Benjamin spalle al muro

Si avvicina il fatidico 26 settembre, il giorno in cui scade la moratoria per le nuove costruzioni negli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Come ormai tutti sappiamo è il passaggio decisivo per vedere se i negoziati diretti tra israeliani e palestinesi voluti dalla Casa Bianca sono una cosa seria oppure no. La novità del giorno è che l’amministrazione Obama ieri pare aver messo sul tavolo una proposta per risolvere l’empasse che – se confermata – dimostrerebbe che stavolta a quei colloqui c’è davvero un mediatore che fa il suo mestiere.

L’indiscrezione (sul contenuto dei colloqui tenuti negli ultimi giorni a Sharm el Sheik e a Gerusalemme le fonti ufficiali non parlano) è uscita dal quotidiano arabo stampato a Londra al-Sharq al-Awsat: il segretario di Stato Hillary Clinton avrebbe chiesto di stabilire un termine di tre mesi entro i quali accordarsi sulla questione dei confini dei due Stati. Nel frattempo la costruzione di nuove case negli insediamenti in Cisgiordania rimarrebbe congelata. Però dopo – una volta stabilito una volta per tutte che confini hanno i famosi «blocchi di insediamenti» che Israele terrebbe, offrendo in cambio al futuro Stato palestinese compensazioni territoriali – lì dentro (e solo lì dentro) potrebbe edificare quello che gli pare, senza più discussioni, anche mentre il negoziato va avanti su tutti gli altri punti (status di Gerusalemme, sicurezza, profughi, gestione delle risorse…).

Mi sembra una proposta assolutamente di buon senso. Di quelle che mirano a togliere alibi dal terreno e vedere chi – al di là delle parole – ha intenzione di fare sul serio. Da tempo vado dicendo che con 300 mila coloni ormai in Cisgiordania bisogna smetterla di parlare genericamente di «insediamenti». Mille nuove case a Modin Illit sono un fatto molto meno significativo di dieci costruite a Beit El o a Hebron. Per capirlo può essere utile guardare lo schema che proponiamo tra i link e che è stato realizzato dal Christian Science Monitor: spiega bene che cosa sono Modin Illit, Ma’ale Adumim, Betar Illitt, il Gush Etzion e Ariel e perché li si definisca come «i blocchi». Perché il grosso dei coloni si concentra in questi insediamenti che sono – a parte Ariel – molto vicini alla Linea Verde e collegati senza più soluzione di continuità al territorio di Israele. Sono quel famoso 5 o 6 per cento della Cisgiordania che – nelle trattative condotte con Olmert e Tzipi Livni – l’Autorità Palestinese avrebbe dovuto cedere a Israele in cambio della terra necessaria per realizzare il corridoio di collegamento con Gaza.

Proprio sui «blocchi» – dicevano alla vigilia dei colloqui fonti a lui vicine – il premier isrealiano Benjamin Netanyahu avrebbe provato a fare leva per non cedere né ai falchi della sua maggioranza né ad Abu Mazen: la moratoria sulle costruzioni è finita – avrebbe detto – ma ci impegniamo a non costruire fuori da queste cinque aree. Al tavolo – però – Hillary Clinton ha rilanciato, chiedendo in pratica di giocare a carte scoperte. Del resto – se, come sembrerebbe, il discorso non riguarda Gerusalemme Est – le mappe non sono così difficili da stendere. Il problema vero è farle digerire alla propria opinione pubblica.

La delegazione palestinese ieri avrebbe dato il suo assenso all’ipotesi della Clinton, mentre Netanyahu avrebbe preso tempo. La verità è che il segretario di Stato americano ha messo il premier israeliano davanti alle sue responsabilità. Gli ha chiesto di comportarsi da statista e non da oracolo: nessuno, infatti, nemmeno all’interno del suo governo, oggi ha la più pallida idea di come sia fatto lo Stato palestinese che ha in mente Bibi. Lo sottolineava molto bene qualche giorno fa su Haaretz Akiva Eldar in un articolo in cui spiegava come oggi credere che Netanyahu abbia davvero intenzione di scommettere sulla pace con i palestinesi sia un vero e proprio «atto di fede».

«Ripassa di qui con una mappa – gli ha detto sostanzialmente la Clinton – e nel giro di tre mesi il problema degli insediamenti si sarà risolto da sé». I casi adesso sono due: l’ipotesi numero uno è che Netanyahu lo faccia. A quel punto il suo governo è finito, perché l’ala più vicina ai coloni non accetterà mai un passo del genere; ma in questo caso come farebbe Tzipi Livni a non andare in soccorso con i voti di Kadima a un governo guidato da un Netanyahu così? L’alternativa (purtroppo molto più probabile) è che Netanyahu non lo faccia. A quel punto, però, i negoziati diretti sarebbero già finiti.

Clicca qui per leggere l’articolo di Yediot Ahronot in cui si riferisce la proposta di Hillary Clinton

Clicca qui per leggere le schede realizzate dal Christian Science Monitor

Clicca qui per leggere il commento di Akiva Eldar su Haaretz

di Giorgio Bernardelli

pubblicato su Terrasanta.net

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