2012: sciiti e sunniti si combattono per la supremazia nella regione

Di Barry Rubin

Naturalmente non vi è nulla di nuovo nel conflitto fra musulmani sunniti e musulmani sciiti, ma è una novità che tale conflitto sia diventata una delle caratteristiche a livello regionale in tempi moderni. In fondo, finché imperavano regimi di stile laico che predicavano identità arabe nazionaliste onnicomprensive, le differenze fra comunità religiose restavano in secondo piano. Ma una volta che si sono affermati regimi islamisti, la teologia è tornata centrale, come secoli fa. Ma non si fraintenda la situazione: quella in atto è fondamentalmente una lotta per il potere politico e per le ricchezze. Quando stati o movimenti sunniti e sciiti si combattono, si comportano come soggetti politici dotati di obiettivi, tattiche e strategie.
La forza e l’influenza crescenti del regime islamista iraniano hanno posto gli islamisti arabi sunniti di fronte a un grosso problema. In linea generale non amavano l’Iran perché era persiano e sciita, però rappresentava l’unico regime islamista sulla scena. È così che la palestinese Hamas, organizzazione araba islamista sunnita, è diventata un cliente sottomesso all’Iran. La guerra Iran-Iraq (degli anni ’80) rifletteva questi antagonismi, in modo particolarmente evidente nella propaganda irachena. Peraltro il regime iracheno era comunque in grado di tenere sotto controllo la sua maggioranza sciita.
Successivamente la rimozione di Saddam Hussein ad opera di una forza internazionale guidata dagli Stati Uniti ha scoperchiato la questione dei rapporti fra comunità all’interno dell’Iraq. Gli sciiti iracheni sopravanzano i loro vicini sunniti con un rapporto di tre a uno, per cui sono destinati a vincere automaticamente qualunque elezione, specie se i curdi iracheni si chiamano fuori, preferendo quello che è, di fatto se non di diritto, il loro stato nel nord dell’Iraq. Nonostante la presenza di elementi anti-americani e di al-Qaeda, l’insurrezione sunnita in Iraq è stata essenzialmente un estremo tentativo da parte dei sunniti di recuperare il potere. Il tentativo è fallito e adesso, pur continuando le violenze, i sunniti porranno l’enfasi principale sul negoziare la divisione del potere meno peggio possibile. Anche in Libano gli sciiti hanno trionfato, guidati da Hezbollah e aiutati da Siria e Iran.
Ma tutto questo avveniva prima dell’anno 2011. La “primavera araba” è stata invece una faccenda quasi interamente sunnita: per alcuni versi l’equivalente sunnita della rivoluzione iraniana del 1979. Solo nel Bahrain, dove erano oppressi, gli sciiti sono passati all’offensiva. Quelle in Egitto, Tunisia e Libia sono state tutte insurrezioni sunnite contro governi arabi sunniti.
La situazione in Siria è assai più complicata, con un regime arabo alawita non-musulmano che si atteggia a musulmano sciita e che è alleato con l’Iran (non arabo, ma sciita), e che all’interno è osteggiato da tutta una varietà di gruppi. Nondimeno, in questo quadro quella in atto in Siria è sostanzialmente una sollevazione guidata dai sunniti (anche se lungi dall’essere esclusivamente islamisti) contro un regime “sciita”.
Qui sta il punto. Gli arabi islamisti sunniti non hanno più bisogno dell’Iran, e nemmeno della Turchia (sunnita e a governo tendenzialmente islamista, ma non araba) perché ora hanno un proprio potere. Ciò che è probabilmente destinato ad emergere è perlomeno un variegato blocco arabo sunnita con forti connotazioni islamiste, composto da Egitto, striscia di Gaza, Libia e Tunisia, insieme ad elementi della Fratellanza Musulmana di Giordania e Siria. L’elemento chiave, qui, è la Fratellanza Musulmana: un’organizzazione che in generale non ama i musulmani sciiti, e in particolare l’Iran. Eventi minori, come l’appoggio da parte del guru della Fratellanza, Yusuf al-Qaradawi, al regime sunnita del Bahrain contro l’opposizione sciita, rivelano la direttrice del loro pensiero. Gli ancor più estremisti salatiti – un termine oggi usato per indicare piccoli gruppi rivoluzionari islamisti – sono ancora più anti-sciiti.
In questo quadro, uno dei fattori in gioco è la persistente indisponibilità della maggioranza degli stati arabi ad accogliere fra i propri ranghi l’Iraq governato dagli sciiti. L’Iraq non diventerà un satellite dell’Iran. Certamente si sente più a proprio agio in un blocco sciita, ma probabilmente continuerà a starsene relativamente distante dagli affari regionali.
Si noti, poi, che in larga misura questa situazione lascia orfana l’Autorità Palestinese. In generale essa può dipendere dal sostegno arabo, iraniano e turco. Ma non ha più un padrino regionale, mentre è Hamas il gruppo che attualmente gode del caloroso appoggio degli islamisti sunniti. Il che naturalmente spinge nel senso di un’alleanza fra Autorità Palestinese (cioè Fatah) e Hamas, mentre indebolisce la forza contrattuale di Fatah rispetto al partner islamista (e questo si traduce in un persistente disinteresse a negoziare con Israele, e tanto meno a giungere a una soluzione negoziata con esso).
Sicché, nonostante le apparenze, il 2011 è stato un anno di smacco per Iran e Turchia perché gli islamisti arabi sunniti sono ora molto meno soggetti all’influenza di Tehran, considerata un rivale, e non gradiscono nemmeno la leadership turca.
Possono questi blocchi unirsi efficacemente fra loro contro Stati Uniti, occidente e Israele? Per dirla in una sola parola: no. Le loro lotte per il potere regionale e per il controllo di singoli stati (Bahrain, Libano, Siria e, in misura minore, Iraq) li terranno impegnati nei conflitti. Persino l’unanimismo anti-israeliano verrà sfruttato da ciascuno per i propri interessi.
Per lo stesso motivo, però, le speranze in un’evoluzione in senso moderato sono ridotte al minimo. In una regione dove regimi e movimenti fanno a gara nel dimostrare la loro combattività e la fedeltà ad una interpretazione estremista dell’islam, nessuno vorrà mostrarsi disposto a fare la pace con Israele. E i regimi collaboreranno con gli stati Uniti solo se saranno convinti che l’America può e vuole proteggerli: una speranza piuttosto vana con un’amministrazione Obama ansiosa di farsi amici fra gli islamisti.
C’è poi un altro aspetto da sottolineare in questa rivalità fra sunniti e sciiti, in questo formarsi di blocchi, nella loro competizione in fatto di combattività e nello scontro per il controllo di singoli stati. Ed è che la regione continuerà a mietere vite umane, dissipando sangue, tempo e risorse nella battaglia politica, giacché la lusinga dell’ideologia e del potere, anziché il pragmatismo e la produttività economica, continua a predominare anche dopo che sono caduti vecchi regimi.

(Da: Jerusalem Post, 1.1.12)

4 Risposte to “2012: sciiti e sunniti si combattono per la supremazia nella regione”

  1. Sono caratterizzati dalla convinzione che la perdita del primato del dar el islan sia dovuto all’abbandono dell’islam dei primi tempi: occorre ritornare all’origine (salaf, da cui salafiti): per i sunniti alle prime tre generazioni, per gli sciiti ai tempi di Ali e dei dodici iman . Essi definiscono se stessi Al-islamiyyun cioe i ”veri” islamici: a volte si traduce islamisti ma in occidente questo termine indica gli studiosi dell’Islam.

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