Hamas sotto choc. Hanno voluto dimostrare che Hamas è impotente

Chi ha ucciso Vik mirava al cuore di Hamas. Non hanno dubbi le centinaia di palestinesi a lutto in Jundi al Majhull, la piazza del milite ignoto al centro di Gaza City dove il 15 marzo scorso alcuni dei più giovani tra loro avevano tentato d’allestire una locale piazza Tahrir prima d’essere dispersi dalle forze dell’ordine. Se nel giorno dell’unità necessaria circola incertezza sull’identità politica degli assassini, che la leggenda associa già al Mossad, c’è una sola interpretazione per il messaggio affidato al cadavere del pacifista italiano: una sfida diretta al governo di Gaza.

«Hamas ha sempre sostenuto d’avere il controllo della Striscia e ora deve provarlo» ammette al telefono Ahmad Youssef, consigliere del premier Ismail Haniye. Le indagini puntano alla galassia salafita cui faceva riferimento l’ultimatum, ma alTawhid wal-Jihad, il gruppo maggiormente indiziato tra i cinque attivi a Gaza dal 2004, ha smentito ogni coinvolgimento. Youssef non è convinto: «I salafiti sono pochi ma addestrati, alcuni hanno buoni contatti perchè sono ex Hamas convertitisi poi all’estremismo ideologico».

Cosa si muove nelle viscere di Gaza? Da quando ha vinto le elezioni del 2006 spaventando la comunità internazionale fino all’embargo, Hamas cerca la prova d’efficienza che compensi la popolazione dell’isolamento. La guerra civile con cui nel 2007 ha cacciato i rivali di Fatah è spiaciuta a molti ma ha prodotto in cambio la tolleranza zero contro il caos. Da quattro anni a Gaza manca quasi tutto, fuorchè la sicurezza. Fu il neogoverno di Hamas a favorire il rilascio del giornalista della Bbc Alan Johnston, rapito da un clan parasalafita e liberato il 4 luglio 2007. Da allora camminare di notte nel centro di Gaza City alla ricerca di un ristorante non è più stato un problema, non solo per Arrigoni.

«L’unica cosa che Hamas ha realizzato è la sicurezza, ha sempre sostenuto che la storia di Al Qaeda a Gaza fosse una bufala ma ora viene fuori il contrario» osserva il giornalista B.Q. Come tanti connazionali ha passato giovedì notte davanti alla tv e venerdì pendolando da una veglia all’altra, il milite ignoto, il porto, il locale preferito di Arrigoni chiamato Gallery: «Non era mai stato ucciso uno straniero, volevano ucciderlo. Vittorio viveva qui dal 2008, era più palestinese dei palestinesi, difendeva i pescatori, siamo tutti senza parole. Il governo si è riunito d’emergenza per decidere le prossime mosse, deve reagire rapidamente».

Hamas è sotto choc, confermano fonti interne. Ai piani alti c’è la consapevolezza di aver flirtato in passato con gruppi estremisti tipo Jaysh al-Islam, legato al clan dei Doghmush e coinvolto in operazioni congiunte come il rapimento del militare israeliano Shalit, ancora prigioniero. Il portavoce Yiab Hussein denuncia l’azione di «forze che vogliono destabilizzare la Striscia» e ipotizza che oltre al rilascio dei compagni i rapitori volessero intimidire «stranieri e infedeli». Ma la telefonata di scuse del premier Haniye alla mamma di Arrigoni suona cupa, tardiva.

I salafiti palestinesi sono così potenti da sfidare Hamas in casa, colpendo a GazaCity, dove la security garantiva reporter e militanti internazionali? Certo, con il berretto e la pipa Arrigoni era un target semplice e «spendibile». Racconta un amico a patto di restare anonimo che non tutti i palestinesi ne amassero l’anticonformismo: «I conservatori non apprezzavano la sua fede comunista, le braccia scoperte e tatuate, non capivano cosa facesse a Gaza. C’era chi lo considerava un Che Guevara e chi si chiedeva se fosse una spia israeliana. Perché prendere lui e non un francese, in odio a Sarkozy? La sua morte beffa Hamas e elimina un personaggio scomodo». E ora? Se hanno dichiarato guerra, gli sfidanti devono avere qualche carta da giocare.

Secondo l’International Crises Group la minaccia salafita a Gaza è cresciuta negli ultimi anni come sfida più ideologica che militare ad Hamas, un j’accuse contro la titubanza nella lotta contro Israele e la timidezza nell’adozione della sharia. L’incertezza seguita al risveglio arabo avrebbe dato a questa falange d’11 mila persone su un milione e mezzo di abitanti la forza di colpire.

«La trattativa era una farsa, il video pareva opera di tagliagole iracheni» nota una fonte diplomatica interna. E’ questo che tira in ballo i salafiti, oltre alla richiesta di rilascio del leader Abd al Walid al Maqdisi, arrestato a febbraio. C’è la loro firma sull’attentato del 2006 nel Sinai, sul successivo assalto al valico di Karni e sul tentativo d’instaurare un Emirato a Rafah nel 2009, quando Hamas, che dispone di oltre 25 mila uomini armati, piegò la moschea ribelle. Al bastone però, sono state alternate troppe carote. Da mesi, in un’escalation moralista, la security vigila che le borse degli stranieri in arrivo a Gaza non contengano vino e nei caffè si moltiplicano i controlli alle coppie richieste d’esibire regolare certificato di fidanzamento.

«Mi sono fatto crescere la barba per non dare nell’occhio, abito a Rafah e qui quelli si fanno sentire» ammette il proff di lingue Sami, uno che se ha ospiti occidentali in casa e deve assentarsi preferisce chiuderli a chiave «per sicurezza». E’ appena tornato da Gaza City dove ha distribuito caffè al sit-in per il funerale virtuale di Arrigoni. «C’erano i blogger contrari al governo, uomini e donne, i giornalisti che hanno indetto 3 giorni di sciopero» insiste. Mancava qualcuno, i demoni della porta accanto.

Francesca  Paci

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