Archivio per settembre, 2009

Vincenti grazie al leader o alla squadra?

Posted in Società, Uncategorized with tags , on settembre 15, 2009 by Maria Rubini

“La gestione è fare le cose nel modo giusto; la leadership è fare le cose giuste”. E’  quanto sostiene il guru di menagement Peter Duker.

La squadra è conseguenza della leadership. Senza qualcuno che indichi la via, a maggior ragione se si tratta della più difficile e rischiosa, a una squadra di colleghi pronti a seguirlo con piena fiducia verrebbe meno il presupposto fondamentale dell’ impresa. Di qualsiasi tipo si tratti: una nave, un centro di ricerca, un esercito, un azienda, una famiglia. Allo stesso modo un comandante senza equipaggio, uno scienziato senza laboratorio, un condottiero senza esercito, un imprenditore senza manager e anche un capo famiglia senza famiglia non avrebbero ragione di esistere se non nei loro sogni. Si potrebbe dire che senza leader non c’è squadra, ma che senza squadra non c’è impresa.

Sarebbe bene e tempo che in molti se ne rendessero conto assecondando come bene comune la visione, il pensar grande, la propensione al rischio, la capacità di infondere coraggio e ottimismo.

A breve, parte della sinistra di questo Paese dovrebbe riunirsi per concretizzare il progetto che a giugno, con la Lista Comunista Anticapitalista, ha immaginato insieme.

La Federazione Comunista e Anticapitalista dovrebbe iniziare un nuovo cammino.

Io lo immagino come un cammino nel continente Latino Americano, nel continente che il Che ha descritto nei suoi diari come luogo unico ma pieno di diversità.

La Federazione ha bisogno del Continente Latino Americano.

Noi dobbiamo compiere, da oggi, un altro salto di qualità come quello compiuto negli ultimi anni nel Continente Latino Americano: proseguire nel suo percorso decentratore, per togliere una centralità immeritata all’Europa, per affermare che non abbiamo bisogno di un centro, anche perché vogliamo essere eccentrici, diversi, in un certo senso sovversivi.

In quel Continente è forte il senso sincero della loro ospitalità, della loro apertura verso l’altro che è diverso e che proprio per questo è una ricchezza. Ecco, la diversità che i popoli presenti sulla terra ci possono dare deve diventare la nostra ricchezza di spirito, la nostra forza d’animo, la nostra voglia di non farci omologare, la nostra resistenza alle leggi capitalistiche del mercato. Noi possiamo accettare il mercato con le sue regole ma combattendo lo spirito capitalista/consumista; dobbiamo creare con la nascita della nuova Federazione, in collegamento con quelle dell’ America Latina, d’Asia, e d’Europa, e con quelle che spero nasceranno in Africa, una corrente di scambi, una circolazione alternativa di informazioni.

Un elettorato che sa e che può scegliere avendo una vera varia offerta, un elettorato che non è costretto a “comprare” i prodotti pubblicizzati insieme all’informazione della grande industria del consumo; un elettorato che sceglie e capisce, che non consuma. Un elettorato che richiede qualità, che esige una informazione anche su ciò che i grandi canali di notizie non ci fanno sapere. Perché per noi è importante ciò che riguarda la nostra memoria, ciò che riguarda il destino di un piccolo popolo.

Un elettorato, dunque, che possa creare, inviare e ricevere una vera controinformazione,  artefice del suo destino culturale, artefice della sua formazione, cioè della sua libertà e indipendenza. Questa dovrebbe essere la  caratteristica rivoluzionaria e pacifica della  Federazione. Deve essere sempre di più la Federazione di chi crede nell’autodeterminazione dei popoli, nella dignitosa espressione di ogni identità, nella forza della pacifica conquista della propria libertà. Mai la guerra o l’embargo possono essere mezzi accettabili per nessuna ragione. Perché sono contro l’identità e l’autonomia dei popoli. Noi dobbiamo affermare sempre di più, nella Federazione, l’attività di informazione e lotta come attività che possa essere svolta da ciascun soggetto secondo la propria tradizione, ma che si indirizzi verso il comune intento di formare un pubblico, di creare canali indipendenti e alternativi di informazione, ma anche di produzione. L’esistenza, infatti, di un pubblico capace e desideroso di vedere ogni tipo di prodotto, dà forza e coraggio anche alla libera e indipendente attività produttiva.

Creare lavoro all’interno dell’attività rivoluzionaria della Federazione è la risposta migliore alla macchina mangiasassi del consumismo capitalista, a chi vuole i circoli dei semplici replicanti del “cinema main stream” e del pensiero “Politically correct”.

La Federazione deve vincere le resistenze elitarie che nella vecchia Europa ancora ci sono e che rallentano il cammino di liberazione dalla mentalità e dall’azione coloniale. Ne ha bisogno per dimostrare con chiara concretezza che siamo tutti abitanti dello stesso mondo, che è rotondo, e non primo, secondo o terzo! Ne ha bisogno per affermare al suo interno l’idea dell’elettorato  come una moltitudine di diversità che si sentono comunità e non come una folla di individui soli e uguali come una fotocopia.

L’informazione e l’architettura della partecipazione

Posted in Società with tags , , , on settembre 8, 2009 by Maria Rubini

Nel ventesimo secolo l’ unico obiettivo dei mezzi di comunicazione era il consumo: quanto possiamo produrre? Quanto potete consumare? Se produciamo di più, consumerete di più? Poi, però, si sono resi conto che alla gente piace non solo consumare, ma anche produrre e condividere. E sono rimasti di stucco.

Lo dice Clay Shirky, che studia gli effetti sociali ed economici della rete. Ha scritto per il New York Times, Wired e il Wall Street Journal. Insegna alla New York University.

Shirky racconta un aneddoto. Era a cena con degli amici. Uno di loro gli raccontò che, mentre stava guardando un dvd con sua figlia di quattro anni, all’improvviso lei è andata dietro alla tv e ha infilato le mani tra i cavi. Il papà le ha chiesto: “Che stai facendo?” E lei, facendo spuntare la testa da dietro lo schermo: “Sto cercando il mouse”.

Lo sa anche un bambino di quattro anni: uno schermo senza mouse è uno schermo rotto. È inutile perdere tempo con uno strumento che non ti include. Un bambino di quattro anni, che non deve scrollarsi di dosso una vita intera passata a guardare L’isola di Gilligan o qui da noi Atlas Ufo Robot, dà per scontato che qualsiasi strumento permette di consumare, produrre e condividere.

Quando la gente gli chiede cosa stiamo facendo (e con noi si intende l’intera società che cerca di capire come usare al meglio il proprio surplus cognitivo) Shirky gli risponde che stiamo cercando il mouse. Lo cercheremo in tutti i posti da cui un lettore, un ascoltatore, uno spettatore o un utente è stato escluso, tutti i posti dove è stato usato passivamente o dove gli è stata servita un’esperienza precotta e malamente riscaldata.

A quel punto tutti insieme ci chiederemo: “Se usiamo un po’ del nostro surplus cognitivo e lo impieghiamo qui, in rete, riusciremo a costruire qualcosa di buono?” Shirky è certo che la risposta è sì.

C’è una connessione tra l’esperienza di rete, quella della carta stampata (esperienza precotta) e il surplus cognitivo? Io penso di sì. Almeno per quanto mi riguarda.

Mi è capitato di leggere un testo di Fratini-Marconi, uno giornalista del “Sole 24 Ore” ed ora caporedattore di La7, l’altro analista finanziario.  Interessante l’analisi sull’informazione finanziaria in questo paese: in Italia abbiamo ottimi giornali economici, altrettanto eccellenti pagine finanziarie nei quotidiani più generalisti, e non ci facciamo mancare straordinari commenti a due colonne in prima pagina da gustarsi in religiosa estasi in onore al saggio di turno. Si tratta di letture che ci aiutano sì a farci un opinione, ma per operare sui mercati il loro valore è praticamente nullo.

La stampa, come internet, è uno strumento utile per informarsi e capire, ma non va utilizzata come fonte di argomenti seri per fare tranding, soprattutto quello che si gioca sul filo dei secondi. Poi bisognerebbe anche capire perché i nostri media, tutti,  quando si parla di economia, non facciano quel salto di qualità che permetta di trasformare le informazioni in conoscenza. In breve, quando arrivano sui giornali, le notizie sono già vecchie, riguardano fatti accaduti e digeriti, e al cronista non resta che renderli pubblici. La notizia si concentra sul fatto, tipicamente sul dato di breve periodo enfatizzando gli aspetti di cronaca. Resta il fatto che è interessante capire come i lettori e gli investitori recepiscono e rielaborano le notizie. Keynes sosteneva che i mercati raggiungono l’efficienza nel momento in cui i prezzi riflettono accuratamente il valore fondamentale dei titoli, ma l’estrema variabilità di questi prezzi ha indotto generazioni di studiosi a ritenerla assolutamente sproporzionata rispetto alla scarsa quantità di informazioni che arrivano sui mercati. Certe oscillazioni, insomma, non si possono spiegare con la teoria economica tradizionale, anzi, è più facile che il prezzo di un titolo dipenda in buona misura dall’opinione che la gente ne ha.

Vera allora l’intuizione di Shirky: “La gente non è molto brava a ragionare velocemente. Ma è bravissima a emozionarsi velocemente. E man mano che i media diventano più veloci, diventano anche più emozionali”.

Ma il tranding che si gioca sul filo dei secondi non può “emozionarsi”. Si gioca sulle intuizioni. Chiamatele, se volete, emozioni, ma non lo sono.

L’obbligo della memoria, il diritto alla ribellione. La storia dei mapuche, il popolo che ignora la proprietà.

Posted in America Latina, Politica with tags , , , , on settembre 7, 2009 by Maria Rubini

Jaime Facundo Mendoza Collío aveva 24 anni, era sposato e aveva un bambino di soli 4 anni. Un colpo di arma da fuoco lo ha raggiunto alla schiena durante un’occupazione di terra, il 12 agosto scorso. A sparare è stato un sottufficiale del Grupo de Operaciones Policiales Especiales (Gope) dei carabinieri cileni, un corpo d’élite addestrato nella lotta contro pericolosi criminali e terroristi. “Molto appropriato, come si nota, per reprimere azioni e mobilitazioni sociali in difesa dei diritti ancestrali del popolo mapuche”, commenta sarcasticamente Juan Jorge Faundes sulla rivista Punto Final, complimentandosi, altrettanto sarcasticamente, con il ministro dell’ Interno Edmundo Pérez Yoma e con quello della Difesa Francisco Vidal.

L’assassinio del giovane weichafe (guerriero) mapuche Jaime Facundo Mendoza Collío non è una novità. Prima di lui era già caduto Matías Catrileo, studente universitario mapuche ucciso durante l’occupazione di un fondo agricolo il 3 gennaio 2008, sempre per mano del Gope, e, ancora prima, Alex Lemun, studente mapuche di appena 17 anni, assassinato il 7 novembre 2002 dai carabinieri nell’ambito di un’azione di recupero di una terra ancestrale. “I mapuche – sottolinea Juan Jorge Faundes – sono stati vittime di un’occupazione militare (alla fine del XIX secolo) che ha usato metodi atroci (impalando donne). Sono vittime di una violenza strutturale che li ha condannati al minifondo e alla povertà (XX secolo). I culcules e cultrunes (strumenti musicali mapuche) di un popolo oppresso che esercita oggi il diritto sacro alla ribellione gridano con Isaia: ‘Qual diritto avete di opprimere il mio popolo, di pestare la faccia ai poveri?’ (3:15). ‘Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi’ (5:7). I cinque milioni di ettari usurpati varrebbero oggi 20 miliardi di dollari a prezzo di mercato. Da qui dovrebbe cominciare il dialogo. Più un indennizzo morale per danni e violenze… Riparazione politica, storica, economica e morale: il prezzo della pace”.

È questa storia di violenza – resa più atroce dalla devastazione di un mondo di bellezza e di armonia – che viene mirabilmente raccontata, sulla base della visione mitica del popolo mapuche, dal sociologo cileno Tito Tricot, direttore del Centro de Estudios de América Latina y el Caribe (Cealc), nell’articolo La antigua guerra a muerte contra el mapuche (Rebelión, 20/08), di cui di seguito ne riporto uno stralcio.

Che cos’è la proprietà?

“Io sentii la glaciale ferocia del suo sguardo – racconta l’anziano di Curarrehue – un pomeriggio di primavera in cui volli domandargli il perché di tanta crudeltà. Non vi bastano, chiesi, le vostre terre e i vostri animali? ‘Questa è la mia terra’, gridò con voce di tuono, ‘il mio quadro, la mia scultura, la mia acquaforte, il mio sacco, la mia vetrata, il mio mosaico, il mio libro aperto, il mio orgasmo cosmico. La mia proprietà’.

E cos’è la proprietà?, gli chiesi sconcertato. Mi guardò con disprezzo dalle altezze della sua ciclopica grandezza per ridere burlescamente: ‘tutto quello che non si può toccare per i secoli dei secoli, amen’. E cos’è che non si può toccare per i secoli dei secoli, amen?, indagai. Sempre con disdegno e fastidio per l’interruzione della sua siesta, rispose: ‘i boschi, la terra, i laghi, i fiumi, le montagne, il rame, l’argento, il carbone, i mari, i pesci, l’aria, gli uccelli, l’acqua, le case, i cavalli, le galline, i tacchini, gli agnelli, il grano, i piselli, le piante, le cascate, le risate, le mani, le gambe, l’amore, i denti, il ventre materno, i figli, i sogni, la morte. Tutto quello che è ricchezza o può diventare ricchezza’, elencò annoiato.

Però, dichiarai e reclamai, mentre lo guardavo fisso negli occhi, torbidi come il fiume in inverno, i più antichi degli antichi ci diedero il Meli Witran Mapureducciones, assassinii, torture, esilii, migrazioni, polizie, stragi e Paesi ignoti che piantavano le loro bandiere di seta nel cuore del Wallmapu”. perché facessimo l’amore senza fretta e, sempre senza urgenza, condividessimo i frutti della terra che erano, ci dissero, di tutti e di nessuno. Ci dissero che qui avremmo potuto costruire il nostro Mondo e il nostro Paese. E così lo costruimmo tra due oceani, senza fretta e senza alcuna proprietà, che non conoscevamo; e gli uccelli facevano il loro nido su qualunque albero, i laghi si posavano su inattesi ricoveri, mentre i fiumi fluivano ininterrottamente tra nevai, boschi e scogliere per baciare attoniti il mare, che era anch’esso il mare di tutti. E di tutti era la terra che si poteva toccare per i secoli dei secoli, amen. È la mia parola, gli dissi, e in quel preciso momento, dalla profondità della sua gola d’argento spuntarono fili di ferro, fucili, seghe, coloni, militari,

Nulla fu più uguale

Allora, nulla fu più uguale a prima e l’anziano, con la sua memoria, si rifugiò nella cordigliera, ma non poté più cacciare puma, perché lo perseguitarono, lo rinchiusero, lo imprigionarono, lo radicarono a forza e lo assassinarono in nome della civiltà. Usurparono il Paese Mapuche e polverizzarono il Mondo Mapuche in nome della ragione, della ricchezza e di quella proprietà di cui parlava il dio straniero che gridava la barbarie degli indios.

E gli indios si rifugiarono nei loro silenzi di indios per affrontare l’egoismo wingka (invasore, ndt), e nelle curve dei fiumi, nelle chiome degli alberi, nelle contrafforti della cordigliera e nel fondo del mare custodirono le proprie parole, i sogni, le memorie, gli annunci e le denunce, le virtù e le viltà, le vittorie e le sconfitte, gli amori e i disamori, i canti e i balli, i primi passi e gli ultimi. Nascosero con speciale attenzione il mapudungun, la loro lingua, e l’origine del mondo e le leggi della natura. Tutto, raccontano, in un vulcano in fiamme di cui solo i saggi conoscevano il segreto per evitare che il kimunndt) mapuche si riducesse in braci e cenere. Fu tale la loro sapienza che, nelle notti più opache, dalle loro case, dai campi e dai monti, uscivano silenziosamente uomini, donne, anziani e bambini per dirigersi al vulcano della memoria. Lì recuperavano parole, riti, nomi, storie e, soprattutto, i sogni di libertà che li mantenevano in vita mentre il wingka (conoscenza, perforava loro l’anima. I mapuche si rifiutavano di morire o di scomparire nell’ira dei venti spietati che venivano dal nord a cavallo, sui cannoni, con gli elmetti, le sciabole e le baionette, i fucili e i revolver. Che venivano dalla guerra per fare un’altra guerra: della civiltà contro la barbarie, della cilenità contro la mapuchità.

E ci chiamano terroristi

Guerra a morte, fratello, intronizzata nel Paese Mapuche occupato dalle forze armate. Guerra a morte, fratello, acquartierata nel Mondo Mapuche occupato dalla violenza cilena. E il nostro territorio usurpato lo chiamarono frontiera, quando in realtà la frontiera erano loro; ci chiamarono selvaggi quando, in realtà, i barbari erano loro. Lo chiamano conflitto mapuche, quando in realtà il conflitto è loro, che temono di riconoscere la propria indianità.

Oggi ci chiamano terroristi, quando il terrore lo seminano loro nelle comunità con le loro incursioni e violenze e gas lacrimogeni e spari e morti. Perché i cileni hanno cominciato ad assassinare mapuche nel XIX secolo, hanno proseguito nel XX secolo e hanno continuato nel XXI secolo. Matías Catrileo, Alex Lemun e Jaime Mendoza sono caduti nel nostro Paese occupato dalla forza militare. È per la proprietà che non conoscevamo, per gli alberi e le acque, i minerali, i pesci, gli uccelli. E per la terra che ci hanno dato per sempre i più antichi degli antichi a Collipulli, Temucuicui, Lumako, Neltume, Liquiñe, Lleu-Lleu, Cuyinco, Tirua, sulla costa, sulla montagna, nelle valli, che ci hanno dato per costruire il Paese Mapuche e il Mondo Mapuche. “È la mia parola, perché ci lascino in pace, e ci lascino semplicemente essere pioggia o terra o mare”, disse l’anziano di  Curarrehue che è la memoria stessa e che camminava nel sud del mondo molto prima dei cileni.

“Dobbiamo impedire che questo cervello funzioni” … Ricominciamo dai luoghi dell’immaginario

Posted in Uncategorized with tags , , , on settembre 4, 2009 by Maria Rubini

unità

Per bocca del pubblico ministero fascista, Mussolini aveva detto di Gramsci: Dobbiamo impedire che questo cervello funzioni per i prossimi 20 anni”: la pena inflitta fu 20 anni, 4 mesi e 5 giorni. Nonostante le dure condizioni del carcere, peggiorate dalla fragilità della salute, Gramsci avrà la forza di approfondire molte questioni teoriche e storiche di grande importanza.

Avanti. – E con ciò, avanti sulla strada della saggezza, di buon passo e con fiducia! Comunque tu sia, servi a te stesso come fonte di esperienza! Sbarazzati del malcontento del tuo essere, perdonati il tuo io, giacchè in ogni caso hai in te una scala dai cento gradini, sulla quale puoi salire verso la conoscenza. L’epoca in cui con rincerscimento ti senti precipitato, ti chiama beato per questa fortuna; ti grida che sarai ancora partecipe di esperienze alle quali gli uomini di epoche più tarde dovranno forse rinunciare. Non disprezzare di essere stato ancora religioso; valuta appieno quale genuino acccesso tu abbia ancora avuto all’arte. Forte appunto di queste esperienze, non puoi tu percorrere con maggior consapevolezza enormi tratti del cammino dell’umanità passata? Non sono forse cresciuti proprio su quel terreno che tanto ti spiace, sul terreno del pensiero impuro, molti dei frutti più splendidi della vecchia cultura? Non si può diventar saggi, se non abbiamo amato arte e religione come madre e nutrice. Ma si deve guardar al di là di esse, sapersene svezzare; se si rimane in loro balìa, non le si può comprendere. Così pure ti debbono essere familiari la storia e il cauto gioco con i piatti della bilancia: “da una parte – dall’altra”. Torna indietro, calando le orme sulle quali l’umanità fece il suo grande, doloroso cammino nel deserto del passato: così apprenderai nel modo più sicuro in quale direzione l’umanità futura non dovrà o non potrà più andare. E mentre con tutte le tue forze vorrai spiare in anticipo in quale nodo il futuro sarà ancora annodato, la tua vita acquisterà valore di strumento e mezzo per la conoscenza. E’ in mano tua far sì che tutto quel che hai vissuto: tentativi, vie false, errori, illusioni, passione, amore e speranza, si dissolvano nel suo fine senza resti. Questo fine è di diventare tu stesso una necessaria catena di anelli della cultura, e di concludere da questa necessità alla necessità del cammino della cultura universale. Quando il tuo sguardo sarà divenuto forte abbastanza da vedere il fondo dell’oscuro pozzo del tuo essere e delle tue conoscenze, allora forse, nel suo specchio, per te saranno visibili anche le lontane costellazioni delle culture di domani. Credi che una vita simile, con uno scopo simile, sia troppo faticosa e priva di vantaggi? Allora non hai ancora imparato che non esiste miele più dolce della conoscenza, e che le nubi minacciose della desolazione dovranno esser per te la mammella da cui mungere latte per il tuo ristoro. Solo quando sarà sopraggiunta la vecchiaia capirai veramente come tu abbia scoltato la voce della natura, di quella natura che per mezzo del piacere domina il mondo: la stessa vita che ha il suo culmine nella vecchiaia, ha il suo culmine anche nella saggezza, in quel mite splendore solare di una costante letizia dello spirito: l’una e l’altra, vecchiaia e saggezza, tu le incontri su un solo versante della vita: così ha voluto la natura. Allora è tempo, nè c’è motivo di adontarsene, che si avvicini la nebbia della morte. Verso la luce – il tuo ultimo movimento; un giubilo della conoscenza – il tuo ultimo grido.  (Nietzsche – Umano, Troppo Umano I)

Dedico questo post non solo al padre fondatore Antonio Gramsci, ma anche ai politici e giornalisti che via via nel tempo si sono succeduti. Come riflessione.

Le classi dominanti hanno sempre ricompensato i grandi rivoluzionari, durante la loro vita, con implacabili persecuzioni; la loro dottrina è sempre stata accolta con il più selvaggio furore, con l’odio più accanito e con le più impudenti campagne di menzogne e diffamazioni. Ma dopo morti, si cerca di trasformarli in icone inoffensive, di canonizzarli per così dire, di cingere di una certa aureola di gloria il loro nome, a “consolazione” e a mistificazione delle classi oppresse. Si svuota di contenuto il loro pensiero rivoluzionario, se ne smussa la punta, lo si svilisce. La borghesia e gli opportunisti in seno al movimento operaio si accordano oggi per sottoporre il marxismo a un tale trattamento“.

V.I.Lenin, Stato e Rivoluzione, 1917

URGE CONVOCAZIONE STATI GENERALI DELLA COMUNICAZIONE

Imagining America in 2033

Posted in Uncategorized with tags , , , on settembre 3, 2009 by Maria Rubini

All’inizio del XXI secolo la gerarchia tra i principali paesi del mondo per importanza economica, influenza politica e potenza militare era molto chiara: gli Stati Uniti in testa, quindi l’ Europa e il Giappone e un gruppo di paesi emergenti. Gli attentati dell’ 11 settembre 2001 e la crisi finanziaria, quindi economica, iniziata nel 2007 poi, se non hanno sovvertito questa gerarchia hanno però accellerato i processi che porteranno a modificarla. Mantenere l’attuale primato geopolitico è diventato troppo costoso per gli Stati Uniti, solo in Iraq la permanenza è costata 100 miliardi di dollari l’anno, esattamente 642 miliardi di dollari per l’Iraq, 189 miliardi di dollari per l’Afganistan, 28 miliardi per il potenzuiamento della sicurezza, 5 miliardi per altre spese. Mai prima il Dipartimento della difesa aveva privatizzato una quota così grande dei servizi per le forze armate. Un declino degli Stati Uniti è evidente, tra una quindicina di anni il paese potrebbe passare da potenza egemone a “primus inter pares”.

Un noto sociologo  americano, Herbert J. Gans, docente alla Colombia University di New York si è cimentato in un compito insolito, scrivere una previsione sul futuro degli Stati Uniti tra 25 anni, cioè nel 2033: “Imagining America in 2033”.

La sua storia comincia il 19 gennaio 2003, quando due ex-presidenti, James Caruso, in carica dal 2012 al 2020, e Susan Gordon, 2024-2032, quindi presidente uscente, si recano a far visita al presidente che assumerà la carica il giorno dopo, Stephen Hernandez. Tutti questi tre personaggi sono democratici: un altro ex-presidente, il repubblicano Frank O’Hara (2020-2024) si è scusato per la sua assenza. La scena è fissata fin dalla prima pagina, sia per i nomi dei protagonisti, che indicano il superamento di tradizionali pregiudizi etnici o di sesso, sia per il fatto che a proteggere questa quasi incredibile concentrazione di potentati ed ex-potentati basta un solo agente del Servizio Segreto. L’America è diventata adesso un posto sicuro. Il paese è migliorato costantentemente in riguardo alla situazione economica, è accresciuto il tasso di democrazia, si è ridotta quasi ai minmi termini la minaccia terroristica, ha assimilato sempre più immigranti, ha elevato i livelli educativi, quindi in grado di affrontare concretamente le minacce al clima del pianeta.

Un progetto democratico, progetto che porti a democratizzare la politica, potrebbe rivelarsi, in prospettiva storica, l’innovazione più significativa del primo terzo del secolo. Tale progetto ha comportato la revisione in meglio del sistema elettorale e cambiamenti nelle strutture del governo per rafforzare la capacità di controllo dei cittadini al di là delle elezioni. Le differenze dei redditi sono ancora accentuate ma si vanno riducendo.  Nè mancano anticipazioni sulle possibili meraviglie delle nuove tecnologie, con particolare attenzione a quelle della sfera genetica e sessuale, l’accettazione illimitata del matrimonio fra persone dello stesso sesso e in più l’estensione positiva e interattiva della formazione a distanza. Insomma, nel 2033 vige una quasi eguaglianza fra i sessi.

Per Gans a quell’epoca gli Stati Uniti potrebbero essere un posto molto migliore per viverci, e questo miglioramento si riverberebbe positivamente sull’intero pianeta. C’è solo un piccolo particolare: nel futuro da lui descritto gli Stati Uniti hanno rinunciato al ruolo egemone esercitato dopo il 1945 e, spalleggiati dal sostegno della grande maggioranza degli altri paesi, hanno imboccato una strada che porta alla soluzione pacifica dei conflitti e alla generalizzata riduzione delle spese militari. Ci sono ancora guerre, soprattutto civili, ma esse sono in via di rapida soluzione. Le Nazioni Unite hanno forza e prestigio sufficiente a svolgere in modo efficace quel ruolo di mantenimento della pace.

Utopie? molto probabilmente sì, almeno per quanto riguarda i tempi: sviluppi del genere in solo 25 anni appaiono poco realistici. Ma il punto non è questo. Gans coglie invece l’aspetto essenziale della contraddizione nella quale gli Stati Uniti si trovano: e cioè che mantenere l’attule primato geopolitico si rivela ormai troppo costoso in termini economici, militari e forse soprattutto psicologici. Una svolta si impone. Sarà Obama in grado di avviare almeno in parte il processo indicato da Gans? E’ indubbio che il nuovo presidente appaia molto consapevole che questa volta occorrono davvero cambiamenti in profondità. Realizzarli dipenderà molto da quanto egli riuscirà a persuadere le classi elevate a ritrovare il gusto e l’interesse nella gestione della cosa pubblica e negli affari collettivi, facendo leva su valori tradizionali quali la laboriosità, la moralità, il patriottismo. Ed abbandonare, almeno in qualche misura, le lusinghe dell’arricchimento ad ogni costo mediante la speculazione finanziaria. Lusinghe che sono alla radice della attuale crisi.

Perchè c’è qualcosa che viene prima di qualsiasi legge ed è la consapevolezza della funzione sociale del proprio mestiere, in questo caso quello di banchiere. Questo ruolo, centrale nella rete delle relazioni economiche, è sempre stato rivestito da colui che presta  soldi assumendosi il rischio di non vederseli restituire. I germi della crisi finanziaria consistono nel cambiamento radicale del mestiere di banchiere, che non si è più assunto il rischio e lo ha trasferito ad altri. Così è diventato un intermediario che guadagna non sugli interessi sui soldi prestati, ma sulla quantità di prestiti erogati. La quantità! A due anni dallo scoppio del caos ancora nessuno sa quanti siano gli strumenti tossici in circolazione, chi li abbia e quanto tempo occorrerà per smaltirli. Secondo alcune stime esistono, in tutto il mondo, strumenti rappresentativi di mutui e altre forme di debito per almeno 40mila miliardi di dollari. Secondo altri i derivati in circolazione sono pari a 12,5 volte il Pil del mondo.Una grande fetta di responsabilità nella creazione di questa massa di denaro virtuale è proprio di questo nuovo tipo di banchiere, “il banchiere 2.0” al quale importa poco che il cliente paghi o meno le rate del mutuo perchè quelle rate non le versa a lui. Di conseguenza il “banchiere 2.0” è disposto a concedere prestiti non solo a chiunque, ma ai peggiori pagatori perchè è da loro che guadagna di più. Per il “banchiere 2.0” il cliente migliore è diventato il peggiore pagatore.

Ciò che, quindi, occorre  non sono nuove regole o nuovi divieti, ma una più chiara definizione del ruolo della funzione di ognuno degli attori della scena finanziara. Occore, detta più chiaramente, che l’imprenditore faccia l’imprendtore e guadagni coi propri prodotti e non dalle speculazioni finanziarie, che il banchiere faccia il banchiere e non l’intermediario, e che il finanziere faccia il finanziere e non il procacciatore d’affari.

Utopia? Può darsi… intanto per tornare alla realtà, negli Stati uniti ci si comincia a chiedere quando arriverà mai la così tanto promessa e attesa ripresa. Già si è dovuto mettere in conto che il 2010 non sarà l’anno della grande volata americana. La ripresa americana non potrà essere immediata perchè ci sono troppi disoccupati e rimetterli al lavoro richiederà un certo tempo. E questo fatto, il ritardo americano, rimbalzerà inevitabilemente sull’ Europa. Dove la Germaia andrà in ripresa più tardi del previsto e dove l’Italia rischia di dover aspettare fino al 2011 per vedere qualche segnale di ripresa.

Tutto consiglierebbe un’attesa vigile e con la testa, pronta ad interventi rapidi di sostegno sociale (onde evitare guai che già si prospettano e che in questo paese non si vedevano da decenni). Invece, come sempre, il governo mostra allegria e sicurezza. L’opposizione invece, è troppo intenta a definire se stessa e a trovare la propria strada.

Fonti: Herbert J. Gans Columbia University di new York “Imagining America in 2033”, Congressional Research Service, Antonio Martelli Strategia Politica-Aziendale Bocconi Milano, Marco Cobianchi “Senza rete”

La metafora della finanza comportamentale

Posted in Società with tags , on settembre 2, 2009 by Maria Rubini

017

Riflessione post-vacanza

Immaginiamo di dover partire per le vacanze estive in automobile e di voler tentare di fare una cosiddetta “partenza intelligente”, ovvero cercare di raggiungere la località di destinazione nel minor tempo possibile rispetto agli altri automobilisti. Per fare ciò dovremo attuare una strategia nel senso del timing, cioè considerare qual è il migliore momento per partire (investire) ed una strategia operativa cioè quali strade percorrere (scegliere i mercati e gli strumenti finanziari adatti su cui operare). Cosa sostengono la Efficient Market Hypothesis e la Random Walk Theory se si assume questo particolare punto di vista? La EMH sostiene che non è possibile trovare una strategia che permetta di conciliare il momento migliore per la partenza con la strada da percorrere, poiché tutti gli automobilisti condividono le stesse informazioni a riguardo al traffico e di conseguenza quelli che dovrebbero essere la partenza ed il percorso migliore da intraprendere. Dall’altro lato la RWT (che delle EMH è parente stretta in quanto la si può definire la formalizzazione matematica della prima) sostiene che tutti gli automobilisti scelgono, ogni volta che si mettono in strada,un percorso ed una partenza fondamentalmente a caso, non avendo elementi utili per decidere in merito e pertanto il traffico è ogni volta diverso e non esiste strategia che permetta di anticipare le mosse altrui e quindi approfittarne. Essendo, inoltre, il traffico generato dagli automobilisti del tutto casuale, lo studio dei passati comportamenti degli automobilisti non è predittivo, pertanto inutile.

In questo contesto la finanza comportamentale afferma che gli automobilisti, in condizioni di incertezza, attuano comportamenti ricorrenti, non solo, ma afferma anche che il traffico stesso (inteso come la somma dei comportamenti collettivi) presenta un andamento ciclicamente ricorrente che si può prevedere e di cui si può appunto approfittare. Da qui la considerazione che le piazze finanziarie non sono efficienti e pertanto esistono possibilità sistematiche di battere il mercato. Gli studi pertanto vertono sul come e sul perché gli automobilisti prendano certi tipi di decisioni in determinate situazioni. In questo senso va evidenziata la retroattività di certe previsioni sul mercato stesso: le previsioni degli analisti finanziari vanno a modificare i risultati stessi di cui danno previsione allo stesso modo in cui la società delle autostrade, quando si serve dei media, modifica il comportamento di alcuni automobilisti mostrando prima delle partenze estive quelli che saranno i giorni affollati e le strade bloccate dal traffico. Continuando nella metafora possiamo notare inoltre come sia facilmente comprensibile il concetto di saturazione delle strategie operative; e cioè, se esiste davvero una strada ed un momento adatto per mettersi in marcia, allora ne potremo approfittare noi, i nostri familiari,gli amici, i parenti ma non molti altri di più o finirà che quelle stradine che abbiamo scovato senza traffico finiranno con l’intasarsi se percorse oltre un certo numero da troppi automobilisti.

Benritrovati!