L’informazione e l’architettura della partecipazione

Nel ventesimo secolo l’ unico obiettivo dei mezzi di comunicazione era il consumo: quanto possiamo produrre? Quanto potete consumare? Se produciamo di più, consumerete di più? Poi, però, si sono resi conto che alla gente piace non solo consumare, ma anche produrre e condividere. E sono rimasti di stucco.

Lo dice Clay Shirky, che studia gli effetti sociali ed economici della rete. Ha scritto per il New York Times, Wired e il Wall Street Journal. Insegna alla New York University.

Shirky racconta un aneddoto. Era a cena con degli amici. Uno di loro gli raccontò che, mentre stava guardando un dvd con sua figlia di quattro anni, all’improvviso lei è andata dietro alla tv e ha infilato le mani tra i cavi. Il papà le ha chiesto: “Che stai facendo?” E lei, facendo spuntare la testa da dietro lo schermo: “Sto cercando il mouse”.

Lo sa anche un bambino di quattro anni: uno schermo senza mouse è uno schermo rotto. È inutile perdere tempo con uno strumento che non ti include. Un bambino di quattro anni, che non deve scrollarsi di dosso una vita intera passata a guardare L’isola di Gilligan o qui da noi Atlas Ufo Robot, dà per scontato che qualsiasi strumento permette di consumare, produrre e condividere.

Quando la gente gli chiede cosa stiamo facendo (e con noi si intende l’intera società che cerca di capire come usare al meglio il proprio surplus cognitivo) Shirky gli risponde che stiamo cercando il mouse. Lo cercheremo in tutti i posti da cui un lettore, un ascoltatore, uno spettatore o un utente è stato escluso, tutti i posti dove è stato usato passivamente o dove gli è stata servita un’esperienza precotta e malamente riscaldata.

A quel punto tutti insieme ci chiederemo: “Se usiamo un po’ del nostro surplus cognitivo e lo impieghiamo qui, in rete, riusciremo a costruire qualcosa di buono?” Shirky è certo che la risposta è sì.

C’è una connessione tra l’esperienza di rete, quella della carta stampata (esperienza precotta) e il surplus cognitivo? Io penso di sì. Almeno per quanto mi riguarda.

Mi è capitato di leggere un testo di Fratini-Marconi, uno giornalista del “Sole 24 Ore” ed ora caporedattore di La7, l’altro analista finanziario.  Interessante l’analisi sull’informazione finanziaria in questo paese: in Italia abbiamo ottimi giornali economici, altrettanto eccellenti pagine finanziarie nei quotidiani più generalisti, e non ci facciamo mancare straordinari commenti a due colonne in prima pagina da gustarsi in religiosa estasi in onore al saggio di turno. Si tratta di letture che ci aiutano sì a farci un opinione, ma per operare sui mercati il loro valore è praticamente nullo.

La stampa, come internet, è uno strumento utile per informarsi e capire, ma non va utilizzata come fonte di argomenti seri per fare tranding, soprattutto quello che si gioca sul filo dei secondi. Poi bisognerebbe anche capire perché i nostri media, tutti,  quando si parla di economia, non facciano quel salto di qualità che permetta di trasformare le informazioni in conoscenza. In breve, quando arrivano sui giornali, le notizie sono già vecchie, riguardano fatti accaduti e digeriti, e al cronista non resta che renderli pubblici. La notizia si concentra sul fatto, tipicamente sul dato di breve periodo enfatizzando gli aspetti di cronaca. Resta il fatto che è interessante capire come i lettori e gli investitori recepiscono e rielaborano le notizie. Keynes sosteneva che i mercati raggiungono l’efficienza nel momento in cui i prezzi riflettono accuratamente il valore fondamentale dei titoli, ma l’estrema variabilità di questi prezzi ha indotto generazioni di studiosi a ritenerla assolutamente sproporzionata rispetto alla scarsa quantità di informazioni che arrivano sui mercati. Certe oscillazioni, insomma, non si possono spiegare con la teoria economica tradizionale, anzi, è più facile che il prezzo di un titolo dipenda in buona misura dall’opinione che la gente ne ha.

Vera allora l’intuizione di Shirky: “La gente non è molto brava a ragionare velocemente. Ma è bravissima a emozionarsi velocemente. E man mano che i media diventano più veloci, diventano anche più emozionali”.

Ma il tranding che si gioca sul filo dei secondi non può “emozionarsi”. Si gioca sulle intuizioni. Chiamatele, se volete, emozioni, ma non lo sono.

4 Risposte to “L’informazione e l’architettura della partecipazione”

  1. L’informazione gioca anche sull’emotività, perchè facendo così, il pubblico si crede informato pur non essendolo. Tutte le volte che parlano della fame nel mondo, fanno vedere bambini denutriti senza spiegarne però le cause. Oppure durante un omicidio, quando vanno a chiedere ad un familiare cosa prova.
    Pasolini spiegava in maniera egregia, cosa provoca il rapporto di subordinazione dello spettatore.
    Un saluto

  2. Non sono del tutto d’accordo con te. Non sempre non viene spiegato il perchè di alcuni processi e cause (lasciamo stare la bassa informazione di cui tu parli, che informazione non è, stai parlando di servizi lampo dei TG). Il problma è che la gente non è molto brava a ragionare velocemente. Una volta acquisito il dato, la notizia, tutto si ferma lì.
    Ottima la citazione di Pasolini, ma Pasolini era un “eletto”, era uno di quelli che invece, era bravissimo a ragionare velocemente. E questo è un dono di natura non lo si può acquisire nè con lo studio, nè con la conoscenza nè con altro.
    Pasolini alimentava i suoi sogni e le sue speranze, non le illusioni. Si può collocare nella sfera dell’utopia, quella sana: aspirazione non suscettibile di realizzazione pratica, ma che in politica diventa un ideale etico sociale destinato a non realizzarsi sul piano istituzionale, ma avente una funzione stimolatrice dell’azione politica nel suo porsi come ipotesi di lavoro o, per contrasto, come critica alle istituzioni.

  3. Certo non si può aspettare che il normale lettore diventi un agente di borsa leggendo il “Sole 24 ore”, anche se spesso si alimenta l’illusione che tutti possano improvvisarsi brokers e fare la loro scalata sociale.
    Io credo che il problema non sia tanto l’informazione, o non solo, quanto una capacità critica globale che sappia inserire fatti scollegati in un quadro della nostra società. Gli avvenimenti vengono subiti dal lettore, spesso facendo riferimento a teorie economiche (nel caso specifico che hai citato) date per scontate, ma che scontate non sono. Certo non ci vengono fornite quelle notizie sulla base dell’interpretazione della teoria della decrescita, per esempio. Insomma il risultato è che vengono fatte surrettiziamente passare come “fatti” indubitabili quelle che in realtà sono solo “interpretazioni” spesso assai discutibili.

  4. Esattamente Matteo, gli avvenimenti vengono subìti dal lettore, da qui l’incapacità critica nell’ambito del quadro globale, dell’insieme. E’ ovvio che non tutti leggono o leggiamo il Sole 24 Ore, io avevo semplicemente collegato una riflessione specifica, in questo caso, ad un problema più vasto.
    Perfettamente d’accordo con te.

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