Ma Intifada contro chi? Il suicidio politico-economico palestinese

L’Autorità Palestinese è più vicina che mai a farsi riconoscere internazionalmente come uno stato indipendente. E sta per ricevere aiuti sovvenzioni senza precedenti: sono molti gli stati che intendono partecipare e contribuire alla seconda conferenza di Parigi, in programma fra un paio di mesi, allo scopo di permettere a Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e alla sua futura amministrazione indipendente di funzionare come uno stato sovrano, e non solo come un’entità politica. Non basta. Le città della Cisgiordania hanno conosciuto negli ultimi due anni uno straordinario periodo di calma e prosperità. In questo momento vi sono non meno di 400 progetti in corso in tutta la Cisgiordania: costruzione di nuovi quartieri e città (Rawabi), oltre a fabbriche e una centrale elettrica. L’attuale presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen e il suo primo ministro Salam Fayyad si rifiutano di adottare il vecchio approccio di Yasser Arafat, che si atteneva all’assioma “prima lo stato, poi l’economia”. Essi, al contrario, hanno dimostrato alla loro gente che non vi è alcuna contraddizione fra le due cose, a meno di non essere un fanatico eversivo come Arafat, che tramava contro i trattati di pace da lui stesso firmati.
Abu Mazen e Fayyad hanno contribuito allo sviluppo dell’economia della Cisgiordania e al miglioramento della qualità della vita di una buona parte dei suoi abitanti. Ma la loro missione è tutt’altro che compiuta, ed è sui prossimi sviluppi di cui si è detto che essi appuntano le loro speranze. Invero, la situazione attuale lascia spazio a qualche speranza.
Tuttavia, accanto a questo quadro moderatamente ottimista, c’è anche chi cerca di portare tempesta nei cieli di Cisgiordania. Gruppi di oppositori palestinesi, non necessariamente affiliati a Hamas e Jihad Islamica, insieme a vari mass-media arabi ed anche israeliani, puntano sul 15 maggio (il “giorno della Naqba”) come la data per far esplodere una nuova intifada. Se scoppiasse davvero la nuova “intifada” (dopo l’intifada delle stragi del settembre 2000 che affossò il processo di pace degli anni ’90), questo terzo round diventerebbe noto come l’“intifada di Facebook” per via delle centinaia di migliaia di utenti del social network che la sostengono.
Ma intifada contro chi? In realtà, anche su questo fronte i palestinesi stanno registrando un primato assoluto. I “dimostranti on-line” seguono effettivamente l’esempio dei giovani arabi che si sono sollevati in Medio Oriente contro i corrotti regimi al potere in Tunisia, Egitto, Libia, Yemen e Siria. Ma quando si tratta di individuare il bersaglio, l’obiettivo dei dimostranti palestinesi su Facebook non sono i regimi che li governano in Cisgiordania e a Gaza, bensì Israele. Sicché, guarda caso, la sollevazione sarebbe diretta contro Netnayhau e Barak.
Il che probabilmente marcherebbe un’altra opportunità storica mancata, dopo le tante che i palestinesi si sono presi la cura di mancare puntualmente nel corso di decine di anni di conflitto. Giacché lo scoppio di una nuova intifada si tradurrebbe in un suicidio politico e socio-economico senza precedenti da parte degli abitanti della Cisgiordania, logica vorrebbe che essi se ne tengano ben lontani. In passato, però, ad ogni analogo snodo politico – dalla Commissione Peel del 1937, al Piano di spartizione del 1947, agli Accordi di Oslo del 1993-95 – non fu la logica a guidare le azioni delle dirigenza palestinese e del popolo che la seguiva, quanto piuttosto uno sfrenato fanatismo nazionale. Questa esplosione di emotività ha dato luogo a termini come Naqba (disastro) e intifada (sollevazione) e i bersagli sono stati sempre e solo Israele, il sionismo, gli ebrei.
I prossimi mesi saranno un vero test, per la dirigenza e l’opinione pubblica palestinese. Di Abu Mazen e Fayyad verrà messa alla prova la capacità di imprimere una svolta storica all’interno della società araba in Cisgiordania. Per questi due leader, che nei mesi scorsi hanno continuato ad elogiare e celebrare i “martiri” terroristi palestinesi intestando strade e piazze alla memoria di stragisti e massacratori di civili israeliani, non sarà certo facile passare repentinamente a predicare la pace come se fossero frati di Madre Teresa di Calcutta. E tuttavia non hanno altra opzione se non quella di mostrare un’alternativa nazionale che sia in grado di sostituire l’Autorità Palestinese con un vero stato capace di proporre una valida alternativa socio-economica all’Hamastan di Gaza e ai suoi mali disastri sociali ed economici. Festeggiando la loro 63esima Giornata dell’Indipendenza, gli israeliani, tra uno spettacolo e un buon barbecue, dovranno dare un’occhiata a cosa accade presso i loro vicini orientali.

Moshe Elad

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