La Cassandra di Siena che strigliava i potenti

Prendiamo una ragazzina qualunque, che nessuno ha mai sentito nominare; la figlia, diciamo, di un piastrellista, o di un piccolo industriale tessile, che a casa ha litigato coi suoi perché voleva una stanza tutta per sé, mentre loro, trovandola un po’ strana e sapendo che l’adolescenza è un’età difficile, preferiscono tenerla d’occhio e farla dormire con le sorelle. Una ragazzina magra come uno scheletro che si fa urlar contro dalla madre perché non vuole mangiare, e piange ogni volta che la costringono a farlo, sprofondando lentamente nell’anoressia.

Supponiamo, anche, d’essere in una famiglia di brava gente piena di buon senso e aliena dagli eccessi; e immaginiamo che la ragazzina, oltre a non mangiare, dichiari che non avrà mai un ragazzo e viva assorta in un suo mondo fantastico, e che un bel giorno si metta in testa di tagliare i capelli cortissimi e coprirli con il chador: a costo di litigare, di nuovo, furiosamente con i genitori, che preferirebbero vederla uguale a tutte le altre.

Caterina da Siena era una ragazzina così, tale e quale. Viveva, però, nel Medioevo: e dunque in un mondo dove l’anoressia non l’aveva ancora diagnosticata nessuno, i disturbi dell’adolescenza la gente li conosceva per esperienza ma nessuno ci aveva mai riflettuto, e c’era poca comprensione per una ragazzina ribelle, per quanto i genitori le volessero bene e si rattristassero di doverla trattare con severità.

In compenso, però, era un mondo attento a spiare le persone eccezionali, a individuare chiunque si comportasse con plateale disprezzo delle regole borghesi, e a chiedersi se lo faceva per tentazione del diavolo, o per ispirazione di Dio. Nel primo caso erano guai; ma quando l’eccezionalità di un uomo o d’una donna costringeva a riconoscere che quella persona era stata toccata da Dio, in quel mondo medioevale che pure era pieno di politicanti senza scrupoli, di cinici uomini d’affari, di raffinati intellettuali e di anticlericali sfegatati, succedeva qualcosa che nel nostro mondo d’oggi sarebbe impensabile: tutti quanti, umili e potenti, stavano ad ascoltarla a bocca aperta e con le lacrime agli occhi.

Caterina era di quel mondo e si convinse che Dio le parlava, ma non solo: Dio voleva che lei, a sua volta, parlasse in suo nome. Prima i genitori di Caterina, poi tutta la contrada di Fontebranda, poi tutta Siena, poi tutta l’Italia seppe di lei, e cominciò ad attendere con ansia le sue parole. San Paolo si rivoltava nella tomba: non aveva scritto chiaramente e ripetuto più volte, in modo tale da non poter essere frainteso, che la donna deve star zitta nella chiesa, e star zitta davanti agli uomini, e non ha il permesso d’insegnare?

Ma Caterina era una che sapeva quel che voleva, e quando diceva “voglio” finiva sempre per ottenerlo: non s’era piegata davanti al papà e alla mamma, ai fratelli, alle sorelle e alle cognate coalizzati contro di lei, non si sarebbe piegata neanche davanti a Saulo di Tarso, se l’avesse incontrato. E così la figlia del piccolo imprenditore cominciò a scrivere, o meglio a dettare, perché non era andata a scuola e non sapeva scrivere!, e non smise più.

Prima che l’anoressia l’ammazzasse davvero, nel 1380, a poco più di trent’anni, dettò quasi quattrocento lunghe lettere, contando solo quelle giunte fino a noi. Scriveva ai destinatari più diversi: a conoscenti del suo stesso ambiente sociale, a padroncini di bottega e alle loro mogli, a frati e badesse, ma anche, come se niente fosse, a priori e podestà delle città toscane, a Bernabò Visconti signore di Milano, al re di Francia, ai cardinali, al papa. Erano lettere infuocate d’entusiasmo religioso, concitate esortazioni a fare il bene, a pentirsi del male commesso. Erano lettere pubbliche, di cui circolavano copie, che la gente discuteva al mercato o alla taverna. Ed erano lettere che parlavano chiaro: più i loro destinatari erano altolocati, più sudavano freddo quando ne ricevevano una.

All’arcivescovo di Pisa scrisse che il dovere di chi governa la Chiesa è di denunciare le colpe di cui viene a conoscenza, e non di tenerle nascoste; non deve fare come i medici che imputridiscono le piaghe a forza di unguenti, ma come quelli che hanno il coraggio di cauterizzare: «Non più unguento, per amore di Dio! Usate un poco la cottura», e soprattutto: «Non fate vista di non vedere». A un cardinale scrisse rimproverandogli negligenza e mancanza di carità, lo invitò a svegliarsi («Or non più dunque dormite, Padre») e gli ricordò di passaggio che se continuava così si sarebbe dannato. A papa Gregorio XI disse d’aver saputo che aveva nominato nove nuovi cardinali, e gli ricordò gelidamente che doveva cercare di nominare uomini onesti, altrimenti era peggio per tutti: «Non ci maravigliamo poi, se Dio ci manda le discipline e i flagelli suoi!». Già che c’era, spiegò al papa che quando erano in gioco nomine importanti bisognava dimenticarsi di amici e parenti, e dei propri interessi privati. Più tardi, visti confermati i suoi peggiori timori dal comportamento di quei cardinali, riscrisse al papa per invitarlo a fare pulizia, a liberare la Chiesa dal fetore di quei ministri corrotti, e a sostituirli con uomini di cui non ci si dovesse vergognare.

Ma non ce n’era soltanto per le autorità religiose. Ai governanti del comune di Firenze, che da gran tempo parlavano della necessità di riforme, scrisse che non sarebbero riusciti a fare nessuna riforma finché pensavano solo agli interessi personali, e assegnavano le cariche in base alle clientele anziché all’utilità collettiva. Ai governanti di Siena scrisse una lettera di fuoco rimproverando la giustizia politicizzata che inquinava la loro città, dove le sentenze non si davano in base alla ragione e al torto, ma per favorire interessi e aiutare gli amici, dove i potenti erano sempre assolti e s’infieriva solo con i poveri diavoli. E in innumerevoli lettere tornò ad ammonire duramente un ceto politico in cui tutti miravano alle poltrone per il proprio tornaconto e non per quello collettivo, e tutti erano pronti a piegarsi dove tirava l’aria, dondolando di qua e di là come foglie, «non uomini d’azione, ma del vento».

Intendiamoci: le lettere di Caterina non cambiarono nulla, o ben poco. Cardinali di Avignone e priori delle città toscane continuarono a fare gli interessi propri e dei comitati d’affari che li sostenevano, a piazzare uomini in base ai favori da restituire e non alle qualità o ai meriti, la giustizia continuò ad essere politicizzata e su tante cose chi doveva far pulizia continuò a far finta di non vedere. E questo è esattamente quello che capiterebbe oggi se la figlia anoressica d’un piccolo imprenditore cominciasse a scrivere al papa, al presidente della Repubblica e magari ad Obama. Ma immaginare che la vicenda di Caterina possa ripetersi oggi non significa illudersi che una ragazza possa cambiare il mondo.

A noi basterebbe che succedesse quello che succedeva nell’Europa del Trecento: che le lettere della ragazzina arrivassero e fossero discusse, che ognuna fosse un avvenimento messo in prima pagina dai giornali, che le folle la portassero in trionfo per la strada baciandole le mani, che governi in imbarazzo le affidassero missioni diplomatiche, che le porte del Vaticano e di Palazzo Chigi, del Quirinale e della Casa Bianca si spalancassero per lei, che i potenti di questo mondo fossero costretti ad ascoltarla gravemente, ad annuire, ad arrossire, a promettere di far meglio, maledicendola in cuor loro, s’intende, ma inchiodati dall’opinione pubblica a far buon viso a cattivo gioco. In cambio, toh, saremmo perfino pronti a rinunciare a quei principi su cui è così solidamente fondata la nostra Repubblica, alla totale indipendenza di Stato e Chiesa, allo scrupolo con cui le gerarchie ecclesiastiche evitano d’ingerirsi nella vita politica del paese, e ad accettare un po’ di quell’arretratezza medioevale, per cui Caterina e i suoi contemporanei non erano ancora capaci di fare una distinzione ben netta fra politica e morale.

di Alessandro Barbero

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