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Orazione funebre di Karl Marx pronunciata da Engels al cimitero di Highgate

Posted in Comunismo, Politica with tags , , , on marzo 14, 2016 by Maria Rubini

ll 14 marzo, alle due e quarantacinque pomeridiane, ha cessato di pensare la più grande mente dell’epoca nostra. L’avevamo lasciato solo da appenmarxa due minuti e al nostro ritorno l’abbiamo trovato tranquillamente addormentato nella sua poltrona, ma addormentato per sempre.

Non è possibile misurare la gravità della perdita che questa morte rappresenta per il proletariato militante d’Europa e d’America, nonché per la scienzastorica. Non si tarderà a sentire il vuoto lasciato dalla scomparsa di questo titano.

Così come Darwin ha scoperto la legge dello sviluppo della natura organica, Marx ha scoperto la legge dello sviluppo della storia umana cioè il fatto elementare, sinora nascosto sotto l’orpello ideologico, che gli uomini devono innanzi tutto mangiare, bere, avere un tetto e vestirsi, prima di occuparsi di politica, di scienza, d’arte, di religione, ecc.; e che, per conseguenza, la produzione dei mezzi materiali immediati di esistenza e, con essa, il grado di sviluppo economico di un popolo e di un’epoca in ogni momento determinato costituiscono la base dalla quale si sviluppano le istituzioni statali, le concezioni giuridiche, l’arte e anche le idee religiose degli uomini, e partendo dalla quale esse devono venir spiegate, e non inversamente, come si era fatto finora.

Ma non è tutto. Marx ha anche scoperto la legge peculiare dello sviluppo del moderno modo di produzione capitalistico e della società borghese da esso generata. La scoperta del plusvalore ha subitamente gettato un fascio di luce nell’oscurità in cui brancolavano prima, in tutte le loro ricerche, tanto gli economisti classici che i critici socialisti.

Due scoperte simili sarebbero più che sufficienti a riempire una vita. Fortunato chi avesse avuto la sorte di farne anche una sola. Ma in ognuno dei campi in cui ha svolto le sue ricerche — e questi campi furono molti e nessuno fu toccato da lui in modo superficiale — in ognuno di questi campi, compreso quello delle matematiche, egli ha fatto delle scoperte originali.

Tale era lo scienziato. Ma lo scienziato non era neppure la metà di Marx. Per lui la scienza era una forza motrice della storia, una forza rivoluzionaria. Per quanto grande fosse la gioia che gli dava ogni scoperta in una qualunque disciplina teorica, e di cui non si vedeva forse ancora l’applicazione pratica, una gioia ben diversa gli dava ogni innovazione che determinasse un cambiamento rivoluzionario immediato nell’industria e, in generale, nello sviluppo storico. Così egli seguiva in tutti i particolari le scoperte nel campo dell’elettricità e, ancora in questi ultimi tempi, quelle di Marcel Deprez.

Perché Marx era prima di tutto un rivoluzionario. Contribuire in un modo o nell’altro all’abbattimento della società capitalistica e delle istituzioni statali che essa ha creato, contribuire all’emancipazione del proletariato moderno al quale egli, per primo, aveva dato la coscienza delle condizioni della propria situazione e dei propri bisogni, la coscienza delle condizioni della propria liberazione : questa era la sua reale vocazione. La lotta era il suo elemento. Ed ha combattuto con una passione, con una tenacia e con un successo come pochi hanno combattuto. La prima “Rheinische Zeitung ” nel 1842, il “Vorwàrts ! ” di Parigi nel 1844, la “Deutsche Brùsseler Zeitung ” nel 1847, la “Neue Rheinische Zeitung ” nel 1848-49, la “New York Tribune ” dal 1852 al 1861 e, inoltre, i numerosi opuscoli di propaganda, il lavoro a Parigi, a Bruxelles, a Londra, il tutto coronato dalla grande Associazione internazionale degli operai, ecco un altro risultato di cui colui che lo ha raggiunto potrebbe esser fiero anche se non avesse fatto nient’altro.

Marx era perciò l’uomo più odiato e calunniato del suo tempo. I governi, assoluti e repubblicani, lo espulsero, i borghesi, conservatori e democratici radicali, lo coprirono a gara di calunnie. Egli sdegnò tutte queste miserie, non prestò loro nessuna attenzione, e non rispose se non in caso di estrema necessità. E’ morto venerato, amato, rimpianto da milioni di compagni di lavoro rivoluzionari in Europa e in America, dalle miniere siberiane sino alla California. E posso aggiungere, senza timore: poteva avere molti avversari, ma nessun nemico personale.

« Il suo nome vivrà nei secoli, e così la sua opera! »

Battaglia d’Idee. Lo studio del Marxismo visto dal Che

Posted in America Latina, Comunismo with tags , , , on novembre 19, 2009 by Maria Rubini

La situazione attuale che vive (o sopravvive?) l’Umanità, costretta tra la crisi economica globale provocata dagli Stati Uniti, il problema ambientale ed il cambio climatico, le epidemie e le malattie che sfidano i passi avanti della scienza e le guerre d’aggressione in pieno sviluppo, ha generato un’atmosfera di crisi, di decrescita e confusione, che si sta inclinando in forma graduale ma sostenuta, per milioni di persone nel mondo, alla ricerca di grandi filosofi che possano aiutare ad intendere e a cercare un’uscita da questo pericoloso intreccio.

Le informazioni che giungono dal mondo editoriale menzionano l’auge delle vendite d’opere filosofiche che, sino a poco tempo fa, non sembravano suscitare molto interesse ed oggi, sorprendentemente, si avvicinano ad alcuni classici e alla lista dei tanto richiesti romanzi, detti best-seller.

Karl Marx occupa un posto importante tra i pensatori più reclamati per questi studi, investigazioni, analisti o semplici lettori che cercano risposte – non ricette – ai più grandi problemi del XXI secolo e non possono tralasciare come riferimento indispensabile l’opera del “Prometeo di Treviri”, assieme al suo inseparabile e generoso compagno Federico Engels.

Marx fu, senza dubbio, la punta più alta del pensiero europeo del XIX secolo.

Nelle sue idee filosofiche e la sua teoria economica  percorse gli oscuri, già da allora, e impervi sentieri del capitalismo e mostrò che la necessità non era solo interpretare il mondo esistente, ma trasformarlo dalle fondamenta, lasciandoci il legato delle idee essenziali.

Pensavo a tutto questo mentre rileggevo la lettera che Ernesto Che Guevara m’inviò in un data tanto lontana come il 4 dicembre del 1965, dalla Tanzania, dov’era giunto dopo la campagna in Congo e dove trascorse quello che chiamò “questo lungo periodo di vacanza”.

Per quella tappa, il Che si auto-preparò un piano di studi che seguì con il rigore  che lo caratterizzava e che, come scrisse nella lettera “può essere studiato e migliorato molto, per costruire la base d’una vera scuola di pensiero.” Aggiungeva: “Abbiamo già fatto molto, ma un giorno dovremo anche pensare.”

Sapendo che io ero appena entrato a fare parte della segreteria nell’organizzazione del Partito,  espose così “alcune ideuzze sulla cultura della nostra avanguardia e del nostro popolo in generale, e per questo ho messo il naso nella filosofia, cosa che pensavo di fare da molto tempo”.

La cultura ed il talento enormi del Che gli permisero di giungere all’ elaborazione di un piano – il mio piano, scrisse– strutturato in otto capitoli o temi e nella sua lettera li dettagliava.

Erano: i classici filosofici; i grandi dialettici e materialisti; i filosofi moderni; i classici dell’economia ed i precursori; Marx e il pensiero marxista; la costruzione socialista; eterodossi e capitalisti, e un ultimo capitolo che chiamò “Polemiche”,  lo caratterizzò come “ il più polemico, ma il pensiero marxista avanzò così”.

Nel punto più caldo della costruzione socialista, il Che suggeriva d’includere “ libri che trattano problemi concreti non solo degli attuali governanti, ma anche del passato, facendo controlli seri sull’apporto dei filosofi, e soprattutto degli economisti e statisti”.

L’importanza del compito gli era ben chiara e la rifletteva in questa frase commovente: “È un lavoro gigantesco, ma Cuba lo merita, e credo che lo si possa tentare”.

La ben meritata fama del Guerrigliero Eroico quale impetuoso uomo d’azione non ha mai nascosto la profondità del suo pensiero ed i suoi contributi senza precedenti al complesso reticolato delle idee rivoluzionarie, nell’affanno di realizzare su questa base, soluzioni e passi avanti.

Per questo fu un infaticabile studioso e creatore anche nelle più difficili circostanze e sostenitore del concetto leninista che non c’è rivoluzione senza la teoria della rivoluzione.

Cuba e il mondo sono cambiati da quando fu scritta questa lettera, ma i suoi propositi fondamentali non sono variati nella necessità di cercare risposte certe ed opportune, oggi più che mai, per coloro che lottano per la trasformazione della vecchia società di sfruttamento e per far sì che dal suo seno sorga una nuova società, capace di conciliare la giustizia sociale ed il benessere materiale, con la morale di un Uomo Nuovo.

Per tutto questo il Che studiava il marxismo, e non per un semplice desiderio d’accumulare conoscenze accademiche.

Era convinto che, come aveva detto Lenin, la dottrina di Marx era molto poderosa, perchè è vera, ma che è necessario studiarla seriamente e profondamente per realizzare con successo la sua applicazione concreta alle necessità concrete.

Penso che per questo che sia opportuno fare riferimento a questa lettera ed al suo contenuto che esprime una visione del Che sull’insegnamento del marxismo – che ci trasmette con la sua abituale acutezza e sapienza – che è una sfida ancora da vincere.

Armando Hart Dávalos

Il cammino dei sentieri perduti

Posted in Comunismo, Politica with tags , , , on luglio 28, 2009 by Maria Rubini

Riprendere la strada oggi potrebbe significare riscoprire sentieri trascurati dalla sinistra ufficiale perché ritenuti eterodossi o troppo utopistici: parlo di un comunismo “arcaico” e primigenio, quello della mutualità, dell’autogestione, dell’economia dello scambio, dell’educazione libertaria…

Il silenzio che inghiotte ogni sasso lanciato nello stagno in questa surreale estate ha il tanfo di una mefitica palude. In Italia succede di tutto, ma nulla cambia.
E anche nel resto del mondo non va molto meglio. Perché si annuncia la pandemia un giorno come l’apocalisse e il giorno dopo come una normale influenza?
Per quali motivi, con quali scopi?
Il rischio è che una folla spersonalizzata e anonima segua ciecamente le note di un’irresistibile musica suonata da diabolici pifferai che la condurranno, come nell’antica fiaba, a precipitare nell’abisso del nulla.

Il nulla inteso come definitiva rassegnazione a un mondo costruito sul dominio oligarchico di alcuni centri di potere, decisi a restringere sempre di più persino la sfera di quei diritti che si credevano definitivamente conquistati nel Novecento.
Un mondo di persone rassegnate a non poter influire sull’andamento delle cose, o quantomeno a illudersi soltanto di farlo.

Personalmente non credo che questo sonno della ragione possa durare per sempre, altre volte nella storia il corso degli eventi ha cambiato direzione quasi da un giorno all’altro.
Tuttavia il potere ha molti mezzi a disposizione per intorbidare le acque. Tenere incollate le persone a un continuum spettacolare che ottenebra le menti, mischiando fiction e vita, è un gioco da ragazzi. Ma esistono anche mezzi più facili da diffondere in un attimo, come la paura. Paura del terrorismo. Paura della crisi economica. Paura dell’immigrazione. Paura delle epidemie.

Chi ha paura non esce di casa. Non viaggia. Non stringe relazioni. Non stringe mani. Non frequenta luoghi affollati. Insomma, non agisce, non protesta, non rivendica diritti, non sogna libertà.
Di fronte a questi attacchi globali la cui natura sfugge ad analisi ormai logore, le vecchie sinistre (quel che ne rimane) sembrano sbigottite, incapaci di risposta, legate a schemi che non funzionano più.
La parzialità della loro visione che ha sempre rimosso le proprie “eresie”, rinunciando alla ricchezza plurale e articolata delle differenze, da tempo si rivela inadeguata al compito di fronteggiare le nuove forme del dominio.

Riprendere la strada oggi potrebbe significare riscoprire sentieri trascurati dalla sinistra ufficiale perché ritenuti eterodossi o troppo utopistici: parlo di un comunismo “arcaico” e primigenio, quello della mutualità, dell’autogestione, dell’economia dello scambio, dell’educazione libertaria…
Esperimenti mai tentati, se non nella Spagna repubblicana del 1936.

Ipotesi che a ben vedere s’incrociano con le proposte più avanzate di teoriche e teorici del nostro tempo.
Dove trovare le energie per iniziare a percorrere questo cammino dei sentieri perduti? Le donne coscienti di sé, della storia di genere, dei diritti mai veramente ottenuti, le donne che hanno imparato a coltivare una forte libertà interiore e un inesorabile pensiero critico, forse potrebbero.

Focolai di ribellione femminile si sono accesi e si accendono di continuo, in un percorso che ancora non è riuscito a generalizzarsi, ma contiene in sé i germi di una profonda trasformazione, visioni di società radicalmente alternative nei principi, nei metodi, nei contenuti e nella struttura.

Non penso alla separatezza, che sarebbe una sorta di integralismo. Ma a nuovi tipi di alleanza. Nei territori dove più pesantemente la speculazione neoliberista avvelena, inquina, distrugge, rapina e fa di ogni luogo un incubo di cemento, o un deserto senza futuro, sono nati altri e validissimi focolai di resistenza, comitati dove donne e uomini agiscono bene insieme. Con queste nuove realtà di base un cammino comune è possibile e produttivo, fuori dalle logiche miopi e strumentali del passato.

Eppure troppe donne non riescono a uscire dalla prigione di cristallo – non solo un soffitto – del legame con partiti e organizzazioni politiche tradizionali, proprio nell’epoca in cui più evidente e impermeabile si è mostrato l’impianto maschilista di tali realtà.

Dobbiamo pensare che davvero le donne siano condannate all’inesistenza pubblica da una propensione al soccorso “maternale” dei compagni intesi in senso lato, vale a dire da un irrisolto rapporto diseguale fra i sessi che contamina di sé anche le relazioni politiche?
Oppure questo è il tempo in cui si deve scegliere e ci si deve assumere la responsabilità di dare seguito coerente alle teorie che fanno del pensiero femminista, e della sua autonomia, una delle poche strade di salvezza rimaste?

A dispetto del tabù che da tempo ha purtroppo iniziato a circondare persino il vocabolo che designa questo arco di storia delle donne, fra le nuove generazioni.
C’è una sfera ormai deserta nella vita collettiva, quello spazio pubblico non istituzionale e non privato in cui si pongono le basi del dibattito critico e della trasformazione possibile, Hannah Arendt insegna.
Luoghi fisici e mentali di incontro e confronto, di cui rivendicare il diritto d’uso nelle città dove mancano, e da ripopolare nelle città dove esistono.
Luoghi da far vivere concentrandovi iniziative e proposte sul presente e sul futuro della polis, in base a pratiche, desideri ed esperienze.
Luoghi da collegare per rendere forte e visibile una presenza di donne interessate davvero ad agire, contrastando la deriva umana e civile, apparentemente inarrestabile, che ci ammorba il respiro.

Vogliamo seriamente parlarne a partire da settembre?

di Floriana Lipparini

INTERVISTA A ROBERT KURZ DELLA RIVISTA ONLINE PORTOGHESE “SHIFT”, ZION EDIÇÕES

Posted in Comunismo, Politica with tags , , on luglio 27, 2009 by Maria Rubini

Come si inquadra l’attuale crisi finanziaria nel contesto dello sviluppo della crisi strutturale del capitale?

É teoricamente sbagliato parlare di una crisi finanziaria indipendente, la cui «ripercussione» sulla cosiddetta economia reale sarebbe incerta ed eventualmente moderata. Espressa nei termini della teoria di Marx, la crisi finanziaria può essere solo una manifestazione della caduta delle condizioni della valorizzazione reale del capitale. Il sistema finanziario e del credito non é un settore autonomo, ma una componente integrante della riproduzione ampliata del capitale totale. Qui sorge una contraddizione che progressivamente si aggrava. L’espansione del sistema del credito in sé non è nuova, ha già percorso un processo secolare. Ciò riflette un meccanismo descritto da Marx come «aumento della composizione organica del capitale». Con l’aumento della scientificizzazione della produzione, cresce la proporzione di capitale costante (macchine, equipaggiamento tecnologico di controllo, comunicazioni e infrastrutture, etc.) in relazione al capitale variabile (forza di lavoro produttivo di valore). Corrispondentemente, crescono i costi preliminari per poter applicare in forma redditizia la forza lavoro, l’unica fonte di plusvalore. I costi preliminari crescenti esigono un anticipo del plusvalore futuro nella forma del credito per mantenere in corso l’attuale produzione di plusvalore, sempre più differito nel futuro.
Ciò crea una tensione crescente nella connessione interna tra credito e valorizzazione reale. Nel passato, questa contraddizione poté essere compensata grazie all’effetto sociale collaterale della scientificizzazione. L’aumento della produttività deprezza gli alimenti e, dunque, riduce anche il valore della forza lavoro, in modo che i costi della sua riproduzione si abbassano. Lo stesso meccanismo che comporta che la proporzione del capitale variabile (forza lavoro) nella composizione organica del capitale sia relativamente minore comporta anche che la forza lavoro abbia a produrre meno valore per la propria conservazione. Aumenta la proporzione di plusvalore nel totale del valore reale creato, ciò che Marx designa come produzione di «plusvalore relativo». Ma ciò si applica solo a ogni forza lavoro individuale produttiva dal punto di vista capitalistico. Il presupposto perché si abbia un effetto compensatorio in termini di valorizzazione sociale è, dunque, che parallelamente si espanda il capitale reale totale e, così, cresca in termini assoluti il numero dei lavoratori utilizzabili in condizioni produttive dal punto di vista capitalistico – malgrado il minor peso relativo del capitale variabile nella composizione di un certo capitale monetario avanzato. Inoltre, solo sotto questa condizione l’anticipo di plusvalore futuro, sempre più differito nel futuro per mezzo dell’espansione del credito, può essere rimborsato, perlomeno nella misura in cui la connessione tra credito e valorizzazione reale non è completamente rotta. Fintanto che questa connessione in qualche modo funzionava, anche la contraddizione si esprimeva soltanto relativamente, con la famosa caduta tendenziale del saggio di profitto. Il saggio di profitto medio si riferisce a un capitale monetario di qualsiasi ordine di grandezza. Questo saggio va cadendo in un processo secolare, a causa della crescente quota dei costi preliminari del capitale costante, il quale non produce qualche nuovo valore ma trasferisce solamente valore già creato. Ma se la massa sociale totale del capitale monetario avanzata nell’applicazione produttiva del valore cresce sufficientemente, può, malgrado la diminuzione del saggio di profitto per capitale monetario applicato, continuare contemporaneamente a salire la massa di plusvalore reale assoluto e la massa di profitto del capitale totale. Marx analizzò questa connessione, nella quale il risultato storico rimane aperto, nel Primo Volume (produzione di plusvalore relativo) e nel Terzo Volume (tendenza alla caduta del saggio di profitto) de Il Capitale. A un livello elementare di «sostanza del valore» come «sostanza del lavoro», Marx, d’altra parte, parla nei Grundrisse del fatto che la concorrenza, costringendo all’aumento permanente della produttività, deve portare finalmente a una riduzione assoluta della forza del lavoro produttivo di valore e, così, a un limite storico assoluto della valorizzazione. Su questo aspetto, tuttavia, la teoria di Marx è rimasta da sviluppare.
La fase fordista è stata l’epoca alta del plusvalore relativo, con l’espansione. contemporanea del capitale reale totale. Il continuo anticipo del credito sembrava realizzabile. La teoria di un limite interno assoluto della valorizzazione era considerata superata, anche a sinistra. La contraddizione tra il sistema del credito e la produzione di plusvalore reale raggiunge però un punto culminante nel contesto della Terza Rivoluzione Industriale, quella della microelettronica, assumendo una nuova qualità. L’espansione del capitale reale raggiunge i suoi limiti storici poiché, contemporaneamente, con la nuova qualità della scientificizzazione, la «sostanza lavoro» produttiva di valore si scoglie in una scala senza precedenti. L’aumento del plusvalore relativo per singola forza lavoro comincia a perdere il suo carattere di meccanismo storico di compensazione. Ciò trasforma la solamente relativa caduta tendenziale del saggio di profitto per capitale monetario applicato, in caduta assoluta della massa di plusvalore sociale reale e, dunque, della massa di profitto. La connessione tra il differimento dell’ampiamente anticipato plusvalore futuro nella forma del credito e la produzione del plusvalore reale è irreversibilmente squarciata. Ciò che si manifesta come una devastante crisi finanziaria è soltanto la manifestazione empirica della contraddizione maturata nel livello empiricamente intangibile delle relazioni reali del valore.
Siamo dunque di fronte a una «rottura strutturale» di ordine superiore. Se fino ad ora si è parlato di una «crisi strutturale» del capitale, per esempio nel contesto della «teoria delle onde lunghe», era solamente in relazione alla «transizione» per un nuovo «modello di accumulazione». La crisi dovrebbe cioè avere solo una funzione di «pulizia», al fine di aprire il cammino al successivo impeto storico della valorizzazione su una nuova base tecnologica. Questo è stato il famoso concetto dell’economista Joseph Schumpeter della potenza del capitale come «distruzione creativa». Ma la fine dell’era fordista non ha portato a qualche rottura strutturale «creativa», nel senso di un nuovo «modello di accumulazione». La tanto invocata transizione per il cosiddetto «postfordismo» non era che una formula vuota. Ciò che in realtà è accaduto non è stato altro che la transizione verso la famigerata «economia delle bolle finanziarie» in cui il sistema del credito è stato gonfiato molto al di là della capacità decrescente della produzione reale del valore, in una maniera storicamente senza precedenti.
Qui è sorta, a causa di una percezione positivista, che non riesce a riconoscere la connessione interna delle relazioni del valore, l’illusione ottica di un «modello di accumulazione» di fatto nuovo. Da un lato, il «postfordismo» consisterebbe nella delocalizzazione della produzione industriale di plusvalore verso la periferia, verso i cosiddetti paesi emergenti (più recentemente, nella forma del presunto «miracolo di crescita» asiatico). In realtà, il punto di partenza e la forza motrice di questa delocalizzazione non è consistita in ricette monetarie di creazione di valore, ma nel «capitale fittizio» delle bolle finanziarie senza sostanza, già da tempo slegate dall’applicazione produttiva della forza lavoro umana. Da questa forma si è messa in movimento una congiuntura globale del deficit, ora sul punto di una brusca caduta. Dall’altro lato, il «postfordismo» creerebbe nei centri capitalistici una cosiddetta «società dei servizi», immaginata come nuovo campo indipendente della valorizzazione. In realtà si è trattato in gran parte di settori improduttivi dal punto di vista capitalistico, come la «prestazione di servizi personali» privata, che non hanno il loro punto di partenza e il loro sostegno nella creazione reale di valore e nei rendimenti da qui ottenuti, ma nel rigonfiamento del «capitale fittizio» e nella mera simulazione dei processi di valorizzazione. Così, la pretesa transizione verso un’«economia dei servizi», non si è realizzata come espansione delle infrastrutture statali, per esempio nella salute e nell’educazione, che già negli anni ‘70 è stata un fallimento, ma, piuttosto, nella forma della prestazione precarizzata dei servizi in piccole imprese private dai bassi salari, e nella forma di «falso lavoro autonomo», ora entrambe minacciate di estinzione.
Su questo è necessaria ancora un’osservazione relativamente all’evoluzione teorica nella sinistra. L’ideologia postmoderna della «virtualizzazione» ha portato a un adattamento della critica sociale di sinistra al capitalismo di crisi e simulativo. Si è cominciato sempre di più a parlare di una crescita appena «finanziariamente indotta», alla quale si pretendeva adattarcisi «simbolicamente». Le categorie basilari della critica dell’economia politica di Marx non solo sono rimaste positivisticamente incomprese, come nel marxismo tradizionale, ma fatte scomparire del tutto. E il problema della potenza della crisi non solo è stato ridotto a una «funzione» di «pulizia», ma anche reinterpretato soggettivamente e semplicisticamente dissolto in «relazioni di volontà politiche». Paradigmatico del caso è il postoperaismo di Antonio Negri. Nella misura in cui vi sono «crisi», queste sono interpretate come reazione «politicamente volontaria» e cosciente, dei capitalisti e delle loro frazioni, alle gloriose «lotte» della cosiddetta moltitudine. Ma se l’attuale dinamica di caduta globale è un atto politico deliberato dell’Impero capitalista, allora lo deve essere più come «reazione» allo spirito di mia nonna che alle «lotte» ormai da molto tempo soltanto simboliche di un capitale variabile demoralizzato, senza potere di intervento reale nei centri capitalistici. Ma, come è spiegato in modo insuperabile nella teoria di Marx, il vero limite della valorizzazione è strettamente obiettivo e si erge «dietro le spalle» degli agenti. L’emancipazione sociale dalla logica capitalista, al contrario, non può in modo alcuno essere «obiettiva»; e perciò essa esige la critica radicale delle categorie fondamentali del capitalismo, le quali sono state «interiorizzate» dall’umanità e ampiamente rimosse dalla sinistra. La sinistra deve ancora digerire l’obiettività negativa della crisi e anche confrontarsi con se stessa e con le sue illusioni postmoderniste .

A Suo avviso, è un buon momento per diffondere una critica radicale del sistema del capitale? Oppure, considerando che le condizioni materiali basilari di milioni di esseri umani sono sempre più degradate, non sarà possibile andare oltre il keynesianismo e la nostalgia dello Stato sociale?


Apparentemente si verifica una delegittimazione generale del capitalismo, perfino nella classe politica e nelle pagine culturali. Il concetto in sé di capitalismo è diventato peggiorativo dal giorno alla notte, come se non fosse sempre stato proclamato «vincitore della storia». Ma questa «svolta» improvvisa e non mediata non può smettere di apparire sospetta e indegna di credito. Nelle ultime decadi il neoliberalismo è penetrato profondamente nella coscienza delle masse in quanto tendenza verso il «radicalismo di mercato», individualizzazione astratta e desolidarizzazione di «atomi sociali» autistici. La relazione individuale diretta con il mercato universale e la concorrenza universale diventano condizioni di vita e non sono più filtrate socialmente. Queste forme di vita in una società disintegrata sono ora colpite con tutta la forza dalla nuova qualità della crisi globale e scosse nei loro fondamenti.
Si tratta in primo luogo di uno schock della funzione legittimatoria. Lo «spirito dominante» della svolta neoliberale si è screditato completamente in modo vergognoso. Fino ad ora, però, il crollo devastatore è stato percepito in modo perfettamente fantasmatico, cioè soltanto come spettacolo nei mercati finanziari e nei media globali. Una notizia catastrofica dietro l’altra, perché la crisi non ha raggiunto ancora la riproduzione «reale» e la vita quotidiana. I primi preannunci sono le perdite drammatiche nelle vendite dell’industria dell’automobile e dei suoi fornitori. Però la dinamica di crisi andrà colpendo successivamente non solo tutti i settori della produzione di merci (industria, mezzi di comunicazione e servizi), ma tutte quelle aree della vita che per decadi sono diventate dipendenti dal rigonfiamento del credito perché non potevano più essere alimentate dalla produzione reale del plusvalore e dalla sua redistribuzione sociale; dall’educazione alla cultura e alla salute, passando per le infrastrutture locali, fino alle cure rivolte agli anziani, etc. I programmi di misure onerose per combattere le alterazioni climatiche o per assicurare la salute, che continuano a essere discussi come se nulla fosse accaduto, non sono altro che spazzatura.
Questa dinamica di «disintegrazione della disintegrazione» non può essere adeguatamente digerita dagli individui sociali atomizzati; e ancor meno al ritmo che essa avanza. Gli esseri umani individualizzati sono in tutti gli aspetti «creature a credito», non ha importanza la misura della coscienza di questo fatto. Lo stesso si applica alla «religione del quotidiano» (Marx) del consumo di merci; il sistema di carte di credito sarà probabilmente il prossimo collasso del settore finanziario. Tutto il discorso futile sugli «eccessi speculativi», che in ultima analisi dovrebbero essere impediti, non può nascondere il fatto che la dipendenza dal «castello di carte mondiali» della sovrastruttura finanziaria autonomizzata sia ben ancorata nella coscienza delle masse, in quanto condizione di vita. Pertanto la delegittimazione superficiale del «capitalismo» ancora non raggiunge la critica radicale del modo di produzione e di vita dominante. Solo le forme del capitale finanziario privato, la banca di investimento, gli hedge funds, etc., sono percepiti come «capitalisti». A misura che crolla l’economia delle bolle finanziarie, prima idolatrata, gli «esseri umani a credito» individualizzati invocano lo Stato per salvare la loro «pelle a credito» e poter continuare a vivere la loro vita capitalistica precarizzata. Il sistema di credito privato esaurito deve essere sostituito dal credito statale, che si vuole immaginare come inesauribile.
Naturalmente questo è un voltafaccia pericoloso. Perché è stata esattamente la credenza nella capacità illimitata del finanziamento statale che il discorso neoliberale dominante nelle ultime decadi ha denunciato come una grande aberrazione. E non è stato solo per ragioni ideologiche. Quando negli anni ‘70 la crescita fordista si esaurì e la connessione tra sistema di credito anticipato e la produzione di plusvalore reale cominciò a rompersi, fu in primo luogo il credito statale ad essere allungato oltre la capacità di creazione di valore sociale, per mantenere la congiuntura in funzionamento attraverso l’anticipazione del futuro. L’indebitamento statale keynesiano senza soluzione costituiva già una bolla finanziaria di tipo proprio. Come risultato, l’inflazione andò sempre più fuori controllo in tutto il mondo. Il neoliberalismo reagì a questo sviluppo, ma senza comprendere la sua causa profonda. Esso immaginava che il problema consisteva solamente in un’espansione eccessivamente forte dell’attività statale e che si poteva rimediare con la deregolazione radicale del mercato. Tuttavia, una volta che, nella realtà, l’aumento della composizione organica del capitale cominciò a trasformarsi in una caduta storica della massa di plusvalore reale e della massa di profitto, il rigonfiamento del credito ormai senza soluzione fu solamente dislocato, dalla svolta neoliberale di Stato, verso le bolle finanziarie di indebitamento e di speculazione del capitale privato. Dal momento che questa dislocazione non avveniva sul piano strettamente limitato dello Stato, ma nel contesto della globalizzazione transnazionale, potè essere simulata per più di trent’anni, con questa nuova modalità del credito senza copertura nella creazione del valore reale, una crescita il cui carattere deficitario solo ora si rivela. Quando ora le élites, così come la coscienza delle masse, pretendono di regredire immediatamente al finanziamento statale come ancora di salvataggio, sembrano soffrire di amnesia. Lo Stato, fino a poco tempo prima demonizzato, è più che mai elevato, con la migliore delle buone intenzioni, allo statuto di dio che deve eternizzare il flusso del credito, perché sarebbe «onnipotente», oltre i singoli interessi.
Ora, lo Stato non è di fatto un’agenzia indipendente di una «classe dominante» o di certi gruppi economici, ma l’istanza di potere generale soggiacente la società, che costituisce l’inquadramento esteriore della valorizzazione del capitale e di tutte le su «maschere di carattere» (Marx). Ma necessariamente per questo lo Stato non sta «al di sopra» delle leggi obiettive del movimento del capitale e non può pretendere di controllarle o modificarle arbitrariamente; al contrario, esso non ne è meno soggetto di quanto lo sia il capitale individuale, si trova solamente su un livello sociale più elevato. Tutto quello che lo Stato fa deve essere finanziato, tanto quanto tutto quello che è fatto dal capitale singolo o dagli individui; e la fonte di questo finanziamento può essere solo la produzione di plusvalore reale. Lo Stato ottiene rendimenti in denaro a partire da questa fonte originale, sia direttamente, attraverso le tasse, sia acquistando denaro nei mercati finanziari, attraverso l’emissione di obbligazioni. Nel secondo caso, esso stesso è un attore al livello del capitale finanziario ed è vincolato alle sue condizioni. Che significa questo, nella crisi storica del credito e della crescita «finanziariamente indotta», da quello dipendente, di cui oggi soffriamo? I «pacchetti di salvataggio» del sistema finanziario fino ad ora lanciati dagli Stati, e i programmi statali di appoggio alla congiuntura in prospettiva ancora non concretizzatasi in tutto il mondo già ammontano a vari miliardi di dollari di euro. Dove va lo Stato a ottenere il finanziamento per tutto questo, se la crisi sta proprio nel fatto che la fonte di creazione del valore reale si è esaurita e il credito, come anticipo del plusvalore futuro, si è esaurito? Un aumento drastico delle tasse deprimerebbe ancora di più la produzione del plusvalore reale già languente. Una grande massa di titoli di Stato nei mercati finanziari otterrebbe lo stesso effetto, perché lo Stato si troverebbe a concorrere con le imprese e con le famiglie per il credito disponibile e così a dover tirare verso l’alto i tassi di interesse reali.
Se viene speso il denaro delle tasse riscosse dallo Stato e dei prestiti ottenuti nei mercati finanziari, dal punto di vista della logica della valorizzazione non si ha qualche produzione, ma soltanto consumo. Infatti, anche nel caso che, per esempio, si finanzi la costruzione di strade o di scuole, ciò non darà luogo a qualche nuova creazione di valore ma sarà prosciugata la produzione reale del passato (imposte) o del futuro (credito). Ciò è a maggior ragione vero se lo Stato con questo denaro, nella forma di «pacchetti di salvataggio», intende soltanto tappare i buchi del sistema finanziario, comprare crediti in cattivo stato delle banche, etc. Dopo la cessazione definitiva dell’economia delle bolle finanziarie e della congiuntura di simulazione, la responsabilità finanziaria statale ascende a valori molte volte superiori a quelli anteriori, già prima affondati. Una volta che non è possibile un aumento delle imposte né un’espansione del debito pubblico nella misura del necessario, resta solo, come ultima ratio, stampare banconote, creando denaro dal niente, e trasferirlo direttamente verso lo Stato, senza garanzie né contropartite. Ma la competenza delle banche centrali per creare moneta è meramente formale, «esprimendo» soltanto il processo di creazione del valore capitalista reale, senza poterlo sostituire. Il ricorso diretto all’emissione di banconote sarebbe la maggiore bolla finanziaria di tutte, e potrebbe finire solo nella completa svalorizzazione del denaro e di tutti i crediti, titoli, etc (iperinflazione, bancarotta statale, riforma monetaria).
La dislocazione del problema del credito dello Stato verso il capitale finanziario e l’attuale regresso nuovamente verso lo Stato completano un cerchio senza uscita. Certamente, ora il fallimento sociale mondiale del sistema capitalista e della sua legittimazione neoliberale costituisce un campo nel quale si può far valere la critica radicale delle forme capitalistiche basilari in un modo differente dal passato. Ma questo ancora non significa, in alcun modo, che questa critica radicale si renda già suscettibile di adesione della coscienza delle masse, che ancora si muove interamente nelle categorie del feticismo moderno. É necessario, in primo luogo, prendere coscienza del paradosso che le condizioni materiali di esistenza in tutte le aree della vita sono dipendenti dalla virtualità del credito in dissoluzione. Da questo punto di vista, gli ostacoli a una negazione della totalità capitalista non diventano minori, ma maggiori. Se la propria esistenza è minacciata, le persone si aggrappano con tanta più forza alle condizioni dominanti. Ciò equivale a dire, oggi, che tutti i progetti di salvataggio del sistema del credito, per più illusori che siano, hanno uditorio, lo stesso se al prezzo di sfociare in ideologie assassine (antisemitismo o proto-antisemitismo). Per maggiore ragione, la critica radicale deve contrapporsi al mainstream dello spirito del tempo, invece di lasciarcisi trascinare.

Come vede l’appropriazione da parte del sistema di concetti classici della sinistra, come «nazionalizzazione» o «regolazione dei mercati finanziari»?

Il programma dell’ala radicale del marxismo tradizionale assunse una formula marziale: la «dittatura del proletariato». Comunque era sempre l’organizzazione sociale che si trovava al centro dell’attenzione, benché legata ad una falsa ontologia del lavoro astratto. In realtà, il programma si trasformò su questa base ideologica in una mera nazionalizzazione delle categorie capitalistiche, cioè l’opposto dell’emancipazione sociale. Lo stesso Marx, nella Critica del Programma di Gotha, polemizzò contro questo feticismo dello Stato, sebbene egli stesso, in alcune formule precedenti, non ne fosse totalmente libero. Nella pratica storica dei sistemi della «modernizzazione in ritardo» (Unione Sovietica, Cina, etc.), il concetto di «Stato dei lavoratori» ebbe soltanto una funzione legittimatoria per la riproduzione del capitalismo di Stato. La maggior parte dei partiti socialisti e comunisti in occidente trasformò questo requisito in un programma di «nazionalizzazione» delle banche e delle principali industrie del capitalismo. L’orientamento statale era solo vagamente legato al paradigma esaurito della «classe lavoratrice». Invece di questo, il concetto di «nazione» divenne centrale e la «questione sociale» fu trasformata in una «questione nazionale». Questo «socialismo dai colori nazionali» assunse un carattere veramente reazionario rispetto alla «socializzazione mondiale» negativa del capitale. Esso già apparteneva alla storia della dissoluzione del marxismo tradizionale.
Nell’economia borghese emerse, in reazione alla crisi economica mondiale degli anni ‘30, un orientamento statale «moderato», attenuato, sotto la forma del keynesianismo. Questa dottrina non ebbe mai nulla a che vedere con le speranze «socialiste» diffuse; al contrario, concepiva se stessa espressamente come programma di salvataggio del capitalismo con l’aiuto di interventi statali, la cui base risiedeva nell’espansione continuata del credito statale. Il «keynesianismo di sinistra» tentò di trasformare questa dottrina in un senso quasi «socialista». Ma si trattò solo del vecchio orientamento per il capitalismo di Stato, nuovamente diluito e alleggerito, degli antichi «partiti operai» da tempo integrati nella classe politica del capitalismo. Il riferimento alla critica dell’economia politica di Marx fu definitivamente perso. Il discorso del keynesianismo di sinistra fondamentalmente non si riferì più all’analisi categoriale della «valorizzazione del valore» e della dinamica nel contesto della forma capitalistica di plusvalore relativo, aumento della composizione organica, caduta del saggio di profitto, né a una teoria della crisi su questa base. Per questa forma di pensiero la possibilità di una «crisi categoriale» con la caduta della massa di plusvalore fu completamente esclusa. Con ciò, anche la «critica categoriale» delle forme basilari del sistema del feticcio capitalistico diventò ancor meno percorribile che nel marxismo tradizionale dell’antico movimento operaio. Invece di ciò, la «critica» cadde in un «trattamento della contraddizione» nel quadro del capitalismo, non più esplicitamente contestato, dunque in una forma di «politica economica» borghese volgare, che dovette far affidamento ciecamente sull’espansione del credito statale, al fine di poter presumibilmente succhiare il miele sociale. Quando la scienza economica e la politica economica dominanti, sulla scia della «rivoluzione neoliberale», ufficialmente allontanarono la dottrina keynesiana, la sinistra politica teoricamente disarmata restò con il keynesianismo per conto suo, senza percepire che stava sposando un cadavere storico. Il keynesianismo appariva adesso come opposizione fondamentale al neoliberalismo in modo puramente formale, sebbene esso mai lo sia stata nel suo contenuto.
La recente svolta disperata delle élites economiche e politiche verso il credito statale rivela i piedi d’argilla dei partiti di sinistra, così come delle organizzazioni di movimento come ATTAC. Apparentemente, elementi centrali del keynesianismo per sè consistentemente reppresentati (statalizzazione o «nazionalizzazione» delle banche ed eventualmente delle industrie chiave, regolazione dei mercati finanziari) sono repentinamente oggetto di nuovi onori. Tuttavia, non si tratta più di uno Stato-provvidenza keynesiano, come nel periodo finale della prosperità fordista nella decade del 1970, ma di un keynesianismo d’emergenza del capitale finanziario, che viene di pari passo con l’aggravamento dell’amministrazione statale antisociale del lavoro e delle persone. É il paradosso del prolungamento del neoliberalismo con mezzi quasi keynesiani, perchè nel limite interno resosi storicamente manifesto della valorizzazione non esiste più una qualche terza opzione. Il credito statale non sta fluendo verso programmi sociali, educazione, servizi sanitari etc, ma è lanciato nel buco nero dei bilanci debilitati. La sinistra keynesiana rimane disarmata di fronte alla nuova qualità della crisi perché non possiede alcuna nozione della medesima. Mentre essa crede di presentire la brezza mattinale keynesiana, nella realtà gli è presentato il conto della sua autoconsegna al modo di produzione e di vita capitalistici. Se vuole «evolversi» nella nuova espansione del credito statale portatrice di inflazione, essa stessa corre il rischio di rendersi parte integrante dell’amministrazione capitalistica della crisi. Indizi di questo già esistono in tutta Europa. Nel caso la sinistra di partito e di movimento si renda in questo senso «politicamente capace» e per le élites del capitale «socialmente capace», la sua «socialdemocratizzazione» potrebbe sfociare in una carriera nella base dello stato d’eccezione.

Che forme di mediazione possono essere stabilite tra le lotte immanenti per le condizioni basilari della sopravvivenza e la critica delle categorie di base del sistema del capitale (merce, valore, denaro, lavoro astratto, Stato, politica)?


Non c’è dubbio che la lotta sociale organizzata extraparlamentarmente per le necessità materiali e culturali della vita, in resistenza contro la brutale riduzione del livello di civilizzazione, è l’unica alternativa alla collaborazione parlamentare «politica» di «sinistra» con l’amministrazione statale della crisi. Inevitabilmente sorgerà un contromovimento sociale costituito di nuovo, inizialmente come «trattamento della contraddizione» immanente, che non delegherà più le necessità allo Stato ma presenterà esigenze autonome, anche se queste dovranno essere erette contro lo Stato. É il caso, per esempio, di un salario minimo legale sufficientemente elevato, della resistenza contro nuovi tagli nei trasferimenti sociali e contro l’angheria repressiva delle misure coercitive dell’amministrazione del lavoro, contro la privatizzazione o la chiusura delle infrastrutture pubbliche vitali (per esempio l’assistenza medica). Ma sono all’ordine del giorno anche il dibattito sul bilancio dell’educazione e le critiche all’obsoleto e rigido legame dei contenuti dell’insegnamento e della ricerca alle necessità della valorizzazione del capitale.
Esiste un momento importante nella mediazione della «critica categoriale» che consiste nell’apprendere come si può distinguere, nel «trattamento della contraddizione», tra forme che facciano avanzare e forme affermative. Ciò include, in primo luogo, il riconoscimento che la difesa delle necessità vitali per la via ufficiale della politica si è resa del tutto illusoria. Devono essere evidenziati i contenuti alternativi delle rivendicazioni sociali dirette, da un lato, e quanto sia futile la speranza nei programmi statali di congiuntura per nuovi investimenti di capitale, dall’altro. Questi ultimi agganciano in partenza le necessità sociali al «successo» della valorizzazione del capitale, sulla base in rovina del lavoro astratto, e alla «finanziabilità» da qui derivata, secondo criteri capitalistici. I primi, al contrario, possono aprire il cammino per la negazione del «terrore della finanziabilità» e per approssimarsi al superamento della forma valore e del denaro. Questa alternativa, a renderla effettiva nelle nuove condizioni di crisi, può anche collocarsi tra gli elementi «di sinistra» della classe politica, così conducendo a polarizzazioni; da qui, intanto si costituisce un contromovimento sociale. Nell’antico movimento operaio già si avevano elementi di questa alternativa, anche se sotto il fondo ideologico di un’ontologia del lavoro astratto. Proprio per questa ragione i contromovimenti sociali (anche in corrispondenza con la loro coscienza basata sull’ontologia del lavoro), furono sempre trasformati in orientamento statale e, come «marxismo di partito», vincolati a un intervento della politica; poiché lo Stato è appunto l’istanza sociale di sintesi sulla base del lavoro astratto. Nei limiti storici del lavoro astratto e della valorizzazione reale del capitale, l’alternativa tra contromovimento sociale e statalismo si pone adesso in forme completamente nuove e deve essere formulata conseguentemente, dato che la speranza nel credito dello Stato può solamente svergognarsi con lo scatenamento dell’inflazione e non contiene più dunque un qualsiasi potenziale sociale.
Un secondo momento di mediazione è la critica di tutte le forme di esclusione sociale, siano esse articolate apertamente o indirettamente e subliminalmente. Intanto che i movimenti sociali opereranno sul piano del «trattamento della contraddizione» immanente, si avranno sempre queste tendenze. Giá nell’antico movimento operaio si ebbero forti sentimenti negativi contro gli strati inferiori dequalificati. Oggi possiamo osservare atteggiamenti simili da parte di un’«aristocrazia operaia» globalizzata, nel frattempo in dissoluzione, contro i «caduti fuori», o contro i lavoratori dei settori dei bassi salari; e fin negli stessi ceti inferiori della «cultura dominante», contro i migranti. Su tutto però sono le classi medie accademiche e subaccademiche, sotto la minaccia della caduta nei centri capitalistici, che pretendono di salvare la propria pelle e stilizzare come ideale di emancipazione generale i loro interessi specifici in quanto «capitale umano», quando nella realtà la vita degli «altri» gli è indifferente. A misura che si costituirà un contromovimento sociale, il compito della «critica categoriale» è precisamente identificare analiticamente i diversi potenziali di esclusione sociale complessamente sovrapposti e affrontarli.
Ciò può ottenere successo soltanto se la critica riesce a trasmettere che, oltre le categorie capitalistiche, sarà facilmente possibile soddisfare le necessità della vita «per tutti». In questo contesto, il compito è rendere coscienti i contromovimenti sociali (contando che sorgano) dell’enorme discrepanza tra i potenziali di ricchezza materiale e l’impossibilità di continuare a trattarli nella forma capitalista. Tuttavia la riflessione teorica sulle categorie reali del capitale, forma valore e merce, plusvalore, lavoro astratto etc, e la loro modulazione politico-statale, non è presente nella coscienza delle masse. Può allora essere mobilitata l’esperienza pratica del fatto che esistono, dal punto di vista tecnico-pratico e materiale, le capacità per soddisfare le necessità materiali, sociali e culturali, ma sono paralizzate dal capitalismo, perché non può più essere soddisfatto l’assurdo fine in sè della trasformazione del «lavoro» in «più lavoro» e del «denaro» in «più denaro». Se sempre più individui diventano senza tetto, mentre contemporaneamente ci sono alloggi vuoti in massa, o se sempre più malati e bisognosi non sono adeguatamente accuditi, mentre, al tempo stesso, l’amministrazione chiude ospedali, medici e personale ospedaliero vengono messi sotto pressione o diventano «disoccupati», allora questa esperienza può essere fondamentalmente trasformata in critica radicale della forma della merce e del denaro, arricchendo l’esperienza con la riflessione teorica.
Questo approccio è corretto anche quando si invoca il cosiddetto problema «ecologico» (degrado climatico, esaurimento delle colture, erosione dei fondamenti naturali della vita, etc.). Su questo aspetto, la mediazione della «critica categoriale» deve rendere cosciente la connessione interna tra poteri distruttivi del modo di produzione capitalista della ricchezza materiale, da un lato, e la forma capitalista delle relazioni sociali, dall’altro. Non è la produzione in sé di una quantità sufficiente di alimenti e beni culturali che porta alla distruzione della «biosfera», ma la razionalità della logica della valorizzazione dell’economia d’impresa, la quale crea povertà mentre distrugge le sue stesse basi e rovina la natura. Il potere distruttivo di certe forme capitalistiche di ricchezza materiale (trasporto automobilistico individuale, industria della difesa, agro-industria disseminatrice di veleni, etc) non può essere giocato contro la socializzazione delle necessità della vita sociale. L’alternativa all’«automobilizzazione» non è l’eliminazione della mobilità in sé ma l’espansione del trasporto pubblico, sotto il controllo sociale, nella resistenza contro la privatizzazione. É particolarmente perfido responsabilizzare le persone, condannate a indegne razioni di miseria e capitalisticamente impoverite, perchè «consumano troppo» distruggendo così il clima. Mentre la «catastrofe climatica» ha recentemente, in tempi di congiuntura di deficit, causato sensazione mediatica, adesso, nella crisi, gli obiettivi ufficiali della riduzione delle sostanze inquinanti sono nuovamente tagliati, perché dev’essere mantenuta a qualsiasi prezzo la forma capitalistica della produzione. É perfettamente possibile che l’amministrazione di crisi intenda sostenere più restrizioni sociali con una legittimazione «ecologica». In questa contraddizione si muove anche l’ideologia «ecologica» appoggiata da una parte delle classi medie, la quale pretende di parlare dei «limiti del capitalismo» solamente nel senso di un «limite esterno» delle risorse naturali, mentre il «limite interno» del lavoro astratto e della «valorizzazione del valore» è percepito solo in forma riduzionista («limiti di crescita») o completamente dimenticato, perchè ognuno gradirebbe essere coinvolto «ecologicamente» nell’amministrazione della crisi. Dal punto di vista di un ulteriore sviluppo della critica dell’economia politica, questo «riduzionismo ecologico» è tanto criticabile quanto l’orientamento economico affermativo verso un «keynesianismo di crisi».
Un altro passo nella mediazione della «critica categoriale» sarebbe la riapertura di un dibattito sulla pianificazione sociale, non più basata sul lavoro astratto, sulla forma valore e sullo Stato. Come eredità dell’epoca passata, il «socialismo» attuale è più che mai equiparato alla «nazionalizzazione», il che continua a portare solo a frasi paradossali, come «socialismo del mercato finanziario», in cui si esprime, tuttavia, il paradosso reale delle nuove condizioni di crisi. Per una vera trasformazione oltre il capitalismo, il compito è organizzare in nuovi modi il flusso sociale mondiale delle risorse materiali e sociali come tali e smetterla di rappresentarle nelle categorie del «valore» e della sua «sostanza lavoro», che storicamente si sono rese obsolete. Ciò include il problema dei momenti della riproduzione sociale che mai sono apparsi nel lavoro astratto e nella valorizzazione, e storicamente furono delegati alle donne (prendersi cura dei figli, assistenza, lavoro domestico, «lavoro d’amore», etc.). Nei limiti della valorizzazione del capitale anche questo «cemento sociale» si frantuma. Una trasformazione sociale deve dunque riorganizzare questi momenti, liberarli dalla loro attribuzione sessuale e creare per loro un fondo sociale di tempo libero che da tempo è ormai possibile.
Sarebbe necessario scatenare un ampio dibattito sociale su questo, in cui far entrare molteplici esperienze e competenze, non limitandosi a un approccio strettamente teorico. La critica teorica può solo tentare di incoraggiare questo dibattito, conformemente allo sviluppo della crisi, e rendere di nuovo coscienti della questione della pianificazione sociale.
Proprio perché la «critica categoriale», nel contesto della forma capitalistica, malgrado la storica crisi di questa, non è suscettibile di trasmissione senza rotture e, nei limiti delle «forme di pensiero obiettive» (Marx), urta con la coscienza sociale, essa non può limitarsi alla argomentazione politico-economica «obiettiva» in senso borghese. Un momento essenziale della mediazione è anche la critica radicale dell’ideologia. Tutta la digestione affermativa della crisi nella coscienza è produzione di ideologia, e non solo nell’orientamento statale o nel riduzionismo ecologico. Anche le ideologie basilari moderne del nazionalismo, antisemitismo, razzismo, antiziganismo (il risentimento contro i sinti e i rom come «paria» della modernità) e sessismo sono fortemente recuperate e riconfigurate nella crisi. Sullo sfondo vi è sempre l’aggressiva difesa di determinate vite capitalistiche di classi in lotta di concorrenza. Centrale a questo proposito oggi è l’ideologia della «nuova classe media» di fronte ai processi di crisi, nella lotta per il potere di interpretazione e per l’egemonia. I vari elementi della produzione di ideologia formano amalgami, anche indirettemente e subliminalmente. Il compito della «critica categoriale» è dunque analizzare i «dispositivi» modulati dall’elaborazione ideologica e penetrare profondamente il concetto di ideologia, oltre il marxismo tradizionale, allo scopo di combinare un programma di trasformazione sociale con un programma di intervento della critica dell’ideologia. L’attuale sinistra di movimento, con il suo orientamento teoricamente disarmato verso «lotte» meramente simboliche, è ben lungi da tutto questo. Per questo si osserva ovunque un’inquietante convergenza tra posizioni di «sinistra» e di «destra» nella critica riduzionista del capitalismo.

Quale ruolo può avere oggi la lotta di classe per diffondere la coscienza di classe, nel senso di Lukács?


Il paradigma tradizionale della «lotta di classe» non è più suscettibile di mobilitazione nella nuova situazione del limite interno assoluto della valorizzazione. Storicamente, la rappresentazione sindacale e politica del «proletariato» non era che la rappresentazione del «capitale variabile» autoaffermativo e quindi la rappresentazione del lavoro astratto. Si costruì qui un’opposizione meramente relativa tra principio del «lavoro», presumibilmente astorico e antropologico, e la forma della proprietà privata capitalistica concepita giuridicamente, quando in realtà lavoro astratto e proprietà privata giuridica dei mezzi di produzione rappresentano soltanto differenti determinazioni nel sistema di riferimento comune soggiacente della «valorizzazione del valore». Marx designò questo contesto soggiacente come «soggetto automatico» della società moderna feticistica, in cui tutte le posizioni sociali sono prigioniere in quanto «funzioni» della logica della valorizzazione. Non esiste qualche «principio» ontologico suscettibile di essere invocato per l’emancipazione sociale. Al contrario, il capitalismo può essere superato solo attraverso una critica concreta delle sue forme storiche basilari. La «lotta di classe» fu essenzialmente un movimento di «lotta per il riconoscimento» nel terreno delle categorie capitalistiche. Per questo l’antico movimento operaio adottò dal protestantesimo e dall’ideologia borghese dell’Illuminismo non solo l’ontologia del lavoro astratto ma anche l’ontologia della relazione capitalistica di genere, cioè delle attribuzioni storiche della «maschilità e della femminilità». Ciò che venne fuori dalla «lotta per il riconoscimento» (diritto di sciopero, libertà di associazione, libertà di riunione, diritto di voto, etc) finì sempre soltanto nella nazionalizzazione delle categorie capitalistiche non superate. Il paradigma socialista di «lotta di classe» si esaurì in questo.
Nella nuova situazione storica, il «riconoscimento» da tempo raggiunto dai salariati, come soggetti economici e cittadini statali della società feticista, diventa una catena e una trappola. Gli individui sono, nel migliore e nel peggiore dei casi, legati alla coercizione della valorizzazione. Non è solo una questione di coscienza. Anche oggettivamente, la base sociale della vecchia «lotta di classe» si disfa. Sotto le condizioni della Terza Rivoluzione Industriale, il capitale non può più organizzare eserciti «produttivi» di lavoro astratto. Una volta che il processo di individualizzazione in quanto fenomeno di crisi distrugge i filtri sociali, i soggetti socialmente atomizzati si riferiscono direttamente alla relazione di valore globale, che contemporaneamente diventa virtualizzata sotto la forma del credito non più ormai suscettibile di adempimento, e quindi diventa obsoleta. In apparenza sorgono una «molteplicità» di situazioni sociali diffuse che però non possono ormai più essere integrate sulla base delle categorie capitalistiche. Personale permanente ed eventuale, lavoratori a termine e subimpiegati, disoccupati con sussidio oggetto dell’amministrazione di crisi, falsi autonomi e imprenditori della miseria, etc, non rappresentano più una qualche massa omogenea di un «proletariato creatore di plusvalore». L’ideologia di movimento, dalla decade dei ‘90, si limitò ad assumere affermativamente questa «moltiplicità» e a riunirla senza concettualizzarla, sotto il mantello della «moltitudine», non a superarla. Per una nuova organizzazione delle lotte sociali, l’obiettivo non è più il «riconoscimento» in quanto creatore di plusvalore, ma solo la critica e la trasformazione della stessa categoria valore e della relazione di genere che gli è associata. La base non può essere un’organizzazione capitalistica del «lavoro» opposta, che è dissolta e demoralizzata, ma solo l’autorganizzazione cosciente della critica storica concreta delle categorie dominanti, partendo dal «trattamento della contraddizione» immanente e andando al di là di esso. Non è una questione di costituzione «obiettiva» della classe come rappresentazione del «capitale variabile», ma una questione di coscienza. Non, però, qualche coscienza «idealista», in termini, per esempio, di un’«etica» della filosofia morale, ma una coscienza che si confronta con il limite storico della valorizzazione e con la caduta del livello di civilizzazione.
Su questo punto è necessario tornare ancora una volta al problema della «nuova classe media» minacciata dalla caduta. La disorganizzazione degli «eserciti del lavoro» industriale e la decadenza dell’antico movimento operaio sono andate di pari passo con l’ascensione di questa classe media qualificata, nella fase di prosperità fordista. La base economica non era la produzione reale di plusvalore, ma l’espansione del credito statale. L’autocoscienza sociale che l’accompagnava non era tanto nell’ontologia del «lavoro», ma molto di più nello statuto del «capitale umano» in quanto «formazione superiore». Già la nuova sinistra, a partire dal 1968, era essenzialmente un movimento della classe media, anche se continuava a ricercare, ideologicamente e astrattamente, a partire dal fondo marxista, un’inutile mediazione con l’esaurita «lotta di classe» del «proletariato». Nell’era dell’economia delle bolle finanziarie, le «nuove classi medie» divennero dipendenti dall’espansione del credito privato e sempre più precarizzate. Fu appunto in questo contesto che la «visione del mondo» della coscienza della classe media guadagnò una posizione dominante anche a sinistra. La ripresa della vecchia retorica della «lotta di classe», e soprattutto dei suoi derivati, per esempio nella figura della «moltitudine» postoperaista, sono tutti implicitamente (e a volte esplicitamente) formulati a partire dalla prospettiva della coscienza categorialmente affermativa della classe media. Oggi non è tanto l’ontologia del «lavoro», da tempo corrosa, che blocca la transizione del marxismo del movimento operaio verso la «critica categoriale», ma l’ideologia della classe media, ostinata con il suo «capitale umano», che si nasconde sotto la «molteplicità» degli approcci di movimento. Una volta che le classi medie sono inevitabilmente coinvolte in un grande contromovimento sociale, la rottura con questa ideologia e di un’importanza decisiva.
Il problema dell’organizzazione della lotta sociale, che deve integrare in maniera differente la disperata «moltiplicità» di situazioni oltre il paradigma della «lotta di classe», non parte teoricamente da zero. La transizione verso la «critica categoriale» si incontra negli approcci dei grandi teorici alle frontiere del marxismo tradizionale, come Lukács (e, in altra forma, Adorno). Lukács fornì le prime indicazioni nel libro pubblicato nel 1923, Storia e coscienza di classe, specialmente nel grande saggio centrale sulla «reificazione». Com’era da aspettarsi, data la situazione di allora, egli combina per la prima volta l’implicita ontologia del lavoro e la tradizionale «posizione di classe» da qui derivata, con la discussione della costituzione feticista moderna socialmente soggiacente. Lukács si lasciò dissuadere dai suoi punti di vista innovativi, considerati «idealisti» dal marxismo di partito, e più tardi tornò a una esplicita e abbastanza noiosa ontologia del lavoro astratto. Il suo lavoro del 1923 è stato utilizzato dai nuovi approcci della «critica categoriale» degli anni ‘80, specialmente sotto il punto di vista della coscienza di classe «attribuita» (zugerechnete) e del proletariato come presunto «soggetto-oggetto della storia». Ma il suo precedente saggio teorico non si riduce a questo. Una lettura rinnovata nelle attuali condizioni promuove conoscenze sorprendenti. Ciò a cui egli fa riferimento con il concetto di «reificazione» rappresenta già una critica delle forme basilari del capitalismo, per lungo tempo senza pari; da alcuni è letta come una critica anticipata del pensiero postmoderno. Decisivo é il postulato di un «divenir cosciente» (Bewußtwerden) della critica della forma merce in quanto forma generale di esistenza nel capitalismo, compresa la merce forza lavoro. Con ciò, Lukács si ricollega alla definizione di Marx delle categorie capitalistiche, come «condizioni reali di esistenza» e, contemporaneamente, «forme obiettive di pensiero», definizione che venne nascosta dal movimento operaio.
Se spogliamo questo approccio teorico dalla sua «attribuzione» a un «punto di vista» del «lavoro», molto di esso può essere assunto per una nuova «critica categoriale» sotto le condizioni di individualizzazione e di relazione del valore in decadenza. Essenziale è, in primo luogo, includere nel piano categoriale la moderna relazione di genere, ancora non approcciata da Lukács. In secondo luogo, le relativizzazioni critiche della «coscienza di classe proletaria» formulate nel saggio sulla reificazione sono oggi soprattutto relazionabili alla coscienza della classe media (anche su ciò già si incontrano approcci in questo saggio). Si pone dunque il compito di riformulare la visione di Lukács in questa situazione storica fondamentalmente differente, allo scopo di rendere fecondo quel “divenir cosciente” critico della forma merce, verso una reintegrazione della lotta sociale oltre la falsa obiettività capitalista.
Come definirebbe un concetto di rivoluzione per il tempo presente che potesse rompere con il feticismo e con una vita quotidiana totalmente subordinata alla riproduzione del capitale?

Il concetto di «rivoluzione» fu storicamente occupato dal paradigma della grande Rivoluzione Francese, dalle seguenti rivoluzioni borghesi del secolo XIX e dalle rivoluzioni della «modernizzazione in ritardo» nella periferia del mercato mondiale nel secolo XX (Russia, Cina, «Terzo Mondo»). In questo contesto, la «rivoluzione» si limitò alla forma politica della «conquista del potere» e, nel secolo XX, alla nazionalizzazione delle categorie capitalistiche. In questo senso questo concetto appartiene alla storia dell’imposizione del lavoro astratto, della logica della valorizzazione e della relazione di genere moderna. Pare, quindi, che la sua carriera sia terminata. Nel marxismo residuale e nell’ideologia del movimento, la «rivoluzione» come atto politico della sovversione più non impegna alcun ruolo. Ma stanno gettando fuori il bambino con l’acqua sporca. Una volta che la sinistra ha archiviato il concetto di rivoluzione senza attualizzarlo, essa si è limitata a ratificare la sua autoconsegna alla forma capitalista di vita, nella base sociale della classe media.
Marx ha criticato il concetto di rivoluzione limitato alla politica già nei primi scritti. Per lui, la «rivoluzione sociale» presenta una qualità differente che sopprime anche lo statalismo della forma politica, insieme con il valore e la forma merce. Così come più tardi nel caso di Lukács, questo sovvertimento, tuttavia, ancora figurava in Marx come «rivoluzione proletaria». E’ appunto questo paradigma che si mantiene nel concetto di rivoluzione ridotto alla politica. Oltre l’ontologia del lavoro, nel limite interno della valorizzazione, si pone in forma nuova e differente la questione della «rivoluzione sociale», cioè come rottura della sintesi sociale dominante nelle forme del valore e della relazione capitalista di genere. «Sintesi sociale» altro non significa che la forma specifica dei socializzazione, nel senso di una «totalità negativa», può essere superata solo con un sovvertimento dell’insieme della società.
Proprio per questo, è necessario un movimento sociale su grande scala, e ora su scala transnazionale, per raggiungere la sintesi sociale in generale. Non bastano, per esempio, occupazioni di imprese da parte del personale che, in seguito, appena si rende soggetto collettivo del capitale, continua a fare la sintesi attraverso il mercato e la concorrenza. Finora tutti questi tentativi sono falliti (come durante la grande crisi in Argentina). Non è possibile una trasformazione al livello di ogni capitale, o al livello di una riproduzione particolare, ma la questione della sintesi, e, così, della pianificazione sociale oltre la forma merce, costituisce sempre il punto di partenza (e non un qualche punto finale) della rottura pratica con il capitalismo. In questo contesto il concetto di «rivoluzione» non è semplicemente irrilevante, malgrado esso non abbia più che a vedere con l’antico paradigma «politicista». La teoria critica come «critica categoriale» deve persistire da questo punto di vista della sintesi sociale, anche contro la coscienza di movimento meramente «simbolica», che non si pone questa questione decisiva.
La sinistra di movimento postoperaista preferisce parlare oggi di Mutare il mondo senza prendere il potere (John Holloway). La sintesi sociale è sostituita con un diffuso concetto di «vita quotidiana» che ha fatto carriera già dal movimento del 1968. Ciò che molte volte si designa come «rivoluzione» culturale «della vita quotidiana» è sempre, in un modo o nell’altro, la musica di fondo del mutamento sociale; ma, ridotta a questo punto di vista, può anche trattarsi di un adattamento culturale alla dinamica capitalistica. Tali concetti del ‘68 e della sinistra postmoderna sono stati da tempo adottati dal management di crisi del capitalismo, per esempio, sotto la forma della propaganda neoliberale di «auto-responsabilizzazione» individuale. Il tema della «vita quotidiana» non può sostituire il vero intervento al livello di sintesi sociale; così come non può dispiegare la necessaria forza d’intervento (per esempio attraverso scioperi, blocchi, paralisi delle vie nevralgiche capitalistiche). La «questione del potere» non si limita al paradigma «politicista» del potere di Stato, ma, a maggiore ragione, si pone come questione di un «contropotere» sociale in resistenza contro l’amministrazione di crisi. In realtà, la «vita quotidiana» solo per sé non è un rifugio di «resistenza», il cui concetto in questa forma diventa vuoto. La resistenza, semmai, comincia quando gli individui si sollevano contro il loro «quotidiano», determinato dal capitalismo in tutti i pori, e si rendono in generale capaci di organizzazione.
La metafisica del quotidiano della sinistra si riferisce anche, in parte, alla continuazione del fallito movimento d’alternativa degli anni ‘80, ai tentativi di un «altro» modo di vita e di produzione nella piccola scala di «comunità» particolari, che si legittimano neo-utopicamente o pragmaticamente. Questi tentativi, per esempio, nella forma della cosiddetta «economia locale» o del movimento digitale open source, così come l’occupazione delle imprese, non possono raggiungere il livello di sintesi sociale. Come alternativa apparente a un movimento di resistenza sociale a partire dall’immanenza capitalista corrono il rischio di trasformarsi in un’«auto-amministrazione della povertà». Se lì vi appare ancora l’idea di una «critica della forma merce», sarà abbassata verso un formato in cui tale critica non sarà possibile senza perdere il suo contenuto decisivo e senza coinvolgersi in contraddizioni senza uscita. Le presunte alternative rimangono legate alle relazioni contrattuali borghesi, e non solo; esse si riferiscono solo a piccoli segmenti della riproduzione, che rimane nel suo insieme determinata in modo capitalista. Perciò, i «progetti di prassi» particolari, normalmente guardano a un finanziamento esterno dello Stato, sia nella forma di uma «reddito di base» sia nella forma di un patrocinio autarchico. Statalismo keynesiano e ideologia d’alternativa sono appena due facce della stessa medaglia; il denominatore comune è l’orientamento diretto o indiretto verso il credito statale. Qui si esprime ancora una volta l’inconfessato dominio della coscienza della classe media, che vuole sempre lavare la pelle senza bagnarla. Le sinistre keynesiana e dell’ideologia d’alternativa devono quindi entrambe rimuovere e negare la nuova qualità della crisi, perché le loro illusioni non possono sopravvivere alla fine del sistema del credito globale e dell’economia delle bolle finanziarie. Esse si confronteranno con il vero limite della sintesi sociale dominante, al più tardi, quando la grave frana dell’economia mondiale raggiungerà anche la «vita quotidiana» nei centri capitalistici.
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Verso l’ eco-socialismo

Posted in America Latina, Comunismo, Politica with tags , , , on giugno 19, 2009 by Maria Rubini

Servono valori nuovi per creare una società più giusta. Quattro gli atteggiamenti indispensabili: avere una visione critica del neoliberismo, organizzare la speranza, riscattare l’utopia, elaborare progetti alternativi.

Una delle conclusioni cui si è giunti al 9° Forum sociale mondiale, celebrato a Belém (Brasile) dal 27 gennaio al 1° febbraio scorsi, è che non dobbiamo aspettarci alternative al neoliberismo e la creazione del cosiddetto “eco-socialismo” né dalle teste fini degli intellettuali di turno, né dai programmi dei partiti politici, ma dalle azioni sociali portate avanti da movimenti sindacali e ambientalisti, organizzazioni di piccoli contadini e di indios (o di altri gruppi etnici minoritari), e comunità di base.

Perché queste alternative prendano corpo sono necessari quattro atteggiamenti.

Primo: avere una visione critica del neoliberismo. Diventa sempre più evidente che la globalizzazione del mercato esaspera la competizione commerciale tra le grandi potenze, disloca i processi produttivi in aree in cui si possono pagare salari irrisori, provoca migrazioni dalle nazioni povere verso quelle ricche, introduce tecnologie avanzate che riducono il numero dei posti di lavoro, rende le nazioni sempre più dipendenti dal capitale speculativo e accelera il processo di distruzione dei sistemi ecologici del pianeta.

Secondo: dare forma organica alla speranza. Cercare alternative al sistema economico, finanziario e politico oggi imperante è un compito collettivo, non di un paio di guru di questa o quella ideologia. È necessario dare una consistenza organizzativa a tutti quei settori della società civile che sperano in un mondo nuovo. Settori che vanno da quello dei piccoli contadini, che sognano di poter lavorare un pezzo di terra che è loro, a quello della miriade di giovani impegnati nella salvaguardia del creato.

Terzo: riscattare l’utopia. Il neoliberismo non mira solo a distruggere le realtà comunitarie più significative sorte nell’era moderna (famiglia, sindacati, movimenti sociali, stato democratico…). Il suo obiettivo è di atomizzare la società, riducendo le persone alla condizione di individui a sé stanti, privi di relazioni sociali, economiche, politiche e culturali, e ridotti a meri consumatori di beni. Si è anni luce lontani dal pensiero del filosofo francese Emmanuel Mounier, le cui opere sono state il punto di riferimento per il “personalismo”, una visione della persona umana in alternativa sia all’individualismo che ai totalitarismi. A questo riguardo, Blaise Pascal era stato ancora più enfatico: «L’Io è odioso». Nella sua forma più esasperata, il capitalismo tende a considerare (e trattare) ogni cosa (biodiversità, ambiente, responsabilità sociale delle imprese, genoma, organi espiantati a bambini) come “mercanzia”. È riuscito a influenzare perfino il nostro immaginario collettivo, convincendoci che l’acqua potabile è quella imbottigliata e venduta da una nota ditta, non quella filtrata dal buon vecchio filtro di ceramica o quella limpidissima caduta dal cielo come pioggia. Senza più la capacità di coltivare e accarezzare utopie, è impossibile mobilitare uomini e donne con la speranza di un mondo più giusto.

Quarto: elaborare un progetto alternativo. Le utopie “sperate” vanno tradotte in progetti politici e culturali che costituiscano il fondamento della nuova società. Ciò comporta il ricupero dei valori etici dimenticati, del senso della giustizia, delle pratiche di solidarietà e di condivisione, e del rispetto della natura. In definitiva, si tratta di una sfida anche di ordine spirituale, sulla falsariga di quanto affermava l’afro-brasiliano Milton Santos, il “filosofo della geografia”, morto nel 2001: non si prospetta un bel futuro per una società che baratta i beni infiniti con quelli finiti.

Il progetto di una società eco-socialista comporta una revisione critica anche degli aspetti teorici e pratici del socialismo reale, in particolare per quanto riguarda la democrazia partecipativa e il rispetto dell’ambiente.

L’eco-socialismo fa propri i concetti e le pratiche di uguaglianza sociale e di sviluppo sostenibile che molti movimenti della società hanno adottato nelle loro numerose lotte (rispetto degli ecosistemi, attenzione ai gruppi autoctoni, etica comunitaria, economia della solidarietà, nuova spiritualità, femminismo, visione olistica delle cose) e continua il sogno di tanti testimoni cristiani, morti per la difesa della vita, per la causa degli ultimi, degli indifesi, dei dannati della terra, dei popoli della foresta che rischiano l’estinzione. Due nomi su tutti: Chico Mendes, il brasiliano raccoglitore di caucciù divenuto sindacalista, noto come “il difensore della foresta”, assassinato nel dicembre 1988; e Dorothy Stang, suora missionaria statunitense, naturalizzata brasiliana, uccisa ad Anapu, nello Stato del Pará, nel giugno 2006.

Frei Betto

Serve una lista comunista

Posted in Comunismo, Politica with tags , , , , , , on maggio 15, 2009 by Maria Rubini

La sinistra affronta le prossime europee sempre lacerata e litigiosa. C’è modo di invertire questo senso si marcia?
Insieme ad altri siamo impegnati perché in questa tornata elettorale vi sia un’affermazione significativa delle forze di sinistra disperse in un’area che è intenzionalmente emarginata. Io condivido e sostengo questo sforzo per sostenere la lista comunista, affinché le forze vecchie e nuove di sinistra che hanno operato in modo disorganico si trovino collegate, per

consentire alla sinistra di affrontare la sfida. Questo coincide per me con quello che avevo elaborato quando per le primarie genovesi avevo raccolto appunto le forze della sinistra suscitando anche molti contrasti e polemiche.

Per aver evocato “l’odio di classe”…
Mi ero richiamato con Walter Benjamin all’odio di classe…

Che in fin dei conti è tutt’altro che infondato e scandaloso: i sentimenti e l’agire dell’Italia nei confronti degli stranieri che viaggiano sulle carrette del mare sono a dir poco di avversione, se non propriamente di odio…
L’odio c’è, è vero. La frase risale alle Tesi di filosofia della storia, che rappresentano in qualche modo il testamento politico di Benjamin. Quando ascoltiamo le cifre relative al fenomeno delle migrazioni ci si rende conto di quanto sia difficile organizzare in modo razionale le cose. Oggi come oggi se sono un bianco romeno entro tranquillamente in Italia in quanto cittadino comunitario senza essere notato, mentre se sono un nero africano vengo immediatamente visto e percepito come il colore del pericolo. Mi pare sia importante combattere queste idee, il fatto che l’odio di classe anziché contro i potenti va sollevato contro i deboli. E’ odio di classe quello che ha tolto la virtù al proletariato. Oggi come oggi chi si riconosce nel proletariato?

Probabilmente nessuno si definisce più tale. Viene rifiutata la definizione in quanto umiliante?
Oggi abbiamo i lavoratori, che sono sfruttati in ogni modo ma non si dice. Solo i morti sul lavoro ci dicono che esiste lo sfruttamento, che per guadagnare quattro soldi si rinuncia anche alle tutele e ai diritti. Anche il modo in cui è stato utilizzato pubblicamente il terremoto la dice lunga su quanto si possano convertire in posizioni equivoche e pericolose questioni che invece dovrebbero essere limpide come quelle relative agli aiuti e la ricostruzione, il modo in cui vengono utilizzate le risorse, il tipo di interventi. Con tutti i viaggi e le promesse di Berlusconi ci troviamo messi davanti a una rappresentazione e a una situazione in cui rimangono del tutto in sospeso gli aspetti veri: i problemi di sopravvivenza e di convivenza dei superstiti, i problemi di ricostruzione, i problemi di difesa del patrimonio e del territorio. Cosa vuol dire, per esempio, che i soldi per la ricostruzione ci sono? Vuol dire solo che pagheremo tutti. Ma vuol dire anche che c’è il rischio di speculazioni straordinarie e di abusi. Di questo, però, non si discute. O ancora: diamo in affitto opere d’arte a chi si impegna a restaurarle. Questo vuol dire che chi ha soldi può disporre a piacere del patrimonio artistico. Mi pare renda bene l’idea di come bisogna stare attenti.

Tornando alle elezioni europee, Franceschini sta facendo una campagna agguerrita per sostenere che l’unico risultato che conta sarà la differenza tra il Pdl e il Pd…
Francamente non mi convince. Devo dire che l’atteggiamento del Pd non mi pare affatto efficace. Confido di più nel riunirsi delle forze emarginate e che rischiano di essere cancellate dalla vita politica attraverso questa mitologia del voto utile. Che mi pare mistificante.

In che senso?
Il problema è se si crede che effettivamente il Pd rappresenti alternativa efficace alla destra berlusconiana oppure se, anche sulla base dell’esperienza passata e recente, si possano avere delle riserve in merito. Credo perciò si possa smentire la mitologia per cui o si vota Pd oppure non serve; credo si possa dubitare dell’utilità del voto al Pd. E mi sembra anche che le differenze tra il Pd e la destra, che verbalmente possono apparire rilevanti, non lo siano altrettanto in sostanza.

Contraddizione ancora più marcata in Di Pietro, che tuttavia fa incetta di consensi…
Questo mi pare anche comprensibile, perché effettivamente si presenta come refrattario a ogni compromesso, al di fuori del sistema di coalizioni oggi esistenti. Il mio tentativo è invece quello di intraprendere una strada diversa anche attraverso il sostegno alla lista comunista, in cui non è questione di ostentare sinistrità, ma di realizzare un metodo e un sistema nuovi. Perché c’è il rischio che forze che occupano ruoli di qualche responsabilità sul terreno locale perdano significato appena trasportate su un binario di maggiore responsabilità, nazionale o anche europeo. A questo proposito l’impegno per l’affermazione della lista comunista mi pare il massimo rischio utile.

Intervista di Cosimo Rossi a Edoardo Sanguineti Poeta e critico (Liberazione, 14/05/09)

Gianni Minà: le dimenticanze della bloggera di moda, Yoany Sanchez

Posted in America Latina, Comunismo with tags , , , on maggio 6, 2009 by Maria Rubini

Non tanto per l’informazione a Cuba, ma per la disinformazione che regna in Italia, mi ha colpito il candore di un lettore del mio sito che giudica il lavoro di Yoani Sanchez, “la bloggera che sfida Castro”, scevro da ideologie o interessi poltici.

Basterebbe, infatti, la propaganda che le viene fatta nel nostro paese per capire la portata dell’operazione che è stata messa su.

C’è un intero continente con tutti i nuovi presidenti finalmente presentabili dell’America latina che non solo chiede agli Stati uniti la cancellazione dell’embargo, ma si sta battendo anche per il rientro di Cuba in tutti gli organismi dai quali l’isola era stata prepotentemente esclusa per volere proprio degli Stati uniti.

Questi presidenti, da Lula a Chavez, a Evo Morales, a Correa, ma anche dall’argentina Kirchner alla cilena Bachelet, o all’ex vescovo Lugo, sanno perfettamente che Cuba ha raggiunto in questi anni standard d’eccellenza nell’educazione, nella sanità, nella protezione sociale, nella cultura, nello sport, che questi premiers ancora sognano per i loro paesi, pur essendo più ricchi e non feriti da un blocco economico insensato e ingiusto.

I ragazzi cubani che Yoani Sanchez sostiene vivono solo privazioni sanno perfettamente, infatti, che queste conquiste sociali rendono Cuba, pur con tutti i suoi errori, diversa, più libera, dai paesi che invece, negli anni, sono stati prigionieri del neoliberismo e del mercato, come quelli delle villas miserias delle grandi città o come i trenta milioni di bambini randagi del continente.

Yoani Sanchez, nei suoi articoli, fa finta di non saperlo.

Forse è per ribattere questo tipo di dimenticanze che ho attraversato recentemente l’isola, da l’Avana a Guantanamo, con una mia troupe per realizzare un documentario non banale sulla Revolucion nell’era di Obama, ed ho scoperto che non solo la Sanchez è pressocchè sconosciuta, ma perfino i tanti ragazzi latinoamericani e non che studiano a Cuba (perchè nei loro paesi non potrebbero farlo) alla Scuola di medicina latinoamericana o alla Scuola d’arte di Bayamo, come alla Scuola di cinema, o nella stessa Università di Stato, non capiscono che cosa vorrebbe dimostrare questa bolggera di cui io spiegavo l’esistenza e la risonanza in Italia.

Per anni io ho sentito parlare, per esempio, da parte dei radicali italiani e di quella parte di “eredi” del nostro PC ora pentiti, di “dissidenti” come per esempio l’associazione delle “Donne in bianco”. Bene, recentemente si è saputo che la leader di questo gruppo di opposizione alla Rivoluzione, Martha Beatriz Roque, prendeva una ricca prebenda mensile da Santiago Alvarez, un terrorista al servizio della parte più retriva degli anticastristi di Miami, recentemente arrestato e condannato a quasi quattro anni (poi ridotti a due anni e mezzo) perchè scoperto con una macchina piena di esplosivo che, a suo dire, doveva servire per alcuni attentati nell’isola.

Poichè Santiago Alvarez era in carcere, nei mesi in cui era ancora presidente Bush Jr, i soldi si è offerto di anticiparli il capo dell’ufficio di interessi del governo degli Stati uniti a l’Avana, Michael Parmly.

Non mi sono sorpreso perchè ogni anno della sua presidenza Bush ha stanziato milioni di dollari per “un cambio rapido e drastico a Cuba” (140 milioni nel 2007, 45, data la crisi economica, nel 2008).

Molti di questi soldi venivano rubati dalle presunte organizzazioni per la democrazia a Cuba (come ha scoperto Barack Obama ordinando un’indagine), ma evidentemente buona parte è servita per “ungere” chi poteva creare malessere nella società cubana, certo non perfetta e ancora non libera da contraddizioni.

Non siamo più nell’epoca in cui veniva messa in piedi contro la Rivoluzione, come nel 2003, una vera e propria “strategia della tensione” con dirottamenti di aerei e sequestri del ferry boat di Regla, ma c’è ancora uno sforzo palese per controbbatere il vento di simpatia, nei riguardi di Cuba, che attualmente spira nel continente latinoamericano e anche nella parte progressista degli Stati uniti.

Dispiace che tutto questo non lo abbia considerato anche l’Unità che, avendo fra i collaboratori un grande conoscitore delle nazioni a Sud del Texas come Maurizio Chierici, questa realtà la avrebbe potuta approfondire facilmente anche se, erroneamente, il giornale cita spesso Freedom House, un’agenzia sovvenzionata dai governi di Washington, come riferimento indiscutibile per dare le pagelle sulla libertà di stampa. E lo fa perfino con paesi, in questo settore più che carenti, come il Messico e la Colombia.

Perchè se a Cuba c’è la bloggera, in Messico o in Colombia, nazioni allineate sulle vecchie poltiche degli Stati uniti e dei farisei europei, l’eliminazione dei giornalisti non graditi ai regimi di Uribe e di Calderon che li governano, è uno sport ancora molto praticato e che, ogni anno, fa registrare una trentina di cronisti ammazzati (record mondiale).

A loro mai nessuno, però, ha chiesto di tenere una rubrica su Internazionale.

Gianni Minà