Archivio per aprile, 2011

La Cassandra di Siena che strigliava i potenti

Posted in Politica, Società, Uncategorized with tags , , on aprile 27, 2011 by Maria Rubini

Prendiamo una ragazzina qualunque, che nessuno ha mai sentito nominare; la figlia, diciamo, di un piastrellista, o di un piccolo industriale tessile, che a casa ha litigato coi suoi perché voleva una stanza tutta per sé, mentre loro, trovandola un po’ strana e sapendo che l’adolescenza è un’età difficile, preferiscono tenerla d’occhio e farla dormire con le sorelle. Una ragazzina magra come uno scheletro che si fa urlar contro dalla madre perché non vuole mangiare, e piange ogni volta che la costringono a farlo, sprofondando lentamente nell’anoressia.

Supponiamo, anche, d’essere in una famiglia di brava gente piena di buon senso e aliena dagli eccessi; e immaginiamo che la ragazzina, oltre a non mangiare, dichiari che non avrà mai un ragazzo e viva assorta in un suo mondo fantastico, e che un bel giorno si metta in testa di tagliare i capelli cortissimi e coprirli con il chador: a costo di litigare, di nuovo, furiosamente con i genitori, che preferirebbero vederla uguale a tutte le altre.

Caterina da Siena era una ragazzina così, tale e quale. Viveva, però, nel Medioevo: e dunque in un mondo dove l’anoressia non l’aveva ancora diagnosticata nessuno, i disturbi dell’adolescenza la gente li conosceva per esperienza ma nessuno ci aveva mai riflettuto, e c’era poca comprensione per una ragazzina ribelle, per quanto i genitori le volessero bene e si rattristassero di doverla trattare con severità.

In compenso, però, era un mondo attento a spiare le persone eccezionali, a individuare chiunque si comportasse con plateale disprezzo delle regole borghesi, e a chiedersi se lo faceva per tentazione del diavolo, o per ispirazione di Dio. Nel primo caso erano guai; ma quando l’eccezionalità di un uomo o d’una donna costringeva a riconoscere che quella persona era stata toccata da Dio, in quel mondo medioevale che pure era pieno di politicanti senza scrupoli, di cinici uomini d’affari, di raffinati intellettuali e di anticlericali sfegatati, succedeva qualcosa che nel nostro mondo d’oggi sarebbe impensabile: tutti quanti, umili e potenti, stavano ad ascoltarla a bocca aperta e con le lacrime agli occhi.

Caterina era di quel mondo e si convinse che Dio le parlava, ma non solo: Dio voleva che lei, a sua volta, parlasse in suo nome. Prima i genitori di Caterina, poi tutta la contrada di Fontebranda, poi tutta Siena, poi tutta l’Italia seppe di lei, e cominciò ad attendere con ansia le sue parole. San Paolo si rivoltava nella tomba: non aveva scritto chiaramente e ripetuto più volte, in modo tale da non poter essere frainteso, che la donna deve star zitta nella chiesa, e star zitta davanti agli uomini, e non ha il permesso d’insegnare?

Ma Caterina era una che sapeva quel che voleva, e quando diceva “voglio” finiva sempre per ottenerlo: non s’era piegata davanti al papà e alla mamma, ai fratelli, alle sorelle e alle cognate coalizzati contro di lei, non si sarebbe piegata neanche davanti a Saulo di Tarso, se l’avesse incontrato. E così la figlia del piccolo imprenditore cominciò a scrivere, o meglio a dettare, perché non era andata a scuola e non sapeva scrivere!, e non smise più.

Prima che l’anoressia l’ammazzasse davvero, nel 1380, a poco più di trent’anni, dettò quasi quattrocento lunghe lettere, contando solo quelle giunte fino a noi. Scriveva ai destinatari più diversi: a conoscenti del suo stesso ambiente sociale, a padroncini di bottega e alle loro mogli, a frati e badesse, ma anche, come se niente fosse, a priori e podestà delle città toscane, a Bernabò Visconti signore di Milano, al re di Francia, ai cardinali, al papa. Erano lettere infuocate d’entusiasmo religioso, concitate esortazioni a fare il bene, a pentirsi del male commesso. Erano lettere pubbliche, di cui circolavano copie, che la gente discuteva al mercato o alla taverna. Ed erano lettere che parlavano chiaro: più i loro destinatari erano altolocati, più sudavano freddo quando ne ricevevano una.

All’arcivescovo di Pisa scrisse che il dovere di chi governa la Chiesa è di denunciare le colpe di cui viene a conoscenza, e non di tenerle nascoste; non deve fare come i medici che imputridiscono le piaghe a forza di unguenti, ma come quelli che hanno il coraggio di cauterizzare: «Non più unguento, per amore di Dio! Usate un poco la cottura», e soprattutto: «Non fate vista di non vedere». A un cardinale scrisse rimproverandogli negligenza e mancanza di carità, lo invitò a svegliarsi («Or non più dunque dormite, Padre») e gli ricordò di passaggio che se continuava così si sarebbe dannato. A papa Gregorio XI disse d’aver saputo che aveva nominato nove nuovi cardinali, e gli ricordò gelidamente che doveva cercare di nominare uomini onesti, altrimenti era peggio per tutti: «Non ci maravigliamo poi, se Dio ci manda le discipline e i flagelli suoi!». Già che c’era, spiegò al papa che quando erano in gioco nomine importanti bisognava dimenticarsi di amici e parenti, e dei propri interessi privati. Più tardi, visti confermati i suoi peggiori timori dal comportamento di quei cardinali, riscrisse al papa per invitarlo a fare pulizia, a liberare la Chiesa dal fetore di quei ministri corrotti, e a sostituirli con uomini di cui non ci si dovesse vergognare.

Ma non ce n’era soltanto per le autorità religiose. Ai governanti del comune di Firenze, che da gran tempo parlavano della necessità di riforme, scrisse che non sarebbero riusciti a fare nessuna riforma finché pensavano solo agli interessi personali, e assegnavano le cariche in base alle clientele anziché all’utilità collettiva. Ai governanti di Siena scrisse una lettera di fuoco rimproverando la giustizia politicizzata che inquinava la loro città, dove le sentenze non si davano in base alla ragione e al torto, ma per favorire interessi e aiutare gli amici, dove i potenti erano sempre assolti e s’infieriva solo con i poveri diavoli. E in innumerevoli lettere tornò ad ammonire duramente un ceto politico in cui tutti miravano alle poltrone per il proprio tornaconto e non per quello collettivo, e tutti erano pronti a piegarsi dove tirava l’aria, dondolando di qua e di là come foglie, «non uomini d’azione, ma del vento».

Intendiamoci: le lettere di Caterina non cambiarono nulla, o ben poco. Cardinali di Avignone e priori delle città toscane continuarono a fare gli interessi propri e dei comitati d’affari che li sostenevano, a piazzare uomini in base ai favori da restituire e non alle qualità o ai meriti, la giustizia continuò ad essere politicizzata e su tante cose chi doveva far pulizia continuò a far finta di non vedere. E questo è esattamente quello che capiterebbe oggi se la figlia anoressica d’un piccolo imprenditore cominciasse a scrivere al papa, al presidente della Repubblica e magari ad Obama. Ma immaginare che la vicenda di Caterina possa ripetersi oggi non significa illudersi che una ragazza possa cambiare il mondo.

A noi basterebbe che succedesse quello che succedeva nell’Europa del Trecento: che le lettere della ragazzina arrivassero e fossero discusse, che ognuna fosse un avvenimento messo in prima pagina dai giornali, che le folle la portassero in trionfo per la strada baciandole le mani, che governi in imbarazzo le affidassero missioni diplomatiche, che le porte del Vaticano e di Palazzo Chigi, del Quirinale e della Casa Bianca si spalancassero per lei, che i potenti di questo mondo fossero costretti ad ascoltarla gravemente, ad annuire, ad arrossire, a promettere di far meglio, maledicendola in cuor loro, s’intende, ma inchiodati dall’opinione pubblica a far buon viso a cattivo gioco. In cambio, toh, saremmo perfino pronti a rinunciare a quei principi su cui è così solidamente fondata la nostra Repubblica, alla totale indipendenza di Stato e Chiesa, allo scrupolo con cui le gerarchie ecclesiastiche evitano d’ingerirsi nella vita politica del paese, e ad accettare un po’ di quell’arretratezza medioevale, per cui Caterina e i suoi contemporanei non erano ancora capaci di fare una distinzione ben netta fra politica e morale.

di Alessandro Barbero

Hamas sotto choc. Hanno voluto dimostrare che Hamas è impotente

Posted in Palestina, Politica with tags , , , on aprile 16, 2011 by Maria Rubini

Chi ha ucciso Vik mirava al cuore di Hamas. Non hanno dubbi le centinaia di palestinesi a lutto in Jundi al Majhull, la piazza del milite ignoto al centro di Gaza City dove il 15 marzo scorso alcuni dei più giovani tra loro avevano tentato d’allestire una locale piazza Tahrir prima d’essere dispersi dalle forze dell’ordine. Se nel giorno dell’unità necessaria circola incertezza sull’identità politica degli assassini, che la leggenda associa già al Mossad, c’è una sola interpretazione per il messaggio affidato al cadavere del pacifista italiano: una sfida diretta al governo di Gaza.

«Hamas ha sempre sostenuto d’avere il controllo della Striscia e ora deve provarlo» ammette al telefono Ahmad Youssef, consigliere del premier Ismail Haniye. Le indagini puntano alla galassia salafita cui faceva riferimento l’ultimatum, ma alTawhid wal-Jihad, il gruppo maggiormente indiziato tra i cinque attivi a Gaza dal 2004, ha smentito ogni coinvolgimento. Youssef non è convinto: «I salafiti sono pochi ma addestrati, alcuni hanno buoni contatti perchè sono ex Hamas convertitisi poi all’estremismo ideologico».

Cosa si muove nelle viscere di Gaza? Da quando ha vinto le elezioni del 2006 spaventando la comunità internazionale fino all’embargo, Hamas cerca la prova d’efficienza che compensi la popolazione dell’isolamento. La guerra civile con cui nel 2007 ha cacciato i rivali di Fatah è spiaciuta a molti ma ha prodotto in cambio la tolleranza zero contro il caos. Da quattro anni a Gaza manca quasi tutto, fuorchè la sicurezza. Fu il neogoverno di Hamas a favorire il rilascio del giornalista della Bbc Alan Johnston, rapito da un clan parasalafita e liberato il 4 luglio 2007. Da allora camminare di notte nel centro di Gaza City alla ricerca di un ristorante non è più stato un problema, non solo per Arrigoni.

«L’unica cosa che Hamas ha realizzato è la sicurezza, ha sempre sostenuto che la storia di Al Qaeda a Gaza fosse una bufala ma ora viene fuori il contrario» osserva il giornalista B.Q. Come tanti connazionali ha passato giovedì notte davanti alla tv e venerdì pendolando da una veglia all’altra, il milite ignoto, il porto, il locale preferito di Arrigoni chiamato Gallery: «Non era mai stato ucciso uno straniero, volevano ucciderlo. Vittorio viveva qui dal 2008, era più palestinese dei palestinesi, difendeva i pescatori, siamo tutti senza parole. Il governo si è riunito d’emergenza per decidere le prossime mosse, deve reagire rapidamente».

Hamas è sotto choc, confermano fonti interne. Ai piani alti c’è la consapevolezza di aver flirtato in passato con gruppi estremisti tipo Jaysh al-Islam, legato al clan dei Doghmush e coinvolto in operazioni congiunte come il rapimento del militare israeliano Shalit, ancora prigioniero. Il portavoce Yiab Hussein denuncia l’azione di «forze che vogliono destabilizzare la Striscia» e ipotizza che oltre al rilascio dei compagni i rapitori volessero intimidire «stranieri e infedeli». Ma la telefonata di scuse del premier Haniye alla mamma di Arrigoni suona cupa, tardiva.

I salafiti palestinesi sono così potenti da sfidare Hamas in casa, colpendo a GazaCity, dove la security garantiva reporter e militanti internazionali? Certo, con il berretto e la pipa Arrigoni era un target semplice e «spendibile». Racconta un amico a patto di restare anonimo che non tutti i palestinesi ne amassero l’anticonformismo: «I conservatori non apprezzavano la sua fede comunista, le braccia scoperte e tatuate, non capivano cosa facesse a Gaza. C’era chi lo considerava un Che Guevara e chi si chiedeva se fosse una spia israeliana. Perché prendere lui e non un francese, in odio a Sarkozy? La sua morte beffa Hamas e elimina un personaggio scomodo». E ora? Se hanno dichiarato guerra, gli sfidanti devono avere qualche carta da giocare.

Secondo l’International Crises Group la minaccia salafita a Gaza è cresciuta negli ultimi anni come sfida più ideologica che militare ad Hamas, un j’accuse contro la titubanza nella lotta contro Israele e la timidezza nell’adozione della sharia. L’incertezza seguita al risveglio arabo avrebbe dato a questa falange d’11 mila persone su un milione e mezzo di abitanti la forza di colpire.

«La trattativa era una farsa, il video pareva opera di tagliagole iracheni» nota una fonte diplomatica interna. E’ questo che tira in ballo i salafiti, oltre alla richiesta di rilascio del leader Abd al Walid al Maqdisi, arrestato a febbraio. C’è la loro firma sull’attentato del 2006 nel Sinai, sul successivo assalto al valico di Karni e sul tentativo d’instaurare un Emirato a Rafah nel 2009, quando Hamas, che dispone di oltre 25 mila uomini armati, piegò la moschea ribelle. Al bastone però, sono state alternate troppe carote. Da mesi, in un’escalation moralista, la security vigila che le borse degli stranieri in arrivo a Gaza non contengano vino e nei caffè si moltiplicano i controlli alle coppie richieste d’esibire regolare certificato di fidanzamento.

«Mi sono fatto crescere la barba per non dare nell’occhio, abito a Rafah e qui quelli si fanno sentire» ammette il proff di lingue Sami, uno che se ha ospiti occidentali in casa e deve assentarsi preferisce chiuderli a chiave «per sicurezza». E’ appena tornato da Gaza City dove ha distribuito caffè al sit-in per il funerale virtuale di Arrigoni. «C’erano i blogger contrari al governo, uomini e donne, i giornalisti che hanno indetto 3 giorni di sciopero» insiste. Mancava qualcuno, i demoni della porta accanto.

Francesca  Paci

Le opere che ho compiuto sono sotto i vostri occhi: per quale di esse volete lapidarmi?

Posted in Palestina, Politica, Società with tags , , on aprile 15, 2011 by Maria Rubini

I tuoi occhi sono una spina nel cuore

lacerano, ma li adoro.

 

Li proteggo dal vento

e li conficco nella notte e nel dolore,

cosi   la sua ferita illumina le stelle,

trasforma il presente in futuro

più caro della mia anima.

 

Dimentico qualche tempo dopo,

quando i nostri occhi si incontrano,

che una volta eravamo

insieme, dietro il cancello.

 

Le tue parole erano una canzone

che io tentavo di cantare ancora,

ma la tribolazione si era posata

sulle fiorenti labbra.

 

Le tue parole come la rondine

volarono via da casa mia

volarono anche la nostra porta

e la soglia autunnale

inseguendo te,

dove si dirigono le passioni ….

 

I nostri specchi si sono infranti

la tristezza ha compiuto 2000 anni,

abbiamo raccolto le schegge del suono

e abbiamo imparato a piangere la patria.

 

La pianteremo insieme,

nel petto di una chitarra;

la suoneremo sui tetti della diaspora

alla luna sfigurata ed ai sassi.

 

Ma ho dimenticato,

oh tu dalla voce sconosciuta !

ho dimenticato,

è stata la tua partenza

ad arrugginire la chitarra,

o è stato il mio silenzio ?

 

Ti ho vista ieri al porto

viaggiatore senza provviste … senza famiglia;

sono corso da te come un orfano

chiedendo alla saggezza degli antenati:

perché trascinare il giardino verde

  in prigione, in esilio, verso il porto

se rimane, malgrado il viaggio,

  l’odore del sale e dello struggimento,

rimane sempre verde?

 

Ho scritto sulla mia agenda:

amo l’arancio e odio il porto,

  ho aggiunto sulla mia agenda:

al porto mi fermai  

la vita era con gli occhi d’inverno,

avevamo le bucce dell’arancia

e dietro di me la sabbia era infinita!

 

Giuro, tessero’ per te

un fazzoletto di ciglia

scolpiro’ poesia per i tuoi occhi

con parole più dolci del miele;

scrivero’ “sei palestinese e lo rimarrai”

 

Palestinesi sono i tuoi occhi,

il tuo tatuaggio

Palestinesi sono il tuo nome,

i tuoi sogni

i tuoi pensieri e il tuo fazzoletto

  palestinesi sono i tuoi piedi,

la tua forma

le tue parole e la tua voce

palestinese  vivi, palestinese  morirai.

 

Innamorato della Palestina

di Mahmud Darwish 

Gli orfani di Nema (Vittorio Arrigoni)

I chiodi della Croce. Jacobovici, tesi e antitesi

Posted in Società with tags , , , , , on aprile 14, 2011 by Maria Rubini

“Ecco i chiodi della croce di Gesù”. A mostrarli in conferenza stampa è Simcha Jacobovici un famoso documentarista specializzato in ricostruzioni storico-religiose, che sostiene di aver ritrovato due chiodi che furono estratti dalla croce di Cristo. All’origine della scoperta vi sono due ossari rinvenuti a Gerusalemme vent’anni fa con inciso il nome di ‘Caifa’. “Se accettiamo che questi chiodi arrivano da quella tomba, e tenendo conto che il nome di Caifa è associato solo con la crocefissione di Cristo, è altamente probabile che siano proprio quei chiodi” sostiene Jacobovici. La tesi, sostenuta nel documentario ‘I chiodi della Croce’ di prossima divulgazione, è che il sommo sacerdote Caifa avesse compreso l’importanza del messaggio di Gesù e si fosse pentito di aver consegnato un ebreo ai romani. Di conseguenza avrebbe chiesto di proposito che i chiodi estratti dalla croce di Cristo fossero conservati con le proprie ossa.

L’autore ha rinvenuto i chiodi presso il laboratorio dell’Università di Medicina di Tel Aviv, ma sostiene che furono rinvenuti nel 1990 in un ossario scoperto a Gerusalemme, su cui era inciso il nome di Caifa: il sacerdote che, secondo i Vangeli, consegnò Gesù ai Romani. Secondo Jacobovici, Caifa si sarebbe pentito di quel gesto e prima di morire avrebbe recuperato i chiodi della crocifissione, chiedendo che fossero sepolti con la sua salma. Alcuni archeologi israeliani contestano la tesi di Jacobovici, sostenendo che la tomba in cui furono trovati i chiodi è modesta e non certo degna della sepoltura di un sommo sacerdote. Su questo ritrovamento prende la parola anche Roberto Malini, scrittore e storico: “Secondo la tradizione antica, diverse reliquie legate alla morte di Gesù vennero recuperate nei primi secoli dell’era cristiana. I chiodi venivano chiamati ‘strumenti della Passione’ e, sempre secondo la tradizione, tre di essi sarebbero stati rinvenuti dall’imperatrice Elena, madre di Costantino I e santificata dalla Chiesa cattolica. Le leggende cristiane ne individuano uno presso la Chiesa di Santa Croce in Gerusalemme a Roma, uno appeso sull’altare maggiore del Duomo di Milano, uno all’interno della corona ferrea a Monza o nella sacra lancia di Longino a Vienna. Storia e archeologia ci rivelano che i condannati alla crucifissione venivano inchiodati ai polsi e non alle palme delle mani, per evitare che le teste metalliche dilaniassero le carni, sotto il peso dei corpi. Si trattava di chiodi a ‘L’ o a testa molto estesa, dall’ampio diametro e lunghi almeno 15 centimetri, in modo che potessero trapassare il polso di un uomo adulto e conficcarsi in profondità nel legno delle croci”. Malini a questo punto mostra una foto in cui Simcha Jacobovici esibisce uno dei chiodi scoperti a Gerusalemme. “Come si vede chiaramente,” spiega lo scrittore, “il chiodo non possiede alcuna delle caratteristiche di un chiodo da supplizio, essendo troppo corto, con un diametro troppo ridotto e una testa non abbastanza grande. Sembra piuttosto il chiodo di un sarcofago, di una bara o dello scrigno di un corredo funebre ed è per questo che, verosimilmente, è stato ritrovato  all’interno di un antico ossario”.

E Lieberman tirò lo sciacquone del bagno in diretta radio

Posted in Palestina, Politica with tags , , , on aprile 13, 2011 by Maria Rubini

E alla fine arrivò il getto d’acqua. Lungo qualche secondo, rumoroso. Liquido. Certo, nelle tv e nelle radio israeliane s’era visto e sentito un po’ di tutto. Ma quel che è successo lunedì in una diretta radiofonica dell’emittente Reshet Bet ha dell’incredibile: un ministro che, tra un attacco ad Hamas e la difesa delle politiche dello Stato, si mette a tirare lo sciacquone del bagno.

Il protagonista è Avigdor Lieberman, ministro degli Esteri, leader del partito ultranazionalista “Israel Beitenu”, diplomatico senza peli sulla lingua, grande ostacolo – secondo molti – al processo di Pace con i palestinesi, indagato per frode e riciclaggio.

Ecco, proprio Lieberman, in trasmissione, ha lanciato le sue accuse contro i miliziani islamici che comandano sulla Striscia di Gaza e che sparano razzi e mortai su Israele. Ha aggiornato il popolo sulla risposta militare che si meritano quei palestinesi. Il tutto non dallo studio, ma da un bagno. Perché a intervista non ancora finita, il ministro ha pensato bene di tirare già l’acqua. E ha continuato a parlare come se nulla fosse successo.

Leonard Berberi

12 aprile 1961: 50 anni fa, Yuri Gagarin “Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini”

Posted in Società with tags , , on aprile 12, 2011 by Maria Rubini

“Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini”. Con queste parole il cosmonauta sovietico Yuri Gagarin commentava ciò che nessun uomo aveva mai visto prima, la Terra vista dallo spazio.

Fermiamoci per ricordare Yuri Gagarin che ha aperto il mondo visibile ed invisibile a tutta l’umanità.
Un istante per capire il valore di questa missione e il valore universale, scientifico ma anche simbolico.
Il 2011 è dedicato alla celebrazione del 50mo anniversario del primo volo e tutti noi ci associamo a questo momento: ma non basta.

Yuri Gagarin è entrato nel firmamento dei grandi eroi, perdendo il vincolo temporale e conquistando il senso, il significato e il segno eterno dell’esempio, dell’ispirazione e del mito.
Così ogni giorno lo ricordiamo. Guardando in alto.

SULLA CONTINUITÀ – L’ermeneutica del rinnovamento nella continuità, questa sconosciuta.

Posted in Società, Uncategorized with tags , , on aprile 8, 2011 by Maria Rubini

La burrasca ecclesiale connessa ai conflitti fra tradizionalisti e progressisti non accenna a placarsi ed anzi appare accentuata, dato che le posizioni papali sfuggono – e non potrebbe essere altrimenti – a questo tipo di contrapposizione. Se i progressisti non gradiscono il motu proprio “Summorum Pontificum”, i tradizionalisti rimangono perplessi per l’iniziativa di Assisi, e così via.

Spiace dover constatare che la questione dell’ermeneutica della continuità resti assoggettata a una sostanziale incomprensione, nonostante si tratti di un’indicazione magisteriale autorevole e vincolante per i cattolici, oltre che fondata sull’evidente presupposto della continuità nel tempo della vita del corpo ecclesiale, con la connessa assistenza dello Spirito Santo ai pastori.

La dialettica ecclesiale tende ad assumere forme e metodi più politici che teologici, finendo col riprodurre all’interno della Chiesa la dialettica destra-sinistra propria della modernità politica.

Molto si è detto e scritto – e giustamente – contro chi si ostina a vedere nel Concilio Vaticano II il nuovo inizio che metterebbe fine al periodo caratterizzato dalla “forma costantiniana” della Chiesa.

Bisogna tuttavia censurare anche il tradizionalismo ideologico e fondamentalista, che legge la ricchissima eredità della teologia classica con mentalità più cartesiana che aristotelica, confondendo aprioristicamente i mutamenti delle formule con i mutamenti di dottrina, o trattando i concetti teologici come se fossero idee chiare e distinte, con un approccio razionalistico e per nulla affine a quello della grande scolastica medievale, per non dire dei Padri della Chiesa.

Come venirne fuori?

In primo luogo cercando di assumere un abito di umiltà, anche intellettuale, che dovrebbe essere proprio – pur nei diversi ruoli – di ogni fedele cattolico, teologi compresi.

Le dottrine infallibili o comunque irreformabili non possono essere discusse. Ma un particolare ossequio è dovuto anche al magistero ordinario. Infatti  il par. 752 del codice di diritto canonico dispone: “Non proprio un assenso di fede, ma un religioso ossequio dell’intelletto e della volontà deve essere prestato alla dottrina, che sia il Sommo Pontefice sia il Collegio dei Vescovi enunciano circa la fede e i costumi, esercitando il magistero autentico, anche se non intendono proclamarla con atto definitivo; i fedeli perciò procurino di evitare quello che con essa non concorda”.

Non è quindi possibile sbarazzarsi del consolidato insegnamento sulla libertà religiosa o sull’ecumenismo dicendo che non si tratta di dottrine infallibili: anche qualora non le si ritenga tali, esse vanno seguite lo stesso.

Neppure ci si può lamentare del fatto che gli ultimi pontefici abbiano fatto della retta attuazione del Vaticano II un punto di riferimento del loro ministero (e cosa altro avrebbero dovuto fare?).

L’ermeneutica della continuità andrebbe verificata e praticata con esercizi concreti, i quali – se rettamente condotti – dimostrerebbero che essa è sempre possibile.

Per semplificare, poniamo che io abbia una classica asserzione dogmatica A e una dottrina conciliare B, la quale sia passibile di due interpretazioni: B1, ossia un’interpretazione compatibile con A; e B2, ossia un’interpretazione non compatibile con A (ambivalenza, questa, non rara a motivo del linguaggio “pastorale” adoperato dall’ultimo Concilio e da una parte del magistero recente).

L’ermeneutica della continuità mi richiede allora di scegliere l’interpretazione B1. Non si tratta però di un’imposizione volontaristica e positivistica. Al contrario, essa presuppone sia il principio logico di non contraddizione, sia la non irrazionalità del dato rivelato, sia i principi teologici ed ecclesiologici tipici del cattolicesimo, che mirano alla salvaguardia dell’unità-continuità della Chiesa nel tempo.

Ad esempio, se io leggo il testo del Vaticano II in cui si dice che “con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo” (“Gaudium et Spes” 22) dovrò interpretarlo in modo compatibile con i concili cristologici antichi, valorizzando le implicazioni della locuzione “in certo modo”.

Quindi, nessun “pan-cristismo” antropocentrico al quale osannare, o contro il quale levare grida scandalizzate. Più semplicemente, e più cattolicamente, una maggiore e sempre più penetrante intelligenza del dato rivelato.

Si potrebbe replicare: ma se io vedo una contraddizione che mi impedisce di prestare l’assenso?

A questo proposito potrebbe soccorrere il detto di Ignazio di Loyola, secondo il quale “per essere certi in tutto, dobbiamo sempre tenere questo criterio: quello che io vedo bianco lo credo nero, se lo stabilisce la Chiesa gerarchica. Infatti noi crediamo che lo Spirito che ci governa e che guida le nostre anime alla salvezza è lo stesso in Cristo nostro Signore, lo sposo, e nella Chiesa sua sposa; poiché la nostra santa madre Chiesa è guidata e governata dallo stesso Spirito e Signore nostro che diede i dieci comandamenti”.

L’ossequio dell’intelletto, che deriva dall’accettazione di questa posizione, non rimane senza frutto, perché purifica la volontà e predispone la ragione a una più attenta considerazione della questione e consente, in ultima analisi, di diradare i motivi di perplessità che sembravano invincibili ed erano in realtà dettati da pregiudizi.

A tal fine è di aiuto la lettura di teologi che applicano questo tipo di ermeneutica, come ad esempio il cardinale Leo Scheffczyk (1920-2005), o il padre Jean-Hervé Nicolas o.p., o il padre Giovanni Cavalcoli o.p.

Ne uscirebbe rafforzata la coscienza ecclesiale e la volontà di operare – cattolicamente – “cum Petro e sub Petro”, nella straordinaria vicenda della comunicazione del messaggio cristiano ai nostri contemporanei, figli di Dio e fratelli in umanità.

di Francesco Arzillo

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Il discorso di Benedetto XVI del 22 dicembre 2005, sull'”ermeneutica del rinnovamento nella continuità” nell’interpretare i testi del Concilio Vaticano II:

> “Signori cardinali…”