Archivio per gennaio, 2011

Mi preoccupano coloro che non si preoccupano

Posted in Politica, Società with tags , on gennaio 31, 2011 by Maria Rubini

– Come giudica le proteste in Egitto?
Rubin: Si è tentati di vedervi una rivoluzione che abbatterà il regime. Ma l’Egitto non è la Tunisia. Le manifestazioni sono certamente piene di impeto, non né chiaro se il numero di coloro che vi partecipano sia davvero così enorme. Se la élite e l’esercito resteranno uniti, potrebbero comunque prevalere, eventualmente rimuovendo Mubarak pur di salvare il regime. Bisogna essere cauti nel tirare conclusioni.

– Vede la minaccia di una presa del potere da parte degli islamisti della Ikhwan (la Fratellanza Musulmana)?
Rubin: Finora la rivolta non è stata guidata dalla Fratellanza Musulmana. Ma essa è l’unico grande gruppo di opposizione organizzato. È difficile immaginare come possa non diventare, prima o poi, la forza leader. La dirigenza dovrà infine stabilire che si trova di fronte a una situazione rivoluzionaria e che questo è il momento giusto per uno tentativo a tutto campo. Ma se lo fa e fallisce, vi sarà una terribile repressione e il gruppo ne uscirebbe schiacciato. A quanto pare la Fratellanza Musulmana si stia unendo alle proteste, ma non ha ancora preso la decisione di fondo. A lungo termine, se il regime verrà completamente rovesciato, credo che la Fratellanza Musulmana emergerà come forza leader e forse come la forza al comando del paese.

– Vede la possibilità che l’Egitto sia testimone dello stesso modello dell’Iran del 1979: proteste democratiche sfociate in un potere islamista?
Rubin: La possibilità c’è senz’altro. Innanzitutto, finora i manifestanti mancano di un leader carismatico. Inoltre, le leadership alternative non-islamiste sono probabilmente più deboli di quanto fossero in Iran. Si ricordi che la rivoluzione iraniana andò avanti per quasi un anno, e gli islamisti emersero come capi solo dopo i primi cinque o sei mesi. Molti esperti prevedevano che si sarebbero affermati come governanti i democratici moderati, e dicevano che un regime islamista era impossibile. Ma le cose sono andate diversamente. Circa i rischi che corre l’Egitto, spero davvero di sbagliarmi.

– Come può essere cambiato e riformato lo status quo arabo senza lasciare che i fanatici islamisti prendano il potere? È possibile vedervi l’affermazione di democrazia e liberalismo?
Rubin: Ci vorrebbero, fra le altre cose, leader più forti, organizzazioni solide, la capacità di controllare le opposizioni, un programma chiaro e unità delle forze riformatrici. Nulla di tutto questo è presente sul fronte democratico-moderato. Di nuovo, vorrei che le cose stessero in modo diverso. Qui più che in altri paesi i riformatori, anche se non tutti, hanno creduto di poter collaborare con gli islamisti e di poterli manovrare. Il che sembra un grosso errore. Le chance della democrazia e del liberalismo sono diverse da paese a paese. La Tunisia ha buone possibilità, perché ha una forte classe media e un movimento islamista debole. Ma in Egitto, basta guardare i dati dell’ultimo sondaggio del Pew Research Center. Al 30% degli egiziani piace Hezbollah (al 66%, no); il 49% ha un’opinione positiva di Hamas (il 48% ce l’ha negativa); e il 20% vede con favore al-Qaeda (contro il 72% che la guarda male). In parole povere, un egiziano su cinque plaude al gruppo terrorista islamista più estremista del mondo, mentre circa un egiziano su tre sostiene forze eversive islamiste in paesi esteri. Questo non ci dice in che proporzione gli egiziani desiderino un governo islamista in casa loro, ma è un indicatore. In Egitto, l’82% degli intervistati vorrebbe la lapidazione contro chi commette adulterio, il 77% sarebbe favorevole a fustigazione e taglio delle mani per i colpevoli di furto e l’84% alla pena di morte contro un musulmano che si converta ad altra religione. Alla domanda se sostenga i “modernizzatori” o gli “islamisti”, solo il 27% degli egiziani risponde “i modernizzatori”, contro il 59% che sostiene gli islamisti. Non vuol dire nulla? Lo scorso dicembre scrissi che “questi dati agghiaccianti in Egitto un giorno potrebbero essere citati per spiegare una rivoluzione islamista. Ciò che mostra questa analisi – scrivevo – è che in Egitto e in Giordania è del tutto possibile una futura rivoluzione islamista”.

– Che genere di minaccia pone la rete della Fratellanza Musulmana a Israele e alle democrazie occidentali?
Rubin: Se va al potere? Una minaccia enorme: nuovi atti di guerra, antiamericanismo travolgente, sforzi per propagare la rivoluzione in altri stati moderati, possibile (anche se non automatico) allineamento con Iran e Siria, danni incalcolabili agli interessi occidentali. Insomma, un vero disastro. Ciò che più mi colpisce è che come mass-media ed esperti occidentali sembrino così trascinati da questo movimento da considerarne solo il migliore sbocco possibile. Come ho detto, preferirei che le cose stessero in modo diverso, ma sono profondamente preoccupato. E una delle cose di cui sono preoccupato è che così tanti non sembrano preoccupati. Ora, di fondo vi sono due sbocchi possibili: il regime si ristabilizza (con o senza Mubarak), oppure il potere passa di mano. A chi? Diamo un’occhiata ai precedenti nella regione. Si ricorda la rivoluzione iraniana, che vide ogni genere di persone riversarsi in strada per chiedere libertà? Oggi il presidente iraniano è Mahmoud Ahmadinejad. E la primavera di Beirut, con la gente in piazza a chiedere libertà? Oggi è Hezbollah che governa il Libano. E la democrazia e le libere elezioni fra i palestinesi? Oggi la striscia di Gaza è sotto il controllo di Hamas (e la Cisgiordania è a rischio). E la democrazia in Algeria? Furono decine di migliaia le persone uccise nella spaventosa guerra civile che ne seguì per anni. Non deve necessariamente andare in questo modo, ma certo i precedenti sono piuttosto scoraggianti.

(Da: Global Research in International Affairs, 29.1.11)

Intervista a Barry Rubin

Non ci ammazzerete piu’. Oggi ci difendiamo.

Posted in Uncategorized with tags , on gennaio 26, 2011 by Maria Rubini

Prima ancora dell’Inquisizione gli ebrei erano stati perseguitati, assassinati, costretti a convertirsi, era loro impedito di lavorare se non per un paio di mestieri vietati ai cristiani tra cui il prestito di denaro.
La giudeofobia si diffuse tra tutti i popoli quasi come forma di demonofobia , cioe’ paura del demonio.
Ebreo= demonio. Ammazziamolo.
 
Si doveva arrivare a Voltaire perche’ la giudeofobia si trasformasse in antisemitismo, cioe’ all’odio degli ebrei in quanto razza inferiore.
Una tremenda aberrazione psichica ereditaria e incurabile perche’ ormai incancrenita nell’animo delle persone, talmente incancrenita che il nazismo riusci’ ad ammazzare nell’indifferenza dell’Europa e di tutto il resto del mondo  6 milioni di ebrei ai quali vanno aggiunti dai 200 ai 500.000 zingari, disabili, matti, oppositori politici, preti.
Giovedi si commemorera’ La Giornata in Memoria della Shoa’, i Giusti piangeranno, le autorita’ sbadiglieranno,  gli Ebrei rimarranno in silenzio senza piu’ lacrime, ognuno ricordando sei milioni, sei milioni, sei milioni, sei milioni. Un numero talmente incredibile da far scatenare i negazionisti.
Sei milioni, capite? Una nazione intera.
Sei milioni di corpi, sei milioni di anime, 12 milioni di occhi terrorizzati, un milione e mezzo di bambini che non capivano perche’ il loro mondo si era improvvisamente trasformato in un luogo senza mamma e papa’. Un luogo dove nessuno li proteggeva piu’ , dove un signore vestito di bianco li prendeva e li portava in una stanza dove gli tagliava le corde vocali e poi li torturava con i suoi maledetti esperimenti, senza dover essere infastidito dalle loro grida.
Un luogo dove vedevano altri bambini dati in pasto ai cani, resi nazisti anche quelli.
Al di la’ della comprensione umana, al di la’ di quello che potrebbe essere l’inferno, al di la’ Dio!
Dio e’ morto, disse un ragazzo vicino a  Elie Wiesel mentre dovevano assistere all’impiccagione di un bambino che aveva tentato di scappare.
Dio e’ morto.
Sei milioni. Dio. Sei milioni.
 
Shema’ Israel, ruggiva Isaac, il macellaio che veniva spinto nel fornetto di mattoni 500 anni prima.
Shema’ Israel urlavano quelli che venivano bruciati vivi nelle sinagoghe dai seguaci fanatici di Lutero.
Shema’ Israel sospiravano senza piu’ forze quelli che venivano  fatti entrare nelle docce da cui sarebbe uscito il gas.
Shema’ Israel ha gridato il soldato Ro’y mentre, per salvare la vita ai suoi compagni,  saltava su una mina messa da hezbollah durante la guerra in Libano.
26 gennaio, che sollievo se Israele non esistesse, dicono gli antisemiti.
27 gennaio, Memoria della Shoa’.
28 gennaio, ebrei nazisti , dicono sempre gli antisemiti, osano difendersi invece di scomparire per sempre. A morte Israele.
E continuano imperterriti per altri 364 giorni.
Memoria della Shoa’, i Giusti piangono, gli antisemiti odiano, mai stanchi, mai esausti, mai annoiati dalla monotonia del loro odio millenario.
A morte Israele. Urlano.
Shema’ Israel, rispondono gli ebrei.
Non ci ammazzerete piu’, nessun Isaac verra’ spinto in un fornetto di mattoni a bruciare vivo, nessun bambino sara’ terrorizzato in un luogo buio e freddo senza mamma.
 
La Memoria  di quei sei milioni deve servire anche a questo, a stare a testa alta e dire Basta, non ci ammazzerete piu’.
Basta a chi brucia le bandiere, Basta a chi tace di fronte alle minacce di sterminio di Ahmadinejad, Basta a chi calunnia e demonizza Israele, unica nazione al mondo minacciata nella sua esistenza!
Non lo vogliamo piu’.
Hanno divorato 6 milioni, non sono ancora sazi ma noi abbiamo raggiunto il limite, oggi abbiamo un esercito che ci difende, benedetto sia.
Niente piu’ Inquisizione, niente piu’ Auschwitz, niente piu’ Babi Yar, fosse comuni, Bergen Belsen, Treblinka.
Basta terrorismo in casa nostra. Basta stragi di ebrei.
Oggi ci difendiamo.
 
Shema’ Israel.
 
Deborah Fait

Lo Stato di mille e una notte

Posted in Palestina with tags , on gennaio 19, 2011 by Maria Rubini

Come farà il futuro Stato a pagare tutte le spese per il suo funzionamento? La domanda, che supera la fase della creazione di una nuova entità territoriale, preoccupa più di qualche autorità. Perché quando nascerà – per davvero – lo Stato palestinese i problemi saranno tanti. A partire dall’economia.

L’analista israeliano Eyal Ofer, insieme a Adam Roiter, ha calcolato che il 60% del Prodotto interno lordo palestinese – negli anni 2009 e 2010 – era costituito da donazioni esteri di Stati Uniti, Unione europea, Nazioni Unite e Banca mondiale. Presi i valori reali, le donazioni sono più che raddoppiate dal 2006 a oggi.

Tradotto: l’autorità palestinese riesce a vivere solo grazie all’aiuto estero. E la popolazione – sia essa della Cisgiordania che della Striscia – è quella che, al mondo, riesce a ricevere più aiuti di tutti. Più delle popolazioni colpite dalle calamità naturali o dalle crisi politiche. In numeri, secondo lo studioso Ofer, l’Anp ha ricevuto per ogni suo cittadino una media di mille dollari all’anno. «In queste condizioni, non si può parlare di un’economia palestinese», sottolinea il dossier.

«Un’economia può funzionare anche con le donazioni», spiega Ofer, «ma a patto che questi soldi vengano investiti nello rafforzamento delle istituzioni, nello sviluppo, nella produzione e nell’infrastruttura. Ma non sembra il caso dell’Autorità nazionale palestinese».

Nel 2000, secondo i calcoli, il peso delle donazioni estere costituivano il 10,47% del Pil. Un decennio dopo quel valore è arrivato al 60%. L’anno della svolta è stato il 2007. Quando Hamas ha preso il controllo della Striscia di Gaza e quel che restava dell’Autorità palestinese aveva bisogno urgente di rafforzarsi agli occhi della Cisgiordania per non lasciarlo in mano agli estremisti islamici.

Gli autori, infine, danno una stoccata al premier palestinese Salam Fayyad. «Mentre il primo ministro si vanta degli alti tassi di riscossione dei tributi, dimentica di dire che l’operazione è svolta non da un’organizzazione palestinese, ma dal ministero israeliane delle Finanze». È quest’ultimo che, una volta raccolto il denaro – circa 1,4 miliardi di dollari all’anno – si preoccupa di trasferirlo alle casse dell’Autorità nazionale palestinese.

 Leonard Berberi

Non potendo sostituire l’ideologia alla matematica, Israele sopravvive se resta piccolo.

Posted in Palestina, Società with tags , on gennaio 13, 2011 by Maria Rubini

La paura più grande per un demografo è di non essere ascoltato quando legge le sue carte e indica il destino di un popolo. Quella di Sergio Della Pergola, demografo israeliano di fama mondiale, è che Israele ignori di essere al suo bivio esistenziale: dal Mediterraneo al Giordano gli arabi crescono più degli ebrei. Più si occupano territori meno si afferma il carattere ebraico di Israele: la ragione per cui è nato lo stato.
Terra e demografia sono i pilastri del conflitto. Un sondaggio del giornale Ma’ariv rivela che per gli israeliani il problema demografico è “la minaccia”: più del programma nucleare iraniano, del terrorismo e di Hezbollah. Rinunciando a fermare gli insediamenti, la negazione di uno stato palestinese è evidente e l’annessione della Cisgiordania la conseguenza implicita. Della Pergola trae il risultato, precisando di non partire «dalle mie convinzioni politiche ma dall’analisi. Già il 15% della popolazione israeliana è araba», spiega. «Con i palestinesi di Cisgiordania salirebbe al 35% circa. Se diamo loro tutti i diritti civili e si organizzano in un partito, avranno il gruppo parlamentare più grande della Knesset. In un governo di coalizione Abu Mazen potrebbe chiedere gli Esteri, Salam Fayyad il Tesoro. Non riconoscere diritti a una sezione così importante della popolazione è insostenibile, farlo porterebbe a questo risultato».
La paura di Della Pergola di non essere ascoltato da Bibi Netanyahu, è evidente. Più di cinque anni fa Ariel Sharon invece lo aveva fatto: tolse le colonie dalla Striscia di Gaza dove novemila ebrei vivevano insieme a un milione e mezzo di arabi.  Sono 13 milioni e mezzo gli ebrei nel mondo; 5,7 in Israele; 5,3 negli Stati Uniti. Della Pergola sottolinea che la popolazione ebraica d’Israele cresce poco ma costantemente: 80mila l’anno. Tuttavia non basta per sostenere la demografia degli arabi.
«La situazione è questa», spiega. «Più di due milioni di palestinesi in Cisgiordania, 270mila a Gerusalemme Est, un milione e mezzo a Gaza; 1,2 milioni gli arabi cittadini d’Israele. Senza Gaza siamo già al 61% di ebrei e 39 di arabi. Ma è illusorio escluderla perché quando i palestinesi partecipano alla trattativa di pace contano anche Gaza. Nell’analisi dei dati dobbiamo includere i 200mila lavoratori stranieri in Israele e i 300mila del milione d’immigrati dalla Russia che non sono ebrei. Se contiamo tutto questo, dal Mediterraneo al fiume Giordano siamo già al 50% di ebrei e 50% non ebrei».
Non potendo sostituire l’ideologia alla matematica, il movimento dei coloni sostenuto da una parte della destra di governo e da alcuni milionari americani, ha tentato di confutare la demografia ufficiale con altri dati: in Cisgiordania vivono un milione e mezzo di palestinesi, meno di quanto dica Della Pergola. «La questione fondamentale non è la demografia, ma la natura dello stato», ribatte. «Anche se avessero ragione, fra circa un ventennio saremmo 54 a 46. Può il 54% pretendere che un inno e una bandiera siano l’inno e la bandiera di quello stato?».
In questo vuoto d’ingegneria nazionale democratica, l’illusione della formula di uno stato per due popoli guadagna sempre più terreno sull’obiettivo del processo di pace: due stati per due popoli. Finora la prima era sostenuta dall’estrema sinistra israeliana e dai molti palestinesi convinti di vincere con la demografia il conflitto politico. Ora ci crede anche la destra di governo, il sionismo revisionista. «Con le sue incertezze riguardo alla moratoria sulle colonie, Bibi Netanyahu è diventato la sinistra del suo governo», dice Della Pergola. «Rinunciando alla Cisgiordania ha l’occasione storica di essere un grande leader. Viene da una famiglia nazionalista, ha combattuto, ha girato il mondo. Ha tutti gli elementi per prendere la decisione». Sergio Della Pergola non è un intellettuale di sinistra: crede che il processo di pace debba concludersi col riconoscimento della natura ebraica di Israele. «Uno stato ebraico nazionale, non religioso: è un concetto civile. La Norvegia si definisce luterana e protestante».
È ancora la demografia che secondo Della Pergola offre una soluzione politica. Rinunciare alla Cisgiordania e a Gerusalemme Est come si è fatto con Gaza; annettere i blocchi di colonie concedendo alla Palestina quell’area in Galilea, il Triangolo, dove vivono 250mila arabi israeliani. «Trasferendo i confini, non la popolazione». È un’ipotesi illiberale se quella popolazione vuole restare in Israele: ma potrebbe essere un male minore per un bene superiore. Rifacendo i calcoli demografici su queste premesse, gli ebrei d’Israele sarebbero il 90%. «E questo definirebbe i caratteri dello stato nazionale», conclude Della Pergola.

di Ugo Tranballi

Sfide dell’anno nuovo e consueti dubbi sulle fonti palestinesi

Posted in diciamocelochiaro, Palestina, Società with tags , on gennaio 5, 2011 by Maria Rubini

YISRAEL HAYOM scrive che «il 2011 sarà un anno cruciale per quanto riguarda i rapporti fra Israele e palestinesi. Potrebbe infatti diventare chiaro se sia possibile tenere con loro seri negoziati che richiederanno dolorose concessioni da entrambe le parti, o se tutti noi ancora una volta strascicheremo i piedi al solo scopo di dimostrare che la colpa del fallimento è dell’altra parte.» L’editoriale cita il capo negoziatore palestinese Saeb Erekat secondo il quale, come ha riaffermato di recente, i palestinesi non accetteranno nessun accordo che non comprenda il “diritto al ritorno” dei profughi palestinesi [e dei loro discendenti all’interno di Israele anche dopo la nascita dello stato palestinese], e avverte che «se questo è una condizione per i palestinesi, allora non vi sarà nessun accordo.» L’editoriale osserva inoltre che il 2011 vedrà le elezioni presidenziali in Egitto, e prevede che «Hezbollah continuerà ad armarsi con missili da Siria e Iran, la Siria continuerà a rafforzare le proprie forze e Hamas non allenterà gli sforzi. Anche se nessuno in questo momento è interessato a iniziare una guerra con Israele, in ogni caso Israele non deve fermare la sua attività di intelligence così come lo sviluppo e il dispiegamento di misure difensive anti-missile.» L’editoriale conclude avvertendo che su tutto il Medio Oriente incombe la questione nucleare iraniana e la questione se gli impianti nucleari iraniani debbano essere attaccati prima che Tehran sviluppi una bomba atomica, visto il fallimento delle sanzioni come deterrente.» (30.12.10)

HA’ARETZ invita il presidente d’Israele Shimon Peres a combattere quello che definisce «il razzismo montante in Israele», e scrive: «Come capo dello stato, Peres deve dare espressione a ciò che ci unisce e rinsalda, e prendere posizione con chiarezza e a voce alta contro l’odio, il razzismo e la violenza fra i gruppi etnici e le comunità» del paese. (29.12.10)

YISRAEL HAYOM ricorda che «il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha affermato: “Noi non accetteremo nessun israeliano nel territorio dello stato palestinese”. A prima vista questa affermazione sembra uguale e contraria a quella dei rabbini [che sollecitano gli ebrei a non vendere o affittare immobili a non ebrei]. E tuttavia non si sono sentite critiche nemmeno lontanamente paragonabili. Ah già, ma certo: la vera differenza è che, mentre i rabbini parlavano dal profondo del loro razzismo, Abu Mazen parla invece come faro del pensiero illuminato.». (29.12.10)

YISRAEL HAYOM cita di nuovo il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), che la settimana scorsa ha detto che “nessun israeliano resterà nel territorio dello stato palestinese”, e scrive: «Non molto tempo fa aveva detto “nessun ebreo”, ma poi ha cambiato formulazione, evidentemente dopo che gli è stato spiegato che non era politicamente corretto. In ogni caso, possiamo immaginare come avrebbero reagito i noti accademici e campioni professionali di moralità se fosse stato il presidente israeliano a proclamare che nessun arabo palestinese resterà nel territorio dello stato d’Israele» dopo l’accordo di pace. (2.1.11)

Il JERUSALEM POST scrive: «La condizione dell’antica comunità copta d’Egitto sembra andare di male in peggio. Nonostante comprendano circa il 12.5% della popolazione, in Egitto i copti vengono pesantemente discriminati e può ben darsi che il regime faccia ricorso a ulteriori misure discriminatorie contro di loro per accondiscendere gli islamisti e allontanare le critiche. Se sarà così, c’è relativamente poco che l’occidente possa fare per aiutarli.» (3.1.11)

HA’ARETZ rimarca la controversa morte di una palestinese (durante la manifestazione che da anni si ripete settimanalmente a Bil’in contro la barriera difensiva israeliana ai confini con la Cisgiordania) e scrive che «le manifestazioni a Bil’in, che si susseguono da quando nel febbraio 2005 sono iniziati i lavori di costruzione della barriera sulle terre del villaggio, sono del tutto legittime», e chiede alle Forze di Difesa israeliane di permettere che tali manifestazioni abbiano luogo «intervenendo solo quando vengono messe in pericolo vite o proprietà, ed anche in quel caso solo con i mezzi che si usano nei paesi democratici.» (4.1.11)

YEDIOT AHARONOT scrive: «Le circostanze della morte di Jawaher Abu Rahma a Bil’in, lo scorso fine settimana, non sono affatto chiare. La versione palestinese è piena di lacune [troppe le contraddizioni nella cartella clinica, mentre le Forze di Difesa israeliane non sono nemmeno sicure che la donna, malata terminale di cancro, fosse presente alla manifestazione di venerdì], e l’inchiesta israeliana deve ancora essere conclusa. Ma nonostante questo, dal momento che l’Autorità Palestinese l’ha proclamata martire, i “pacifisti” – israeliani e non – hanno già adottato la versione palestinese come verità rivelata. Esercizio del dubbio e senso critico, che sono la bussola del democratico medio, vengono rivolti sempre e solo contro i soldati delle Forze di Difesa israeliane e i loro resoconti.» (4.1.11)