneto, della Lombardia, del Piemonte, condannati a una chiusura e a un’ignoranza eterna e perdente. La Lega Nord propone una cultura rozza, antimoderna e lontana da tutto quanto è progresso, dialogo e comprensione delle cose. E tutto questo non potrà che portare il partito all’implosione, e in un tempo ragionevole alla scomparsa dei leghisti dalla politica italiana ed europea. Ma nel frattempo non si può che scongiurare tutti i politici di buon senso, a destra come a sinistra, di limitare i danni di questa gente, il più possibile.

Roberto Cotroneo

Il cammino dei sentieri perduti

Posted in Comunismo, Politica with tags , , , on luglio 28, 2009 by Maria Rubini

Riprendere la strada oggi potrebbe significare riscoprire sentieri trascurati dalla sinistra ufficiale perché ritenuti eterodossi o troppo utopistici: parlo di un comunismo “arcaico” e primigenio, quello della mutualità, dell’autogestione, dell’economia dello scambio, dell’educazione libertaria…

Il silenzio che inghiotte ogni sasso lanciato nello stagno in questa surreale estate ha il tanfo di una mefitica palude. In Italia succede di tutto, ma nulla cambia.
E anche nel resto del mondo non va molto meglio. Perché si annuncia la pandemia un giorno come l’apocalisse e il giorno dopo come una normale influenza?
Per quali motivi, con quali scopi?
Il rischio è che una folla spersonalizzata e anonima segua ciecamente le note di un’irresistibile musica suonata da diabolici pifferai che la condurranno, come nell’antica fiaba, a precipitare nell’abisso del nulla.

Il nulla inteso come definitiva rassegnazione a un mondo costruito sul dominio oligarchico di alcuni centri di potere, decisi a restringere sempre di più persino la sfera di quei diritti che si credevano definitivamente conquistati nel Novecento.
Un mondo di persone rassegnate a non poter influire sull’andamento delle cose, o quantomeno a illudersi soltanto di farlo.

Personalmente non credo che questo sonno della ragione possa durare per sempre, altre volte nella storia il corso degli eventi ha cambiato direzione quasi da un giorno all’altro.
Tuttavia il potere ha molti mezzi a disposizione per intorbidare le acque. Tenere incollate le persone a un continuum spettacolare che ottenebra le menti, mischiando fiction e vita, è un gioco da ragazzi. Ma esistono anche mezzi più facili da diffondere in un attimo, come la paura. Paura del terrorismo. Paura della crisi economica. Paura dell’immigrazione. Paura delle epidemie.

Chi ha paura non esce di casa. Non viaggia. Non stringe relazioni. Non stringe mani. Non frequenta luoghi affollati. Insomma, non agisce, non protesta, non rivendica diritti, non sogna libertà.
Di fronte a questi attacchi globali la cui natura sfugge ad analisi ormai logore, le vecchie sinistre (quel che ne rimane) sembrano sbigottite, incapaci di risposta, legate a schemi che non funzionano più.
La parzialità della loro visione che ha sempre rimosso le proprie “eresie”, rinunciando alla ricchezza plurale e articolata delle differenze, da tempo si rivela inadeguata al compito di fronteggiare le nuove forme del dominio.

Riprendere la strada oggi potrebbe significare riscoprire sentieri trascurati dalla sinistra ufficiale perché ritenuti eterodossi o troppo utopistici: parlo di un comunismo “arcaico” e primigenio, quello della mutualità, dell’autogestione, dell’economia dello scambio, dell’educazione libertaria…
Esperimenti mai tentati, se non nella Spagna repubblicana del 1936.

Ipotesi che a ben vedere s’incrociano con le proposte più avanzate di teoriche e teorici del nostro tempo.
Dove trovare le energie per iniziare a percorrere questo cammino dei sentieri perduti? Le donne coscienti di sé, della storia di genere, dei diritti mai veramente ottenuti, le donne che hanno imparato a coltivare una forte libertà interiore e un inesorabile pensiero critico, forse potrebbero.

Focolai di ribellione femminile si sono accesi e si accendono di continuo, in un percorso che ancora non è riuscito a generalizzarsi, ma contiene in sé i germi di una profonda trasformazione, visioni di società radicalmente alternative nei principi, nei metodi, nei contenuti e nella struttura.

Non penso alla separatezza, che sarebbe una sorta di integralismo. Ma a nuovi tipi di alleanza. Nei territori dove più pesantemente la speculazione neoliberista avvelena, inquina, distrugge, rapina e fa di ogni luogo un incubo di cemento, o un deserto senza futuro, sono nati altri e validissimi focolai di resistenza, comitati dove donne e uomini agiscono bene insieme. Con queste nuove realtà di base un cammino comune è possibile e produttivo, fuori dalle logiche miopi e strumentali del passato.

Eppure troppe donne non riescono a uscire dalla prigione di cristallo – non solo un soffitto – del legame con partiti e organizzazioni politiche tradizionali, proprio nell’epoca in cui più evidente e impermeabile si è mostrato l’impianto maschilista di tali realtà.

Dobbiamo pensare che davvero le donne siano condannate all’inesistenza pubblica da una propensione al soccorso “maternale” dei compagni intesi in senso lato, vale a dire da un irrisolto rapporto diseguale fra i sessi che contamina di sé anche le relazioni politiche?
Oppure questo è il tempo in cui si deve scegliere e ci si deve assumere la responsabilità di dare seguito coerente alle teorie che fanno del pensiero femminista, e della sua autonomia, una delle poche strade di salvezza rimaste?

A dispetto del tabù che da tempo ha purtroppo iniziato a circondare persino il vocabolo che designa questo arco di storia delle donne, fra le nuove generazioni.
C’è una sfera ormai deserta nella vita collettiva, quello spazio pubblico non istituzionale e non privato in cui si pongono le basi del dibattito critico e della trasformazione possibile, Hannah Arendt insegna.
Luoghi fisici e mentali di incontro e confronto, di cui rivendicare il diritto d’uso nelle città dove mancano, e da ripopolare nelle città dove esistono.
Luoghi da far vivere concentrandovi iniziative e proposte sul presente e sul futuro della polis, in base a pratiche, desideri ed esperienze.
Luoghi da collegare per rendere forte e visibile una presenza di donne interessate davvero ad agire, contrastando la deriva umana e civile, apparentemente inarrestabile, che ci ammorba il respiro.

Vogliamo seriamente parlarne a partire da settembre?

di Floriana Lipparini

Nigeria: attacchi islamisti nel nord. Oltre 150 vittime in meno di 24 ore

Posted in Politica with tags , , on luglio 27, 2009 by Maria Rubini

Gruppi armati islamisti contrari all’insegnamento della cultura occidentale nelle scuole hanno preso d’assalto stazioni di polizia in diverse città nel nord del paese. Centinaia le vittime. Ma non si tratta di un’infiltrazione di al-Qaeda.

Oltre 150 vittime in meno di 24 ore: è il drammatico risultato di due giorni di violenze che stanno sconvolgendo il nord della Nigeria. Gli scontri sono iniziati domenica, quando un gruppo di una settantina di uomini armati ha attaccato una stazione di polizia a Dutsen Tenshin, a circa 50 chilometri da Bauchi, capoluogo dello stato omonimo. Almeno 40 le vittime, soprattutto militanti. Non è chiaro quanti tra le vittime siano membri del gruppo e quanti membri delle forze di sicurezza. La polizia inoltre ha arrestato circa 200 persone considerate membri o fiancheggiatori dei responsabili dei disordini. Il governatore di Bauchi ha dichiarato che la situazione è sotto controllo, ma in tutto lo stato vige ora il coprifuoco notturno.

Lunedì invece, quasi simultaneamente altri gruppi sedicenti pro-talebani hanno attaccato delle stazioni di polizia scontrandosi con le forze di sicurezza a Potiskum, nello stato di Yobe, a Maiduguri, capitale del vicino stato di Borno, dove sarebbero almeno 100 i morti, e a Wudil, 20 chilometri dalla città di Kano. Secondo alcuni testimoni oculari molti degli edifici sarebbero stati rasi al suolo o dati alle fiamme. Col timore di nuove violenze, centinaia di cittadini stanno abbandonando le proprie case.

Non è chiaro se gli attacchi siano stati organizzati dallo stesso gruppo, ma di certo le rivendicazioni sono le stesse: si oppongono alla cultura occidentale e all’istruzione di tipo occidentale nelle scuole, perché contrarie ai precetti dell’Islam. Il teorico di questa campagna discriminatoria sfociata in violenza è Mohammed Yusuf predicatore soprannominato Boko Haram, che significa “l’istruzione è proibita”.
Nonostante nel nord della Nigeria sia in vigore la sharia, la legge islamica che si fonda sul Corano, non vi sono riscontri di una presenza di al-Qaeda sul territorio. Musulmani e cristiani generalmente vivono pacificamente fianco a fianco, nonostante sporadiche esplosioni di violenza, come quelle scoppiate nel novembre scorso a Jos. L’identità culturale locale e il radicamento delle tradizioni locali sono molti forti, tanto che al momento una vera  penetrazione dell’islam radicale è da escludere.

da Nigrizia

INTERVISTA A ROBERT KURZ DELLA RIVISTA ONLINE PORTOGHESE “SHIFT”, ZION EDIÇÕES

Posted in Comunismo, Politica with tags , , on luglio 27, 2009 by Maria Rubini

Come si inquadra l’attuale crisi finanziaria nel contesto dello sviluppo della crisi strutturale del capitale?

É teoricamente sbagliato parlare di una crisi finanziaria indipendente, la cui «ripercussione» sulla cosiddetta economia reale sarebbe incerta ed eventualmente moderata. Espressa nei termini della teoria di Marx, la crisi finanziaria può essere solo una manifestazione della caduta delle condizioni della valorizzazione reale del capitale. Il sistema finanziario e del credito non é un settore autonomo, ma una componente integrante della riproduzione ampliata del capitale totale. Qui sorge una contraddizione che progressivamente si aggrava. L’espansione del sistema del credito in sé non è nuova, ha già percorso un processo secolare. Ciò riflette un meccanismo descritto da Marx come «aumento della composizione organica del capitale». Con l’aumento della scientificizzazione della produzione, cresce la proporzione di capitale costante (macchine, equipaggiamento tecnologico di controllo, comunicazioni e infrastrutture, etc.) in relazione al capitale variabile (forza di lavoro produttivo di valore). Corrispondentemente, crescono i costi preliminari per poter applicare in forma redditizia la forza lavoro, l’unica fonte di plusvalore. I costi preliminari crescenti esigono un anticipo del plusvalore futuro nella forma del credito per mantenere in corso l’attuale produzione di plusvalore, sempre più differito nel futuro.
Ciò crea una tensione crescente nella connessione interna tra credito e valorizzazione reale. Nel passato, questa contraddizione poté essere compensata grazie all’effetto sociale collaterale della scientificizzazione. L’aumento della produttività deprezza gli alimenti e, dunque, riduce anche il valore della forza lavoro, in modo che i costi della sua riproduzione si abbassano. Lo stesso meccanismo che comporta che la proporzione del capitale variabile (forza lavoro) nella composizione organica del capitale sia relativamente minore comporta anche che la forza lavoro abbia a produrre meno valore per la propria conservazione. Aumenta la proporzione di plusvalore nel totale del valore reale creato, ciò che Marx designa come produzione di «plusvalore relativo». Ma ciò si applica solo a ogni forza lavoro individuale produttiva dal punto di vista capitalistico. Il presupposto perché si abbia un effetto compensatorio in termini di valorizzazione sociale è, dunque, che parallelamente si espanda il capitale reale totale e, così, cresca in termini assoluti il numero dei lavoratori utilizzabili in condizioni produttive dal punto di vista capitalistico – malgrado il minor peso relativo del capitale variabile nella composizione di un certo capitale monetario avanzato. Inoltre, solo sotto questa condizione l’anticipo di plusvalore futuro, sempre più differito nel futuro per mezzo dell’espansione del credito, può essere rimborsato, perlomeno nella misura in cui la connessione tra credito e valorizzazione reale non è completamente rotta. Fintanto che questa connessione in qualche modo funzionava, anche la contraddizione si esprimeva soltanto relativamente, con la famosa caduta tendenziale del saggio di profitto. Il saggio di profitto medio si riferisce a un capitale monetario di qualsiasi ordine di grandezza. Questo saggio va cadendo in un processo secolare, a causa della crescente quota dei costi preliminari del capitale costante, il quale non produce qualche nuovo valore ma trasferisce solamente valore già creato. Ma se la massa sociale totale del capitale monetario avanzata nell’applicazione produttiva del valore cresce sufficientemente, può, malgrado la diminuzione del saggio di profitto per capitale monetario applicato, continuare contemporaneamente a salire la massa di plusvalore reale assoluto e la massa di profitto del capitale totale. Marx analizzò questa connessione, nella quale il risultato storico rimane aperto, nel Primo Volume (produzione di plusvalore relativo) e nel Terzo Volume (tendenza alla caduta del saggio di profitto) de Il Capitale. A un livello elementare di «sostanza del valore» come «sostanza del lavoro», Marx, d’altra parte, parla nei Grundrisse del fatto che la concorrenza, costringendo all’aumento permanente della produttività, deve portare finalmente a una riduzione assoluta della forza del lavoro produttivo di valore e, così, a un limite storico assoluto della valorizzazione. Su questo aspetto, tuttavia, la teoria di Marx è rimasta da sviluppare.
La fase fordista è stata l’epoca alta del plusvalore relativo, con l’espansione. contemporanea del capitale reale totale. Il continuo anticipo del credito sembrava realizzabile. La teoria di un limite interno assoluto della valorizzazione era considerata superata, anche a sinistra. La contraddizione tra il sistema del credito e la produzione di plusvalore reale raggiunge però un punto culminante nel contesto della Terza Rivoluzione Industriale, quella della microelettronica, assumendo una nuova qualità. L’espansione del capitale reale raggiunge i suoi limiti storici poiché, contemporaneamente, con la nuova qualità della scientificizzazione, la «sostanza lavoro» produttiva di valore si scoglie in una scala senza precedenti. L’aumento del plusvalore relativo per singola forza lavoro comincia a perdere il suo carattere di meccanismo storico di compensazione. Ciò trasforma la solamente relativa caduta tendenziale del saggio di profitto per capitale monetario applicato, in caduta assoluta della massa di plusvalore sociale reale e, dunque, della massa di profitto. La connessione tra il differimento dell’ampiamente anticipato plusvalore futuro nella forma del credito e la produzione del plusvalore reale è irreversibilmente squarciata. Ciò che si manifesta come una devastante crisi finanziaria è soltanto la manifestazione empirica della contraddizione maturata nel livello empiricamente intangibile delle relazioni reali del valore.
Siamo dunque di fronte a una «rottura strutturale» di ordine superiore. Se fino ad ora si è parlato di una «crisi strutturale» del capitale, per esempio nel contesto della «teoria delle onde lunghe», era solamente in relazione alla «transizione» per un nuovo «modello di accumulazione». La crisi dovrebbe cioè avere solo una funzione di «pulizia», al fine di aprire il cammino al successivo impeto storico della valorizzazione su una nuova base tecnologica. Questo è stato il famoso concetto dell’economista Joseph Schumpeter della potenza del capitale come «distruzione creativa». Ma la fine dell’era fordista non ha portato a qualche rottura strutturale «creativa», nel senso di un nuovo «modello di accumulazione». La tanto invocata transizione per il cosiddetto «postfordismo» non era che una formula vuota. Ciò che in realtà è accaduto non è stato altro che la transizione verso la famigerata «economia delle bolle finanziarie» in cui il sistema del credito è stato gonfiato molto al di là della capacità decrescente della produzione reale del valore, in una maniera storicamente senza precedenti.
Qui è sorta, a causa di una percezione positivista, che non riesce a riconoscere la connessione interna delle relazioni del valore, l’illusione ottica di un «modello di accumulazione» di fatto nuovo. Da un lato, il «postfordismo» consisterebbe nella delocalizzazione della produzione industriale di plusvalore verso la periferia, verso i cosiddetti paesi emergenti (più recentemente, nella forma del presunto «miracolo di crescita» asiatico). In realtà, il punto di partenza e la forza motrice di questa delocalizzazione non è consistita in ricette monetarie di creazione di valore, ma nel «capitale fittizio» delle bolle finanziarie senza sostanza, già da tempo slegate dall’applicazione produttiva della forza lavoro umana. Da questa forma si è messa in movimento una congiuntura globale del deficit, ora sul punto di una brusca caduta. Dall’altro lato, il «postfordismo» creerebbe nei centri capitalistici una cosiddetta «società dei servizi», immaginata come nuovo campo indipendente della valorizzazione. In realtà si è trattato in gran parte di settori improduttivi dal punto di vista capitalistico, come la «prestazione di servizi personali» privata, che non hanno il loro punto di partenza e il loro sostegno nella creazione reale di valore e nei rendimenti da qui ottenuti, ma nel rigonfiamento del «capitale fittizio» e nella mera simulazione dei processi di valorizzazione. Così, la pretesa transizione verso un’«economia dei servizi», non si è realizzata come espansione delle infrastrutture statali, per esempio nella salute e nell’educazione, che già negli anni ‘70 è stata un fallimento, ma, piuttosto, nella forma della prestazione precarizzata dei servizi in piccole imprese private dai bassi salari, e nella forma di «falso lavoro autonomo», ora entrambe minacciate di estinzione.
Su questo è necessaria ancora un’osservazione relativamente all’evoluzione teorica nella sinistra. L’ideologia postmoderna della «virtualizzazione» ha portato a un adattamento della critica sociale di sinistra al capitalismo di crisi e simulativo. Si è cominciato sempre di più a parlare di una crescita appena «finanziariamente indotta», alla quale si pretendeva adattarcisi «simbolicamente». Le categorie basilari della critica dell’economia politica di Marx non solo sono rimaste positivisticamente incomprese, come nel marxismo tradizionale, ma fatte scomparire del tutto. E il problema della potenza della crisi non solo è stato ridotto a una «funzione» di «pulizia», ma anche reinterpretato soggettivamente e semplicisticamente dissolto in «relazioni di volontà politiche». Paradigmatico del caso è il postoperaismo di Antonio Negri. Nella misura in cui vi sono «crisi», queste sono interpretate come reazione «politicamente volontaria» e cosciente, dei capitalisti e delle loro frazioni, alle gloriose «lotte» della cosiddetta moltitudine. Ma se l’attuale dinamica di caduta globale è un atto politico deliberato dell’Impero capitalista, allora lo deve essere più come «reazione» allo spirito di mia nonna che alle «lotte» ormai da molto tempo soltanto simboliche di un capitale variabile demoralizzato, senza potere di intervento reale nei centri capitalistici. Ma, come è spiegato in modo insuperabile nella teoria di Marx, il vero limite della valorizzazione è strettamente obiettivo e si erge «dietro le spalle» degli agenti. L’emancipazione sociale dalla logica capitalista, al contrario, non può in modo alcuno essere «obiettiva»; e perciò essa esige la critica radicale delle categorie fondamentali del capitalismo, le quali sono state «interiorizzate» dall’umanità e ampiamente rimosse dalla sinistra. La sinistra deve ancora digerire l’obiettività negativa della crisi e anche confrontarsi con se stessa e con le sue illusioni postmoderniste .

A Suo avviso, è un buon momento per diffondere una critica radicale del sistema del capitale? Oppure, considerando che le condizioni materiali basilari di milioni di esseri umani sono sempre più degradate, non sarà possibile andare oltre il keynesianismo e la nostalgia dello Stato sociale?


Apparentemente si verifica una delegittimazione generale del capitalismo, perfino nella classe politica e nelle pagine culturali. Il concetto in sé di capitalismo è diventato peggiorativo dal giorno alla notte, come se non fosse sempre stato proclamato «vincitore della storia». Ma questa «svolta» improvvisa e non mediata non può smettere di apparire sospetta e indegna di credito. Nelle ultime decadi il neoliberalismo è penetrato profondamente nella coscienza delle masse in quanto tendenza verso il «radicalismo di mercato», individualizzazione astratta e desolidarizzazione di «atomi sociali» autistici. La relazione individuale diretta con il mercato universale e la concorrenza universale diventano condizioni di vita e non sono più filtrate socialmente. Queste forme di vita in una società disintegrata sono ora colpite con tutta la forza dalla nuova qualità della crisi globale e scosse nei loro fondamenti.
Si tratta in primo luogo di uno schock della funzione legittimatoria. Lo «spirito dominante» della svolta neoliberale si è screditato completamente in modo vergognoso. Fino ad ora, però, il crollo devastatore è stato percepito in modo perfettamente fantasmatico, cioè soltanto come spettacolo nei mercati finanziari e nei media globali. Una notizia catastrofica dietro l’altra, perché la crisi non ha raggiunto ancora la riproduzione «reale» e la vita quotidiana. I primi preannunci sono le perdite drammatiche nelle vendite dell’industria dell’automobile e dei suoi fornitori. Però la dinamica di crisi andrà colpendo successivamente non solo tutti i settori della produzione di merci (industria, mezzi di comunicazione e servizi), ma tutte quelle aree della vita che per decadi sono diventate dipendenti dal rigonfiamento del credito perché non potevano più essere alimentate dalla produzione reale del plusvalore e dalla sua redistribuzione sociale; dall’educazione alla cultura e alla salute, passando per le infrastrutture locali, fino alle cure rivolte agli anziani, etc. I programmi di misure onerose per combattere le alterazioni climatiche o per assicurare la salute, che continuano a essere discussi come se nulla fosse accaduto, non sono altro che spazzatura.
Questa dinamica di «disintegrazione della disintegrazione» non può essere adeguatamente digerita dagli individui sociali atomizzati; e ancor meno al ritmo che essa avanza. Gli esseri umani individualizzati sono in tutti gli aspetti «creature a credito», non ha importanza la misura della coscienza di questo fatto. Lo stesso si applica alla «religione del quotidiano» (Marx) del consumo di merci; il sistema di carte di credito sarà probabilmente il prossimo collasso del settore finanziario. Tutto il discorso futile sugli «eccessi speculativi», che in ultima analisi dovrebbero essere impediti, non può nascondere il fatto che la dipendenza dal «castello di carte mondiali» della sovrastruttura finanziaria autonomizzata sia ben ancorata nella coscienza delle masse, in quanto condizione di vita. Pertanto la delegittimazione superficiale del «capitalismo» ancora non raggiunge la critica radicale del modo di produzione e di vita dominante. Solo le forme del capitale finanziario privato, la banca di investimento, gli hedge funds, etc., sono percepiti come «capitalisti». A misura che crolla l’economia delle bolle finanziarie, prima idolatrata, gli «esseri umani a credito» individualizzati invocano lo Stato per salvare la loro «pelle a credito» e poter continuare a vivere la loro vita capitalistica precarizzata. Il sistema di credito privato esaurito deve essere sostituito dal credito statale, che si vuole immaginare come inesauribile.
Naturalmente questo è un voltafaccia pericoloso. Perché è stata esattamente la credenza nella capacità illimitata del finanziamento statale che il discorso neoliberale dominante nelle ultime decadi ha denunciato come una grande aberrazione. E non è stato solo per ragioni ideologiche. Quando negli anni ‘70 la crescita fordista si esaurì e la connessione tra sistema di credito anticipato e la produzione di plusvalore reale cominciò a rompersi, fu in primo luogo il credito statale ad essere allungato oltre la capacità di creazione di valore sociale, per mantenere la congiuntura in funzionamento attraverso l’anticipazione del futuro. L’indebitamento statale keynesiano senza soluzione costituiva già una bolla finanziaria di tipo proprio. Come risultato, l’inflazione andò sempre più fuori controllo in tutto il mondo. Il neoliberalismo reagì a questo sviluppo, ma senza comprendere la sua causa profonda. Esso immaginava che il problema consisteva solamente in un’espansione eccessivamente forte dell’attività statale e che si poteva rimediare con la deregolazione radicale del mercato. Tuttavia, una volta che, nella realtà, l’aumento della composizione organica del capitale cominciò a trasformarsi in una caduta storica della massa di plusvalore reale e della massa di profitto, il rigonfiamento del credito ormai senza soluzione fu solamente dislocato, dalla svolta neoliberale di Stato, verso le bolle finanziarie di indebitamento e di speculazione del capitale privato. Dal momento che questa dislocazione non avveniva sul piano strettamente limitato dello Stato, ma nel contesto della globalizzazione transnazionale, potè essere simulata per più di trent’anni, con questa nuova modalità del credito senza copertura nella creazione del valore reale, una crescita il cui carattere deficitario solo ora si rivela. Quando ora le élites, così come la coscienza delle masse, pretendono di regredire immediatamente al finanziamento statale come ancora di salvataggio, sembrano soffrire di amnesia. Lo Stato, fino a poco tempo prima demonizzato, è più che mai elevato, con la migliore delle buone intenzioni, allo statuto di dio che deve eternizzare il flusso del credito, perché sarebbe «onnipotente», oltre i singoli interessi.
Ora, lo Stato non è di fatto un’agenzia indipendente di una «classe dominante» o di certi gruppi economici, ma l’istanza di potere generale soggiacente la società, che costituisce l’inquadramento esteriore della valorizzazione del capitale e di tutte le su «maschere di carattere» (Marx). Ma necessariamente per questo lo Stato non sta «al di sopra» delle leggi obiettive del movimento del capitale e non può pretendere di controllarle o modificarle arbitrariamente; al contrario, esso non ne è meno soggetto di quanto lo sia il capitale individuale, si trova solamente su un livello sociale più elevato. Tutto quello che lo Stato fa deve essere finanziato, tanto quanto tutto quello che è fatto dal capitale singolo o dagli individui; e la fonte di questo finanziamento può essere solo la produzione di plusvalore reale. Lo Stato ottiene rendimenti in denaro a partire da questa fonte originale, sia direttamente, attraverso le tasse, sia acquistando denaro nei mercati finanziari, attraverso l’emissione di obbligazioni. Nel secondo caso, esso stesso è un attore al livello del capitale finanziario ed è vincolato alle sue condizioni. Che significa questo, nella crisi storica del credito e della crescita «finanziariamente indotta», da quello dipendente, di cui oggi soffriamo? I «pacchetti di salvataggio» del sistema finanziario fino ad ora lanciati dagli Stati, e i programmi statali di appoggio alla congiuntura in prospettiva ancora non concretizzatasi in tutto il mondo già ammontano a vari miliardi di dollari di euro. Dove va lo Stato a ottenere il finanziamento per tutto questo, se la crisi sta proprio nel fatto che la fonte di creazione del valore reale si è esaurita e il credito, come anticipo del plusvalore futuro, si è esaurito? Un aumento drastico delle tasse deprimerebbe ancora di più la produzione del plusvalore reale già languente. Una grande massa di titoli di Stato nei mercati finanziari otterrebbe lo stesso effetto, perché lo Stato si troverebbe a concorrere con le imprese e con le famiglie per il credito disponibile e così a dover tirare verso l’alto i tassi di interesse reali.
Se viene speso il denaro delle tasse riscosse dallo Stato e dei prestiti ottenuti nei mercati finanziari, dal punto di vista della logica della valorizzazione non si ha qualche produzione, ma soltanto consumo. Infatti, anche nel caso che, per esempio, si finanzi la costruzione di strade o di scuole, ciò non darà luogo a qualche nuova creazione di valore ma sarà prosciugata la produzione reale del passato (imposte) o del futuro (credito). Ciò è a maggior ragione vero se lo Stato con questo denaro, nella forma di «pacchetti di salvataggio», intende soltanto tappare i buchi del sistema finanziario, comprare crediti in cattivo stato delle banche, etc. Dopo la cessazione definitiva dell’economia delle bolle finanziarie e della congiuntura di simulazione, la responsabilità finanziaria statale ascende a valori molte volte superiori a quelli anteriori, già prima affondati. Una volta che non è possibile un aumento delle imposte né un’espansione del debito pubblico nella misura del necessario, resta solo, come ultima ratio, stampare banconote, creando denaro dal niente, e trasferirlo direttamente verso lo Stato, senza garanzie né contropartite. Ma la competenza delle banche centrali per creare moneta è meramente formale, «esprimendo» soltanto il processo di creazione del valore capitalista reale, senza poterlo sostituire. Il ricorso diretto all’emissione di banconote sarebbe la maggiore bolla finanziaria di tutte, e potrebbe finire solo nella completa svalorizzazione del denaro e di tutti i crediti, titoli, etc (iperinflazione, bancarotta statale, riforma monetaria).
La dislocazione del problema del credito dello Stato verso il capitale finanziario e l’attuale regresso nuovamente verso lo Stato completano un cerchio senza uscita. Certamente, ora il fallimento sociale mondiale del sistema capitalista e della sua legittimazione neoliberale costituisce un campo nel quale si può far valere la critica radicale delle forme capitalistiche basilari in un modo differente dal passato. Ma questo ancora non significa, in alcun modo, che questa critica radicale si renda già suscettibile di adesione della coscienza delle masse, che ancora si muove interamente nelle categorie del feticismo moderno. É necessario, in primo luogo, prendere coscienza del paradosso che le condizioni materiali di esistenza in tutte le aree della vita sono dipendenti dalla virtualità del credito in dissoluzione. Da questo punto di vista, gli ostacoli a una negazione della totalità capitalista non diventano minori, ma maggiori. Se la propria esistenza è minacciata, le persone si aggrappano con tanta più forza alle condizioni dominanti. Ciò equivale a dire, oggi, che tutti i progetti di salvataggio del sistema del credito, per più illusori che siano, hanno uditorio, lo stesso se al prezzo di sfociare in ideologie assassine (antisemitismo o proto-antisemitismo). Per maggiore ragione, la critica radicale deve contrapporsi al mainstream dello spirito del tempo, invece di lasciarcisi trascinare.

Come vede l’appropriazione da parte del sistema di concetti classici della sinistra, come «nazionalizzazione» o «regolazione dei mercati finanziari»?

Il programma dell’ala radicale del marxismo tradizionale assunse una formula marziale: la «dittatura del proletariato». Comunque era sempre l’organizzazione sociale che si trovava al centro dell’attenzione, benché legata ad una falsa ontologia del lavoro astratto. In realtà, il programma si trasformò su questa base ideologica in una mera nazionalizzazione delle categorie capitalistiche, cioè l’opposto dell’emancipazione sociale. Lo stesso Marx, nella Critica del Programma di Gotha, polemizzò contro questo feticismo dello Stato, sebbene egli stesso, in alcune formule precedenti, non ne fosse totalmente libero. Nella pratica storica dei sistemi della «modernizzazione in ritardo» (Unione Sovietica, Cina, etc.), il concetto di «Stato dei lavoratori» ebbe soltanto una funzione legittimatoria per la riproduzione del capitalismo di Stato. La maggior parte dei partiti socialisti e comunisti in occidente trasformò questo requisito in un programma di «nazionalizzazione» delle banche e delle principali industrie del capitalismo. L’orientamento statale era solo vagamente legato al paradigma esaurito della «classe lavoratrice». Invece di questo, il concetto di «nazione» divenne centrale e la «questione sociale» fu trasformata in una «questione nazionale». Questo «socialismo dai colori nazionali» assunse un carattere veramente reazionario rispetto alla «socializzazione mondiale» negativa del capitale. Esso già apparteneva alla storia della dissoluzione del marxismo tradizionale.
Nell’economia borghese emerse, in reazione alla crisi economica mondiale degli anni ‘30, un orientamento statale «moderato», attenuato, sotto la forma del keynesianismo. Questa dottrina non ebbe mai nulla a che vedere con le speranze «socialiste» diffuse; al contrario, concepiva se stessa espressamente come programma di salvataggio del capitalismo con l’aiuto di interventi statali, la cui base risiedeva nell’espansione continuata del credito statale. Il «keynesianismo di sinistra» tentò di trasformare questa dottrina in un senso quasi «socialista». Ma si trattò solo del vecchio orientamento per il capitalismo di Stato, nuovamente diluito e alleggerito, degli antichi «partiti operai» da tempo integrati nella classe politica del capitalismo. Il riferimento alla critica dell’economia politica di Marx fu definitivamente perso. Il discorso del keynesianismo di sinistra fondamentalmente non si riferì più all’analisi categoriale della «valorizzazione del valore» e della dinamica nel contesto della forma capitalistica di plusvalore relativo, aumento della composizione organica, caduta del saggio di profitto, né a una teoria della crisi su questa base. Per questa forma di pensiero la possibilità di una «crisi categoriale» con la caduta della massa di plusvalore fu completamente esclusa. Con ciò, anche la «critica categoriale» delle forme basilari del sistema del feticcio capitalistico diventò ancor meno percorribile che nel marxismo tradizionale dell’antico movimento operaio. Invece di ciò, la «critica» cadde in un «trattamento della contraddizione» nel quadro del capitalismo, non più esplicitamente contestato, dunque in una forma di «politica economica» borghese volgare, che dovette far affidamento ciecamente sull’espansione del credito statale, al fine di poter presumibilmente succhiare il miele sociale. Quando la scienza economica e la politica economica dominanti, sulla scia della «rivoluzione neoliberale», ufficialmente allontanarono la dottrina keynesiana, la sinistra politica teoricamente disarmata restò con il keynesianismo per conto suo, senza percepire che stava sposando un cadavere storico. Il keynesianismo appariva adesso come opposizione fondamentale al neoliberalismo in modo puramente formale, sebbene esso mai lo sia stata nel suo contenuto.
La recente svolta disperata delle élites economiche e politiche verso il credito statale rivela i piedi d’argilla dei partiti di sinistra, così come delle organizzazioni di movimento come ATTAC. Apparentemente, elementi centrali del keynesianismo per sè consistentemente reppresentati (statalizzazione o «nazionalizzazione» delle banche ed eventualmente delle industrie chiave, regolazione dei mercati finanziari) sono repentinamente oggetto di nuovi onori. Tuttavia, non si tratta più di uno Stato-provvidenza keynesiano, come nel periodo finale della prosperità fordista nella decade del 1970, ma di un keynesianismo d’emergenza del capitale finanziario, che viene di pari passo con l’aggravamento dell’amministrazione statale antisociale del lavoro e delle persone. É il paradosso del prolungamento del neoliberalismo con mezzi quasi keynesiani, perchè nel limite interno resosi storicamente manifesto della valorizzazione non esiste più una qualche terza opzione. Il credito statale non sta fluendo verso programmi sociali, educazione, servizi sanitari etc, ma è lanciato nel buco nero dei bilanci debilitati. La sinistra keynesiana rimane disarmata di fronte alla nuova qualità della crisi perché non possiede alcuna nozione della medesima. Mentre essa crede di presentire la brezza mattinale keynesiana, nella realtà gli è presentato il conto della sua autoconsegna al modo di produzione e di vita capitalistici. Se vuole «evolversi» nella nuova espansione del credito statale portatrice di inflazione, essa stessa corre il rischio di rendersi parte integrante dell’amministrazione capitalistica della crisi. Indizi di questo già esistono in tutta Europa. Nel caso la sinistra di partito e di movimento si renda in questo senso «politicamente capace» e per le élites del capitale «socialmente capace», la sua «socialdemocratizzazione» potrebbe sfociare in una carriera nella base dello stato d’eccezione.

Che forme di mediazione possono essere stabilite tra le lotte immanenti per le condizioni basilari della sopravvivenza e la critica delle categorie di base del sistema del capitale (merce, valore, denaro, lavoro astratto, Stato, politica)?


Non c’è dubbio che la lotta sociale organizzata extraparlamentarmente per le necessità materiali e culturali della vita, in resistenza contro la brutale riduzione del livello di civilizzazione, è l’unica alternativa alla collaborazione parlamentare «politica» di «sinistra» con l’amministrazione statale della crisi. Inevitabilmente sorgerà un contromovimento sociale costituito di nuovo, inizialmente come «trattamento della contraddizione» immanente, che non delegherà più le necessità allo Stato ma presenterà esigenze autonome, anche se queste dovranno essere erette contro lo Stato. É il caso, per esempio, di un salario minimo legale sufficientemente elevato, della resistenza contro nuovi tagli nei trasferimenti sociali e contro l’angheria repressiva delle misure coercitive dell’amministrazione del lavoro, contro la privatizzazione o la chiusura delle infrastrutture pubbliche vitali (per esempio l’assistenza medica). Ma sono all’ordine del giorno anche il dibattito sul bilancio dell’educazione e le critiche all’obsoleto e rigido legame dei contenuti dell’insegnamento e della ricerca alle necessità della valorizzazione del capitale.
Esiste un momento importante nella mediazione della «critica categoriale» che consiste nell’apprendere come si può distinguere, nel «trattamento della contraddizione», tra forme che facciano avanzare e forme affermative. Ciò include, in primo luogo, il riconoscimento che la difesa delle necessità vitali per la via ufficiale della politica si è resa del tutto illusoria. Devono essere evidenziati i contenuti alternativi delle rivendicazioni sociali dirette, da un lato, e quanto sia futile la speranza nei programmi statali di congiuntura per nuovi investimenti di capitale, dall’altro. Questi ultimi agganciano in partenza le necessità sociali al «successo» della valorizzazione del capitale, sulla base in rovina del lavoro astratto, e alla «finanziabilità» da qui derivata, secondo criteri capitalistici. I primi, al contrario, possono aprire il cammino per la negazione del «terrore della finanziabilità» e per approssimarsi al superamento della forma valore e del denaro. Questa alternativa, a renderla effettiva nelle nuove condizioni di crisi, può anche collocarsi tra gli elementi «di sinistra» della classe politica, così conducendo a polarizzazioni; da qui, intanto si costituisce un contromovimento sociale. Nell’antico movimento operaio già si avevano elementi di questa alternativa, anche se sotto il fondo ideologico di un’ontologia del lavoro astratto. Proprio per questa ragione i contromovimenti sociali (anche in corrispondenza con la loro coscienza basata sull’ontologia del lavoro), furono sempre trasformati in orientamento statale e, come «marxismo di partito», vincolati a un intervento della politica; poiché lo Stato è appunto l’istanza sociale di sintesi sulla base del lavoro astratto. Nei limiti storici del lavoro astratto e della valorizzazione reale del capitale, l’alternativa tra contromovimento sociale e statalismo si pone adesso in forme completamente nuove e deve essere formulata conseguentemente, dato che la speranza nel credito dello Stato può solamente svergognarsi con lo scatenamento dell’inflazione e non contiene più dunque un qualsiasi potenziale sociale.
Un secondo momento di mediazione è la critica di tutte le forme di esclusione sociale, siano esse articolate apertamente o indirettamente e subliminalmente. Intanto che i movimenti sociali opereranno sul piano del «trattamento della contraddizione» immanente, si avranno sempre queste tendenze. Giá nell’antico movimento operaio si ebbero forti sentimenti negativi contro gli strati inferiori dequalificati. Oggi possiamo osservare atteggiamenti simili da parte di un’«aristocrazia operaia» globalizzata, nel frattempo in dissoluzione, contro i «caduti fuori», o contro i lavoratori dei settori dei bassi salari; e fin negli stessi ceti inferiori della «cultura dominante», contro i migranti. Su tutto però sono le classi medie accademiche e subaccademiche, sotto la minaccia della caduta nei centri capitalistici, che pretendono di salvare la propria pelle e stilizzare come ideale di emancipazione generale i loro interessi specifici in quanto «capitale umano», quando nella realtà la vita degli «altri» gli è indifferente. A misura che si costituirà un contromovimento sociale, il compito della «critica categoriale» è precisamente identificare analiticamente i diversi potenziali di esclusione sociale complessamente sovrapposti e affrontarli.
Ciò può ottenere successo soltanto se la critica riesce a trasmettere che, oltre le categorie capitalistiche, sarà facilmente possibile soddisfare le necessità della vita «per tutti». In questo contesto, il compito è rendere coscienti i contromovimenti sociali (contando che sorgano) dell’enorme discrepanza tra i potenziali di ricchezza materiale e l’impossibilità di continuare a trattarli nella forma capitalista. Tuttavia la riflessione teorica sulle categorie reali del capitale, forma valore e merce, plusvalore, lavoro astratto etc, e la loro modulazione politico-statale, non è presente nella coscienza delle masse. Può allora essere mobilitata l’esperienza pratica del fatto che esistono, dal punto di vista tecnico-pratico e materiale, le capacità per soddisfare le necessità materiali, sociali e culturali, ma sono paralizzate dal capitalismo, perché non può più essere soddisfatto l’assurdo fine in sè della trasformazione del «lavoro» in «più lavoro» e del «denaro» in «più denaro». Se sempre più individui diventano senza tetto, mentre contemporaneamente ci sono alloggi vuoti in massa, o se sempre più malati e bisognosi non sono adeguatamente accuditi, mentre, al tempo stesso, l’amministrazione chiude ospedali, medici e personale ospedaliero vengono messi sotto pressione o diventano «disoccupati», allora questa esperienza può essere fondamentalmente trasformata in critica radicale della forma della merce e del denaro, arricchendo l’esperienza con la riflessione teorica.
Questo approccio è corretto anche quando si invoca il cosiddetto problema «ecologico» (degrado climatico, esaurimento delle colture, erosione dei fondamenti naturali della vita, etc.). Su questo aspetto, la mediazione della «critica categoriale» deve rendere cosciente la connessione interna tra poteri distruttivi del modo di produzione capitalista della ricchezza materiale, da un lato, e la forma capitalista delle relazioni sociali, dall’altro. Non è la produzione in sé di una quantità sufficiente di alimenti e beni culturali che porta alla distruzione della «biosfera», ma la razionalità della logica della valorizzazione dell’economia d’impresa, la quale crea povertà mentre distrugge le sue stesse basi e rovina la natura. Il potere distruttivo di certe forme capitalistiche di ricchezza materiale (trasporto automobilistico individuale, industria della difesa, agro-industria disseminatrice di veleni, etc) non può essere giocato contro la socializzazione delle necessità della vita sociale. L’alternativa all’«automobilizzazione» non è l’eliminazione della mobilità in sé ma l’espansione del trasporto pubblico, sotto il controllo sociale, nella resistenza contro la privatizzazione. É particolarmente perfido responsabilizzare le persone, condannate a indegne razioni di miseria e capitalisticamente impoverite, perchè «consumano troppo» distruggendo così il clima. Mentre la «catastrofe climatica» ha recentemente, in tempi di congiuntura di deficit, causato sensazione mediatica, adesso, nella crisi, gli obiettivi ufficiali della riduzione delle sostanze inquinanti sono nuovamente tagliati, perché dev’essere mantenuta a qualsiasi prezzo la forma capitalistica della produzione. É perfettamente possibile che l’amministrazione di crisi intenda sostenere più restrizioni sociali con una legittimazione «ecologica». In questa contraddizione si muove anche l’ideologia «ecologica» appoggiata da una parte delle classi medie, la quale pretende di parlare dei «limiti del capitalismo» solamente nel senso di un «limite esterno» delle risorse naturali, mentre il «limite interno» del lavoro astratto e della «valorizzazione del valore» è percepito solo in forma riduzionista («limiti di crescita») o completamente dimenticato, perchè ognuno gradirebbe essere coinvolto «ecologicamente» nell’amministrazione della crisi. Dal punto di vista di un ulteriore sviluppo della critica dell’economia politica, questo «riduzionismo ecologico» è tanto criticabile quanto l’orientamento economico affermativo verso un «keynesianismo di crisi».
Un altro passo nella mediazione della «critica categoriale» sarebbe la riapertura di un dibattito sulla pianificazione sociale, non più basata sul lavoro astratto, sulla forma valore e sullo Stato. Come eredità dell’epoca passata, il «socialismo» attuale è più che mai equiparato alla «nazionalizzazione», il che continua a portare solo a frasi paradossali, come «socialismo del mercato finanziario», in cui si esprime, tuttavia, il paradosso reale delle nuove condizioni di crisi. Per una vera trasformazione oltre il capitalismo, il compito è organizzare in nuovi modi il flusso sociale mondiale delle risorse materiali e sociali come tali e smetterla di rappresentarle nelle categorie del «valore» e della sua «sostanza lavoro», che storicamente si sono rese obsolete. Ciò include il problema dei momenti della riproduzione sociale che mai sono apparsi nel lavoro astratto e nella valorizzazione, e storicamente furono delegati alle donne (prendersi cura dei figli, assistenza, lavoro domestico, «lavoro d’amore», etc.). Nei limiti della valorizzazione del capitale anche questo «cemento sociale» si frantuma. Una trasformazione sociale deve dunque riorganizzare questi momenti, liberarli dalla loro attribuzione sessuale e creare per loro un fondo sociale di tempo libero che da tempo è ormai possibile.
Sarebbe necessario scatenare un ampio dibattito sociale su questo, in cui far entrare molteplici esperienze e competenze, non limitandosi a un approccio strettamente teorico. La critica teorica può solo tentare di incoraggiare questo dibattito, conformemente allo sviluppo della crisi, e rendere di nuovo coscienti della questione della pianificazione sociale.
Proprio perché la «critica categoriale», nel contesto della forma capitalistica, malgrado la storica crisi di questa, non è suscettibile di trasmissione senza rotture e, nei limiti delle «forme di pensiero obiettive» (Marx), urta con la coscienza sociale, essa non può limitarsi alla argomentazione politico-economica «obiettiva» in senso borghese. Un momento essenziale della mediazione è anche la critica radicale dell’ideologia. Tutta la digestione affermativa della crisi nella coscienza è produzione di ideologia, e non solo nell’orientamento statale o nel riduzionismo ecologico. Anche le ideologie basilari moderne del nazionalismo, antisemitismo, razzismo, antiziganismo (il risentimento contro i sinti e i rom come «paria» della modernità) e sessismo sono fortemente recuperate e riconfigurate nella crisi. Sullo sfondo vi è sempre l’aggressiva difesa di determinate vite capitalistiche di classi in lotta di concorrenza. Centrale a questo proposito oggi è l’ideologia della «nuova classe media» di fronte ai processi di crisi, nella lotta per il potere di interpretazione e per l’egemonia. I vari elementi della produzione di ideologia formano amalgami, anche indirettemente e subliminalmente. Il compito della «critica categoriale» è dunque analizzare i «dispositivi» modulati dall’elaborazione ideologica e penetrare profondamente il concetto di ideologia, oltre il marxismo tradizionale, allo scopo di combinare un programma di trasformazione sociale con un programma di intervento della critica dell’ideologia. L’attuale sinistra di movimento, con il suo orientamento teoricamente disarmato verso «lotte» meramente simboliche, è ben lungi da tutto questo. Per questo si osserva ovunque un’inquietante convergenza tra posizioni di «sinistra» e di «destra» nella critica riduzionista del capitalismo.

Quale ruolo può avere oggi la lotta di classe per diffondere la coscienza di classe, nel senso di Lukács?


Il paradigma tradizionale della «lotta di classe» non è più suscettibile di mobilitazione nella nuova situazione del limite interno assoluto della valorizzazione. Storicamente, la rappresentazione sindacale e politica del «proletariato» non era che la rappresentazione del «capitale variabile» autoaffermativo e quindi la rappresentazione del lavoro astratto. Si costruì qui un’opposizione meramente relativa tra principio del «lavoro», presumibilmente astorico e antropologico, e la forma della proprietà privata capitalistica concepita giuridicamente, quando in realtà lavoro astratto e proprietà privata giuridica dei mezzi di produzione rappresentano soltanto differenti determinazioni nel sistema di riferimento comune soggiacente della «valorizzazione del valore». Marx designò questo contesto soggiacente come «soggetto automatico» della società moderna feticistica, in cui tutte le posizioni sociali sono prigioniere in quanto «funzioni» della logica della valorizzazione. Non esiste qualche «principio» ontologico suscettibile di essere invocato per l’emancipazione sociale. Al contrario, il capitalismo può essere superato solo attraverso una critica concreta delle sue forme storiche basilari. La «lotta di classe» fu essenzialmente un movimento di «lotta per il riconoscimento» nel terreno delle categorie capitalistiche. Per questo l’antico movimento operaio adottò dal protestantesimo e dall’ideologia borghese dell’Illuminismo non solo l’ontologia del lavoro astratto ma anche l’ontologia della relazione capitalistica di genere, cioè delle attribuzioni storiche della «maschilità e della femminilità». Ciò che venne fuori dalla «lotta per il riconoscimento» (diritto di sciopero, libertà di associazione, libertà di riunione, diritto di voto, etc) finì sempre soltanto nella nazionalizzazione delle categorie capitalistiche non superate. Il paradigma socialista di «lotta di classe» si esaurì in questo.
Nella nuova situazione storica, il «riconoscimento» da tempo raggiunto dai salariati, come soggetti economici e cittadini statali della società feticista, diventa una catena e una trappola. Gli individui sono, nel migliore e nel peggiore dei casi, legati alla coercizione della valorizzazione. Non è solo una questione di coscienza. Anche oggettivamente, la base sociale della vecchia «lotta di classe» si disfa. Sotto le condizioni della Terza Rivoluzione Industriale, il capitale non può più organizzare eserciti «produttivi» di lavoro astratto. Una volta che il processo di individualizzazione in quanto fenomeno di crisi distrugge i filtri sociali, i soggetti socialmente atomizzati si riferiscono direttamente alla relazione di valore globale, che contemporaneamente diventa virtualizzata sotto la forma del credito non più ormai suscettibile di adempimento, e quindi diventa obsoleta. In apparenza sorgono una «molteplicità» di situazioni sociali diffuse che però non possono ormai più essere integrate sulla base delle categorie capitalistiche. Personale permanente ed eventuale, lavoratori a termine e subimpiegati, disoccupati con sussidio oggetto dell’amministrazione di crisi, falsi autonomi e imprenditori della miseria, etc, non rappresentano più una qualche massa omogenea di un «proletariato creatore di plusvalore». L’ideologia di movimento, dalla decade dei ‘90, si limitò ad assumere affermativamente questa «moltiplicità» e a riunirla senza concettualizzarla, sotto il mantello della «moltitudine», non a superarla. Per una nuova organizzazione delle lotte sociali, l’obiettivo non è più il «riconoscimento» in quanto creatore di plusvalore, ma solo la critica e la trasformazione della stessa categoria valore e della relazione di genere che gli è associata. La base non può essere un’organizzazione capitalistica del «lavoro» opposta, che è dissolta e demoralizzata, ma solo l’autorganizzazione cosciente della critica storica concreta delle categorie dominanti, partendo dal «trattamento della contraddizione» immanente e andando al di là di esso. Non è una questione di costituzione «obiettiva» della classe come rappresentazione del «capitale variabile», ma una questione di coscienza. Non, però, qualche coscienza «idealista», in termini, per esempio, di un’«etica» della filosofia morale, ma una coscienza che si confronta con il limite storico della valorizzazione e con la caduta del livello di civilizzazione.
Su questo punto è necessario tornare ancora una volta al problema della «nuova classe media» minacciata dalla caduta. La disorganizzazione degli «eserciti del lavoro» industriale e la decadenza dell’antico movimento operaio sono andate di pari passo con l’ascensione di questa classe media qualificata, nella fase di prosperità fordista. La base economica non era la produzione reale di plusvalore, ma l’espansione del credito statale. L’autocoscienza sociale che l’accompagnava non era tanto nell’ontologia del «lavoro», ma molto di più nello statuto del «capitale umano» in quanto «formazione superiore». Già la nuova sinistra, a partire dal 1968, era essenzialmente un movimento della classe media, anche se continuava a ricercare, ideologicamente e astrattamente, a partire dal fondo marxista, un’inutile mediazione con l’esaurita «lotta di classe» del «proletariato». Nell’era dell’economia delle bolle finanziarie, le «nuove classi medie» divennero dipendenti dall’espansione del credito privato e sempre più precarizzate. Fu appunto in questo contesto che la «visione del mondo» della coscienza della classe media guadagnò una posizione dominante anche a sinistra. La ripresa della vecchia retorica della «lotta di classe», e soprattutto dei suoi derivati, per esempio nella figura della «moltitudine» postoperaista, sono tutti implicitamente (e a volte esplicitamente) formulati a partire dalla prospettiva della coscienza categorialmente affermativa della classe media. Oggi non è tanto l’ontologia del «lavoro», da tempo corrosa, che blocca la transizione del marxismo del movimento operaio verso la «critica categoriale», ma l’ideologia della classe media, ostinata con il suo «capitale umano», che si nasconde sotto la «molteplicità» degli approcci di movimento. Una volta che le classi medie sono inevitabilmente coinvolte in un grande contromovimento sociale, la rottura con questa ideologia e di un’importanza decisiva.
Il problema dell’organizzazione della lotta sociale, che deve integrare in maniera differente la disperata «moltiplicità» di situazioni oltre il paradigma della «lotta di classe», non parte teoricamente da zero. La transizione verso la «critica categoriale» si incontra negli approcci dei grandi teorici alle frontiere del marxismo tradizionale, come Lukács (e, in altra forma, Adorno). Lukács fornì le prime indicazioni nel libro pubblicato nel 1923, Storia e coscienza di classe, specialmente nel grande saggio centrale sulla «reificazione». Com’era da aspettarsi, data la situazione di allora, egli combina per la prima volta l’implicita ontologia del lavoro e la tradizionale «posizione di classe» da qui derivata, con la discussione della costituzione feticista moderna socialmente soggiacente. Lukács si lasciò dissuadere dai suoi punti di vista innovativi, considerati «idealisti» dal marxismo di partito, e più tardi tornò a una esplicita e abbastanza noiosa ontologia del lavoro astratto. Il suo lavoro del 1923 è stato utilizzato dai nuovi approcci della «critica categoriale» degli anni ‘80, specialmente sotto il punto di vista della coscienza di classe «attribuita» (zugerechnete) e del proletariato come presunto «soggetto-oggetto della storia». Ma il suo precedente saggio teorico non si riduce a questo. Una lettura rinnovata nelle attuali condizioni promuove conoscenze sorprendenti. Ciò a cui egli fa riferimento con il concetto di «reificazione» rappresenta già una critica delle forme basilari del capitalismo, per lungo tempo senza pari; da alcuni è letta come una critica anticipata del pensiero postmoderno. Decisivo é il postulato di un «divenir cosciente» (Bewußtwerden) della critica della forma merce in quanto forma generale di esistenza nel capitalismo, compresa la merce forza lavoro. Con ciò, Lukács si ricollega alla definizione di Marx delle categorie capitalistiche, come «condizioni reali di esistenza» e, contemporaneamente, «forme obiettive di pensiero», definizione che venne nascosta dal movimento operaio.
Se spogliamo questo approccio teorico dalla sua «attribuzione» a un «punto di vista» del «lavoro», molto di esso può essere assunto per una nuova «critica categoriale» sotto le condizioni di individualizzazione e di relazione del valore in decadenza. Essenziale è, in primo luogo, includere nel piano categoriale la moderna relazione di genere, ancora non approcciata da Lukács. In secondo luogo, le relativizzazioni critiche della «coscienza di classe proletaria» formulate nel saggio sulla reificazione sono oggi soprattutto relazionabili alla coscienza della classe media (anche su ciò già si incontrano approcci in questo saggio). Si pone dunque il compito di riformulare la visione di Lukács in questa situazione storica fondamentalmente differente, allo scopo di rendere fecondo quel “divenir cosciente” critico della forma merce, verso una reintegrazione della lotta sociale oltre la falsa obiettività capitalista.
Come definirebbe un concetto di rivoluzione per il tempo presente che potesse rompere con il feticismo e con una vita quotidiana totalmente subordinata alla riproduzione del capitale?

Il concetto di «rivoluzione» fu storicamente occupato dal paradigma della grande Rivoluzione Francese, dalle seguenti rivoluzioni borghesi del secolo XIX e dalle rivoluzioni della «modernizzazione in ritardo» nella periferia del mercato mondiale nel secolo XX (Russia, Cina, «Terzo Mondo»). In questo contesto, la «rivoluzione» si limitò alla forma politica della «conquista del potere» e, nel secolo XX, alla nazionalizzazione delle categorie capitalistiche. In questo senso questo concetto appartiene alla storia dell’imposizione del lavoro astratto, della logica della valorizzazione e della relazione di genere moderna. Pare, quindi, che la sua carriera sia terminata. Nel marxismo residuale e nell’ideologia del movimento, la «rivoluzione» come atto politico della sovversione più non impegna alcun ruolo. Ma stanno gettando fuori il bambino con l’acqua sporca. Una volta che la sinistra ha archiviato il concetto di rivoluzione senza attualizzarlo, essa si è limitata a ratificare la sua autoconsegna alla forma capitalista di vita, nella base sociale della classe media.
Marx ha criticato il concetto di rivoluzione limitato alla politica già nei primi scritti. Per lui, la «rivoluzione sociale» presenta una qualità differente che sopprime anche lo statalismo della forma politica, insieme con il valore e la forma merce. Così come più tardi nel caso di Lukács, questo sovvertimento, tuttavia, ancora figurava in Marx come «rivoluzione proletaria». E’ appunto questo paradigma che si mantiene nel concetto di rivoluzione ridotto alla politica. Oltre l’ontologia del lavoro, nel limite interno della valorizzazione, si pone in forma nuova e differente la questione della «rivoluzione sociale», cioè come rottura della sintesi sociale dominante nelle forme del valore e della relazione capitalista di genere. «Sintesi sociale» altro non significa che la forma specifica dei socializzazione, nel senso di una «totalità negativa», può essere superata solo con un sovvertimento dell’insieme della società.
Proprio per questo, è necessario un movimento sociale su grande scala, e ora su scala transnazionale, per raggiungere la sintesi sociale in generale. Non bastano, per esempio, occupazioni di imprese da parte del personale che, in seguito, appena si rende soggetto collettivo del capitale, continua a fare la sintesi attraverso il mercato e la concorrenza. Finora tutti questi tentativi sono falliti (come durante la grande crisi in Argentina). Non è possibile una trasformazione al livello di ogni capitale, o al livello di una riproduzione particolare, ma la questione della sintesi, e, così, della pianificazione sociale oltre la forma merce, costituisce sempre il punto di partenza (e non un qualche punto finale) della rottura pratica con il capitalismo. In questo contesto il concetto di «rivoluzione» non è semplicemente irrilevante, malgrado esso non abbia più che a vedere con l’antico paradigma «politicista». La teoria critica come «critica categoriale» deve persistire da questo punto di vista della sintesi sociale, anche contro la coscienza di movimento meramente «simbolica», che non si pone questa questione decisiva.
La sinistra di movimento postoperaista preferisce parlare oggi di Mutare il mondo senza prendere il potere (John Holloway). La sintesi sociale è sostituita con un diffuso concetto di «vita quotidiana» che ha fatto carriera già dal movimento del 1968. Ciò che molte volte si designa come «rivoluzione» culturale «della vita quotidiana» è sempre, in un modo o nell’altro, la musica di fondo del mutamento sociale; ma, ridotta a questo punto di vista, può anche trattarsi di un adattamento culturale alla dinamica capitalistica. Tali concetti del ‘68 e della sinistra postmoderna sono stati da tempo adottati dal management di crisi del capitalismo, per esempio, sotto la forma della propaganda neoliberale di «auto-responsabilizzazione» individuale. Il tema della «vita quotidiana» non può sostituire il vero intervento al livello di sintesi sociale; così come non può dispiegare la necessaria forza d’intervento (per esempio attraverso scioperi, blocchi, paralisi delle vie nevralgiche capitalistiche). La «questione del potere» non si limita al paradigma «politicista» del potere di Stato, ma, a maggiore ragione, si pone come questione di un «contropotere» sociale in resistenza contro l’amministrazione di crisi. In realtà, la «vita quotidiana» solo per sé non è un rifugio di «resistenza», il cui concetto in questa forma diventa vuoto. La resistenza, semmai, comincia quando gli individui si sollevano contro il loro «quotidiano», determinato dal capitalismo in tutti i pori, e si rendono in generale capaci di organizzazione.
La metafisica del quotidiano della sinistra si riferisce anche, in parte, alla continuazione del fallito movimento d’alternativa degli anni ‘80, ai tentativi di un «altro» modo di vita e di produzione nella piccola scala di «comunità» particolari, che si legittimano neo-utopicamente o pragmaticamente. Questi tentativi, per esempio, nella forma della cosiddetta «economia locale» o del movimento digitale open source, così come l’occupazione delle imprese, non possono raggiungere il livello di sintesi sociale. Come alternativa apparente a un movimento di resistenza sociale a partire dall’immanenza capitalista corrono il rischio di trasformarsi in un’«auto-amministrazione della povertà». Se lì vi appare ancora l’idea di una «critica della forma merce», sarà abbassata verso un formato in cui tale critica non sarà possibile senza perdere il suo contenuto decisivo e senza coinvolgersi in contraddizioni senza uscita. Le presunte alternative rimangono legate alle relazioni contrattuali borghesi, e non solo; esse si riferiscono solo a piccoli segmenti della riproduzione, che rimane nel suo insieme determinata in modo capitalista. Perciò, i «progetti di prassi» particolari, normalmente guardano a un finanziamento esterno dello Stato, sia nella forma di uma «reddito di base» sia nella forma di un patrocinio autarchico. Statalismo keynesiano e ideologia d’alternativa sono appena due facce della stessa medaglia; il denominatore comune è l’orientamento diretto o indiretto verso il credito statale. Qui si esprime ancora una volta l’inconfessato dominio della coscienza della classe media, che vuole sempre lavare la pelle senza bagnarla. Le sinistre keynesiana e dell’ideologia d’alternativa devono quindi entrambe rimuovere e negare la nuova qualità della crisi, perché le loro illusioni non possono sopravvivere alla fine del sistema del credito globale e dell’economia delle bolle finanziarie. Esse si confronteranno con il vero limite della sintesi sociale dominante, al più tardi, quando la grave frana dell’economia mondiale raggiungerà anche la «vita quotidiana» nei centri capitalistici.
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Nigeria, Azuka Okan, una donna ribelle. Il Mend ha liberato i sei ostaggi rapiti all’inizio del mese

Posted in Politica with tags , , , on luglio 24, 2009 by Maria Rubini

Molti credono che Jomo Gbomo è effettivamente Henry Okah stesso o sua moglie, che chiama Gbomo “JG”, e ammette: “Non è il suo vero nome”.
I sei
ostaggi, due russi, un ucraino, due filippini e un indiano sono stati liberati martedì sera, dopo aver trascorso 18 giorni con i militanti del delta del Niger
L’equipaggio della Sichem Peace è stato liberato martedì sera dopo aver trascorso 18 giorni con i militanti del delta del Niger. La Sichem Peace era stata attaccata da un gruppo armato il 4 Luglio a circa 30 chilometri al largo di Escravos, nel Delta State. I sei ostaggi, due russi, un ucraino, due filippini e un indiano, sono stati portati a Lagos per un check-up medico prima di tornare nei loro paesi.
Il Movimento per l’emancipazione del delta del Niger ha detto che i sei sono stati rilasciati nel quadro del cessate il fuoco di 60 giorni annunciato la scorsa settimana.
I militanti hanno bloccato gli attacchi la scorsa settimana, dopo che il governo, in gravi difficoltà, ha rilasciato Henry Okah uno dei leader del gruppo. La prospettiva di un negoziato è stata accolta con favore da entrambe le parti, ma il portavoce dei militanti, Jomo Gbomo, ha avvertito che il suo gruppo interromperebbe il cessate il fuoco se dovessero partire i lavori per riparare gli oleodotti e le strutture distrutte negli attacchi.
“Si tratta di un parte dell’attuale cessate il fuoco”, ha detto Jomo Gbomo in una dichiarazione. “Ci auguriamo che il governo federale ricambi il nostro gesto”. I militanti chiedono al governo di ritirare le truppe dal delta del Niger e di aiutare le persone a tornare nelle loro case da dove sono stati costretti a fuggire durante gli attacchi. Il rilascio dei sei ostaggi è comunque un segnale distensivo tra le due parti prima dell’avvio del tavolo negoziale vero e proprio.

Questa settimana in Nigeria è stata segnata anche dal rilascio del più noto dei leader militanti, Henry Okah. Sono molti gli osservatori che si augurano che possa portare la pace nell’agitato delta del Niger. Waldimar Pelser di SaharaReporters ha parlato con la moglie di Okah nella casa della coppia a Johannesburg.
Quando nel settembre scorso due subacquei sudafricani sono stati rapiti da un gruppo di ribelli nella regione del Delta del Niger, una telefonata da Johannesburg ha contribuito a garantire la loro liberazione. La chiamata è stata fatta da Azuka Okah, una donna di 43 anni madre di quattro bambini che è anche la moglie di Henry Okah, uno dei principali militanti del Mend. Sebbene lei neghi che Henry Okah sia il leader del Mend, nelle settimane scorse un comandante del movimento, “Boyloaf”, ha confermato alla AFP che Okah è il loro leader.
Fino a lunedì della scorsa settimana Okah è stato tenuto in una cella sotterranea senza finestre con 63 imputazioni, compreso sabotaggio, complicità in rapine in banca, l’affitto di mercenari, il traffico d’armi, l’acquisto di missili terra-aria, complicità in rapimento, contraffazione e pirateria. Poi le accuse si sono ridotte a tre e lunedì sono decadute anche queste.
Okah, che ha una malattia ai reni, ha affermato che mentre era in stato di detenzione le guardie hanno cercato di avvelenare il suo cibo e, una volta hanno liberato due serpenti velenosi nella sua cella. A Johannesburg la moglie diceva ai loro figli, Eniye (14), Tari (9), Ebimi (7) e Didi (6) che il loro papà era “fuori per lavoro”.
“I bambini sono protetti. Non sanno, “dice la madre.
Nel conflitto nigeriano Okah è stato definito in vari modi, un “imprenditore della guerriglia” per il sito Global Guerillas, il “maestro di armi” per il governo della Nigeria.
Azuka Okah dice che il marito è coinvolto nella lotta dal 1990 ed è “sempre stato interessato”. Lei non lo chiama il leader del Mend.
“È più corretto dire che è un simpatizzante della causa. Come può essere il leader, è uno dei tanti della rete “, afferma.
“La gente associa il Mend con la militanza, ma per mio marito è più che la militanza. So che il governo ha chiesto la sua opinione e il suo aiuto, non solo in campo militare, ma anche su questioni sociali e della salute”.
“Ma a causa delle forti radici di militanza nel Mend, e per quello che mio marito è, loro lo collegano con i militanti”.
“Il Mend non è poi così male”, spiega Azuka Okah. “Credo che il Mend possa essere avvicinabile. Per chiedere loro di liberare i sudafricani, io l’ho fatto “.
Molti credono che Jomo Gbomo è effettivamente Henry Okah stesso o sua moglie, che chiama Gbomo “JG” e ammette: “Non è il suo vero nome”.
Il Wall Street Journal ha riferito che l’indirizzo Yahoo utilizzato per le mail da Gbomo è stato una volta tracciato per il Sudafrica.
“Credo che JG è qualcuno che è molto concentrato, che non ha lati nascosti da offrire. Lui è qualcuno che vuole vedere i risultati, qualcuno che mi ha spinto ad avere rispetto per lui. Ha un cuore puro. Questo non è un mostro totale per quanto mi riguarda “, dice Azuka.
Il Mend è stato veloce a rispondere all’amnistia di Okah, dichiarando un cessate il fuoco di 60 giorni, due giorni dopo la sua liberazione.
“Diversi sono i fattori che hanno influito sulla nostra decisione, soprattutto la liberazione del signor Henry Okah dalla custodia del governo”, ha detto Gbomo.
Molti credono che Okah sia la chiave per la pace nel Delta. In una relazione di aprile, a Bruxelles, il comitato International Crisis Group (ICG) ha sollecitato il Presidente della Nigeria Umaru Yar’Adua di seguire il consiglio di costituire un comitato tecnico per risolvere la crisi del Delta e di concedere “l’amnistia per i dirigenti le cui azioni sono state politiche piuttosto che penalmente rilevanti, compreso il leader in carcere del Movimento per l’emancipazione del delta del Niger, Henry Okah “.
Se con la liberazione di Henry Okah la Nigeria porta con sé una rinnovata speranza per la pace, a sua moglie porta la speranza che i loro figli saranno presto in grado di tornare in una più giusta Nigeria.
Molte parti del Delta mancano ancora di strade, scuole e di energia elettrica, anche se la regione è la fonte di tutte le ricchezze della Nigeria.
“Se il governo è corretto e sincero io credo che cambierà la situazione nel Delta”, afferma Azuka, “ma vediamo che cosa esce dalla nuova offerta. Questo è quello per cui sta lottando Henry, comunque. Il vigore di Okah potrebbe essere libero, ma dovrà continuare ad impegnarsi per la causa!”
“Come sta andando e come è coinvolto non lo so, ma conosco Henry. Non posso dirgli di prendere una pausa ” dice Azuka Okah conclude
ndo l’intervista.

Sahara Reporters intervista Azuka Okah