Archivio per settembre, 2009

La costituzione illegittima

Posted in America Latina, Politica with tags , , , on settembre 30, 2009 by Maria Rubini

La disputa dialettica sulla legittimità dell’espusione del presidente Zelaya in Honduras non è chiusa. Mesi fa abbiamo esposto il nostro punto di vista, secondo cui non vi è stata alcuna violazione della Costituzione da parte del Presidente Zelaya nel richiamare un sondaggio non vincolante su una assemblea costituente. Ma in fondo questa discussione è inutile perchè si nasconde un altro problema alla radice: la resistenza di una classe e di una mentalità che hanno plasmato la terra della repubblica delle banane, nella disperata ricerca di individuare quali potessero essere eventuali cambiamenti,  imponendo la repressione al popolo e ai media che si dimostrassero negativi.

L’argomento principale del colpo di stato in Honduras è che la Costituzione del 1982 non consente la modificha dell’ artt. 239 e 374 e prevede la rimozione dalla carica coloro che la promuovono. La partecipazione dei cittadini Act del 2006, che promuove le consultazioni popolari, non è mai stato accusato di incostituzionalità. Per contro, la partecipazione popolare è un requisito della Costituzione stessa (articolo 45). Tutto ciò rivela lo spirito scolastico dei suoi autori, temperato con un linguaggio umanistico.

Nessuna regola o legge può essere al di sopra della costituzione di un paese. Tuttavia, nessuna costituzione moderna è stata rivelata da Dio, ma da esseri umani a scopo di lucro. Cioè, nessuna costituzione può essere al di sopra del diritto naturale,  della libertà del popolo di modificarla.
Una Costituzione che stabilisce la propria immutabilità è confusa e precaria, confonde l’ origine umana con l’origine divina e tenta di instaurare la dittatura di una generazione su tutte le generazioni a venire.
L’ortodissia religiosa voleva evitare i cambiamenti nel Corano e nella Bibbia contando il numero di parole. Non è possibile modificare un testo sacro, il testo viene salvato per interpretare i nuovi valori. Ciò è dimostrato dalla proliferazione delle sette e delle nuove religioni e ismi derivanti dal testo stesso.
Ma il divieto della modifica di un testo sacro, è meglio giustificato, dal momento che nessun uomo può modificare la parola di Dio.
Queste affermazioni di eternità e di perfezione, non erano rare nelle costituzioni latino-americane nel XIX secolo che hanno tentato di inventare repubbliche, piuttosto che inventare le loro repubbliche e costituzioni a misura del loro popolo e secondo il corso della storia. Se negli Stati Uniti è ancora in vigore la Costituzione del 1787 ciò è dovuto alla sua flessibilità e a molti suoi emendamenti. In caso contrario, in questo Paese oggi sarebbe alla presidenza un uomo per tre-quarti umano (un semi-Dio). Come se non bastasse, l’articolo V della famosa Costituzione vieta qualsiasi modifica dello status costituzionale agli schiavi.
Il risultato di una costituzione come quella dell’ Honduras non è altro che la sua morte, con spargimento di sangue, prima o poi.
Coloro che sostengono di difenderla, devono farlo con la forza delle armi e con la logica stretta di una serie di norme che violano uno dei più fondamentali e naturali diritti inalienabili.
Per secoli, i filosofi che scrivevano di utopie immaginate e che ora si chiamano democrazia, dello Stato e dei diritti umani, hanno detto esplicitamente: nessuna legge è al di sopra di questi diritti naturali.

E se fosse destinato, la disobbedienza è giustificata. La violenza non viene dalla disobbedienza, ma dalla violazione un diritto fondamentale.
Tutto il resto è politica. La negoziazione è la concessione che rendono i deboli. Un premio del caso, inevitabile, ma a lungo termine sempre insufficiente.
Una democrazia matura implica una cultura e un sistema istituzionale volto a prevenire le violazioni delle norme. Ma allo stesso tempo, e per la stessa ragione, la democrazia è definita da consentire e facilitare gli inevitabili cambiamenti che vengono con una nuova generazione, con una maggiore coscienza storica di una società.

Una Costituzione che impedisce il diritto inalienabile alla libertà (per cambiare) e l’uguaglianza (di decidere) non è legittima. E la carta, è un contratto fraudolento che si impone da una generazione a un’altra, a nome di un popolo che non esiste più.

– Jorge Majfud, PhD, Lincoln University, School of Humanities, Department of Foreign Languages and Literatures. www.majfud.50megs.comhttp://escritos.us – 

Le donne si riprendono la voce: Tanti auguri a noi tutti

Posted in Politica, Quelle che scassano with tags , , , on settembre 29, 2009 by Maria Rubini

Dal 12 agosto, con un’intervista a Nadia Urbinati di Concita De Gregorio abbiamo aperto il dibattito su l’Unità sul “silenzio delle donne”. Da quel giorno abbiamo ospitato lettere, messaggi, commenti, analisi. Dal ragionamento volutamente “lieve” di Serena Dandini alla provocazione sul mutismo femminile di Benedetta Barzini. Ogni giorno parole per rompere il silenzio sul sessismo del premier, il velinismo, la festa di Casoria, le escort a Palazzo Grazioli. Una rivoluzione interrotta secondo Lidia Ravera. Per questo – scrive Dacia Maraini – bisogna alzare la voce contro le discriminazioni. Un dibattito serrato, commentato dai lettori con passione. Come se fossimo usciti/e dal letargo. Ma non basta l’indignazione, dice Alessandra Bocchetti. Bisogna governare. Soprattutto – parole di Luisa Muraro – se a governarci è il genere.

Parole. Per spezzare il silenzio. Le parole di Iaia Caputo contro il potere della tv, quelle di Rita Borsellino per riprendersi il tempo. Le parole di Nicla Vassallo che chiama a raccolta anche gli uomini, come Tiziana Bartolini. Mezz’ora di protesta al giorno, scrive Lorella  Zanardo, attraverso gli strumenti della democrazia orizzontale per ritrovare la voce. Il governo che silenzia è “un danno per gli uomini”, dice  Joanna Bourke. “Rompere il silenziatore”, insomma, per citare l’intervento di Livia Turco. Ma i diritti non sono ereditari e l’assuefazione ci ha spente – aggiunge Simona Argentieri – che invita le donne a esprimere la propria rabbia, a scendere in piazza.

Parole. Un fiume di parole. Di proposte. Di racconti, come quello che ci ha regalato la modella-scrittrice Aminata Fofana. Parole per ritrovarsi, riattivare la memoria. Come scrive Marisa Rodano che ricorda il valore delle lotte femminili nella democrazia. Le parole di Loredana Lipperini, di Vittoria Franco, di Jimenez Bartlett e Maite Larrauri, di Elettra Deiana, di Paola Gaiotti De Biase e Edda Billi, di Tiziana Bartolini, Ida Dominjianni e Susanna Nicchiarelli
Parole scritte. Parole dette  nel forum con Nadia Urbinati, Paola Concia, Vittoria Franco, Susanna Cenni, Alessandra Bocchetti, Maite Larrauri, Siriana Suprani e la regista Lorella Zanardo.

Questo fiume di parole che ha rotto il silenzio.

TANTI AUGURI A NOI TUTTI

Nel giorno del compleanno del premier (73) abbiamo pensato di farci un regalo, anzi due: di farli a voi. Il primo è la raccolta dei primi otto numeri della Silvio Story, la vera storia delle origini della fortuna e del successo di quest’uomo che «si è fatto da solo», come sempre dice, non senza – tuttavia – qualche aiutino.
Al collega di Le Monde che ci chiedeva come mai abbia avuto tanto successo in edicola questa storia a puntate e perché ce ne sia bisogno abbiamo risposto che la memoria è diventata un bene evanescente (disprezzato, spesso: antimoderno), che ci si dimentica della settimana scorsa figurarsi del ‘73, che l’eterno presente a cui la costante esibizione di sciocchezze ci costringe impedisce di pensare, di ricordare, di tenere a mente le origini della storia. Che non è vero che chiunque abbia talento in questo paese può fare fortuna, al contrario. È vero che la spregiudicatezza e il malaffare hanno costituito le fortune di chi oggi impedisce agli italiani che non partecipano al Monopoli del Sultano di avere la minima chance di campare con decenza. Che i soldi – fatti come, lo si spiega – in trent’anni hanno vinto sul resto. Ma è una vittoria che non lascia eredi poiché si basa sulle fortune – sull’impunità, sullo strapotere – di uno solo: come tutti mortale, l’età che avanza lo ricorda, come tutti destinato a passare. Conviene dunque cominciare a ripassare fin d’ora come questa storia sia iniziata e studiare come a scuola gli errori da evitare in futuro: a destra come a sinistra. Di errori, nei decenni, è disseminato il cammino compiuto fin qui: equamente distribuiti, quelli sì ed è l’unica equità visibile.
Il secondo regalo è la libertà di dire una cosa semplice ma tabù: alle ragazze di vent’anni non piace questo coetaneo del nonno per le sue doti naturali. Lo frequentano perché è potente e può dare qualcosa in cambio. Di solito lo fa. Il paese si sta adeguando rapidamente a considerare la prostituzione – non solo fisica, la prostituzione di chi si mette al servizio di chi paga – come la principale forma di sopravvivenza in epoca di stenti. Anche la moda lo fa. Due giornali come il Financial Times e l’Herald Tribune hanno segnalato ieri, all’unisono, come la moda italiana sia sia piegata allo stile “delle infauste feste di Berlusconi”. Velina style. Trasparenze e guepiere da ragazza-immagine in attesa di candidatura. Difendiamoci: le ragazze, noi stessi, l’Italia e persino il made in Italy. Ribelliamoci. L’Italia è piena di donne magnifiche capaci di fare film, scrivere libri e riparare motori, di scendere in fondo al mare a recuperare relitti e studiare le stelle, di crescere figli e insegnare a scuola, di sopportare gli stenti senza perdere la dignità, di tenersi in faccia la propria faccia senza volere quella che cancella il tempo, di credere che il tempo sulla faccia sia una medaglia, invece, segno prezioso della propria storia. Chiediamo silenzio a chi non dà voce, lavoro a chi non lo paga: non un marito miliardario, no, nè una carta di credito per fare shopping. Non è questo che vogliono le donne. Le veline non hanno colpa se non quella di non vedere alternativa. Mostriamogliela. Ribelliamoci subito, a partire dal suo compleanno e per sempre.

Concita de Gregorio

Lì si concepisce una Rivoluzione

Posted in America Latina, Politica with tags , , , , , on settembre 26, 2009 by Maria Rubini

Lo scorso 16 luglio dissi testualmente che “il colpo di stato in Honduras era  stato concepito ed organizzato da personaggi senza scrupoli dell’estrema destra, che erano funzionari di George W. Bush ed erano stati promossi da lui stesso”.

Ho citato i nomi di Hugo Llorens, Robert Blau, Stephen McFarland e Robert Callahan, ambasciatori  yankees in Honduras, El Salvador, Guatemala e Nicaragua, nominati da Bush nei mesi di luglio e agosto del 2008 e che  quattro seguivano la linea di John Negroponte e Otto Reich, con le loro storie tenebrose .

Avevo segnalato la base yankee di Soto Cano come punto d’appoggio principale del colpo di Stato e che “l’idea di un’iniziativa di pace a partire dalla Costa Rica era stata trasmessa  al Presidente di questo paese dal Dipartimento di stato, quando Obama era a Mosca e dichiarava, in un’ università russa, che l’unico Presidente dell’ Honduras era Manuel Zelaya”.

Avevo aggiunto che “Con la riunione della Costa Rica si discuteva  l’autorità della ONU, della OEA e delle altre istituzioni che si erano impegnate nell’appoggiare il popolo dell’Honduras  e che la cosa corretta da fare era chiedere al governo degli Stati Uniti d’interrompere il suo intervento in Honduras e ritirare dal questo paese la Forza d’Impegno Congiunto”.

La risposta degli Stati Uniti, dopo il colpo di Stato in questo paese dell’America centrale, è stata firmare un accordo con la Colombia per creare sette basi militari come quella di Soto Cano, in questo fraterno paese, basi che minacciano il Venezuela, il Brasile e tutti gli altri popoli del Sudamerica.

In un momento critico, quando si discutono in una riunione Vertice di capi di Stato, nelle Nazioni Unite, la tragedia del cambio climatico e la crisi economica internazionale, i golpisti in Honduras minacciano di violare l’immunità dell’ambasciata del Brasile, dove si trovano il presidente Manuel Zelaya, la sua famiglia ed un gruppo dei suoi seguaci che sono stati costretti a proteggersi in questa sede.

È provato che il governo del Brasile non ha nulla a che vedere con la situazione che si creata lì.

È quindi inammissibile, e di più, inconcepibile, che l’ambasciata brasiliana sia assaltata dal governo fascista, a meno che non voglia strumentare il proprio suicido, trascinando il paese in un intervento diretto di forze straniere, com’è avvenuto in Haiti, e questo significherebbe l’intervento delle truppe yankee sotto la bandiera delle Nazioni Unite.

Honduras non è un paese lontano ed isolato dei Caraibi.

Un intervento di forze straniere in Honduras scatenerebbe un conflitto in Centroamerica e provocherebbe un caos politico in tutta l’America Latina.

L’eroica lotta del popolo dell’Honduras, dopo circa 90 giorni d’incessante battaglia, ha messo in crisi il governo fascista e pro – yankee, che reprime uomini e donne disarmati.

Abbiamo visto sorgere una nuova coscienza nel popolo honduregno, e tutta una legione di combattenti sociali  si è formata in questa battaglia. Zelaya  ha compiuto la sua promessa di ritornare ed ha il diritto che si ristabilisca il suo governo e di presiedere le elezioni.

Tra i combattivi movimenti sociali si stanno facendo notare nuovi e ammirabili quadri, capaci di condurre questo popolo per i difficili cammini che dovranno percorrere i popoli di Nuestra America.

Lì si concepisce una Rivoluzione.

L’Assemblea delle Nazioni Unite potrà essere storica, in dipendenza delle sue capacità o dei suoi errori.

I leader del mondo hanno esposto temi di grande interesse e complessità, che riflettono l’importanza dei compiti che l’umanità ha davanti a sé, e di quanto e scarso il tempo a disposizione.

Fidel Castro Ruz

24 settembre 2009

Ore 13.23

G20, poca attenzione al Sud

Posted in Politica with tags , on settembre 24, 2009 by Maria Rubini

Per capire che cosa c’è da aspettarsi dal vertice G20 a Pittsburgh (Usa) è utile tornare su quanto è accaduto al precedente vertice che si è tenuto a Londra lo scorso 2 aprile. Secondo la Campagna per la riforma delle Banca mondiale, espressione della società civile, quel G20 «ha dato in pasto ai media una cifra di portata iperbolica: un trilione di dollari di fondi per lenire gli impatti della crisi nei quattro angoli del pianeta. I leader riuniti nella capitale inglese non hanno tuttavia evidenziato come nella sostanza la quantità di “nuovi fondi” concessi sia molto ridotta e che il resto riguardi impegni già presi in passato. I 61 paesi a basso reddito hanno ricevuto solo il 4,5% del trilione, ovvero 50 miliardi, mentre tutto il resto è destinato al Nord ricco. Per la verità il 50% di questo ammontare non è ancora stato elargito, mentre una buona parte del denaro trasferito è sotto forma di prestiti, con il rischio di aumentare il già consistente debito estero delle realtà più sfortunate del pianeta».

«L’istituzione più generosa con gli stati a basso reddito è il Fondo monetario internazionale. Sono 21 i miliardi di dollari esigibili tramite gli special drawing rights (diritti speciali di prelievo), ai quali non sono attaccate condizionalità ma che prevedono tempi (e soprattutto interessi) ben specificati per la restituzione. Degli special drawing rights beneficiano tutti i paesi, tanto che i 250 miliardi distribuiti in totale sono andati in buona parte a membri del G20. Risulta inoltre irrisorio l’utilizzo delle risorse per i paesi più poveri che l’Fmi dovrebbe liberare dalla vendita di una parte delle proprie risorse auree. A fronte di un potenziale rientro fino a 10 miliardi di dollari, meno di uno andrà in prestiti agevolati agli stati a basso reddito».

«Val la pena notare che nessuno di questi paesi è in alcun modo presente nel G20 e che le stime della Banca mondiale prevedono che nel solo 2009 la parte più povera del mondo si ritroverà a perdere risorse per un totale tra i 350 e i 635 miliardi di dollari. Basti pensare che la contrazione delle importantissime rimesse dei migranti si attesterà sul meno 7,5 per cento rispetto al 2008. Non a caso entro la fine dell’anno nel mondo avremo altri 100 milioni di persone che vivranno con meno di un dollaro al giorno».

«Per la società civile globale i fondi a disposizione dei paesi del sud del mondo devono quanto meno essere triplicati ed erogati sotto forma di doni, non prestiti. Inoltre sarebbe fondamentale istituire una moratoria di cinque anni sul debito estero, così che preziose risorse siano utilizzate per mettere un argine agli effetti della crisi. Queste azioni risulterebbero molto più incisive di nuovi impegni generici e “di propaganda” da parte dei governi del G20, tra cui le questioni dei finanziamenti per la lotta ai cambiamenti climatici e per una ennesima nuova iniziativa ad hoc per la sicurezza alimentare, che la presidenza americana sembra intenzionata a sollevare a Pittsburgh nonostante specifici processi in ambito Nazioni Unite stiano negoziando le stesse questioni».

Nuova regolamentazione finanziaria?

«Anche a proposito di una supposta nuova architettura finora ci si è mossi tanto nel mare magnum delle parole e poco in quello dei fatti. Cambiare il Financial Stability Forum (formato dai G8) in Financial Stability Board (composto dai G20) è stato uno dei pochi atti concreti – tra l’altro di scarso rilievo – compiuto nell’arco di tempo tra i due summit dei G20. I paesi ricchi hanno poi fatto del tutto per far naufragare la conferenza delle Nazioni Unite sulla crisi, tenutasi a New York a giugno. Le Nazioni Unite continuano ad essere guardate con diffidenza, nonostante il lavoro svolto sullo studio delle cause e delle possibili soluzioni all’attuale crisi».

«Riguardo alla regolamentazione della finanza sfrenata, difficilmente emergeranno vere regole stringenti a livello internazionale. Eppure questo sarebbe l’unico modo per arginare il mercato unico globale dei capitali e dei servizi finanziari. Ci si limiterà invece a ma scampoli di regolamentazione a livello nazionale nei Paesi più influenti. Questo non ridurrà il rischio di arbitraggio degli investitori tra le diverse regolamentazioni. Si aggiunga ad oggi che ben poco è stato deciso riguardo a nuovi standard e regole per il sistema bancario, nonché per i fondi altamente speculativi, quali gli hedge funds e i private equity funds. Il tutto a causa delle le resistenze della City di Londra e di Wall Street».

«La società civile internazionale e la Campagna per la riforma della Banca mondiale hanno accolto con favore il chiaro posizionamento dei governi tedesco e francese a favore di una introduzione di una tassa sulle transazioni monetarie e finanziarie internazionali, nonostante l’opposizione netta della Presidenza americana del G20 a discutere la questione. Soltanto con una tassa quale la Tobin tax si potrà iniziare davvero a mettere un freno ai mercati finanziari senza regole che hanno portato l’economia globale sull’orlo del baratro».

«In questo contesto si nota l’assenza del ministro Tremonti, sempre molto attivo nel partecipare al dibattito internazionale sulla regolamentazione finanziaria, sulla questione della tassazione. L’iniziativa italiana per la definizione di standard globali legali sulla finanza è stata progressivamente “scaricata” dal governo tedesco, promotore di una carta per la sostenibilità economica, e non ha trovato sponde nell’ambito del G20, nonostante il tema fosse stato dibattuto a Lecce al G8 Finanze lo scorso giugno scorso».

Democratizzare le istituzioni finanziarie internazionali

«Il G20 di Londra si è anche impegnato per un riforma del sistema di governo delle istituzioni finanziarie internazionali – Fmi e Bm – al fine di dare maggiore voce e rappresentanza nei consigli direttivi di queste entità alle economie emergenti e gli altri pesi in via di sviluppo. Attualmente il G8 e pochi altri stati ricchi controllano la maggioranza dei voti. Ad oggi solamente timidi passi avanti sono avvenuti in questa direzione nell’ambito del negoziato, e non necessariamente a vantaggio dai Paesi più poveri. I paesi europei che risultano sovra-rappresentati – un terzo dei voti totali e 8 dei 24 direttori nei board delle istituzioni – sono il principale ostacolo ad una riforma maggiormente democratica».

«La società civile internazionale chiede come primo passo l’introduzione di una doppia maggioranza – una economica e una politica – su diversi meccanismi decisionali per dare maggiore voce anche ai Paesi più poveri, ed una riformulazione delle quote secondo principi non meramente economici.Infine chiede che i governi europei procedano ad un consolidamento della loro rappresentanza in un numero minore di direttori e l’istituzione di una unica constituency da subito quanto meno per l’area euro».

Il business della guerra in Iraq

Posted in Politica with tags , , , on settembre 22, 2009 by Maria Rubini

Sarà anche cinico, ma la domanda bisogna per forza farsela. Chi è che ci perde con la fine (annunciata) della guerra in Iraq? Prima risposta: quella miriade di società che gravitano intorno al Pentagono, con il quale hanno firmato lucrosissimi contratti di fornitura. E la prima “fornitura” che il pentagono ha richiesto ai privati è quella del personale addestrato a operare in zona di guerra.

Ora per queste società iniziano i guai. Lo avevano intuito già l’anno scorso, quando in campagna elettorale Barack Obama aveva promesso il ritiro delle truppe USA. Ne hanno avuto la certezza dopo la sua elezione a presidente degli Stati Uniti. A febbraio, in un discorso davanti ai marine Camp Lejeurn, in Carolina del Nord, Obama ha infatti annunciato il ritiro delle forze armate Usa entro la fine del 2011, dopo quasi sei anni di permanenza (ognuno dei quali è costato, come minimo 100 miliardi di dollari l’anno, tutti fondi che verranno meno alla rete d’imprese che hanno sostenuto lo sforzo bellico oltre che quello della ricostruzione delle infrastrutture civili). Alla base della svolta pacifista di Obama ci sono anche solide motivazioni economiche. Dagli attuali 142 mila soldati si scenderà al massimo a 50 mila (alterttanti resteranno in Afgnistan).

CHI GUADAGNA?

A perderci, alla fine, saranno le aziende private che hanno investito nel business della guerra: quelle americane sono il 90%, ingaggiate, incoraggiate o affiancate dal governo. A cominciare dai cosidetti contractor, cioè le società appaltatrici che svolgono lavori e forniscono servizi di commissione dell’amministrazione. Attualmente i contractor sono arrivati a 190 mila, più dei 160 mila soldati americani impegnti in Iraq. Per la maggior parte sono società americane, ma ci sono anche iracheni e operatori di altri Paesi. Non si tratta solo di 007 privati o di soldati mercenari; svolgono più in genere attività di supporto alle truppe, alle mense, alla costruzione di impianti, all’appoggio logistico, fino alle funzioni di intelligence e securiry e alle operazioni militari vere e proprie. Secondo stime, il 20% dei soldati spesi dagli Stati Uniti per il conflitto in Iraq dal 2003 al 2007 è finito proprio nelle casse dei contracto: 83 miliardi di dollari, secondo quanto affermato dal Congressional budget office, l’Ufficio per il bilancio del Parlamento americano. E nel 2008 le spese di ingaggio hanno toccato i 100 miliardi di dollari. A agosto 2008 la spesa totale dell’intervento era arrivato a toccare i 446 miliardi di cui appunto quasi 100 sono andati ai privati, il 70% in Iraq e il 30% per contratti relativi a Paesi vicini come  Kuwait, Arabia Saudita e Qatar. Una tale massa di denaro non poteva non far esplodere casi molto oscuri, come quello che è andato sotto il nome di Blackwater, un episodio che innescò un inizio di inversione di tendenza. A gennaio il generale Raymond Odierno, comandante in capo delle forze Usa, ha emesso una direttiva che ordina alle unità militari di iniziare a ridurre il numero dei contractor, statunitensi e non, del 5% ogni trimestre, assumendo al loro posto personale iracheno. Dal primo gennaio inoltre il cosidetto “Accordo di sicurezza” tra Stati Uniti e Iraq ha tolto l’immunità alle società appaltatrici nei confronti della legge locale. Presto dunque l’era dei contractor si chiuderà e chi vorrà fare affari in Iraq dovrà prendere alter strade. Di recennte a Londra la conferenza Invest Iraq ha mostrato il potenziale dell’economia irachena e le opportunità per gli investimenti, ma anche gli ostacoli e le difficoltà da superare. L’Iraq National Investiment Commission indica i settori di affari più promettenti: energia, telecomunicazioni, trasporti olte l’edilizia residenziale, dato che il Paese avrà bisogno di più di 3,5 milioni di case nei prossimi dieci anni. L’Iraq Investiment and Reconstruction Task Force (Iirtf) dello Us Department of Commerce inoltre lavora a stretto contatto con l’ambasciata Usa in Iraq per dare informazioni e supporto alle aziende, oltre ai consigli sulle business opportunity legate ai contratti e subcontratti per la ricostruzione, alle possibilità di stipulare accordi con i ministeri iracheni, il settore privato e con l’Onu e le altre organizzazioni internazionali.

DOVE INVESTIRE

L’appello agli investimenti stranieri e al rafforzamento del settore privato da parte dell’Iraq si è intensificato dopo che il crollo dei prezzi del petrolio ha costretto il Governo a il suo budget complessivo di quasi un quarto, fino a circa 60 miliardi di dillari. L’Iraq non è ancora in grado di finanziare la propria ricostruzione, per soddisfare le esigenze fondamentali della popolazione al Paese servono investimenti per almeno 400 miliardi di dollari. Le infrastrutture locali sono inadeguate e Baghdad è costretta a importare derivati del petrolio da Iran, Kuwait e Turchia. Un paradosso, visto che il Paese ha riserve di petrolio per 119 miliardi di barili. Manca infatti, ancora una legge che regoli definitivamente l’accesso delle società esterne al petrolio locale e che suddivida le risorse tra le diverse province irachene. Prima della guerra le importazioni di petrolio da Baghdad negli Usa erano alle stelle, tuttavia le multinazionali americane non hanno mai potuto violare il sottosuolo iracheno, nè godevano di condizioni vantaggiose. Ora le cose sono radicalmente cambiate. Nel 2007 Baghdad ha varato un disegno di legge sugli idrocarburi secondo il quale le compagnie straniere possono per la prima volta controllare il petrolio iracheno. Grazie a contratti di lungo termine possono acquisire diritti esclusivi, ma i guadagni devono essere suddivisi tra privato e Stato iracheno. Inoltre il disegno di legge stabilisce un imposta sul reddito del 30% per le società petrolifere estere che lavoreranno in Iraq. In attesa che le normative comincino a disegnare la nuova struttura economica del Paese le compagnie statunitensi hanno già individuato nel Kurdistan iracheno la regione trainante per l’economia e quindi la porta principale su cui accedere al restante territorio. L’area semi-indipendente del nord del Paese offre infatti grosse opportunità e sta avendo un rapido sviluppo, con una crescita del Pil del 10% l’anno, meglio di Cina e India. La regione ha bisogno soprattutto di infrastrutture, attrezzature e know how per il raffinamento del petrolio e per l’energia elettrica. Negli ultimi mesi inoltre c’è stato un boom nella ricostruzione e nella vendita al dettaglio. La regione è ricca di petrolio ma anche di acqua, l’agricoltura è sviluppata  e gli interessi sia privati sia governativi non mancano. Non è un caso se i cinesi fanno affari in Kurdistan fin dai primi anni Novanta.

Post guerra Iraq

400 miliardi $ – investimenti necessari per finanziare la ricostruzione

60 miliardi $ – investimenti per la ricostruzione da parte del Governo Iracheno

10% crescita del Pil nella regione settentrionale dell’Iraq

LE OPERAZIONI MILITARI ALIMENTANO UN GIRO D’AFFARI MILIARDARIO IN GRADO DI SOSTENERE L’ECONOMIA DI UN PAESE

I conflitti mondiali

25 conflitti attivi nel mondo all’inizio del 2009

oltre 301 mila i morti in Sudan dal 2003

oltre 300 mila in Colombia dal 1964

oltre 150 mila in Algeria dal 1992

oltre 135 mila in Iraq dal 2003

Fonti: Marco Stefanini, Peace Report, Congressional Research Service

Controcampo italiano a Venezia – Cosmonauta

Posted in Società, Uncategorized with tags , on settembre 18, 2009 by Maria Rubini

“Quello che volevo era raccontare la storia di un’adolescenza, e lo volevo fare in modo leggero e spensierato, la parte relativa agli eventi storici e politici è funzionale a quella narrazione e per questo ho tenuto di proposito un tono giocoso anche su quel lato. Luciana, la protagonista, è una sognatrice pasticciona piuttosto che una ribelle con reali convinzioni politiche. Volevo evitare l’operazione nostalgia, perché volevo che il mio film parlasse anche e soprattutto alle nuove generazioni, per recuperare un pezzo di storia di cui non si discute spesso e che pochi conoscono. Ed è proprio la distanza da quei fatti che mi ha consentito di trattarli con ironia. Volevo un approccio leggero, allegro. Ecco perché ho scelto di prendere le canzoni degli anni sessanta e riproporle nella nuova versione dei Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo, chiamando alla supervisione Max Casacci dei Subsonica. Le versioni originali avrebbero fatto scattare il meccanismo nostalgia, invece in questo modo spero di parlare anche ai più giovani. L’anacronismo che si crea con questa operazione è funzionale e, credo, gradevole.” Susanna Nicchiarelli, regista anche attrice e sceneggiatrice del film, storia di una formazione adolescenziale nell’Italia dei primi anni sessanta, quelli della corsa allo spazio, delle prime spedizioni sovietiche e dei sogni di gloria del comunismo nostrano.

È il 1957, la cagnetta Laika è stata appena mandata nello spazio dai sovietici, Luciana ha nove anni e sul più bello scappa dalla cerimonia della comunione: “Io là non ci torno perché sono comunista!”. È stato suo fratello più grande a trasmetterle la passione per la politica: un ragazzo strano, Arturo, che vive in un mondo tutto suo, forse per colpa delle medicine che prende per l’epilessia … è fissato con l’Unione Sovietica e soprattutto con la corsa allo spazio, tanto che parla solo di quello, e crescendo Luciana comincia a vergognarsi di questo fratellone un po’ bizzarro. In famiglia poi, la ragazza non fa altro che litigare: Luciana non sopporta il patrigno, la sua casa, i suoi soldi, e il modo in cui cerca di farle da padre.
A quindici anni Luciana è già entrata a far parte del circolo della FGCI locale, nella sezione che frequentava suo padre, morto ormai da tanto tempo e che tutti ricordano come un “vero comunista”. Con i giovani compagni di partito Luciana vive i suoi primi amori e i suoi primi tradimenti, combinando guai a più non posso … La verità però è che nel 1963, anche fra comunisti, avere più di un fidanzato e rubare il ragazzo a una compagna sono cose che non si fanno, e Luciana è troppo aggressiva, troppo impulsiva, troppo spregiudicata. Quando riceverà la condanna da parte dei compagni adulti della sezione, suo fratello non sarà più accanto a lei come quando erano piccoli per sostenerla e consolarla. Allora Luciana, come Valentina Tereshkova, la prima donna cosmonauta, dovrà fare tutto da sé.

A colloquio con la regista di “Cosmonauta”

di Alberto Crespi – l’ Unità

Qual è il modello femminile più forte, Madonna o Valentina Tereskova? «Per me, Madonna. Da ragazzina sognavo di essere come lei. Per la protagonista del mio film, la Tereskova: la prima donna nello spazio, un mito». Susanna Nicchiarelli è la regista di Cosmonauta, film premiato a Venezia e attualmente nei cinema, distribuito dalla Fandango. La storia di una giovanissima militante del Pci che cresce nei primi anni ’60, divisa tra la vita di sezione, la famiglia che non la capisce, il mito dei cosmonauti sovietici e un difficile rapporto con il cosiddetto sesso forte.

Un film che mette in circolo molte tipologie di donna – non solo la grande Valentina – e svariate generazioni, sullo schermo e fuori: Luciana, la protagonista, è adolescente quando Gagarin parte per lo spazio; sua madre è una donna che, dopo la morte del marito, si è risposata cercando sicurezza; Marisa, una compagna di sezione più grande, è una comunista tutta d’un pezzo che ha vissuto le prime lotte delle donne nel dopoguerra… e fuori dallo schermo c’è Susanna, la regista, poco più che trentenne; c’è la produttrice Laura Paolucci, la prima che ha creduto in lei e nel film; e c’è la giovanissima interprete Miriana Raschillà, adolescente che prima di girare il film confondeva la parola “sezione” con “sessione” e ha avuto bisogno di un corso accelerato di storia per scoprire cos’era il Pci degli anni ’60. «Le ho fatto leggere il Manifesto di Marx e Engels – racconta Susanna – suscitando la perplessità di suo padre, che è carabiniere. Poi, da brava laureata in filosofia, le ho spiegato Marx e forse l’ho convinta: è sorprendente quanto sia perfetto per descrivere la società italiana di oggi…».

Chiediamo a Susanna Nicchiarelli come interagiscano, fra passato e presente, tutti questi modelli femminili. Risponde con una premessa: «Credo che voi uomini abbiate la fortuna di vivere nel secolo di Woody Allen. Vi ha liberati dagli stereotipi maschili attraverso l’ironia. Grazie a lui, si può scherzare sulla virilità, sul fatto di durare 30 secondi in un rapporto sessuale, di essere bruttini… Noi donne dovremmo fare la stessa cosa. Io sono partita dalla mia adolescenza per raccontare un tipo di femminilità poco vista al cinema: una ragazza cicciottella, con qualche difetto, nella classica età in cui le ragazze non si piacciono. Questo però, ci tengo a dirlo, non deve criminalizzare chi sogna di essere una velina. Rapportarmi con Miriana mi ha fatto capire alcune cose sugli adolescenti di oggi. Sono vittime della sindrome del “noi sì». Si sentono continuamente dire, da gente della mia età: noi sì che avevamo delle idee, noi sì che facevamo politica, noi sì che eravamo fighi… Le stesse cose che noi abbiamo subito dai fratelli maggiori, da coloro che hanno fatto il ’68… Ebbene, è indispensabile uscire da questa sindrome. Io vorrei addirittura rovesciarla: a volte mi viene il dubbio che i ragazzi di oggi siano la generazione più libera che sia mai esistita. Hanno internet, comunicano di continuo con chat e telefonini, usano fonti d’informazione che noi ci sognavamo. La contrapposizione noi/voi è un errore. Bisogna mettersi sullo stesso piano e capire che tutti siamo vittime di meccanismi di persuasione. L’unica cosa che possiamo insegnar loro è lo spirito critico. Non dobbiamo fargli spegnere tv e computer, ma aiutarli a scegliere cosa c’è dentro le tv e i computer».

Susanna Nicchiarelli guarda la televisione? E cosa pensa dell’uso del corpo femminile all’interno dei programmi tv? «Guardo moltissimo la tv. È indispensabile per capire in che paese viviamo. Sono stata una fan del Grande fratello – certe puntate, da sceneggiatrice, vorrei averle scritte io! –, ho riletto “1984” e l’ho trovato incredibilmente attuale. L’immagine della donna in tv è agghiacciante – ma il falso pudore della vecchia Rai in bianco e nero non era migliore. Il nostro dovere di donne e di artiste è inventare personaggi femminili diversi, più articolati. Nel mondo della comunicazione siamo fermi ai binomi madre/non madre, velina/non velina, moglie/non moglie; in quello della politica, non ne parliamo. Proviamo a rovesciare: e se volessimo riconoscere intelligenza a chi usa consapevolmente il proprio corpo per raggiungere degli obiettivi? La cosa davvero grave è che le donne in tv coprono una fascia d’età e di look molto ristretta. Bisogna proporre una pluralità di modelli che le ragazze possano emulare, perché non puntino solo a fare la velina e sposare un calciatore, che è il corrispettivo del Superenalotto, la ricchezza per botta di culo, senza merito. Luciana Littizzetto è una figura importante, come lo era Serena Dandini. Se una donna emancipata e politicizzata pensa che le veline siano delle puttane, sbaglia. Si distacca dalla realtà. E avendo studiato filosofia, di intellettuali lontani dalla realtà ne ho conosciuti fin troppi».

Lotta del popolo organizzato o barbarie

Posted in America Latina, Politica with tags , , , on settembre 16, 2009 by Maria Rubini

La trasformazione sociale, si sa, è figlia dell’organizzazione popolare. E che nessuna conquista sia possibile senza la lotta organizzata del popolo hanno voluto ricordarlo quest’anno gli organizzatori del Grido degli Esclusi, iniziativa che, dal 1995, si celebra ogni anno in Brasile il 7 settembre, giorno della – presunta, dicono i promotori – indipendenza. “La vita in primo luogo. La forza della trasformazione è nell’organizzazione popolare” è stato infatti il tema di questa 15.ma edizione del Grido, che ha visto impegnati movimenti popolari e pastorali sociali in 25 Stati del Paese. Un tema quanto mai pertinente, di fronte alle importanti conquiste ottenute dai movimenti contadini in seguito alle giornate di lotta svoltesi nel mese di agosto in tutto il Brasile, contro la crisi e le sue conseguenze per la lavoratrice, per la realizzazione della riforma agraria e per gli investimenti nelle politiche sociali: il 18 agosto, infatti, la commissione interministeriale del governo Lula ha annunciato un pacchetto di misure che prevede l’aggiornamento degli indici di produttività (usati come parametri per l’esproprio delle terre per la riforma agraria) – che, secondo la Costituzione, dovrebbero essere rivisti ogni 10 anni, ma che in realtà non vengono toccati dal 1975 -; la destinazione all’Incra di 338 milioni di reais per l’acquisizione di terre; l’esproprio della Fazenda Nova Alegria di Felisburgo, in Minas Gerais, dove nel 2004 vennero massacrati cinque lavoratori senza terra.

Certo, è ancora troppo poco dinanzi al quadro di estrema lentezza del processo di riforma agraria: questione che, sottolinea il teologo Frei Betto, “un tempo era considerata prioritaria dal Pt”, quel Partito dei Lavoratori che oggi, al contrario, “esalta l’agrobusiness”. È troppo poco soprattutto se lo si confronta, come fa ancora Frei Betto, “con gli incentivi ufficiali concessi a imprese che degradano l’Amazzonia e agli industriali della canna da zucchero, che nei loro latifondi mantengono i lavoratori in regime di semischiavitù”, mentre restano accampate nel Paese, sopravvivendo in baracche di plastica ai bordi delle strade, 100mila famiglie senza terra e ad altre 40mila famiglie risultano insediate appena sulla carta, ancora in attesa degli investimenti per l’abitazione, l’infrastruttura e la produzione. Ed è sicuramente troppo poco a fronte della necessità, evidenziata dai movimenti contadini, di discutere un nuovo modello di agricoltura per il Brasile: una politica agricola – sottolinea il leader del Movimento dei Senza Terra João Pedro Stedile (Folha de São Paulo) – centrata sulla democratizzazione della terra, “sempre più concentrata e cara”, sulla produzione di alimenti sani per il mercato interno, sul sostegno alle piccole e medie agroindustrie sotto il controllo di cooperative di lavoratori, sull’impulso all’agroecologia, “che rispetta l’ambiente e preserva i beni della natura”, su un programma di universalizzazione dell’educazione per il popolo delle campagne.

Ma anche su questo poco che è stato ottenuto la dominante ha annunciato battaglia, scatenando una rabbiosa campagna di criminalizzazione dei movimenti contadini, a cominciare dal Movimento dei Senza Terra, che ha risposto con una sua comunicazione ad amici e sostenitori in tutto il mondo. E il 21 agosto, durante il violentissimo sgombero di un’occupazione di senza terra nella Fazenda Southall a São Gabriel, nel Rio Grande do Sul (dove il Mst è trattato come un’organizzazione criminale), da parte della Brigada Militar, è stato ucciso con un colpo di arma da fuoco alle spalle il senza terra Elton Brun, 44 anni, padre di due figli, e sono state ferite decine di persone, tra cui donne e bambini, colpiti da spade e frammenti di proiettili e morsi dai cani. Il Mst “ottiene il suo martire”, è stato il commento del quotidiano Zero Hora.

Claudia Fonti

ODIO ANTICO

Segreteria nazionale del Movimento dei Senza Terra

Abbiamo realizzato una serie di iniziative in tutto il Paese e un accampamento a Brasilia in difesa della Riforma Agraria, conquistando importanti vittorie in relazione alla soluzione dei problemi dei lavoratori agricoli.

Le giornate di lotta hanno ottenuto dal governo federale misure assai importanti, per quanto si sia ancora lontani dalla realizzazione della Riforma Agraria e dal consolidamento di un nuovo modello agricolo. Malgrado ciò, tali giornate hanno dimostrato alla società e alla popolazione in generale che solo le organizzazioni popolari e la lotta sociale possono garantire le conquiste per i lavoratori e le lavoratrici.

La principale misura annunciata dal governo è l’aggior-namento degli indici di produttività, utilizzati come parametri legali per l’esproprio di terre per la Riforma Agraria. I ruralisti (la corrente dei latifondisti al Congresso, ndt), l’a-grobusiness e la dominante brasiliana hanno preso po-sizione contro la revisione degli indici, utilizzando i mezzi di comunicazione per esercitare una pressione sul governo affinché faccia marcia indietro. Facciamo attenzione. Se il governo verrà mano all’accordo, non resteremo in silenzio.

Queste conquiste hanno fatto infuriare quanti difendono solo i propri interessi, il proprio patrimonio e il proprio profitto, puntando ad accrescere lo sfruttamento dei lavoratori, della natura e delle risorse pubbliche. In questo contesto, diversi organi della stampa borghese ­ autentici portavoce degli interessi dei capitalisti nelle campagne ­ come la rivista Veja, Estadão, Correio Brazilienze, Zero Hora e la tv Bandeirantes – hanno cominciato ad attaccare il Movimento per bloccare le misure progressiste conquistate attraverso la lotta.

Non c’è alcuna novità nell’atteggiamento politico e ideologico di questi strumenti che sono parte della dominante e sostengono gli interessi del capitale finanziario, delle banche, dell’agrobusiness e del latifondo, voltando le spalle ai problemi strutturali della società e alle difficoltà del popolo brasiliano. Disperati, tentano di tirar fuori vecchi argomenti, come per esempio che il MST vivrebbe a carico del denaro pubblico. Senza contare che questi attacchi vengono proprio da imprese che vivono di pubblicità e di risorse pubbliche o che si sospetta abbiano ricavato vantaggi dalla partecipazione ad aste pubbliche del governo di São Paulo, come l’editrice Abril.

Di fronte a ciò, vorremmo chiarire ai nostri amici e alle nostre amiche, che ci appoggiano e ci sostengono, che non abbiamo mai ricevuto né utilizzato denaro pubblico per promuovere occupazioni di terra o proteste o marce. Tutte le nostre manifestazioni sono realizzate con il contributo delle famiglie accampate e insediate e grazie alla solidarietà di cittadini e organizzazioni della società civile. Siamo inoltre molto orgogliosi dell’appoggio di organismi internazionali che ci aiutano in progetti specifici, relativamente ai quali presentiamo dettagliati resoconti. D’altronde, tutte le risorse che vengono dall’estero passano per la Banca Centrale. Non abbiamo niente da nascondere.

In relazione alle organizzazioni che lavorano negli insediamenti della Riforma Agraria, che sono centinaia e lavorano in tutto il Paese, sosteniamo la legittimità degli accordi con i governi federali e statali e crediamo nella correttezza del lavoro realizzato. Questi enti sono debitamente abilitati dagli organismi pubblici, vengono controllati e subiscono anche persecuzioni politiche da parte del Tcu (Tribunale dei conti dell’Unione), controllato attualmente da affiliati del Psdb (Partito della Socialdemocrazia brasiliana) e Dem (Democratici, ex Pfl, Partito del Fronte Liberale). Sviluppano progetti di assistenza tecnica, alfabetizzazione di adulti, formazione, educazione e sanità in insediamenti rurali, servizi che sono un diritto degli insediati e un dovere dello Stato, secondo la Costituzione.

Non ci aspettavamo un altro tipo di comportamento da questi mezzi di comunicazione. Gli attacchi contro il MST sono antichi e sono sempre stati dettati da una pura manifestazione di odio dei settori più reazionari della dominante contro i lavoratori rurali che si organizzano e lottano per i propri diritti. Continueremo con le nostre mobilitazioni perché soltanto la pressione popolare può garantire il progresso della Riforma Agraria e il rispetto dei diritti dei lavoratori, indipendentemente dalla volontà della dominante e dei suoi mezzi di comunicazione.