Archivio per febbraio, 2011

Si ponga rapidamente fine al massacro e non si lasci via si scampo a Gheddafi

Posted in Politica with tags , on febbraio 24, 2011 by Maria Rubini

Che venga fermato immediatamente, con tutta la forza, prima che sia troppo tardi. Il mondo civile deve perseguire e arrestare Gheddafi e processarlo per genocidio a sangue freddo. Quel che si meritò Saddam Hussein, che aveva ucciso migliaia di iracheni, si merita anche il “colonnello” Gheddafi. Non c’è giustificazione né perdono per un uomo che ha arruolato mercenari a suon di migliaia di dollari al giorno perché uccidano i suoi stessi cittadini, che ha ordinato alle forze aeree libiche di bombardare manifestanti disperati, frustrati e senza lavoro. Il silenzio del mondo davanti a questo massacro fa orrore. Tutti hanno visto le immagini terribili, eppure ci sono voluti quattro giorni prima che i leader del mondo si dicessero “scioccati”, e ancora un altro giorno prima che si decidessero ad esprimere “condanna”.
Non è la prima volta  che il pazzo di Tripoli semina terrore a livello globale minacciando di fermare le forniture di petrolio. E non è la prima volta che fa assassinare degli sventurati senza pensarci due volte. Ma questa volta ha superato ogni limite. Ecco un leader che definisce “cani” e “ratti” i disgraziati del suo paese, che manda i propri figli a minacciare in tv che il bagno di sangue peggiore deve ancora arrivare, che giura “piangerete centomila morti”. Credetegli: dice sul serio. E il mondo civile? Uno spaventoso silenzio. Se ne sta fermo senza che nessuno si levi per fermare questa follia. Il mondo legge i rapporti e si perde in patetiche congetture su come navigare passare senza danno attraverso la terribile tragedia che si consuma alla luce del sole, e di notte. Si dia ascolto ai poveri libici che su al-Jazeera invocano il mondo di “venire a salvarci; si dia ascolto ai due piloti che si sono rifiutati di obbedire all’ordine di massacrare e sono fuggiti a Malta. La si smetta di leggere i rapporti dei servizi di intelligence e si ascoltino le testimonianze, si guardino i corpi che giacciono per le strade senza che nessuno possa raccoglierli. Non occorre convocare riunioni d’emergenza per informare le telecamere che ci si schiera a fianco del popolo libico. Se si è davvero al suo fianco, si ponga rapidamente fine al massacro e non si lasci via si scampo a Gheddafi: che abbia quel che si merita.

Smadar Peri

L’amnesia storica sul conflitto israelo-palestinese

Posted in Palestina, Politica with tags , on febbraio 13, 2011 by Maria Rubini

Nel giorno in cui la Russia chiede il prepotente rientro delle Nazioni Unite nei colloqui tra israeliani e palestinesi, nel giorno in cui si apprende che la Giordania ha tolto la cittadinanza a migliaia di palestinesi per  i gravi rischi che queste persone porterebbero al regno di Amman, tornano in auge su alcuni organi di stampa internazionali i soliti luoghi comuni su Israele e sulla supposta “occupazione”.

C’è la tendenza, nella stampa estera (anche quella non di parte), ad attribuire a Gerusalemme tutte le colpe dei fallimenti avvenuti nel corso degli anni in merito alle trattative di pace tra Israele e i palestinesi. Si assiste così ad una amnesia storica di proporzioni gigantesche perché si dimentica (non so quanto volontariamente) il ruolo avuto dai palestinesi e dai Paesi arabi in questi fallimenti, ruolo non certo di secondo piano.

E’ bene quindi ricordare che a tutt’oggi i palestinesi e diversi Stati Arabi non riconoscono Israele, cosa che si dimentica troppo spesso di citare. E’ bene ricordare che una larga parte di palestinesi vuole dichiaratamente la distruzione di Israele, appoggiata in questo da Siria, Iran e tutti i gruppi terroristici islamici. E’ bene ricordare che ad Arafat fu concesso praticamente tutto quello che chiedeva e che fu proprio Arafat a fare marcia indietro perché la Palestina non gli bastava più. E’ bene ricordare la dichiarazione della Lega Araba del 1987 quando formularono i famosi “tre no”: no all’esistenza di Israele, no alla pace, no a qualsiasi concessione territoriale, dichiarazione sulla quale non è mai stato fatto un passo indietro da parte dei Paesi Arabi. E’ bene ricordare che Ahmad Shukairy, capo del OLP nel 1967, pronunciò questa frase: “non c’è una via di mezzo. Questa è una lotta per la nostra patria. Noi distruggeremo Israele e uccideremo tutti. Per quelli che rimarranno vivi sono già pronte le barche per deportarli”. Quella frase a tutt’oggi è considerata da una gran parte di palestinesi una specie di “dichiarazione d’intenti” ancora valida. Infine, pochi ricordano che nel 1950 la Giordania dichiarò, con un riconoscimento di Gran Bretagna, USA e Lega Araba, l’annessione della Cisgiordania garantendo ai palestinesi residenti la cittadinanza giordana. Solo nel 1988 Re Hussein fece marcia indietro rinunciando a quei territori. Oggi toglie la cittadinanza a tutti quei palestinesi che l’avevano ottenuta per una decisione giordana trasformando improvvisamente migliaia di persone nate in Giordania in apolidi.

Potrei continuare per ore con esempi che dimostrano come l’odio dei palestinesi e del mondo arabo verso Israele prescinde dalle loro legittime rivendicazioni di avere una patria e come in effetti durante tutti questi anni tutti gli Stati arabi abbiano lavorato per impedire qualsiasi accordo con Israele. Se volevano fare uno Stato palestinese lo potevano aver fatto da anni e anni e nessuno si sarebbe opposto. Il problema sta proprio nella parola “occupazione” laddove per terra occupata si intende l’intero Stato ebraico e non qualche piccolo insediamento sparso qua e la nella West Bank. Il recente comportamento della Giordania dimostra poi, se ve ne fosse bisogno, che ormai tutti scaricano i palestinesi sulle spalle di Israele.

Se non si ricordano tutte queste cose o non si parla mai del comportamento arabo sia nei confronti di Israele che degli stessi palestinesi, non si può capire l’attuale situazione in Medio Oriente. Per esempio non si può capire come nel corso degli anni la strategia sia cambiata. Oggi l’obbiettivo finale di molti palestinesi non è più quello dei due Stati per due popoli ma quello di uno Stato binazionale. Se non si  può sconfiggere Israele con la forza la si può occupare diversamente. Persino la recente decisione giordana va in questa direzione, scaricano i cittadini giordani di origine palestinese sul groppone della ANP ma con lo scopo recondito di affibbiarli a Israele.

Paradossalmente e al contrario di quanto pensano in molti, la nascita di uno Stato palestinese con tutti i carismi del Diritto Internazionale (non certo come lo intendono attualmente i palestinesi) favorirebbe proprio Israele in quanto responsabilizzerebbe la dirigenza palestinese e il popolo. Dubito però che ciò avvenga proprio per i ricorsi storici che ho (solo in parte) elencato sopra. E allora quando parliamo di “conflitto israelo-palestinese” ricordiamoci che per larga parte la fine di questo conflitto è nelle mani palestinesi e non in quelle israeliane. Insomma, non abusiamo quella volontaria amnesia storica che spesso ci fa dimenticare (o far finta di dimenticare) come e perché si è arrivati a questa condizione di stallo.

Sharon Levi

Mubarak è un dittatore! E chi l’avrebbe mai detto?

Posted in diciamocelochiaro, Politica, Società with tags , , on febbraio 3, 2011 by Maria Rubini

Gli eventi rivoluzionari in Tunisia ed Egitto sono piovuti sulla “comunità internazionale” come un fulmine a ciel sereno. I due impopolari regimi, sebbene tutt’altro che democratici, non erano noti per essere particolarmente repressivi. Al contrario, la Tunisia era conosciuta come un regime moderatamente filo-occidentale nel quale erano banditi per legge velo e poligamia. Analogamente l’Egitto era considerato una moderata autocrazia, e il presidente Hosni Mubarak un moderato filo-occidentale degno di fiducia e sostenitore della pace. Certo, c’era ogni tanto qualche rimostranza da parte delle ONG per i diritti mani, ma erano solo tenui pigolii in confronto all’incessante fuoco di fila di denunce contro Israele.
Sia la Tunisia che l’Egitto erano stati eletti membri di quel circo che va sotto il nome di Commissione Onu per i Diritti Umani. Nei suoi rapporti, insieme a blande critiche, la Commissione si complimentava con entrambi i regimi: la Tunisia veniva elogiata per essersi dotata di “un quadro giuridico e costituzionale volto alla protezione e promozione dei diritti umani”; l’Egitto veniva lodato per le iniziative “prese negli ultimi anni riguardo ai diritti umani, e in particolare la creazione di dipartimenti per i diritti umani all’interno dei ministeri della giustizia e degli affari esteri” (leggendo questi brani vien da pensare che le vere manifestazioni di protesta dovrebbero svolgersi a Ginevra, sede della Commissione Onu per i diritti umani).
Ed è appena il caso di osservare che nulla di ciò che avevamo letto o visto nel universo dei mass-media ci aveva preparati alle scene per le strade e alle terribili accuse che esplodono dai teleschermi: l’idea che Mubarak sia un dittatore è arrivata come uno shock per il pubblico occidentale.
La lezione che si deve trarre da tutto questo è che, in realtà, noi non sappiamo nulla di ciò che accade realmente nei regimi non democratici. Esattamente come negli anni Trenta i giornalisti occidentali che giravano per l’Ucraina non videro le morti in massa per fame coercitiva che avevano tutt’attorno, così i mass-media contemporanei non capiscono nulla di ciò che cova veramente sotto la superficie di una non-democrazia apparentemente mite.
Il mondo dell’informazione e i rapporti delle ONG sono strabici. Hanno la tendenza a trovare difetti e colpe nelle società aperte, e a farsi circuire dai regimi repressivi dove non esistono mezzi di informazione liberi né tribunali indipendenti. È così che nasce il paradosso: più un paese è aperto e democratico, più è esposto ad accuse di violazioni dei diritti umani.
Lo stesso vale anche per l’Egitto e la Tunisia. I loro regimi non erano più repressivi di altri regimi mediorientali: certamente le loro violazioni dei diritti umani erano relativamente lievi in confronto alla brutalità di regimi come quelli in Iran e in Siria. Ma proprio perché Egitto e Tunisia erano soggetti a una certa influenza e pressione occidentale, non potevano ricorrere alla ferocia senza ritegno con cui il regime di Teheran ha schiacciato, nel 2009, i suoi oppositori pro-democrazia.
In effetti, la verità è ancora più indigesta. Non esiste nessun valido sostituto alla democrazia, anche se imperfetta. Ma in Medio Oriente le libere elezioni – un elemento essenziale del sistema democratico – rischiano di portare a un regime islamista di tipo iraniano destinato fatalmente a soffocare ogni barlume di autentica democrazia. Bisognerà aspettare ancora a lungo prima di assistere a un’inversione di tendenza.

Amnon Rubinstein