Dalla Siria all’Iran, passando per l’Iraq. E per il suo petrolio

 Sentire l’emiro del Qatar o il re saudita parlare di diritti umani lascia quantomeno perplessi, vista la situazione nei due paesi del Golfo. E non si tratta solo di questioni di genere, quanto piuttosto di un esercito di schiavi imprigionati in suntuose dimore o impegnati a costruire castelli di ghiaccio in mezzo al deserto.

Anche vedere gli Stati Uniti sostenere sommessi le posizioni dei falchi della penisola araba suscita più di un interrogativo.

Robert Fisk ricorda a ragione che ben 15 dei 19 terroristi dell’11 settembre 2001 provenivano dall’Arabia Saudita, anche se a essere bombardato fu il martoriato Afghanistan.

Difficile dimenticare che l’Arabia Saudita continua a decimare la propria minoranza sciita, quella del Bahrein e indirettamente anche quella siriana. Con il benestare di tutta la comunità internazionale.

“E davvero crediamo che l’Arabia Saudita possa volere una democrazia per la Siria?”, incalza ancora Fisk.

Impossibile dargli torto, salvo poi aggiungere che la lista dei paesi a cui non importa nulla delle legittime rivendicazioni dell’ennesimo popolo che soffre è davvero lunga. E persino un paese che vive ai margini della politica internazione come il nostro è in qualche modo complice di una guerra (per il petrolio) neanche troppo camuffata.

E’ qui che per Fisk entra in gioco il fattore I, la crociata contro l’atomica iraniana.

“Il tentativo di rovesciare la dittatura di Damasco non è dettato dall’amore per siriani o dall’odio per l’ex amico Bashar al Assad, e tanto meno dalla nostra indignazione verso la Russia”.

“No, il nostro è un desiderio di schiacciare la Repubblica islamica ei suoi piani nucleari infernali – se esistono – e non ha nulla a che fare con i diritti umani o il diritto alla vita o alla morte dei bambini siriani”.

Ma l’Iran da solo non basta. C’è un altro paese nel cuore dell’antica Mesopotamia che la scorsa settimana ha subito in un solo giorno 29 attentati in 19 città, uccidendo 111 civili e ferendone altri 235. Si chiama Iraq.

Per Fisk si tratta dell’ennesima ipocrisia occidentale, laddove le vittime irachene non meritano che un trafiletto per non smentire la teoria del paese “liberato e democratico”.

Ma di Iraq si dovrebbe parlare anche per altri motivi.

In primis per quello che naturalmente rischia di accadere (ed è già accaduto) nel caso in cui il conflitto siriano dovesse trasferirsi sulla terra bagnata – anche se per poco ancora – dal Tigri e dall’Eufrate.

Che tradotto significa un rovesciamento dei rapporti di forza e relativa guerra a sfondo confessionale (sebbene sia preferibile usare il termine civile, ma il tema verrà approfondito in seguito).

Prima però di quello che potrebbe succedere, c’è quello che è già successo. Sono più di dieci anni che le parti che si stanno sfidando a suon di stragi in Siria lavorano nell’ombra per ridisegnare gli equilibri mediorientali. Sulla pelle degli iracheni, per esempio.   

“Il governo a guida sciita è finito nel mirino degli stessi estremisti sunniti che combattono in Siria, molti dei quali sono legati ad al Qaeda”, afferma Izzat al-Shahbandar, un anziano membro del Parlamento di Baghdad e stretto collaboratore del primo ministro iracheno Nouri al-Maliki.

Lo scrive il Washington Post, ricordando che il presunto leader dell’organizzazione terroristica – Abu Baker al Baghdadi – avrebbe esortato le tribù sunnite irachene al confine con la Siria ad aderire al jihad (guerra santa) contro il governo “infedele” guidato da Maliki.

I media non sembrano avere dubbi: “E’ stata al Qaeda e l’Iraq rischia di essere travolto dal ciclone siriano”. Ma come si possono liquidare 29 esplosioni quasi simultanee in 19 diverse città di un paese?

La questione è un’altra: l’Iraq non hai mai smesso di essere terreno di battaglia, in una guerra neanche troppo silenziosa che si combatte ogni giorno.

Basti pensare alla ‘geopolitica’ degli attentati. Perché gli uomini del defunto Osama Bin Laden avrebbero mire su Kirkuk, una delle città (petrolifere) più colpite dalla scia di sangue degli scorsi giorni? Qui giacciono infatti la maggior parte delle 111 vittime di quel terribile giorno.

“C’è mai stata una guerra in Medio Oriente carica di tanta ipocrisia?”. Se lo chiede Robert Fisk sull’Independent, spiegando che “il vero obiettivo dell’Occidente non è il brutale regime di Assad, quanto il suo alleato iraniano e le sue testate nucleari”. Ma forse c’entra anche l’Iraq e il prezzo del petrolio. (Prima parte)

 di Francesca Manfroni

3 Risposte to “Dalla Siria all’Iran, passando per l’Iraq. E per il suo petrolio”

  1. edinburg tx foreclosures…

    Dalla Siria all’Iran, passando per l’Iraq. E per il suo petrolio « maria rubini…

  2. Che piaccia o no il regime Iraniano deve essere abbattuto.

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