A Gaza violazione dei diritti umani

Confessione choc dei soldati israeliani
Le testimonianze: ci ordinarono
di sparare sempre per primi e usare
i palestinesi come scudi umani

GERUSALEMME
I militari israeliani impegnati nell’offensiva condotta nel dicembre scorso nella Striscia di Gaza utilizzarono dei palestinesi come scudi umani, senza fare distinzioni fra miliziani e popolazione civile e senza altre regole di ingaggio se non quella di minimizzare le proprie perdite: è quanto risulta dalle testimonianze rese note dall’ong Breaking the Silence. Il militare ha affermato di non aver visto miliziani palestinesi utilizzare degli scudi umani, anche se gli venne detto dai suoi superiori che ciò era accaduto. La sua unità utilizzava una variante di questa pratica – proibita nel 2005 dall’Alta Corte israeliana – denominata «procedura del vicino» e utilizzata nei rastrellamenti casa per casa: prevedeva che fosse un civile a bussare alle porte delle abitazioni per accertare se vi fosse qualcuno dentro.

In altri casi ai civili sarebbero stati consegnate delle mazze o dei martelli pneumatici perché abbattessero i muri della case per far entrare i soldati, dato che i militari temevano che le porte fossero minate. Ma dalle testimonianze emerge in generale che al contrario di quanto accaduto in passato non venne data alcuna direttiva sulle regole di ingaggio per limitare i danni alla popolazione civile: l’unica logica era quella di evitare il più possibile delle perdite e ciò venne ottenuto utilizzando un volume di fuoco sproporzionato rispetto alla zona di operazioni, in gran parte ad alta densità di popolazione. Le truppe israeliane ricorsero alla massiccia demolizione di edifici, non solo di quelli che potevano nascondere miliziani, arsenali o tunnel, ma anche seguendo la tattica del «giorno dopo»: ovvero, lasciarsi alle spalle una zona «sterile» perché, alla fine delle operazioni, le unità potessero ritirarsi con una zona di ampia visibilità e angolo di fuoco.

Un altro militare ricorda di aver visto, di notte avvicinarsi un palestinese con in mano una torcia, apparentemente disarmato: il suo superiore vietò di sparare i normali colpi di avvertimento e quando fu vicino fece aprire il fuoco contro di lui: «Non lo dimenticherò finché vivo, tutti sparavano e l’uomo gridava. Quando fu giorno spedimmo fuori un cane per controllare se vi fossero esplosivi, ma non portava nulla, solo la torcia». L’ufficiale giustificò l’accaduto sottolineando che «era di notte, era un terrorista». Non mancò neanche la componente religiosa: il rabbinato dell’esercito distribuì dei volantini di contenuto politico redatti in termini apocalittici, in cui i militari israeliani venivano descritti come «figli della luce» mentre i palestinesi erano «figli dell’oscurità», senza che venisse fatta alcuna distinzione fra miliziani e civili.

Le testimonianze fanno parte di una serie di documenti raccolti dall’ong Breaking the Silence, che si occupa delle violazioni dei diritti umani commessi dall’esercito israeliano, e resi pubblici questa settimana. Le forze armate da parte loro hanno sottolineato che le testimonianze sono simili a quella già venute alla luce alcuni mesi fa: «Anche ora gran parte di quanto detto si basa su voci e testimonianze indirette, senza che sia possibile verificare i dettagli in modo da confermare o smentire l’accaduto», ha commentato un portavoce.
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da La Stampa

Questo lo spot pubblicitario di una compagnia israeliana che ha ricevuto molti commenti imbarazzati anche dagli stessi israeliani: il dramma umano trasformato in burla.

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