I chiodi della Croce. Jacobovici, tesi e antitesi

“Ecco i chiodi della croce di Gesù”. A mostrarli in conferenza stampa è Simcha Jacobovici un famoso documentarista specializzato in ricostruzioni storico-religiose, che sostiene di aver ritrovato due chiodi che furono estratti dalla croce di Cristo. All’origine della scoperta vi sono due ossari rinvenuti a Gerusalemme vent’anni fa con inciso il nome di ‘Caifa’. “Se accettiamo che questi chiodi arrivano da quella tomba, e tenendo conto che il nome di Caifa è associato solo con la crocefissione di Cristo, è altamente probabile che siano proprio quei chiodi” sostiene Jacobovici. La tesi, sostenuta nel documentario ‘I chiodi della Croce’ di prossima divulgazione, è che il sommo sacerdote Caifa avesse compreso l’importanza del messaggio di Gesù e si fosse pentito di aver consegnato un ebreo ai romani. Di conseguenza avrebbe chiesto di proposito che i chiodi estratti dalla croce di Cristo fossero conservati con le proprie ossa.

L’autore ha rinvenuto i chiodi presso il laboratorio dell’Università di Medicina di Tel Aviv, ma sostiene che furono rinvenuti nel 1990 in un ossario scoperto a Gerusalemme, su cui era inciso il nome di Caifa: il sacerdote che, secondo i Vangeli, consegnò Gesù ai Romani. Secondo Jacobovici, Caifa si sarebbe pentito di quel gesto e prima di morire avrebbe recuperato i chiodi della crocifissione, chiedendo che fossero sepolti con la sua salma. Alcuni archeologi israeliani contestano la tesi di Jacobovici, sostenendo che la tomba in cui furono trovati i chiodi è modesta e non certo degna della sepoltura di un sommo sacerdote. Su questo ritrovamento prende la parola anche Roberto Malini, scrittore e storico: “Secondo la tradizione antica, diverse reliquie legate alla morte di Gesù vennero recuperate nei primi secoli dell’era cristiana. I chiodi venivano chiamati ‘strumenti della Passione’ e, sempre secondo la tradizione, tre di essi sarebbero stati rinvenuti dall’imperatrice Elena, madre di Costantino I e santificata dalla Chiesa cattolica. Le leggende cristiane ne individuano uno presso la Chiesa di Santa Croce in Gerusalemme a Roma, uno appeso sull’altare maggiore del Duomo di Milano, uno all’interno della corona ferrea a Monza o nella sacra lancia di Longino a Vienna. Storia e archeologia ci rivelano che i condannati alla crucifissione venivano inchiodati ai polsi e non alle palme delle mani, per evitare che le teste metalliche dilaniassero le carni, sotto il peso dei corpi. Si trattava di chiodi a ‘L’ o a testa molto estesa, dall’ampio diametro e lunghi almeno 15 centimetri, in modo che potessero trapassare il polso di un uomo adulto e conficcarsi in profondità nel legno delle croci”. Malini a questo punto mostra una foto in cui Simcha Jacobovici esibisce uno dei chiodi scoperti a Gerusalemme. “Come si vede chiaramente,” spiega lo scrittore, “il chiodo non possiede alcuna delle caratteristiche di un chiodo da supplizio, essendo troppo corto, con un diametro troppo ridotto e una testa non abbastanza grande. Sembra piuttosto il chiodo di un sarcofago, di una bara o dello scrigno di un corredo funebre ed è per questo che, verosimilmente, è stato ritrovato  all’interno di un antico ossario”.

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