Sfide dell’anno nuovo e consueti dubbi sulle fonti palestinesi

YISRAEL HAYOM scrive che «il 2011 sarà un anno cruciale per quanto riguarda i rapporti fra Israele e palestinesi. Potrebbe infatti diventare chiaro se sia possibile tenere con loro seri negoziati che richiederanno dolorose concessioni da entrambe le parti, o se tutti noi ancora una volta strascicheremo i piedi al solo scopo di dimostrare che la colpa del fallimento è dell’altra parte.» L’editoriale cita il capo negoziatore palestinese Saeb Erekat secondo il quale, come ha riaffermato di recente, i palestinesi non accetteranno nessun accordo che non comprenda il “diritto al ritorno” dei profughi palestinesi [e dei loro discendenti all’interno di Israele anche dopo la nascita dello stato palestinese], e avverte che «se questo è una condizione per i palestinesi, allora non vi sarà nessun accordo.» L’editoriale osserva inoltre che il 2011 vedrà le elezioni presidenziali in Egitto, e prevede che «Hezbollah continuerà ad armarsi con missili da Siria e Iran, la Siria continuerà a rafforzare le proprie forze e Hamas non allenterà gli sforzi. Anche se nessuno in questo momento è interessato a iniziare una guerra con Israele, in ogni caso Israele non deve fermare la sua attività di intelligence così come lo sviluppo e il dispiegamento di misure difensive anti-missile.» L’editoriale conclude avvertendo che su tutto il Medio Oriente incombe la questione nucleare iraniana e la questione se gli impianti nucleari iraniani debbano essere attaccati prima che Tehran sviluppi una bomba atomica, visto il fallimento delle sanzioni come deterrente.» (30.12.10)

HA’ARETZ invita il presidente d’Israele Shimon Peres a combattere quello che definisce «il razzismo montante in Israele», e scrive: «Come capo dello stato, Peres deve dare espressione a ciò che ci unisce e rinsalda, e prendere posizione con chiarezza e a voce alta contro l’odio, il razzismo e la violenza fra i gruppi etnici e le comunità» del paese. (29.12.10)

YISRAEL HAYOM ricorda che «il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha affermato: “Noi non accetteremo nessun israeliano nel territorio dello stato palestinese”. A prima vista questa affermazione sembra uguale e contraria a quella dei rabbini [che sollecitano gli ebrei a non vendere o affittare immobili a non ebrei]. E tuttavia non si sono sentite critiche nemmeno lontanamente paragonabili. Ah già, ma certo: la vera differenza è che, mentre i rabbini parlavano dal profondo del loro razzismo, Abu Mazen parla invece come faro del pensiero illuminato.». (29.12.10)

YISRAEL HAYOM cita di nuovo il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), che la settimana scorsa ha detto che “nessun israeliano resterà nel territorio dello stato palestinese”, e scrive: «Non molto tempo fa aveva detto “nessun ebreo”, ma poi ha cambiato formulazione, evidentemente dopo che gli è stato spiegato che non era politicamente corretto. In ogni caso, possiamo immaginare come avrebbero reagito i noti accademici e campioni professionali di moralità se fosse stato il presidente israeliano a proclamare che nessun arabo palestinese resterà nel territorio dello stato d’Israele» dopo l’accordo di pace. (2.1.11)

Il JERUSALEM POST scrive: «La condizione dell’antica comunità copta d’Egitto sembra andare di male in peggio. Nonostante comprendano circa il 12.5% della popolazione, in Egitto i copti vengono pesantemente discriminati e può ben darsi che il regime faccia ricorso a ulteriori misure discriminatorie contro di loro per accondiscendere gli islamisti e allontanare le critiche. Se sarà così, c’è relativamente poco che l’occidente possa fare per aiutarli.» (3.1.11)

HA’ARETZ rimarca la controversa morte di una palestinese (durante la manifestazione che da anni si ripete settimanalmente a Bil’in contro la barriera difensiva israeliana ai confini con la Cisgiordania) e scrive che «le manifestazioni a Bil’in, che si susseguono da quando nel febbraio 2005 sono iniziati i lavori di costruzione della barriera sulle terre del villaggio, sono del tutto legittime», e chiede alle Forze di Difesa israeliane di permettere che tali manifestazioni abbiano luogo «intervenendo solo quando vengono messe in pericolo vite o proprietà, ed anche in quel caso solo con i mezzi che si usano nei paesi democratici.» (4.1.11)

YEDIOT AHARONOT scrive: «Le circostanze della morte di Jawaher Abu Rahma a Bil’in, lo scorso fine settimana, non sono affatto chiare. La versione palestinese è piena di lacune [troppe le contraddizioni nella cartella clinica, mentre le Forze di Difesa israeliane non sono nemmeno sicure che la donna, malata terminale di cancro, fosse presente alla manifestazione di venerdì], e l’inchiesta israeliana deve ancora essere conclusa. Ma nonostante questo, dal momento che l’Autorità Palestinese l’ha proclamata martire, i “pacifisti” – israeliani e non – hanno già adottato la versione palestinese come verità rivelata. Esercizio del dubbio e senso critico, che sono la bussola del democratico medio, vengono rivolti sempre e solo contro i soldati delle Forze di Difesa israeliane e i loro resoconti.» (4.1.11)

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