Archivio per dicembre, 2010

Sopravvivenza di Israele: massima superficie, massimo numero di israeliani e minimo numero di non israeliani all’interno dei confini di Israele

Posted in diciamocelochiaro, Politica with tags , on dicembre 31, 2010 by Maria Rubini

Il nocciolo della questione è questo: prima che una religione gli ebrei sono un popolo.  E come tutti i popoli, gli ebrei hanno diritto ad autodeterminarsi nella loro patria storica, patria che non hanno mai abbandonato, dove sono stati per alcuni secoli una minoranza, dove poi sono divenuti maggioranza e che ora sono disposti a spartire con l’altro popolo che vi risiede. Chi si oppone al riconoscimento dei diritti nazionali del popolo ebraico compie quindi obiettivamente un atto di discriminazione politica che non può che definirsi come antisemita, in quanto non riconosce al popolo ebraico quei diritti che riconosce a tutti gli altri popoli del mondo.

La terribile situazione attuale dei palestinesi, che tanto rancore verso Israele suscita in tante parti del mondo fra tante persone in buona fede, non può che essere attribuita in gran parte ai palestinesi stessi. Dopo il fallimento delle trattative a Camp David, le proposte di Clinton a Taba rappresentavano, e tuttora rappresentano, il paradigma della soluzione di compromesso possibile. L’avere rifiutato quelle proposte e l’avere deciso di passare all’azione violenta invece di continuare le trattative è lo sbaglio strategico di Arafat e della dirigenza palestinese da cui deriva la tragedia dei due popoli. Non si sa con esattezza che cosa sia stato proposto a Taba. Gli israeliani dicono di avere concesso il 97 per cento dei territori. I palestinesi dicono che si era arrivati solo al 60 per cento. In ogni caso era stato compiuto da ambo le parti il passo più importante: il riconoscimento del diritto all’esistenza della controparte, l’accettazione del principio ‘due popoli, due Stati’. Era possibile continuare le trattative. Oggi milioni di persone vanno in corteo con le bandiere della pace e invocano la continuazione delle trattative al posto dell’inizio della guerra. Peccato che quando i palestinesi hanno deciso di non proseguire le trattative e di iniziare la guerra, i pacifisti non abbiano detto niente, e, anzi, abbiano accettato come inevitabile la scelta stragista dei palestinesi e abbiano concentrato la loro ostilità sulla parte che è stata attaccata, e che si è difesa come ha potuto prima di decidere di passare a sua volta all’offensiva. È la simpatia istintiva che suscita il più debole, il Davide palestinese che si oppone al Golia israeliano? Oppure è una politica dettata dal fatto che sono coinvolti gli ebrei che hanno il peccato originale di esistere e di non accettare di essere massacrati?

Come mai l’antisemitismo sopravvive? Che cosa è? Che cosa lo rende così forte e lo fa sopravvivere? Non è un’ideologia coerente, non si basa su dei principi chiari. Gli ebrei sono stati odiati perché erano ricchi e perché erano miserabili, perché erano capitalisti e perché erano comunisti, perché stavano fra di loro e perché si potevano trovare dovunque, perché hanno delle credenze esclusiviste e superstiziose e perché sono dei cosmopoliti senza radici e non credono in niente (salvo che nel denaro). L’antisemitismo è essenzialmente la ricerca di un capro espiatorio per i mali del mondo, per le prepotenze e gli errori dei governanti, per le frustrazioni personali, per lo sfogo della rabbia di fronte alle ingiustizie subite. Ed è come un virus, che subisce mutazioni secondo il cambiare dei tempi e delle condizioni esterne.  Nella seconda metà del 20° secolo subisce un’altra mutazione. Diventa antisionismo, con la premessa che gli ebrei, chi più, chi meno, sono tutti sionisti. A seguito del conflitto israelo-palestinese, che oggettivamente è solo uno dei tanti maledetti conflitti che insanguinano il pianeta, tutti i peggiori crimini degli antisemiti e dei nazisti – razzismo, pulizia etnica, genocidio, crimini vari contro l’umanità – sono ora attribuiti allo Stato d’Israele e agli ebrei. Ouindi se siete contro il nazismo e i nazisti, dovete essere contro il sionismo e gli ebrei. Gli ebrei sono ancora una volta sistemati. Che cosa possono fare gli ebrei per sopravvivere, come individui e come popolo?

31 dicembre 2010.   Il processo di pace è bloccato. L’Autorità Palestinese non vuole negoziare con Israele. In effetti, durante tutto il processo politico iniziato quasi vent’anni fa i negoziati di pace non sono mai stati una priorità per i palestinesi. Piuttosto, l’Autorità Palestinese ha perseguito altri tre obiettivi principali: concessioni israeliane, delegittimazione di Israele e riconoscimento internazionale di uno stato palestinese. L’Autorità Palestinese ha avuto successo in tutti e tre i casi.
In termini di concessioni, Israele ha consentito ed anche incoraggiato l’istituzione dell’Autorità Palestinese. Israele ha ritirato le sue truppe da tutte le principali città palestinesi e ha trasferito ai palestinesi il controllo di tutti gli affari civili in quelle aree. Israele ha sradicato diecimila suoi cittadini dalle case di Gush Katif, acconsentendo a una totale giurisdizione palestinese sulla striscia di Gaza. E probabilmente il minuto Israele sarebbe stato disposto a cedere ulteriori beni se avesse ricevuto in cambio vera pace e sicurezza, anziché terrorismo e istigazione all’odio.
Gli accordi ad interim sono stati interpretati come passaggi verso successivi ritiri. Le più recenti concessioni sono arrivate sottoforma di un congelamento di dieci mesi di tutte le attività edilizie ebraiche in Giudea e Samaria (Cisgiordania), mentre le attività edilizie arabe in tutte quelle terre contese continuava incontrastata. Ma l’Autorità Palestinese non è rimasta soddisfatta delle concessioni israeliane. Voleva di più. Vogliono sempre di più. Una volta scaduti i dieci mesi di congelamento (senza nessuna apertura da parte palestinese), l’Autorità Palestinese ha chiesto un ulteriore congelamento di tre mesi, cui avrebbe sicuramente fatto seguito un’altra richiesta, ad infinitum.
Ora l’Autorità Palestinese si rende conto che Israele non darà più nulla in cambio di niente, e che neanche un presidente americano scattante può costringere Israele a farlo, figuriamoci uno vacillante. Per questo il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas  è alla ricerca di un’alternativa.
Una alternativa è la guerra. Ma questa costosa opzione è già stata tentata troppe volte e al momento non è quella desiderata da Abu Mazen. Da Israele non lo è mai stata. Alternative più efficaci, per i palestinesi, sono la delegittimazione di Israele e il conseguimento del riconoscimento internazionale di uno stato palestinese su tutti i territori contesi (senza accordo con Israele). Ed è esattamente quello per cui si stanno dando tanto da fare.
I palestinesi perseguono la delegittimazione di Israele da ogni tribuna disponibile, compresa la messa in discussione del diritto di Israele ad esistere non solo fra i paesi del Medio Oriente e nella varie agenzie delle Nazioni Unite, ma anche in tutti i campus universitari negli Stati Uniti, in Canada, in Europa.
Nel frattempo Abu Mazen sta riuscendo là dove Yasser Arafat aveva fallito, in termini di riconoscimento internazionale. Bolivia, Brasile, Argentina, Uruguay ed Ecuador hanno già confermato l’intenzione di riconoscere uno stato palestinese dichiarato unilateralmente (senza negoziato né accordo con Israele), e molti altri paesi potrebbero seguire l’esempio.
Ecco perché, senza alcun vero processo di pace alle viste, Israele dovrebbe adoperarsi per un consenso nazionale, e poi internazionale, riguardo alla demarcazione definitiva di suoi confini che siano giusti e sicuri. Il che dovrebbe essere fatto sulla base di un semplice criterio: massima superficie, massimo numero di israeliani e minimo numero di non israeliani all’interno dei confini di Israele, limitando al minimo possibile il trasferimento di residenti di ogni comunità. Tale consenso nazionale, ratificato da un referendum, avrebbe il merito di fissare delle concrete linee invalicabili, nelle quali tutti gli israeliani possano riconoscersi, e di mettere bene in chiaro cosa è e cosa non è negoziabile.
Dopo di che, una volta resisi conto che Israele e il suo governo dispongono di valide alternative ai negoziati, forse anche l’Autorità Palestinese e il suo presidente si faranno venire la voglia di dialogare.

La tragedia che si sta svolgendo in Israele e in Palestina non potrà certo essere risolta dalle demonizzazioni e dai boicottaggi europei, dalla diffusione dei Protocolli dei savi di Sion o dalle violenze fisiche contro gli ebrei e i loro luoghi d’incontro. È un problema politico e può avere solo una soluzione politica, che richiede innanzitutto la capacita di compromesso e la capacità di preferire una pace imperfetta al possesso di un po’ di terra in più e allo stragismo del martirio sacro.

fonti: Giuseppe Franchetti, presidente di Keshet – Ophir Falk da YnetNews.

Poiché il cinema non è solo un’esperienza linguistica, ma, proprio in quanto ricerca linguistica, è un’esperienza filosofica

Posted in Poesia with tags , on dicembre 8, 2010 by Maria Rubini

Alcuni critici si sono meravigliati che Pier Paolo Pasolini, scrittore marxista, traducendo sullo schermo Il Vangelo secondo Matteo, si sia mantenuto fedele al testo originale. Non c’è, infatti, incompatibilità assoluta fra il cristianesimo e il marxismo? Fra gli apostoli e i ragazzi di vita? Fra la poesia civile di sinistra e il cattolicesimo di destra? Nella meraviglia si esprimeva il moralismo d’una società come quella italiana, pochissimo religiosa e perciò costretta ad un conformismo di comportamento, Pasolini s’era comportato fin ora in un certo modo; come poteva, ad un tratto, comportarsi in un modo tanto diverso?

In realtà Pasolini s’è mantenuto soprattutto fedele a se stesso; e poiché il cristianesimo costituisce in lui il nesso sentimentale e ideologico che collega le ardue esperienze opposte del marxismo e del decadentismo, egli è stato anche, in maniera molto naturale, fedele al cristianesimo. Un cristianesimo, appunto, di specie insieme popolare e raffinata, che gli ha permesso da un lato di illuminare il carattere rivoluzionario del messaggio cristiano, dall’altro di recuperare la bellezza che è nel testo del Vangelo e nelle interpretazioni che ne ha dato l’arte di tutti i tempi.

Rispetto ad Accattone, Il Vangelo secondo Matteo segna un processo indubbio, prima di tutto per l’eccezionale impeto espressivo che in questo film rivela direttamente e immediatamente quali sono le cose che stanno a cuore a Pasolini. E in secondo luogo perché, nelle singole parti, Pasolini mostra questa volta di sapere alleare la poesia ad una rifinitezza e levità che in Accattone, più elementare, non si potevano ancora che intravvedere.

Pasolini ha un senso acuto della realtà del volto umano, come luogo d’incontro di energie ineffabili che esplodono nell’espressione, cioè in qualche cosa di asimmetrico, di individuale, di impuro, di composito, insomma il contrario del tipico. I primi piani di Pasolini sarebbero sufficienti da soli a mettere Il Vangelo secondo Matteo sopra un livello eccezionale. Ma questi primi piani non basterebbero a darci la storia di Gesù, come una galleria di ritratti non basta a darci l’idea degli avvenimenti ai quali hanno preso parte i personaggi. Il film, dunque, sarà un alternarsi di volti in primo piano e di scene drammatiche per lo più contemplate da lontano, cioè come può vederli uno spettatore il quale ora fissi lo sguardo sulle facce, ora cerchi d’abbracciare la scena intera. Niente dunque di naturalistico in questa maniera ora di avvicinare, ora di allontanare, volti e scena, semmai una rappresentazione francamente estetizzante, che non pretende mai, come fa il naturalismo, di darci la verità fotografica delle cose.

Pasolini ha capito il valore plastico e poetico, così del silenzio, come della parola. Diciamo subito che i silenzi sono la forza del film e le parole la debolezza. I silenzi di Pasolini sono affidati all’organo che è più legato al silenzio: gli occhi. Non parliamo qui degli occhi degli spettatori, bensì degli occhi dei personaggi. Le sequenze silenziose del Vangelo secondo Matteo sono le più belle, appunto perché il silenzio è il mezzo più sicuro per farci fare il salto vertiginoso all’indietro che ci propone Pasolini con il suo film. La parola è sempre storica; il silenzio si pone fuori della storia, nell’assolutezza delle immagini: il silenzio  della Annunciazione, il silenzio che accompagna la morte di Erode, il silenzio degli apostoli che guardano Gesù e di Gesù che guarda gli apostoli, il silenzio di Giuda che sta per tradire, il silenzio di Gesù che sa di essere tradito. Il silenzio nel film di Pasolini non è, d’altra parte, quello del cinema muto, cioè un silenzio per difetto; bensì è il silenzio del parlato, cioè un silenzio plastico, espressivo, poetico.

Mentre i silenzi sono di Pasolini, le parole, ovviamente, sono del Vangelo. Abbiamo sempre pensato che la parola nel cinema ha un carattere veristico, cioè, in fondo, superfluo, come dimostra se non altro il fatto che per molto tempo il cinema fu muto e tuttavia lo stesso completamente e felicemente espressivo. Questo carattere della parola nel cinema rendeva tanto più difficile la trascrizione cinematografica d’un linguaggio così denso e così ricco di metafore, come quello del Vangelo. 

Vedendo il film di Pasolini si riporta l’impressione che lo schermo, per sua natura adatto all’immagine che scorre e si mostra, piuttosto che alla parola che si ferma e dice, non sia il luogo migliore per accogliere la risonanza di un discorso che sembra esigere le architetture e gli sfondi dipinti d’un tempio. Pasolini, il quale s’è servito della voce assai efficace di Enrico Maria Salerno, ha cercato in tutti i modi di risolvere il problema di questa incompatibilità, ma non vi è riuscito che parzialmente.

Adesso resta da dire che specie di Gesù è questo di Pasolini. Diciamo subito che si tratta d’un Gesù molto diverso da quello conformistico che predomina ancora oggi. Non vogliamo sprecare troppe parole su un fatto ovvio: è chiaro che la bontà di Gesù ha, in sede storica, un carattere paradossale e rivoluzionario, e che, nel momento stesso che Gesù diceva: “Ama il tuo prossimo come te stesso”, egli diceva qualche cosa che non era soltanto l’espressione di un sentimento, ma soprattutto, rispetto al mondo di allora, qualcosa di oggettivamente sovvertitore. 

Per questo, Pasolini ha mirato a darci un Gesù duro, violento, iconoclasta, inflessibile, come appunto doveva apparire ai suoi contemporanei e non come appare oggi a noi che, com’è stato già detto, non possiamo non dichiararci tutti cristiani. 

Lo stesso va detto dell’ambiente nel quale Gesù si trovò a predicare. Per essere pienamente rivoluzionario, il cristianesimo doveva essere non soltanto paradossale, ma anche “invisibile”. Che cosa di più invisibile allora, d’una religione predicata da un povero tra i poveri, in una provincia remota, in un linguaggio sconosciuto ai potenti? E così ci pare che anche il miserabilismo di Pasolini trovi una sua giustificazione storica e ideologica oltre che artistica.

Pasolini ha preso i suoi attori dalla strada, sia si tratti di amici dell’ambiente letterario, sia di popolani dei luoghi dove il film è stato girato. E stata ancora una volta una buona idea e il rendimento è notevole. Enrique Irazoqui, lo studente spagnolo che interpreta il personaggio di Gesù, ha un volto che ricorda il greco, i bizantini e i primitivi. Questo volto, spesso grave oppure adirato, più di rado sorridente, è una delle più belle invenzioni del film. 
  

Il Vangelo secondo Matteo, recensione di Alberto Moravia – L’Espresso, 4 ottobre 1964nella foto Pasolini con Margherita Caruso nella parte

di Maria, in un momento di pausa del film.

Ciao Maestro

Posted in Poesia with tags on dicembre 3, 2010 by Maria Rubini

Con un beffardo sorriso toscano starà guardando quanto accade in Italia, dopo la sua morte, elogiato dal mondo del cinema, che non sempre l’aveva riconosciuto in vita e guardato come pietra dello scandalo da certa parte moralista della popolazione, quella stessa che aveva messo alla berlina, in salsa agrodolce oppure amarissima, in molti suoi film. Mario Monicelli fluttua sopra tutto questo e si diverte durante l’ennesima prova dell’inconsistenza umana, sempre fuori luogo e sempre pretestuosa e, in fondo, improduttiva e superficiale.

Il rispetto per quella sua ultima volontà, questa esortazione di civiltà, al solito, è stata disattesa, proprio nel luogo più alto della nostra democrazia. “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”: questo il commiato dalla vita di Cesare Pavese, scritto sulla prima pagina di una copia dei Dialoghi con Leucò, trovata nella stanza d’albergo dove si tolse la vita sessant’anni fa. Ma, al solito, noi italiani di pettegolezzi e pregiudizi abbiamo intriso l’animo e riempito ogni singola cellula. La frase di Pavese ricorda molto l’ ultima lettera di Majakovskij, che incomincia così: “Se muoio, non incolpate nessuno. E, per favore, niente pettegolezzi”. Majakovskij continuava aggiungendo l’ augurio: “Voi che restate, siate felici”. Ma Monicelli, che è stata persona più pratica dei due scrittori e più di loro adusa a comprendere che l’uomo non impara, murato vivo negli errori dettati dal suo cinismo, non ha scritto nulla e ha deciso quel gesto che chiamiamo estremo e che, in quel momento, per lui, è stato unico e semplice.  Sempre Pavese ha scritto che: “La vita di ogni artista e di ogni uomo è come quella dei popoli un incessante sforzo per ridurre a chiarezza i suoi miti”. E completa chiarezza Mario Monicelli l’ha fatta con un gesto personale che non ha coinvolto nessuno e non intendeva insegnare proprio nulla a nessuno.

Se ne va lasciandoci in eridità circa 66 film e più di 80 sceneggiature, ma soprattutto ci lascia un pezzo di grande Storia del cinema.

Ciao Mario. Bellissimo, meraviglioso Maestro.