Sopravvivenza di Israele: massima superficie, massimo numero di israeliani e minimo numero di non israeliani all’interno dei confini di Israele

Il nocciolo della questione è questo: prima che una religione gli ebrei sono un popolo.  E come tutti i popoli, gli ebrei hanno diritto ad autodeterminarsi nella loro patria storica, patria che non hanno mai abbandonato, dove sono stati per alcuni secoli una minoranza, dove poi sono divenuti maggioranza e che ora sono disposti a spartire con l’altro popolo che vi risiede. Chi si oppone al riconoscimento dei diritti nazionali del popolo ebraico compie quindi obiettivamente un atto di discriminazione politica che non può che definirsi come antisemita, in quanto non riconosce al popolo ebraico quei diritti che riconosce a tutti gli altri popoli del mondo.

La terribile situazione attuale dei palestinesi, che tanto rancore verso Israele suscita in tante parti del mondo fra tante persone in buona fede, non può che essere attribuita in gran parte ai palestinesi stessi. Dopo il fallimento delle trattative a Camp David, le proposte di Clinton a Taba rappresentavano, e tuttora rappresentano, il paradigma della soluzione di compromesso possibile. L’avere rifiutato quelle proposte e l’avere deciso di passare all’azione violenta invece di continuare le trattative è lo sbaglio strategico di Arafat e della dirigenza palestinese da cui deriva la tragedia dei due popoli. Non si sa con esattezza che cosa sia stato proposto a Taba. Gli israeliani dicono di avere concesso il 97 per cento dei territori. I palestinesi dicono che si era arrivati solo al 60 per cento. In ogni caso era stato compiuto da ambo le parti il passo più importante: il riconoscimento del diritto all’esistenza della controparte, l’accettazione del principio ‘due popoli, due Stati’. Era possibile continuare le trattative. Oggi milioni di persone vanno in corteo con le bandiere della pace e invocano la continuazione delle trattative al posto dell’inizio della guerra. Peccato che quando i palestinesi hanno deciso di non proseguire le trattative e di iniziare la guerra, i pacifisti non abbiano detto niente, e, anzi, abbiano accettato come inevitabile la scelta stragista dei palestinesi e abbiano concentrato la loro ostilità sulla parte che è stata attaccata, e che si è difesa come ha potuto prima di decidere di passare a sua volta all’offensiva. È la simpatia istintiva che suscita il più debole, il Davide palestinese che si oppone al Golia israeliano? Oppure è una politica dettata dal fatto che sono coinvolti gli ebrei che hanno il peccato originale di esistere e di non accettare di essere massacrati?

Come mai l’antisemitismo sopravvive? Che cosa è? Che cosa lo rende così forte e lo fa sopravvivere? Non è un’ideologia coerente, non si basa su dei principi chiari. Gli ebrei sono stati odiati perché erano ricchi e perché erano miserabili, perché erano capitalisti e perché erano comunisti, perché stavano fra di loro e perché si potevano trovare dovunque, perché hanno delle credenze esclusiviste e superstiziose e perché sono dei cosmopoliti senza radici e non credono in niente (salvo che nel denaro). L’antisemitismo è essenzialmente la ricerca di un capro espiatorio per i mali del mondo, per le prepotenze e gli errori dei governanti, per le frustrazioni personali, per lo sfogo della rabbia di fronte alle ingiustizie subite. Ed è come un virus, che subisce mutazioni secondo il cambiare dei tempi e delle condizioni esterne.  Nella seconda metà del 20° secolo subisce un’altra mutazione. Diventa antisionismo, con la premessa che gli ebrei, chi più, chi meno, sono tutti sionisti. A seguito del conflitto israelo-palestinese, che oggettivamente è solo uno dei tanti maledetti conflitti che insanguinano il pianeta, tutti i peggiori crimini degli antisemiti e dei nazisti – razzismo, pulizia etnica, genocidio, crimini vari contro l’umanità – sono ora attribuiti allo Stato d’Israele e agli ebrei. Ouindi se siete contro il nazismo e i nazisti, dovete essere contro il sionismo e gli ebrei. Gli ebrei sono ancora una volta sistemati. Che cosa possono fare gli ebrei per sopravvivere, come individui e come popolo?

31 dicembre 2010.   Il processo di pace è bloccato. L’Autorità Palestinese non vuole negoziare con Israele. In effetti, durante tutto il processo politico iniziato quasi vent’anni fa i negoziati di pace non sono mai stati una priorità per i palestinesi. Piuttosto, l’Autorità Palestinese ha perseguito altri tre obiettivi principali: concessioni israeliane, delegittimazione di Israele e riconoscimento internazionale di uno stato palestinese. L’Autorità Palestinese ha avuto successo in tutti e tre i casi.
In termini di concessioni, Israele ha consentito ed anche incoraggiato l’istituzione dell’Autorità Palestinese. Israele ha ritirato le sue truppe da tutte le principali città palestinesi e ha trasferito ai palestinesi il controllo di tutti gli affari civili in quelle aree. Israele ha sradicato diecimila suoi cittadini dalle case di Gush Katif, acconsentendo a una totale giurisdizione palestinese sulla striscia di Gaza. E probabilmente il minuto Israele sarebbe stato disposto a cedere ulteriori beni se avesse ricevuto in cambio vera pace e sicurezza, anziché terrorismo e istigazione all’odio.
Gli accordi ad interim sono stati interpretati come passaggi verso successivi ritiri. Le più recenti concessioni sono arrivate sottoforma di un congelamento di dieci mesi di tutte le attività edilizie ebraiche in Giudea e Samaria (Cisgiordania), mentre le attività edilizie arabe in tutte quelle terre contese continuava incontrastata. Ma l’Autorità Palestinese non è rimasta soddisfatta delle concessioni israeliane. Voleva di più. Vogliono sempre di più. Una volta scaduti i dieci mesi di congelamento (senza nessuna apertura da parte palestinese), l’Autorità Palestinese ha chiesto un ulteriore congelamento di tre mesi, cui avrebbe sicuramente fatto seguito un’altra richiesta, ad infinitum.
Ora l’Autorità Palestinese si rende conto che Israele non darà più nulla in cambio di niente, e che neanche un presidente americano scattante può costringere Israele a farlo, figuriamoci uno vacillante. Per questo il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas  è alla ricerca di un’alternativa.
Una alternativa è la guerra. Ma questa costosa opzione è già stata tentata troppe volte e al momento non è quella desiderata da Abu Mazen. Da Israele non lo è mai stata. Alternative più efficaci, per i palestinesi, sono la delegittimazione di Israele e il conseguimento del riconoscimento internazionale di uno stato palestinese su tutti i territori contesi (senza accordo con Israele). Ed è esattamente quello per cui si stanno dando tanto da fare.
I palestinesi perseguono la delegittimazione di Israele da ogni tribuna disponibile, compresa la messa in discussione del diritto di Israele ad esistere non solo fra i paesi del Medio Oriente e nella varie agenzie delle Nazioni Unite, ma anche in tutti i campus universitari negli Stati Uniti, in Canada, in Europa.
Nel frattempo Abu Mazen sta riuscendo là dove Yasser Arafat aveva fallito, in termini di riconoscimento internazionale. Bolivia, Brasile, Argentina, Uruguay ed Ecuador hanno già confermato l’intenzione di riconoscere uno stato palestinese dichiarato unilateralmente (senza negoziato né accordo con Israele), e molti altri paesi potrebbero seguire l’esempio.
Ecco perché, senza alcun vero processo di pace alle viste, Israele dovrebbe adoperarsi per un consenso nazionale, e poi internazionale, riguardo alla demarcazione definitiva di suoi confini che siano giusti e sicuri. Il che dovrebbe essere fatto sulla base di un semplice criterio: massima superficie, massimo numero di israeliani e minimo numero di non israeliani all’interno dei confini di Israele, limitando al minimo possibile il trasferimento di residenti di ogni comunità. Tale consenso nazionale, ratificato da un referendum, avrebbe il merito di fissare delle concrete linee invalicabili, nelle quali tutti gli israeliani possano riconoscersi, e di mettere bene in chiaro cosa è e cosa non è negoziabile.
Dopo di che, una volta resisi conto che Israele e il suo governo dispongono di valide alternative ai negoziati, forse anche l’Autorità Palestinese e il suo presidente si faranno venire la voglia di dialogare.

La tragedia che si sta svolgendo in Israele e in Palestina non potrà certo essere risolta dalle demonizzazioni e dai boicottaggi europei, dalla diffusione dei Protocolli dei savi di Sion o dalle violenze fisiche contro gli ebrei e i loro luoghi d’incontro. È un problema politico e può avere solo una soluzione politica, che richiede innanzitutto la capacita di compromesso e la capacità di preferire una pace imperfetta al possesso di un po’ di terra in più e allo stragismo del martirio sacro.

fonti: Giuseppe Franchetti, presidente di Keshet – Ophir Falk da YnetNews.

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