La retromarcia del governo di Alan Garcìa. Nell’amazziona peruviana vincono gli indigeni

Lima ADISTA. I “cittadini di seconda hanno vinto. Dopo oltre due mesi di intensa mobilitazione, i popoli indigeni dell’Amazzonia peruviana hanno costretto il governo di Alan Garcìa – definito dal boliviano Evo Morales tra i peggiori presidenti del mondo insieme a Bush – a fare marcia indietro sui progetti di privatizzazione della foresta amazzonica. Una vittoria costata un massacro, quello del 5 giugno a Bagua, vicino alla frontiera con l’Ecuador, quando le forze armate peruviane, eseguendo un ordine di sgombero contro l’occupazione di una strada, hanno assassinato oltre 30 nativi (v. Adista n. 67/09).Dopo la strage, il governo ha prima tentato la carta dell’ennesima manovra dilatoria, con la sospensione per 90 giorni di due dei decreti legislativi più contestati (quelli che aprivano la strada alla cessione alle transnazionali di 45 milioni di ettari, pari al 64% dell’Amazzonia peruviana), ma poi, di fronte alla decisione dei popoli indigeni di proseguire ed intensificare la protesta, si è visto costretto a capitolare, con la deroga dei due decreti, la fine dello stato di assedio a Bagua e persino le scuse del primo ministro Yehude Simon, passato dalla lotta negli anni ‘80 a fianco del Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru a un ruolo chiave in un governo al servizio delle transnazionali.

Nessun festeggiamento da parte dei popoli indigeni, tuttavia, ha salutato la vittoria. “Siamo felici per la deroga delle leggi – ha dichiarato Salomón Awananch al quotidiano argentino Pàgina 12 – ma ci sentiamo colpiti e amareggiati dal modo in cui ci ha trattato il governo”. E il dialogo tra le due parti si rivela tutt’altro che facile. “Per portare avanti il negoziato – ha aggiunto il dirigente – esigeremo che vengano annullati gli ordini di cattura contro i nostri dirigenti. E che siano liberati quanti sono agli arresti. Se il governo non accetterà, allora ci ritireremo dal dialogo”.

In ogni caso, oltre all’annullamento dei decreti legislativi, i popoli indigeni, che Alan Garcìa aveva sprezzantemente definito “cani dell’ortolano” (quelli che, secondo un antico detto popolare, non mangiano e non lasciano mangiare) e “cittadini non di prima hanno raggiunto anche un altro importante obiettivo: quello di uscire dall’invisibilità, stringendo inediti legami con altri settori del Paese, come rivelato dalle marce e dagli scioperi registrati in tutto il Perù l’11 giugno, la Giornata Nazionale di Lotta per i popoli amazzonici, fino alle 30mila persone scese in piazza a Lima, in quella che è stata la più grande manifestazione dalla fine del regime di Fujimori.

Ma la lotta dei popoli indigeni peruviani può anche essere di esempio per tutti i popoli in resistenza: come sottolinea lo scrittore uruguayano Raùl Zibechi sul quotidiano messicano La Jornada (22/6), essi hanno dimostrato che “quel che conta non è la quantità, ma la potenza”. Se i popoli amazzonici raggruppati nell’Aidesep (l’Associazione Interetnica di Sviluppo della Selva Peruviana) contano 300mila persone appartenenti a 1.350 comunità, su una popolazione di 28 milioni di abitanti, “la giustezza della loro causa e la ferma decisione comunitaria di lottare fino alla fine, facendo dei propri territori delle trincee e dei propri corpi degli scudi, hanno ottenuto di arrestare la macchina da guerra dello Stato e di conquistare simpatie in tutto il Paese”. E, cosa ancor più importante, lo hanno ottenuto lottando non per qualche beneficio settoriale ma per evitare che la natura venga trasformata in merce e che il Trattato di libero commercio con gli Stati Uniti li annienti come popoli. Lotte come questa, conclude Zibechi, dovrebbero mostrare ad “alcuni governi autoproclamatisi progressisti, come quello del Brasile”, quanto sia necessario “un dibattito sullo sviluppo e i beni comuni”, se non si vuole assumere la responsabilità di liquidare l’Amazzonia e i popoli che la abitano.

(claudia fanti)

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