Archivio per luglio, 2012

Dalla Siria all’Iran, passando per l’Iraq. E per il suo petrolio

Posted in Politica, Uncategorized with tags , , , on luglio 31, 2012 by Maria Rubini
 Sentire l’emiro del Qatar o il re saudita parlare di diritti umani lascia quantomeno perplessi, vista la situazione nei due paesi del Golfo. E non si tratta solo di questioni di genere, quanto piuttosto di un esercito di schiavi imprigionati in suntuose dimore o impegnati a costruire castelli di ghiaccio in mezzo al deserto.

Anche vedere gli Stati Uniti sostenere sommessi le posizioni dei falchi della penisola araba suscita più di un interrogativo.

Robert Fisk ricorda a ragione che ben 15 dei 19 terroristi dell’11 settembre 2001 provenivano dall’Arabia Saudita, anche se a essere bombardato fu il martoriato Afghanistan.

Difficile dimenticare che l’Arabia Saudita continua a decimare la propria minoranza sciita, quella del Bahrein e indirettamente anche quella siriana. Con il benestare di tutta la comunità internazionale.

“E davvero crediamo che l’Arabia Saudita possa volere una democrazia per la Siria?”, incalza ancora Fisk.

Impossibile dargli torto, salvo poi aggiungere che la lista dei paesi a cui non importa nulla delle legittime rivendicazioni dell’ennesimo popolo che soffre è davvero lunga. E persino un paese che vive ai margini della politica internazione come il nostro è in qualche modo complice di una guerra (per il petrolio) neanche troppo camuffata.

E’ qui che per Fisk entra in gioco il fattore I, la crociata contro l’atomica iraniana.

“Il tentativo di rovesciare la dittatura di Damasco non è dettato dall’amore per siriani o dall’odio per l’ex amico Bashar al Assad, e tanto meno dalla nostra indignazione verso la Russia”.

“No, il nostro è un desiderio di schiacciare la Repubblica islamica ei suoi piani nucleari infernali – se esistono – e non ha nulla a che fare con i diritti umani o il diritto alla vita o alla morte dei bambini siriani”.

Ma l’Iran da solo non basta. C’è un altro paese nel cuore dell’antica Mesopotamia che la scorsa settimana ha subito in un solo giorno 29 attentati in 19 città, uccidendo 111 civili e ferendone altri 235. Si chiama Iraq.

Per Fisk si tratta dell’ennesima ipocrisia occidentale, laddove le vittime irachene non meritano che un trafiletto per non smentire la teoria del paese “liberato e democratico”.

Ma di Iraq si dovrebbe parlare anche per altri motivi.

In primis per quello che naturalmente rischia di accadere (ed è già accaduto) nel caso in cui il conflitto siriano dovesse trasferirsi sulla terra bagnata – anche se per poco ancora – dal Tigri e dall’Eufrate.

Che tradotto significa un rovesciamento dei rapporti di forza e relativa guerra a sfondo confessionale (sebbene sia preferibile usare il termine civile, ma il tema verrà approfondito in seguito).

Prima però di quello che potrebbe succedere, c’è quello che è già successo. Sono più di dieci anni che le parti che si stanno sfidando a suon di stragi in Siria lavorano nell’ombra per ridisegnare gli equilibri mediorientali. Sulla pelle degli iracheni, per esempio.   

“Il governo a guida sciita è finito nel mirino degli stessi estremisti sunniti che combattono in Siria, molti dei quali sono legati ad al Qaeda”, afferma Izzat al-Shahbandar, un anziano membro del Parlamento di Baghdad e stretto collaboratore del primo ministro iracheno Nouri al-Maliki.

Lo scrive il Washington Post, ricordando che il presunto leader dell’organizzazione terroristica – Abu Baker al Baghdadi – avrebbe esortato le tribù sunnite irachene al confine con la Siria ad aderire al jihad (guerra santa) contro il governo “infedele” guidato da Maliki.

I media non sembrano avere dubbi: “E’ stata al Qaeda e l’Iraq rischia di essere travolto dal ciclone siriano”. Ma come si possono liquidare 29 esplosioni quasi simultanee in 19 diverse città di un paese?

La questione è un’altra: l’Iraq non hai mai smesso di essere terreno di battaglia, in una guerra neanche troppo silenziosa che si combatte ogni giorno.

Basti pensare alla ‘geopolitica’ degli attentati. Perché gli uomini del defunto Osama Bin Laden avrebbero mire su Kirkuk, una delle città (petrolifere) più colpite dalla scia di sangue degli scorsi giorni? Qui giacciono infatti la maggior parte delle 111 vittime di quel terribile giorno.

“C’è mai stata una guerra in Medio Oriente carica di tanta ipocrisia?”. Se lo chiede Robert Fisk sull’Independent, spiegando che “il vero obiettivo dell’Occidente non è il brutale regime di Assad, quanto il suo alleato iraniano e le sue testate nucleari”. Ma forse c’entra anche l’Iraq e il prezzo del petrolio. (Prima parte)

 di Francesca Manfroni

La Siria ha sempre invitato al disarmo nella regione

Posted in Politica with tags , , , , on luglio 25, 2012 by Maria Rubini

Il Ministero degli Affari Esteri e degli Espatriati ha commentato il trattamento negativo riservato da alcuni mezzi d’informazione al contenuto del suo ultimo comunicato, riguardante la campagna mediatica contro la Siria allo scopo di preparare l’opinione pubblica a un intervento militare in Siria sotto lo slogan della menzogna delle armi di distruzione di massa, sottolineando che questi mass-media hanno estrapolato dal suo contesto – in modo premeditato – questo comunicato, con il pretesto ch’esso costituirebbe di fatto la dichiarazione di possesso di armi non convenzionali da parte della Repubblica Araba Siriana.

Il Ministero ha altresì chiarito che: “Lo scopo del comunicato stampa e della conferenza stampa non era affatto una dichiarazione, bensì una risposta alla campagna mediatica sistematica contro la Siria per preaparare l’opinione pubblica internazionale alla possibilità di un intervbento militare sotto lo slogan della menzogna delle armi di distruzione di massa e della probabilità di utilizzarle in Siria contro i gruppi terroristici armati ed i civili e l’eventuallità di cederle ad una terza parte”. Il comunicato aggiunge che: ” Nel ribadire che queste affermazioni sono categoricamente ingiuste, non ne ignoriamo la gravità, poiché le parti che programmano questa campagna nella stampa mondiale sono le stesse che si sono mobilitate contro la Siria, mediante i mass-media e i circoli internazionali, e sono sempre le stesse che hanno fabbricato la menzogna delle armi di distruzione di massa in Iraq, la cui palese falsificazione è stata poi rivelata”.

Il comunicato del Ministero degli Affari Esteri e le dichiarazioni del portavoce ufficiale si collocano nel quadro della spiegazione delle direttive generali della politica di difesa dello Stato, in risposta alle ipotesi e alle ingiuste accuse mediatiche. Il Ministero ha ribadito la necessità di prefiggersi precisione e professionalità nellacopertura delle notizie riguardanti l’ambito siriano , che devono sempre essere collocate nel loro giusto contesto.

I n questo contesto, ieri il Ministro dell’Informazione, Omran al-Zo’bi, ha rilasciato una dichiarazione allaradio Cham FM, affermando che quella che si sta svolgendo è una vera e propria campagna internazionale guidata dalle diplomazie americana e israeliana, sotto lo slogan allarmante del “futuro delle ipotetiche armi chimiche che la Siria possiederebbe”, sottolineando che questa campagna si iscrive nel quadro delle persistenti pressioni per far passare una risoluzione internazionale contro la Siria con il pretesto di preservare la sicurezza e la pace internazionali.

Il Ministro dell’Informazione ha ribadito che la Siria, da più di vent’anni, ha invitato al disarmo delle armi di distruzione di massa nella regione, sotto la supervisione e il patrocinio delle Nazioni Unite, e questo invito comprende le armi nucleari israeliane, facendo presente che gli israeliani, in base a quanto affermato dai comandanti militari e politici, in passato hanno ammesso la presenza di armi nucleari israeliane e il possesso di tali armi da parte di Israele.

Il Ministro ha aggiunto che la Siria, quando discute delle accuse che la competono, semplicemente risponde a simili pretestuose affermazioni, falsità e menzogne provenienti da canali diplomatici o da servizi segreti occidentali, né più né meno; e che quando il portavoce del Ministero degli Affari Esteri dice che non ricorrerà ad armi chimiche contro il suo popolo, egli non dice che la Siria possiede armi chimiche, e che questa è una questione etica e nazionale. Loro invece hanno interpretato questa risposta come un’ammissione del fatto che la Siria possiede armi chimiche, il che corrisponde pienamente ai loro desideri e alle loro ossessioni, posto che il significato e il valore reale delle parole dette si collocano in un altro contesto, completamente diverso.

Comunicato Ambasciata Repubblica Araba Siriana

Buon Compleanno Madiba!

Posted in Politica, Società, Uncategorized with tags , , on luglio 18, 2012 by Maria Rubini

Siria. Le Alture del Golan tra guerra e pace

Posted in Palestina, Politica with tags , , , , , , on luglio 17, 2012 by Maria Rubini

Finora sono stati taciuti due importanti aspetti della crisi siriana. Parliamo del silenzio di Tel Aviv nei confronti delle rivolte e della questione aperta con il vicino arabo riguardo ai territori occupati del Golan. 

 Il governo di Tel Aviv appare fortemente indeciso su come procedere rispetto alle rivolte che hanno investito la vicina Siria e, con la situazione che si evolve velocemente, continua a mantenere un atteggiamento di attenta ‘indifferenza’.

“Se il regime degli Assad dovesse cadere, la minaccia più grande per Israele diventerebbe il confine settentrionale: una terra di nessuno dove gruppi come al Qaeda potrebbero operare in relativa tranquillità”, scriveva l’Afp qualche settimana fa, citando un alto funzionario militare israeliano.

Queste paure, mai nascoste dall’establishment di Tel Aviv, sono state nell’ultimo anno la bussola della politica del paese nei confronti della Siria, permettendogli di mantenere una posizione di secondo piano rispetto al braccio di ferro internazionale attualmente in corso su Damasco.

Gli interessi di Israele nell’attuale conflitto siriano si concentrano in gran parte su due obiettivi: le relazioni degli Assad con l’Iran e gli Hezbollah, ed il Golan.

Nel caso in cui il governo di Bashar venisse spazzato via, si assisterebbe molto probabilmente ad una brusca interruzione nei rapporti tra Siria e Iran, poiché, con l’ascesa di una nuova classe dirigente maggiormente legata a Turchia ed Arabia Saudita, il baricentro della politica internazionale di Damasco cambierebbe drasticamente.

Tuttavia, sono poche le garanzie che l’eventuale futuro esecutivo, molto probabilmente a guida islamica, possa restare indifferente alle alture del Golan, occupate da Tel Aviv con la Guerra dei Sei giorni.

Eppure Israele avrebbe tutto da guadagnare se il regime degli Assad dovesse cadere, perché la prima conseguenza di tale risultato sarebbe quello di indebolire notevolmente la milizia libanese degli Hezbollah spezzando, nello stesso tempo, la cintura sciita che lega Teheran agli sciiti libanesi attraverso la testa di ponte fornita dal regime di Damasco.

Il problema principale di questo scenario è però rappresentato dalla ‘gestione’ dei rapporti con un eventuale governo dominato dagli islamisti.

Molti in Israele continuano pensare che sia meglio continuare a vivere con una minaccia conosciuta come quella degli Assad, piuttosto che rischiare di avere una ‘nuova Siria’. 

Inoltre, lo stesso rapporto dell’Afp, sottolinea le paure dell’establishment militare israeliano che un’eventuale caduta del regime alawita possa significare un trasferimento di armi tecnologicamente avanzate dagli arsenali di Damasco a quelli della milizia di Hassan Nasrallah, stravolgendo ulteriormente gli equilibri di potenza nell’area.

Una questione centrale della difesa del fronte siriano dal punto di vista di Tel Aviv è rappresentata proprio dalla forte preoccupazione per un attacco a sorpresa da parte di forze ostili. 

Secondo il Jerusalem Post, l’esercito siriano possiede circa 1.000 missili balistici, con un range di 300-700 km, che coprono ogni punto all’interno di Israele e che rappresentano una potenziale minaccia sia in caso di utilizzo da parte di Hezbollah che da parte dei nuovi governanti di Damasco. 

Ancora più problematico, dal punto di vista di Israele, è l’arsenale di razzi a disposizione della Siria.

L’Idf (l’Israel Defence Forces) non può contare su una vera e propria difesa dalle migliaia di razzi 220 mm (con una gettata fino a 70 chilometri) e quelli di 302 mm (con una gamma di 90 chilometri), che potrebbero diventare materiale facilmente reperibile nella regione.

L’attuale sistema di difesa anti-missilistica israeliano rimane tuttora in una fase sperimentale, e gli esorbitanti costi di gestione e di armamenti che il sistema Iron Dome richiede hanno scatenato un ampio dibattito all’interno di Israele riguardo la reale efficacia di tale progetto.

La difesa quasi perfetta degli spazi aerei israeliani portata dal nuovo sistema antimissilistico ha chiaramente delineato i punti di forza e di debolezza di tale impostazione: si possono minimizzare le perdite e i danni dei razzi, contribuendo ad agevolare le autorità politiche e militari nei loro compiti, tuttavia non si può assicurare una pace duratura per i civili coinvolti dal pericolo di tali armamenti. 

Tutto questo viene attentamente soppesato dalle autorità di Tel Aviv.

In realtà, in Israele c’è anche chi pensa che un ritiro dalle Alture del Golan potrebbe migliorare notevolmente la situazione tra i due vicini.

In particolare, con la creazione di una zona demilitarizzata priva di forze offensive, insieme a una forte presenza internazionale, e in cui entrambi gli eserciti non possono effettuare alcuna manovra, si creerebbe una buffer zone che garantirebbe un deterrente contro la possibilità di una guerra tra le due nazioni.

A sostegno di questa tesi si ricorda come già il 19 giugno 1967, una settimana dopo la fine dei combattimenti nella Guerra dei Sei Giorni, i ministri israeliani, tra cui Menachem Begin, si mostrarono disposti a rinunciare ai guadagni fatti sul fronte siriano in cambio della pace.

“Israele propone un accordo di pace sulla base della frontiera internazionale e delle esigenze di sicurezza” fu la dichiarazione ufficiale di Tel Aviv. 

Si elencavano poi le seguenti condizioni: la smilitarizzazione delle alture siriane fino ad oggi presidiate dalle forze Idf e l’obbligo di non interferire nel flusso delle acque dalle sorgenti del fiume Giordano verso Israele.

Nonostante i cambiamenti significativi che si sono verificati nella struttura dell’esercito siriano, tra cui le dimensioni e gli armamenti, un accordo di smilitarizzazione delle Alture e la protezione delle fonti idriche di Israele (il Kinneret e le sorgenti del fiume Giordano), potrebbero essere ancora oggi validi argomenti a favore della pace ed elementi sufficienti per garantire la sicurezza di Tel Aviv.

Tuttavia, anche se esiste questo dilemma sulla scelta tra la famiglia degli Assad e i ribelli, Israele avrebbe benefici dalla caduta dell’attuale regime solo a condizione che gli alleati degli Usa, come Turchia e Arabia Saudita, agiscano da freno nei confronti degli islamisti che potrebbero prendere il potere.

Ad oggi, dopo più di un anno di rivolte, le diverse cellule operative dell’opposizione sparse all’interno del paese cercano autonomamente i finanziamenti dall’esterno, con il rischio che le varie fazioni in lotta rispondano agli interessi di chi li foraggia. 

Lo strano mosaico composto dai vari combattenti e dagli attivisti pacifici ha dimostrato una forte tenacia nel resistere ad una repressione durissima, che ha lasciato migliaia di morti e quartieri ridotti in un cumulo di macerie.

Tuttavia, fino ad ora, non è ancora riuscita a fondersi in una forza unitaria o ad identificare un leader nazionale, una chiara ideologia  e degli obiettivi specifici che vadano al di là della destituzione del presidente Assad.

Questa atomizzazione, avvertono molti, potrebbe trasformare il paese in “piccoli emirati” piuttosto che  in un sistema statale nuovo, comportando notevoli problemi alla stabilità dell’area e alla sicurezza di Israele.

Secondo le notizie degli ultimi giorni, la Siria sarebbe diventata campo di battaglia di numerosi mercenari al soldo di Washington, Londra, Doha e Riyadh.

Il Sunday Guardian rivela come Assad starebbe tentando a tutti i costi di catturare vivo qualche combattente straniero per poterlo ‘offrire’ ai media di tutto il mondo, come prova provata delle interferenze straniere nel paese, confermando indirettamente quello che circola da tempo sui media internazionali.

Oltretutto, secondo l’Onu, ci sarebbero anche molti ragazzini tra le reclute dell’Esercito libero siriano, usati per contrastare l’avanzata dell’artiglieria e dei mezzi corazzati governativi, spiegando così l’altissimo numero di adolescenti uccisi dalle manovre del regime.

La Siria rimane una sorta di ‘buco nero’ in cui le notizie che trapelano vengono costantemente rilette in base allo schieramento ideologico.

Da un lato i ribelli che si presentano come democratici, inclusivi e nazionalisti, mentre dall’altro c’è un regime che sembra sostenuto da una larga parte della popolazione siriana, convinta che ci siano ‘terroristi finanziati da potenze straniere sunnite’.

Negli ultimi 15 mesi, i funzionari israeliani hanno più volte espresso la loro opposizione ad Assad, con mosse diplomatiche tese a far dedurre l’esistenza di armi non convenzionali in Siria. Ma nello stesso tempo le autorità di Tel Aviv non hanno mai rilasciato delle dichiarazioni a sostegno dei ribelli che non fossero vaghe.  

A cambiare la cornice geopolitica, il recente sequestro di armi israeliane da parte delle forze di sicurezza siriane che confermerebbe le speculazioni sul fatto che Tel Aviv stia sostenendo attivamente la violenza nel paese. 

Nello stesso tempo, chi ci dice che non potrebbe trattarsi di una contropartita alle Alture del Golan in caso di una vittoria dei ribelli sul regime?

di Nino Orto

 

Lettera di un minatore delle Asturie

Posted in Politica, Società with tags , , , on luglio 13, 2012 by Maria Rubini

Ho lavorato 25 anni in miniera, sono sceso in una buca per la prima volta  quando  avevo 18 anni e devo dire che mi stupiscono molto i commenti letti sul pensionamento anticipato, sia per noi che per altri. Vi do il mio parere per provare a chiarire i dubbi che si possono avere su questo argomento.

1 º La lotta che stanno affrontando i colleghi in questi momenti, non chiede soldi, ma chiede di rispettare l’accordo firmato lo scorso anno tra il Ministero dell’Industria e il Sindacato dei minatori, la firma di questo accordo prevedeva aiuti assegnati al settore fino all’anno 2018.

Questo denaro è stato concesso dalla Comunità Europea e non dal governo spagnolo, con questo voglio dire di non c’è stato nessun aiuto spagnolo per questo accordo, come pensa tanta gente che ci critica.

In quanto a questo denaro, io mi chiedo, come la maggior parte delle famiglie dei minatori, dove è andato a finire il Fondo Minatori che avrebbe dovuto essere destinato alla creazione di industrie alternative a quella del carbone nel settore minerario, dopo la chiusura delle miniere.
Beh, come in molti altri settori il denaro è stato manipolato da politici e sindacati. Con parte di questi soldi, potrei dire, per esempio, il signor Gabino de Lorenzo (ex-sindaco di Oviedo) ha pagato i lampioni della città, il nuovo Palazzo delle Esposizioni e del Congresso e molte altre opere. L’ex sindaco di Gijón (la Sig.ra Felgeroso) li ha investiti nell’Università tecnica e, come l’altro sindaco, anche in altre opere.

Nella valle del Turon, che è dove vivo io, ci sono stati più di 600 morti in miniera dal 1889 fino al 2006, (solo quelli conosciuti, perché durante la guerra civile si bruciarono i vecchi archivi) quando le hanno chiuse, hanno fatto un complesso sportivo che quando fu aperto, non aveva nemmeno i servizi igienici e così diventò solo un posto per passeggiate a piedi o poco più. Tutto il nostro ambiente è pieno di discariche, che si stanno lentamente cercando di recuperare. Pero, di reindustrializzazione, quella che veramente crea posti di lavoro stabili per consentire di continuare a vivere in valle, non se ne parla.

2 º Vedo con stupore che a molta gente sembra sbagliato questo aiuto, e non vorrei scrivere questo, ma per gli aiuti dati ad altri settori, come l’allevamento, l’agricoltura, la pesca e molti altri che non sto a elencare, io personalmente sono contento e preferisco che l’aiuto sia per i lavoratori piuttosto che per le salsicce che ci rubano ogni giorno.

3 º Dopo la fine della guerra civile in questo paese,  sembra che non sono molti quelli che sanno che  i minatori spagnoli lavorarono un’ora gratis ogni giorno per un tempo molto lungo, solo per ricostruire quello che Franco aveva distrutto, quando nelle nostre case non avevamo niente da mangiare.

4 ° Nel   1962  i minatori cominciarono uno  sciopero che si estese in tutta  la  Spagna,  quando si conquistarono molti dei diritti che tutti gli spagnoli stanno ancora godendo anche se oggi stanno cercando di toglierceli. In questo sciopero, ci sono stati molti scontri, arresti, fame e esilio verso altre province della Spagna con gente che dovette lasciare le loro famiglie e ha cominciato a tornare solo nel 1980.

5 ° Sul prepensionamento, non è vero che i minatori vadano in pensione a 40 anni e sento parlare di soldi, come se avessimo vinto al lotto, ma la realtà è un’altra, perché nel calcolo del pre-pensionamento è inclusa una parte di retribuzione costituita dagli straordinari pagati secondo quanto previsto per la categoria in cui si è inquadrati, e questo funziona come in qualsiasi altra categoria, ad esempio : un picador e un assistente che gli prepara le punte non prendono lo stesso salario.  Voglio dire con questo che ogni due anni, per la pericolosità del nostro lavoro, ci viene riconosciuto dalla sicurezza sociale un altro anno, per esempio io lavoro da 25 anni ma ho maturato 37 anni e mezzo per la pensione: qualcuno di voi può credere che mi pagheranno tutto quello che è previsto e che ho versato alla Sicurezza Sociale?

6 ° Il carbone importato secondo voi è più conveniente di quello nostro, io non ci credo, ma supponiamo che sia vero, volete che anche noi siamo schiavizzati, come in quei paesi da cui importiamo il carbone? Io non voglio che nessun lavoratore del mondo lo sia. Quello che sto per scrivere è vero, ho lavorato con colleghi cechi e polacchi, quando sono arrivati nelle Asturie e quando cominciarono a comprare nei negozi, non riuscivano a credere che potevano comprare tutto quello che volevano perché nei loro paesi non potevano. Il primo Natale che passarono con noi tenevano un torrone per ogni mano e quando abbiamo chiesto perché, ci hanno detto che nel loro paese non potevano permettersi di comprare niente perché i loro salari bastavano appena per mangiare male. Con questo voglio dire che se noi non difendiamo i nostri diritti, faremo la stessa fine.

7 ° Poi voglio dire dei posti di blocco e rispondere a tutti quelli che protestano che i minatori stiano impedendo di andare al lavoro o a scuola e dicono che quando hanno problemi nella loro azienda, loro non vanno a “infastidire” gli altri nei loro posti di lavoro. Devo dire che, se qualche collega ci ha chiesto aiuto per altri settori per difendere i loro posti di lavoro, noi ci siamo fermati 24 ore, appoggiandoli qui e fuori di qui. Quando fecero sciopero i minatori inglesi, smettemmo di lavorare e facemmo una colletta per mandare loro i soldi per sfamare le famiglie. Chi può mettere in dubbio il nostro appoggio per tutti i settori che ne avranno bisogno?

Ma ora sembra che costi lavoro perfino chiedere aiuto. Appoggiarci uno con l’altro è essenziale, ma quello che stiamo facendo è l’esatto contrario e così quelli che ci stanno sopra vinceranno sempre facile.

Se tutti i lavoratori spagnoli fossero uniti come i minatori, i governanti di questo paese ci penserebbero parecchio prima di fare i tagli come stanno facendo, ve lo posso assicurare. Riflettete su chi è andato al lavoro o a scuola, con i licenziamenti legali di oggi e con i tagli alla scuola di oggi, quelli che vi creano problemi seri sono i nostri politici.
Vorrei anche dire a chi pensa che dovremmo andare a protestare a Madrid davanti al Ministero e lasciare “gli altri in pace”: sì, noi ci siamo andati al Ministero, ma la censura su tutti i media non ha permesso che si sapesse e nessuno ha saputo niente perchè la stampa non è trasparente e le notizie vengono filtrate.

Credo fermamente che un dipendente che difende i suoi diritti non sia un terrorista come ci chiamano ora, perché lottiamo per il bene delle nostre famiglie. Invito tutti ad uscire dalle case per difendere quello che gli appartiene.  Restando chiusi in casa, state permettendo che piano piano riescano a farvi fare una vita da fame. Vogliono che i nostri e i vostri figli siano analfabeti come noi, che abbiamo visto le mura della scuola più da fuori che da dentro, un popolo di analfabeti è più facile da dominare.

Tenervi informati, confrontare ciò che si vede in TV, ora avete Internet, si può restare continuamente collegati alla rete, organizzatevi voi stessi, come volete, pacificamente oppure fate le barricate, ma organizzatevi! Cercate obiettivi da raggiungere in poco tempo, il governo sta andando troppo veloce perché ha il vento a favore e voi lo sapete.
Bisogna cancellare la parola “paura” e la frase “tutto quello che serve” deve entrare nelle vostre menti e farvi prendere il controllo del vostro futuro.

Se qualcuno non capisce qualcosa di quello che ho scritto o ha qualche domanda specifica, se posso, risponderò con piacere.

Molte grazie a tutti coloro che ci sostengono da altre province e da altri paesi.

Un saluto.

Juan José Fernández

Fonte: http://www.tercerainformacion.es
Link: http://www.tercerainformacion.es/spip.php?article38448
16.06.2012

Tradotto per http://www.ComeDonChisciotte.org da ERNESTO CELESTINI

Roubini: nel 2013 “tempesta globale perfetta” e banchieri avidi “impiccati nelle strade”

Posted in diciamocelochiaro, Politica, Società with tags , , , , , , , on luglio 10, 2012 by Maria Rubini

Banchieri avidi. Lo sono sempre stati. Nulla cambierà a meno di sanzioni legali. Il problema spread continuerà a intensificarsi. Necessaria una monetizzazione illimitata e non sterilizzata da parte della Banca centrale europea. Purtroppo impossibile.

Ecco che il 2013 sarà un altro anno difficile, con la possibilità che si abbatta una “tempesta perfetta globale”: crollo dell’Eurozona, nuova recessione negli Stati Uniti, guerre in Medio Oriente, pesante crollo della crescita in Cina e nei grandi mercati emergenti.

Questa la visione pessimista del noto professore di economia Nouriel Roubini. Dr. Doom è tornato.
“Nulla è cambiato dalla crisi finanziaria. Gli incentivi per le banche sono per agire in modo truffaldino – fare cose che sono o illegali o immorali. L’unico modo per evitare questo è rompere questo grande supermercato finanziaro. Non ci sono muraglie cinesi e massicci conflitti di interesse”.

I banchieri

“I banchieri sono avidi – lo sono stati per 1000 anni”.

Sulle sanzioni

“Dovrebbero esserci sanzioni penali. Nessuno è andato in prigione sin dalla crisi finanziaria globale. Le banche fanno cose che sono illegali e nel migliore dei casi vengono schiaffeggiate con una multa. Se alcune persone finiscono in carcere, forse sarà una lezione per qualcuno – o qualcuno verrà impiccato per le strade”.
Banche troppo grandi per fallire

“Ci sono più conflitti di interesse oggi di quattro anni fa. Le banche erano già troppo grandi per fallire, ora sono ancora più grandi. Le cose vanno peggio – non migliorano”.

Sul Summit Ue

“Il vertice è stato un fallimento. I mercati si aspettavano molto di più. O si ha una qualche sorta di debito comune (per ridurre lo spread), o si ha una monetizzazione del debito da parte della BCE, o il bazooka dei fondi EFSF / ESM deve essere quadruplicato – altrimenti gli spread su Italia e Spagna salterebbero in aria giorno dopo giorno. In caso contrario si avrà un’altra crisi più grande non in sei mesi da oggi, ma nelle prossime due settimane”.

Sulla Bce che salva il mondo

“Il solo ente capace di fermare questo è la BCE, che ha bisogno di fare una vera e propria monetizzazione non sterilizzata in quantità illimitata, che è politicamente scorretto da dire e costituzionalmente illegale da fare”.
Sul debito in comune

“Non è solo la Germania a dimostrarsi un paese forte, ma anche altri principali tra cui i Paesi Bassi, Austria e Finlandia. La Finlandia non vuole nemmeno accettare la mutualizzazione indiretta delle passività (fondi EFSF / ESM)”.

Trascinarsi i problemi

“Entro il 2013 la capacità dei politici di rimandare le soluzioni ai problemi diminuirà, e nella zona euro il treno non deraglierà più a rilento, ma a grande velocità. Gli Stati Uniti sembrano vicini a una fase intermedia tra stallo della crescita e recessione economica. La Cina sembra prossima a quanto definito un atterraggio duro, mentre i grandi emergenti (BRIC: Brasile, Russia, India e Cina) registrano un forte calo della crescita. E infine c’è il pericolo di una possibile guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran – che raddoppierebbe il prezzo del petrolio nel giro di una sola notte”.

Il 2013 sarà peggio del 2008


“Peggio perché come nel 2008 ci sarà una crisi economica e finanziaria, ma a differenza del 2008 si è a corto di contromisure. Nel 2008 si potevano tagliare i tassi di interesse, fare QE1, QE2, varie misure di stimolo fiscale, e tanto altro. Oggi i QE stanno diventando sempre meno efficaci perché il problema è di solvibilità, non di liquidità. I disavanzi di bilancio sono già troppo grandi e non è possibile salvare le banche, perché 1) c’è una forte opposizione politica, e 2) i governi sono prossimi a essere insolventi – non possono salvarsi da soli, figuriamoci salvare le banche. Il problema è che siamo a corto di conigli da tirare fuori dal cappell0”.

da Wall Street Italia