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Liberate la Palestina, liberate voi stessi

Posted in Palestina, Politica with tags , , , , , on agosto 27, 2014 by Maria Rubini

donne
Le scorse settimane hanno visto una mobilitazione senza precedenti della società civile di tutto il mondo contro l’ingiustizia e la brutalità della sproporzionata risposta israeliana al lancio di razzi dalla Palestina.
Se si contano tutte le persone che si sono radunate lo scorso fine settimana a Città del Capo, a Washington DC, a New York, a Nuova Delhi, a Londra, a Dublino, a Sidney ed in tutte le altre città del mondo per chiedere giustizia in Israele e Palestina, ci si rende subito conto che si tratta senza dubbio della più grande ondata di protesta di sempre dell’opinione pubblica riguardo ad una singola causa.
Circa venticinque anni fa, ho partecipato a diverse grandi manifestazioni contro l’apartheid. Non avrei mai immaginato che avremmo rivisto manifestazioni tanto numerose, ma sabato scorso a Città del Capo l’affluenza è stata uguale se non addirittura maggiore. C’erano giovani e anziani, musulmani, cristiani, ebrei, indù, buddisti, agnostici, atei, neri, bianchi, rossi e verdi… come ci si aspetterebbe da una nazione viva, tollerante e multiculturale.
Ho chiesto alla gente in piazza di unirsi al mio coro: “Noi ci opponiamo all’ingiustizia dell’occupazione illegale della Palestina. Noi ci opponiamo alle uccisioni indiscriminate a Gaza. Noi ci opponiamo all’indegno trattamento dei palestinesi ai checkpoint e ai posti di blocco. Noi ci opponiamo alla violenza da chiunque sia perpetrata. Ma non ci opponiamo agli ebrei.”
Pochi giorni fa, ho chiesto all’Unione Internazionale degli Architetti, che teneva il proprio convegno in Sud Africa, di sospendere Israele dalla qualità di Paese membro.
Ho pregato le sorelle e i fratelli Israeliani presenti alla conferenza di prendere le distanze, sia personalmente che nel loro lavoro, da progetti e infrastrutture usati per perpetuare un’ingiustizia. Infrastrutture come il muro, i terminal di sicurezza, i posti di blocco e gli insediamenti costruiti sui territori Palestinesi occupati.Ho detto loro: “Quando tornate a casa portate questo messaggio: invertite la marea di violenza e di odio unendovi al movimento nonviolento, per portare giustizia a tutti gli abitanti della regione”. In poche settimane, più di 1 milione e 600mila persone in tutto il mondo hanno aderito alla campagna lanciata da Avaaz chiedendo alle multinazionali che traggono i propri profitti dall’occupazione della Palestina da parte di Israele e/o che sono coinvolte nell’azione di violenza e repressione dei Palestinesi, di ritirarsi da questa attività. La campagna è rivolta nello specifico a ABP (fondi pensionistici olandesi); a Barclays Bank; alla fornitura di sistemi di sicurezza (G4S), alla francese Veolia (trasporti); alla Hewlwtt-Packard (computer) e alla Caterpillar (fornitrice di Bulldozer).
Il mese scorso 17 governi della UE hanno raccomandato ai loro cittadini di astenersi dal fare affari o investimenti negli insediamenti illegali israeliani.
Abbiamo recentemente assistito al ritiro da banche israeliane di decine di milioni di euro da parte del fondo pensione olandese PGGM e al ritiro da G4S della Fondazione Bill e Melinda Gates; e la Chiesa presbiteriana degli Stati Uniti ha ritirato una cifra stimata in 21 milioni dollari da HP, Motorola Solutions e Caterpillar.
Questo movimento sta prendendo piede.
La violenza genera solo violenza ed odio, che generano ancora più violenza e più odio.
Noi sudafricani conosciamo la violenza e l’odio. Conosciamo la pena che comporta l’essere considerati la puzzola del mondo, quando sembra che nessuno ti comprenda o sia minimamente interessato ad ascoltare il tuo punto di vista. È da qui che veniamo.
Ma conosciamo anche bene i benefici che sono derivati dal dialogo tra i nostri leader, quando organizzazioni etichettate come “terroriste” furono reintegrate ed i loro capi, tra cui Nelson Mandela, liberati dalla prigione, dal bando e dall’esilio.
Sappiamo che, quando i nostri leader cominciarono a parlarsi, la logica della violenza che aveva distrutto la nostra società si è dissipata ed è scomparsa. Gli atti di terrorismo iniziati con i negoziati, quali attachi ad una chiesa o ad un pub, furono quasi universalmente condannati ed i partiti responsabili furono snobbati alle elezioni.
L’euforia che seguì il nostro votare assieme per la prima volta non fu solo dei sudafricani neri. Il vero trionfo della riappacificazione fu che tutti si sentirono inclusi. E dopo, quando approvammo una costituzione così tollerante, compassionevole e inclusiva che avrebbe reso orgoglioso anche Dio, tutti ci siamo sentiti librerati.
Certo, avere un gruppo di leader straordinari ha aiutato.
Ma ciò che alla fine costrinse questi leader a sedersi attorno al tavolo delle trattative fu l’insieme di strumenti persuasivi e non violenti messi in pratica per isolare il Sudafrica economicamente, accademicamente, culturalmente e psicologicamente.
A un certo punto – il punto di svolta – il governo di allora si rese conto che preservare l’apartheid aveva un costo superiore ai suoi benefici.
L’interruzione, negli anni ’80, degli scambi commerciali con il Sud Africa da parte di aziende multinazionali dotate di coscienza, è stata alla fine una delle azioni chiave che ha messo in ginocchio l’apartheid, senza spargimenti di sangue. Quelle multinazionali avevano compreso che, sostenendo l’economia del Sud Africa, stavano contribuendo al mantenimento di uno status quo ingiusto. Quelli che continuano a fare affari con Israele, che contribuiscono a sostenere un certo senso di “normalità” nella società Israeliana, stanno arrecando un danno sia agli israeliani che ai palestinesi. Stanno contribuendo a uno stato delle cose profondamente ingiusto.
Quanti contribuiscono al temporaneo isolamento di Israele, dichiarano così che Israeliani e Palestinesi in eguale misura hanno diritto a dignità e pace.
In sostanza, gli eventi accaduti a Gaza nell’ultimo mese circa stanno mettendo alla prova chi crede nel valore degli esseri umani.
È sempre più evidente il fallimento dei politici e dei diplomatici nel fornire risposte e che la responsabilità di negoziare una soluzione sostenibile alla crisi in Terra Santa ricade sulla società civile e sugli stessi abitanti di Israele e Palestina.
Oltre che per le recenti devastazioni a Gaza, tante bellissime persone in tutto il pianeta – compresi molti Israeliani – sono profondamente disturbate dalle quotidiane violazioni della dignità umana e della libertà di movimento cui i Palestinesi sono soggetti a causa dei checkpoint e dei posti di blocco. Inoltre, la politica Israeliana di occupazione illegale e di costruzione di insediamenti cuscinetto in una terra occupata aggrava la difficoltà di raggiungere in futuro un accordo che sia accettabile per tutti.
Lo stato di Israele si sta comportando come se non ci fosse un domani. Il suo popolo non potrà avere la vita tranquilla e sicura che vuole – e a cui ha diritto – finché i suoi leader continueranno a mantenere le condizioni che provocano il conflitto.Io ho condannato quanti in Palestina sono responsabili dei lanci di missili e razzi contro Israele. Soffiano sulle fiamme dell’odio. Io sono contrario ad ogni manifestazione di violenza.
Ma dobbiamo essere chiari che il popolo palestinese ha ogni diritto di lottare per la sua dignità e libertà. È una lotta che ha il sostegno di molte persone in tutto il mondo.
Nessuno dei problemi creato dagli esseri umani è irrisolvibile, quando gli esseri umani stessi si impegnano a risolverlo con il desiderio sincero di volerlo superare. Nessuna pace è impossibile quando la gente è determinata a raggiungerla.
La Pace richiede che israeliani e palestinesi riconoscano l’essere umano in loro stessi e nell’altro, che riconoscano la reciproca interdipendenza.
Missili, bombe e insulti non sono parte della soluzione. Non esiste una soluzione militare.
È più probabile che la soluzione arrivi dallo strumento nonviolento che abbiamo sviluppato in Sud Africa negli anni ’80, per persuadere il governo della necessità di modificare la propria linea politica.
Il motivo per cui questi strumenti – boicottaggio, sanzioni e disinvestimenti – si rivelarono efficaci, sta nel fatto che avevano una massa critica a loro sostegno, sia dentro che fuori dal Paese. Lo stesso tipo di sostegno di cui siamo stati testimoni, nelle utlime settimane, a favore della Palestina.1583417048Il mio appello al popolo di Israele è di guardare oltre il momento, di guardare oltre la rabbia nel sentirsi perennemente sotto assedio, nel vedere un mondo nel quale Israele e Palestina possano coesistere – un mondo nel quale regnino dignità e rispetto reciproci.
Ciò richiede un cambio di prospettiva. Un cambio di mentalità che riconosca come tentare di perpetuare l’attuale status quo equivalga a condannare le generazioni future alla violenza e all’insicurezza. Un cambio di mentalità che ponga fine al considerare ogni legittima critica alle politiche dello Stato come un attacco al Giudaismo. Un cambio di mentalità che cominci in casa e trabocchi fuori di essa, nelle comunità, nelle nazioni e nelle regioni che la Diaspora ha toccato in tutto il mondo. L’unico mondo che abbiamo e condividiamo.
Le persone unite nel perseguimento di una causa giusta sono inarrestabili. Dio non interferisce nelle faccende della gente, ha fiducia nel fatto che noi cresceremo ed impareremo risolvendo le nostre difficoltà e superando le nostre divergenze da soli. Ma Dio non dorme. Le Scritture Ebraiche ci dicono che Dio è schierato dalla parte del debole, dalla parte di chi è senza casa, della vedova, dell’orfano, dalla parte dello straniero che libera gli schiavi nell’esodo verso la Terra Promessa. Fu il profeta Amos che disse che dobbiamo lasciar scorrere la giustizia come un fiume.
La giustizia prevarrà alla fine. L’obiettivo della libertà del popolo palestinese dall’umiliazione e dalle politiche di Israele è una causa giusta. È una causa che lo stesso popolo di Israele dovrebbe sostenere.Nelson Mandela disse che i Sudafricani non si sarebbero potuti sentire liberi finché anche i Palestinesi non lo fossero stati.
Avrebbe potuto aggiungere che la liberazione della Palestina libererà anche Israele.

di Desmond Tutu
Originale pubblicato su http://www.haaretz.com/opinion/1.610687 – Traduzione realizzata dalla Comunità di Avaaz.

Chi crede ancora nella buona fede di Israele?

Posted in Palestina, Politica, Uncategorized with tags , , , , on agosto 6, 2014 by Maria Rubini

State-is-born
Oggi molti tra le fila della sini­stra ita­liana fati­cano ad ammet­tere che il popolo pale­sti­nese è la vit­tima di que­sto lungo con­flitto. Fanno fatica a denun­ciare i cri­mini di Israele, cri­mini di cui si mac­chia indi­stur­bato ormai da troppo tempo. Molti pre­fe­ri­scono vol­tare la testa e par­lare di Hamas, come se Hamas fosse l’origine del tutto. Muoiono bam­bini? E’ Hamas! Distruggono case e scuole? E’ colpa di Hamas. Hamas! Hamas! Hamas! Ma Hamas non esi­steva vent’anni fa, eppure Israele agiva nello stesso modo.

Risale al 1982 il famoso mas­sa­cro di Sabra e Shatila nel quale le forze armate israe­liane gui­date da Ariel Sharon furono respon­sa­bili della morte di più 2400 arabi – pale­sti­nesi. La scusa era sem­pre la stessa: difen­dere il popolo israe­liano dal ter­ro­ri­smo. Hamas ancora non esi­steva, e il ter­ro­ri­smo que­sta volta era quello di Yasser Arafat.

In quel periodo la posi­zione della sini­stra ita­liana era chiara: equi­di­stanza dai cri­mini di Israele e dal ter­ro­ri­smo, ma netto soste­gno alla lotta di libe­ra­zione del popolo pale­sti­nese. Né sono testi­mo­nianza, ad esem­pio, le posi­zioni del Presidente della Repubblica Sandro Pertini e quella del Presidente del Consiglio Bettino Craxi. Il primo, infatti, nel suo mes­sag­gio di fine anno agli ita­liani, nel 1983 usava parole che non lascia­vano spa­zio a fraintendimenti:

“Una volta furono gli ebrei a cono­scere la “diaspora“[…]vennero cac­ciati dal Medio oriente e dispersi nel mondo; adesso lo sono invece i palestinesi…Io affermo ancora una volta che i pale­sti­nesi hanno diritto sacro­santo ad una patria ed a una terra come l’hanno avuta gli israeliti…Se vi sono nazioni in cui i diritti civili ed umani sono con­cul­cati, sono annul­lati, non vi è che un prov­ve­di­mento da pren­dere con­tro que­ste nazioni: l’espulsione dall’Onu. Non val­gono le pro­te­ste, se le porta via il vento. Non val­gono le pole­mi­che. Siano espulse dall’Organizzazione delle Nazioni Unite. Sia dato loro il bando, siano indi­cate all’umanità come colpevoli.”

“Io sono stato nel Libano. Ho visi­tato i cimi­teri di Chatila e Sabra. E una cosa che ango­scia vedere que­sto cimi­tero dove sono sepolte le vit­time di quel mas­sa­cro orrendo. Il respon­sa­bile di quel mas­sa­cro orrendo è ancora al governo in Israele. E quasi va bal­dan­zoso di que­sto mas­sa­cro fatto. E un respon­sa­bile cui dovrebbe essere dato il bando della società.” (In basso il video del suo discorso.)
Ma come spesso capita, la sto­ria si prende beffa dei più deboli. Sharon verrà infatti eletto pre­si­dente dello stato israe­liano, e quindi diven­terà lui rap­pre­sen­tante del pro­cesso di pace tra Israele e Palestina dal 2001 al 2006. Ma que­sta volta sarà il pre­si­dente ame­ri­cano George W. Bush a garan­tire: “Sharon è uomo di pace”. E se lo garan­ti­sce lui, che è un altro uomo di pace, allora come si fa a non crederci!

E ancora, il pre­si­dente del con­si­glio Bettino Craxi, rico­no­scendo i diritti dei pale­sti­nesi e degli israe­liani, nel ricor­dare il ruolo di pace dell’Italia nel medi­ter­ra­neo, legit­ti­mava la lotta armata del popolo pale­sti­nese e chie­deva con fer­mezza a Israele la resti­tu­zione dei ter­ri­tori occupati.

“Quando Israele fu minac­ciata tutti fummo con Israele. Ora essa occupa da 18 anni ter­ri­tori arabi che vanno resti­tuiti in cam­bio della pace.[…] Contestare ad un movi­mento che voglia libe­rare il pro­prio paese da un’occupazione stra­niera la legit­ti­mità del ricorso alle armi signi­fica andare con­tro alle leggi della sto­riarede ancora nella buona fede di Israele?

Se non di Hamas, se non del ter­ro­ri­smo, di chi è la colpa allora? Non è forse di chi punta i riflet­tori sul con­flitto israelo — pale­sti­nese solo se qual­cuno si fa sal­tare in aria? Non è forse di chi si sde­gna solo quando par­tono i razzi? Siamo amici degli ebrei, siamo amici di Israele. Non ci può essere nes­sun dub­bio sul suo diritto di esi­stere, e mai c’è stato nes­sun dub­bio in merito da parte dello stato ita­liano. Ma dov’è lo stato dei pale­sti­nesi? Ma qual è la posi­zione della sini­stra ita­liana oggi? Qual è la posi­zione del governo ita­liano? Qual è il ruolo dell’Europa? “Non val­gono le pro­te­ste, se le porta via il vento”, avrebbe detto il Presidente Pertini.

Molti vedendo que­sti video vec­chi ormai più di trent’anni obbiet­te­ranno dicendo, con arro­ganza, super­fi­cia­lità e pre­sun­zione, che il con­te­sto era diverso, salvo poi non riu­scire a spe­ci­fi­care cosa lo ren­desse diverso. Molti soster­ranno che prima non esi­steva Hamas; ma non era l’OLP di Arafat con­si­de­rata un’organizzazione ter­ro­ri­stica alla pari di Hamas? Cos’era, dun­que a ren­dere diverso il con­te­sto? Forse Israele non occu­pava ille­gal­mente i ter­ri­tori pale­sti­nesi? Niente di tutto que­sto. La dram­ma­tica verità è che il con­te­sto era sem­pre lo stesso. L’unica dif­fe­renza risie­deva sem­pli­ce­mente nell’onestà e auto­no­mia intel­let­tuale dei lea­der ita­liani, nella fat­ti­spe­cie, Pertini e Craxi. Autonomia e one­stà intel­let­tuale che si tra­du­ce­vano in indi­pen­denza dell’Italia nella valu­ta­zione delle con­tro­ver­sie internazionali.

Oggi invece, dopo quasi tre set­ti­mana dall’ennesimo mas­sa­cro di civili pale­sti­nesi per mano delle forze mili­tari israe­liane, la sini­stra ita­liana latita. Non una posi­zione chiara, non una posi­zione. Molti con­ti­nuano a cre­dere nella buona fede delle azioni di Israele, e a vol­tare la testa dall’altra parte di fronte alle foto delle case distrutte, e dei bam­bini uccisi. O peg­gio con­ti­nuano a impu­tare al ter­ro­ri­smo pale­sti­nese l’origine della tra­ge­dia. Conti­nuare a par­lare di Hamas fa comodo, per­ché così si evita di par­lare della lotta legit­tima del popolo pale­sti­nese. Noi ita­liani ed euro­pei, che cre­diamo in tale legit­ti­mità e che cre­diamo nel diritto di Israele ad esi­stere e vivere in sicu­rezza, non pos­siamo limi­tarci a pro­clami ste­rili. L’Italia e l’Europa dovreb­bero avere un ruolo più attivo nel medi­ter­ra­neo. Un ruolo determinante.

Nonostante la con­ti­nua pro­pa­ganda che dipinge Israele come la vit­tima e il popolo pale­sti­nese come il car­ne­fice di se stesso, qual­cosa sta cam­biando nell’opinione pub­blica a livello glo­bale. La dispo­ni­bi­lità della nuova tec­no­lo­gia e la dif­fu­sione dei social net­works hanno con­tro­bi­lan­ciato un’informazione sem­pre molto incline ad appog­giare la pro­pa­ganda israe­liana. La gior­na­li­staRula Jebral nella sua inter­vi­sta alla MSNBC il 22 luglio ha affer­mato come l’informazione di que­sto con­flitto sia “disgu­sto­sa­mente di parte nei con­fronti di Israele”, e che “la CNN abbia inter­vi­stato 17 pub­blici uffi­ciali israe­liani con­tro solo un’ uffi­ciale pale­sti­nese.” I social net­works in ogni modo sono riu­sciti ad infran­gere que­sto muro di fazio­sità e mostrare all’opinione pub­blica mon­diale il dolore e le dif­fi­coltà del popolo pale­sti­nese così come la man­canza di uma­nità e pro­por­zio­na­lità dell’esercito israe­liano. E in molti oggi non cre­dono più nella buona fede di Israele.

Non crede alla buona fede di Israele, l’alta com­mis­sa­ria dell’Onu per i diritti umani Navi Pillay, che con­danna aper­ta­mente le azioni spro­por­zio­nate dell’esercito israe­liano chie­dendo l’apertura di un’inchiesta inter­na­zio­nale per accer­tare gli even­tuali cri­mini con­tro l’umanità, atti­ran­dosi le ulte­riori anti­pa­tie del mini­stro degli esteri israe­liano Avigdor Liberman che defi­ni­sce le Nazioni Unite come il “Consiglio in difesa dei diritti dei terroristi”.

Un’affermazione quest’ultima che s’inquadra in una lunga cam­pa­gna di dele­git­ti­ma­zione e inos­ser­vanza delle isti­tu­zioni inter­na­zio­nale da parte dello stato d’Israele. Si dele­git­ti­mano le isti­tu­zioni inter­na­zio­nali e si spera nella media­zione degli Stati Uniti. Ma, ripre­sen­tando le parole di Marcella Emiliani, tra le mas­sime esperte ita­liane e inter­na­zio­nali di Africa e Medio-Oriente: “fino ad oggi la pre­si­denza Obama non c’è riu­scita e spesso ha masche­rato le pro­prie dif­fi­coltà con l’ostico governo Netanyahu, lamen­tando le divi­sioni in campo pale­sti­nese. Non appena però i pale­sti­nesi sem­brano aver ritro­vato la pro­pria unità, tanto negli Stati Uniti quanto in Israele il coro è una­nime: con un governo soste­nuto da Hamas non si tratta. Bene. Ma cosa signi­fica allora per Washington e Gerusalemme «l’unità dei pale­sti­nesi»? Al-Fatah con chi dovrebbe ritro­vare un’intesa se non con Hamas? E soprat­tutto cosa hanno fatto Washington e Gerusalemme per raf­for­zare Abu Mazen, cioè̀ il pale­sti­nese che ha rinun­ciato al ter­ro­ri­smo come metodo di lotta poli­tica fin dal 1993?”

Non cre­dono nem­meno più nella buona fede di Israele i 50 riser­vi­sti israe­liani che si sono rifiu­tati di ser­vire il pro­prio paese, dichia­rando quanto segue:

“I resi­denti pale­sti­nesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza sono pri­vati dei diritti civili e dei diritti umani. Vivono in un sistema giu­ri­dico diverso dai loro vicini ebrei. Lì, abbiamo sco­perto che l’intero eser­cito aiuta a imple­men­tare l’oppressione dei palestinesi.”

Non crede più nella buona fede di Israele una parte del suo stesso popolo ebraico esterno e interno allo stato. Il con­senso dall’esterno di molti ebrei alle azioni mili­tari del governo israe­liano si è andato via via ero­dendo in tutto il mondo e in spe­cial modo negli Stati Uniti. Anche in Italia è pos­si­bile rin­trac­ciare tale ero­sione per esem­pio nelle parole di Moni Ovadia che sin dallo scorso anno affermava:

“Lascio la Comunità ebraica di Milano, fa pro­pa­ganda a Israele” ( 5 Novembre 2013).

L’opposizione interna, invece, si può indi­vi­duare non solo nella rea­zione dei mili­tari di non ser­vire più il pro­prio paese, ma anche nelle opere di gior­na­li­sti come Gideon Levy, che sulle pagine del quo­ti­diano più impor­tante d’Israele, l’ Haaretz scrive:

“Dopo che abbiamo detto tutto ciò che c’è da dire sul conto di Hamas – che è inte­gra­li­sta, che è cru­dele, che non rico­no­sce Israele, che spara sui civili, che nasconde muni­zioni den­tro le scuole e gli ospe­dali, che non ha fatto niente per pro­teg­gere la popo­la­zione di Gaza – dopo che è stato detto tutto que­sto, dovremmo fer­marci un attimo e ascol­tare Hamas. Potrebbe per­fino esserci con­sen­tito met­terci nei suoi panni e forse addi­rit­tura apprez­zare l’audacia e la capa­cità di resi­stenza di que­sto nostro acer­rimo nemico, in cir­co­stanze duris­sime.
Invece Israele pre­fe­ri­sce tap­parsi le orec­chie davanti alle richie­ste della con­tro­parte, anche quando que­ste richie­ste sono giu­ste e cor­ri­spon­dono agli inte­ressi sul lungo periodo di Israele stesso.” (Haaretz”, dome­nica 20 Luglio 2014)

Non hanno più cre­duto alla buona fede d’Israele gli sto­rici israe­liani tra i quali si pos­sono anno­ve­rare Simha Flapan, Benny Morris, Avi Shlaim, Ilan Pappé, e Tom Segev, che gra­zie all’apertura degli archivi di Stato israe­liani, di quelli del movi­mento sio­ni­sta e non ultimi degli archivi di Stati Uniti e Gran Bretagna, seb­bene divisi al loro interno sull’esistenza espli­cita di un piano arti­co­lato di epu­ra­zione etnica noto col nome di “Piano D”, hanno ammesso che nella con­giun­tura della guerra del 1948 e soprat­tutto nella sua fase finale, quand’era ormai evi­dente che Israele aveva vinto e quanto gli inte­res­sava era soprat­tutto con­so­li­dare i nuovi con­fini acqui­siti che allar­ga­vano la super­fi­cie asse­gnata agli ebrei dal piano di spar­ti­zione Onu, venne lasciata mano libera ai gene­rali israe­liani di “libe­rare” le aree acqui­site dalla popo­la­zione autoc­tona. Questa nuova ver­sione, suf­fra­gata da fonti d’archivio, ribalta com­ple­ta­mente il rap­porto Israele-profughi e non ha man­cato, come tutta la nuova sto­rio­gra­fia, di creare dibat­titi molto aspri e accesi tra gli intel­let­tuali, i poli­tici e la stessa società israeliana.

Non cre­dono alla buona fede di Israele Cile, Peru, Ecuador e Brasile, che hanno deciso di richia­mare i loro amba­scia­tori in segno di pro­te­sta con­tro le azioni mili­tari in Gaza.

Sono, dun­que sem­pre meno quelli che cre­dono nella buona fede di Israele. Come regola gene­rale dovrebbe valere che chi non è in grado di giu­di­care i pro­pri pec­cati o quelli dei suoi amici, dovrebbe aste­nersi dal giu­di­care quelli dei suoi nemici. E risulta ormai ovvio che il diritto di cri­tica non equi­vale all’antisemitismo, su cui comun­que biso­gna sem­pre vigilare.

E chi crede ancora in que­ste folli azioni mili­tari? Soltanto Stati Uniti ed Europa. Soltanto loro hanno il corag­gio di chia­mare ter­ro­ri­smo i razzi spa­rati in zone abi­tate da civili, ma legit­tima difesa le bombe che distrug­gono case, scuole, e ospe­dali ammaz­zando nell’80% dei casi donne e bam­bini. Perché con­ti­nuiamo a cre­dere che que­sta rea­zione sia giu­sta? Gli Stati Uniti hanno sem­pre difeso que­ste azioni per la forte pres­sione interna delle lob­bies come l’American Israel Public Affairs Committee. Ma l’Italia? e l’Europa? Possibile che ci sen­tiamo in dovere di essere moral­mente in debito sem­pre con tutti, lasciando che que­sto debito morale ci impe­di­sca di valu­tare la situa­zione in maniera lim­pida? Ma poi, si tratta solo di un debito morale o c’è dell’altro? Quando arri­verà il momento per l’Europa di met­tere in pra­tica i valori sui quali è fon­data, e pro­porsi come forza di pace nel medi­ter­ra­neo e nel mondo? Non è dato a sapersi.

Quello che si sa è che nel futuro di que­sto con­flitto pesano ancora molte inco­gnite. Il rischio è che pas­serà anche que­sto mas­sa­cro, si spen­ge­ranno len­ta­mente i riflet­tori, e nel silen­zio gene­rale il grido di dolore dei pale­sti­nesi si tra­sfor­merà nuo­va­mente in razzi. Le tele­vi­sioni magi­ca­mente si riac­cen­de­ranno per incol­pare i ter­ro­ri­sti di turno. Israele avrà agito ancora per diritto di difesa. E i pale­sti­nesi avranno perso un paio di mili­tanti e qual­che altro cen­ti­naio di donne e di bambini.

“Non val­gono le pro­te­ste, se le porta via il vento”, avrebbe escla­mato il Presidente Pertini.

Valerio di Fonzo – Fon­da­tore, edi­tore, e autore de IlGlobo.eu e Globalopolis.org.

Don’t Name the Dead Children

Posted in Palestina, Poesia, Politica, Società, Uncategorized with tags , on agosto 5, 2014 by Maria Rubini

Don’t mention the children.

Don’t name the dead children.

The people must not know the names

of the dead children.

The names of the children must be hidden.

The children must be nameless.

The children must leave this world

having no names.

No one must know the names of

the dead children.

No one must say the names of the

dead children.

No one must even think that the children

have names.

People must understand that it would be dangerous

to know the names of the children.

The people must be protected from

knowing the names of the children.

The names of the children could spread

like wildfire.

The people would not be safe if they knew

the names of the children.

Don’t name the dead children.

Don’t remember the dead children.

Don’t think of the dead children.

Don’t say: ‘dead children’.

Israel bans radio advert listing names of children killed in Gaza

(Guardian 24.07.14) M. Rosen

Siria. Le Alture del Golan tra guerra e pace

Posted in Palestina, Politica with tags , , , , , , on luglio 17, 2012 by Maria Rubini

Finora sono stati taciuti due importanti aspetti della crisi siriana. Parliamo del silenzio di Tel Aviv nei confronti delle rivolte e della questione aperta con il vicino arabo riguardo ai territori occupati del Golan. 

 Il governo di Tel Aviv appare fortemente indeciso su come procedere rispetto alle rivolte che hanno investito la vicina Siria e, con la situazione che si evolve velocemente, continua a mantenere un atteggiamento di attenta ‘indifferenza’.

“Se il regime degli Assad dovesse cadere, la minaccia più grande per Israele diventerebbe il confine settentrionale: una terra di nessuno dove gruppi come al Qaeda potrebbero operare in relativa tranquillità”, scriveva l’Afp qualche settimana fa, citando un alto funzionario militare israeliano.

Queste paure, mai nascoste dall’establishment di Tel Aviv, sono state nell’ultimo anno la bussola della politica del paese nei confronti della Siria, permettendogli di mantenere una posizione di secondo piano rispetto al braccio di ferro internazionale attualmente in corso su Damasco.

Gli interessi di Israele nell’attuale conflitto siriano si concentrano in gran parte su due obiettivi: le relazioni degli Assad con l’Iran e gli Hezbollah, ed il Golan.

Nel caso in cui il governo di Bashar venisse spazzato via, si assisterebbe molto probabilmente ad una brusca interruzione nei rapporti tra Siria e Iran, poiché, con l’ascesa di una nuova classe dirigente maggiormente legata a Turchia ed Arabia Saudita, il baricentro della politica internazionale di Damasco cambierebbe drasticamente.

Tuttavia, sono poche le garanzie che l’eventuale futuro esecutivo, molto probabilmente a guida islamica, possa restare indifferente alle alture del Golan, occupate da Tel Aviv con la Guerra dei Sei giorni.

Eppure Israele avrebbe tutto da guadagnare se il regime degli Assad dovesse cadere, perché la prima conseguenza di tale risultato sarebbe quello di indebolire notevolmente la milizia libanese degli Hezbollah spezzando, nello stesso tempo, la cintura sciita che lega Teheran agli sciiti libanesi attraverso la testa di ponte fornita dal regime di Damasco.

Il problema principale di questo scenario è però rappresentato dalla ‘gestione’ dei rapporti con un eventuale governo dominato dagli islamisti.

Molti in Israele continuano pensare che sia meglio continuare a vivere con una minaccia conosciuta come quella degli Assad, piuttosto che rischiare di avere una ‘nuova Siria’. 

Inoltre, lo stesso rapporto dell’Afp, sottolinea le paure dell’establishment militare israeliano che un’eventuale caduta del regime alawita possa significare un trasferimento di armi tecnologicamente avanzate dagli arsenali di Damasco a quelli della milizia di Hassan Nasrallah, stravolgendo ulteriormente gli equilibri di potenza nell’area.

Una questione centrale della difesa del fronte siriano dal punto di vista di Tel Aviv è rappresentata proprio dalla forte preoccupazione per un attacco a sorpresa da parte di forze ostili. 

Secondo il Jerusalem Post, l’esercito siriano possiede circa 1.000 missili balistici, con un range di 300-700 km, che coprono ogni punto all’interno di Israele e che rappresentano una potenziale minaccia sia in caso di utilizzo da parte di Hezbollah che da parte dei nuovi governanti di Damasco. 

Ancora più problematico, dal punto di vista di Israele, è l’arsenale di razzi a disposizione della Siria.

L’Idf (l’Israel Defence Forces) non può contare su una vera e propria difesa dalle migliaia di razzi 220 mm (con una gettata fino a 70 chilometri) e quelli di 302 mm (con una gamma di 90 chilometri), che potrebbero diventare materiale facilmente reperibile nella regione.

L’attuale sistema di difesa anti-missilistica israeliano rimane tuttora in una fase sperimentale, e gli esorbitanti costi di gestione e di armamenti che il sistema Iron Dome richiede hanno scatenato un ampio dibattito all’interno di Israele riguardo la reale efficacia di tale progetto.

La difesa quasi perfetta degli spazi aerei israeliani portata dal nuovo sistema antimissilistico ha chiaramente delineato i punti di forza e di debolezza di tale impostazione: si possono minimizzare le perdite e i danni dei razzi, contribuendo ad agevolare le autorità politiche e militari nei loro compiti, tuttavia non si può assicurare una pace duratura per i civili coinvolti dal pericolo di tali armamenti. 

Tutto questo viene attentamente soppesato dalle autorità di Tel Aviv.

In realtà, in Israele c’è anche chi pensa che un ritiro dalle Alture del Golan potrebbe migliorare notevolmente la situazione tra i due vicini.

In particolare, con la creazione di una zona demilitarizzata priva di forze offensive, insieme a una forte presenza internazionale, e in cui entrambi gli eserciti non possono effettuare alcuna manovra, si creerebbe una buffer zone che garantirebbe un deterrente contro la possibilità di una guerra tra le due nazioni.

A sostegno di questa tesi si ricorda come già il 19 giugno 1967, una settimana dopo la fine dei combattimenti nella Guerra dei Sei Giorni, i ministri israeliani, tra cui Menachem Begin, si mostrarono disposti a rinunciare ai guadagni fatti sul fronte siriano in cambio della pace.

“Israele propone un accordo di pace sulla base della frontiera internazionale e delle esigenze di sicurezza” fu la dichiarazione ufficiale di Tel Aviv. 

Si elencavano poi le seguenti condizioni: la smilitarizzazione delle alture siriane fino ad oggi presidiate dalle forze Idf e l’obbligo di non interferire nel flusso delle acque dalle sorgenti del fiume Giordano verso Israele.

Nonostante i cambiamenti significativi che si sono verificati nella struttura dell’esercito siriano, tra cui le dimensioni e gli armamenti, un accordo di smilitarizzazione delle Alture e la protezione delle fonti idriche di Israele (il Kinneret e le sorgenti del fiume Giordano), potrebbero essere ancora oggi validi argomenti a favore della pace ed elementi sufficienti per garantire la sicurezza di Tel Aviv.

Tuttavia, anche se esiste questo dilemma sulla scelta tra la famiglia degli Assad e i ribelli, Israele avrebbe benefici dalla caduta dell’attuale regime solo a condizione che gli alleati degli Usa, come Turchia e Arabia Saudita, agiscano da freno nei confronti degli islamisti che potrebbero prendere il potere.

Ad oggi, dopo più di un anno di rivolte, le diverse cellule operative dell’opposizione sparse all’interno del paese cercano autonomamente i finanziamenti dall’esterno, con il rischio che le varie fazioni in lotta rispondano agli interessi di chi li foraggia. 

Lo strano mosaico composto dai vari combattenti e dagli attivisti pacifici ha dimostrato una forte tenacia nel resistere ad una repressione durissima, che ha lasciato migliaia di morti e quartieri ridotti in un cumulo di macerie.

Tuttavia, fino ad ora, non è ancora riuscita a fondersi in una forza unitaria o ad identificare un leader nazionale, una chiara ideologia  e degli obiettivi specifici che vadano al di là della destituzione del presidente Assad.

Questa atomizzazione, avvertono molti, potrebbe trasformare il paese in “piccoli emirati” piuttosto che  in un sistema statale nuovo, comportando notevoli problemi alla stabilità dell’area e alla sicurezza di Israele.

Secondo le notizie degli ultimi giorni, la Siria sarebbe diventata campo di battaglia di numerosi mercenari al soldo di Washington, Londra, Doha e Riyadh.

Il Sunday Guardian rivela come Assad starebbe tentando a tutti i costi di catturare vivo qualche combattente straniero per poterlo ‘offrire’ ai media di tutto il mondo, come prova provata delle interferenze straniere nel paese, confermando indirettamente quello che circola da tempo sui media internazionali.

Oltretutto, secondo l’Onu, ci sarebbero anche molti ragazzini tra le reclute dell’Esercito libero siriano, usati per contrastare l’avanzata dell’artiglieria e dei mezzi corazzati governativi, spiegando così l’altissimo numero di adolescenti uccisi dalle manovre del regime.

La Siria rimane una sorta di ‘buco nero’ in cui le notizie che trapelano vengono costantemente rilette in base allo schieramento ideologico.

Da un lato i ribelli che si presentano come democratici, inclusivi e nazionalisti, mentre dall’altro c’è un regime che sembra sostenuto da una larga parte della popolazione siriana, convinta che ci siano ‘terroristi finanziati da potenze straniere sunnite’.

Negli ultimi 15 mesi, i funzionari israeliani hanno più volte espresso la loro opposizione ad Assad, con mosse diplomatiche tese a far dedurre l’esistenza di armi non convenzionali in Siria. Ma nello stesso tempo le autorità di Tel Aviv non hanno mai rilasciato delle dichiarazioni a sostegno dei ribelli che non fossero vaghe.  

A cambiare la cornice geopolitica, il recente sequestro di armi israeliane da parte delle forze di sicurezza siriane che confermerebbe le speculazioni sul fatto che Tel Aviv stia sostenendo attivamente la violenza nel paese. 

Nello stesso tempo, chi ci dice che non potrebbe trattarsi di una contropartita alle Alture del Golan in caso di una vittoria dei ribelli sul regime?

di Nino Orto

 

2012: sciiti e sunniti si combattono per la supremazia nella regione

Posted in Palestina, Politica, Società with tags , , , , , , , , , , , , , on gennaio 3, 2012 by Maria Rubini

Di Barry Rubin

Naturalmente non vi è nulla di nuovo nel conflitto fra musulmani sunniti e musulmani sciiti, ma è una novità che tale conflitto sia diventata una delle caratteristiche a livello regionale in tempi moderni. In fondo, finché imperavano regimi di stile laico che predicavano identità arabe nazionaliste onnicomprensive, le differenze fra comunità religiose restavano in secondo piano. Ma una volta che si sono affermati regimi islamisti, la teologia è tornata centrale, come secoli fa. Ma non si fraintenda la situazione: quella in atto è fondamentalmente una lotta per il potere politico e per le ricchezze. Quando stati o movimenti sunniti e sciiti si combattono, si comportano come soggetti politici dotati di obiettivi, tattiche e strategie.
La forza e l’influenza crescenti del regime islamista iraniano hanno posto gli islamisti arabi sunniti di fronte a un grosso problema. In linea generale non amavano l’Iran perché era persiano e sciita, però rappresentava l’unico regime islamista sulla scena. È così che la palestinese Hamas, organizzazione araba islamista sunnita, è diventata un cliente sottomesso all’Iran. La guerra Iran-Iraq (degli anni ’80) rifletteva questi antagonismi, in modo particolarmente evidente nella propaganda irachena. Peraltro il regime iracheno era comunque in grado di tenere sotto controllo la sua maggioranza sciita.
Successivamente la rimozione di Saddam Hussein ad opera di una forza internazionale guidata dagli Stati Uniti ha scoperchiato la questione dei rapporti fra comunità all’interno dell’Iraq. Gli sciiti iracheni sopravanzano i loro vicini sunniti con un rapporto di tre a uno, per cui sono destinati a vincere automaticamente qualunque elezione, specie se i curdi iracheni si chiamano fuori, preferendo quello che è, di fatto se non di diritto, il loro stato nel nord dell’Iraq. Nonostante la presenza di elementi anti-americani e di al-Qaeda, l’insurrezione sunnita in Iraq è stata essenzialmente un estremo tentativo da parte dei sunniti di recuperare il potere. Il tentativo è fallito e adesso, pur continuando le violenze, i sunniti porranno l’enfasi principale sul negoziare la divisione del potere meno peggio possibile. Anche in Libano gli sciiti hanno trionfato, guidati da Hezbollah e aiutati da Siria e Iran.
Ma tutto questo avveniva prima dell’anno 2011. La “primavera araba” è stata invece una faccenda quasi interamente sunnita: per alcuni versi l’equivalente sunnita della rivoluzione iraniana del 1979. Solo nel Bahrain, dove erano oppressi, gli sciiti sono passati all’offensiva. Quelle in Egitto, Tunisia e Libia sono state tutte insurrezioni sunnite contro governi arabi sunniti.
La situazione in Siria è assai più complicata, con un regime arabo alawita non-musulmano che si atteggia a musulmano sciita e che è alleato con l’Iran (non arabo, ma sciita), e che all’interno è osteggiato da tutta una varietà di gruppi. Nondimeno, in questo quadro quella in atto in Siria è sostanzialmente una sollevazione guidata dai sunniti (anche se lungi dall’essere esclusivamente islamisti) contro un regime “sciita”.
Qui sta il punto. Gli arabi islamisti sunniti non hanno più bisogno dell’Iran, e nemmeno della Turchia (sunnita e a governo tendenzialmente islamista, ma non araba) perché ora hanno un proprio potere. Ciò che è probabilmente destinato ad emergere è perlomeno un variegato blocco arabo sunnita con forti connotazioni islamiste, composto da Egitto, striscia di Gaza, Libia e Tunisia, insieme ad elementi della Fratellanza Musulmana di Giordania e Siria. L’elemento chiave, qui, è la Fratellanza Musulmana: un’organizzazione che in generale non ama i musulmani sciiti, e in particolare l’Iran. Eventi minori, come l’appoggio da parte del guru della Fratellanza, Yusuf al-Qaradawi, al regime sunnita del Bahrain contro l’opposizione sciita, rivelano la direttrice del loro pensiero. Gli ancor più estremisti salatiti – un termine oggi usato per indicare piccoli gruppi rivoluzionari islamisti – sono ancora più anti-sciiti.
In questo quadro, uno dei fattori in gioco è la persistente indisponibilità della maggioranza degli stati arabi ad accogliere fra i propri ranghi l’Iraq governato dagli sciiti. L’Iraq non diventerà un satellite dell’Iran. Certamente si sente più a proprio agio in un blocco sciita, ma probabilmente continuerà a starsene relativamente distante dagli affari regionali.
Si noti, poi, che in larga misura questa situazione lascia orfana l’Autorità Palestinese. In generale essa può dipendere dal sostegno arabo, iraniano e turco. Ma non ha più un padrino regionale, mentre è Hamas il gruppo che attualmente gode del caloroso appoggio degli islamisti sunniti. Il che naturalmente spinge nel senso di un’alleanza fra Autorità Palestinese (cioè Fatah) e Hamas, mentre indebolisce la forza contrattuale di Fatah rispetto al partner islamista (e questo si traduce in un persistente disinteresse a negoziare con Israele, e tanto meno a giungere a una soluzione negoziata con esso).
Sicché, nonostante le apparenze, il 2011 è stato un anno di smacco per Iran e Turchia perché gli islamisti arabi sunniti sono ora molto meno soggetti all’influenza di Tehran, considerata un rivale, e non gradiscono nemmeno la leadership turca.
Possono questi blocchi unirsi efficacemente fra loro contro Stati Uniti, occidente e Israele? Per dirla in una sola parola: no. Le loro lotte per il potere regionale e per il controllo di singoli stati (Bahrain, Libano, Siria e, in misura minore, Iraq) li terranno impegnati nei conflitti. Persino l’unanimismo anti-israeliano verrà sfruttato da ciascuno per i propri interessi.
Per lo stesso motivo, però, le speranze in un’evoluzione in senso moderato sono ridotte al minimo. In una regione dove regimi e movimenti fanno a gara nel dimostrare la loro combattività e la fedeltà ad una interpretazione estremista dell’islam, nessuno vorrà mostrarsi disposto a fare la pace con Israele. E i regimi collaboreranno con gli stati Uniti solo se saranno convinti che l’America può e vuole proteggerli: una speranza piuttosto vana con un’amministrazione Obama ansiosa di farsi amici fra gli islamisti.
C’è poi un altro aspetto da sottolineare in questa rivalità fra sunniti e sciiti, in questo formarsi di blocchi, nella loro competizione in fatto di combattività e nello scontro per il controllo di singoli stati. Ed è che la regione continuerà a mietere vite umane, dissipando sangue, tempo e risorse nella battaglia politica, giacché la lusinga dell’ideologia e del potere, anziché il pragmatismo e la produttività economica, continua a predominare anche dopo che sono caduti vecchi regimi.

(Da: Jerusalem Post, 1.1.12)

L’offerta dello Stato palestinese: Perché ora?

Posted in Palestina, Politica, Società with tags , , , , , , , , on settembre 16, 2011 by Maria Rubini

Il presidente Mahmoud Abbas questo mese presenterà una proposta alle Nazioni Unite che chiede il riconoscimento di uno Stato palestinese indipendente in Cisgiordania, Striscia di Gaza e Gerusalemme Est – occupati da Israele dal 1967 Guerra dei Sei giorni – dopo la rottura dei negoziati tra le due parti. Il meccanismo preciso di come la proposta sarà presentata e come l’Assemblea Generale, il Consiglio di Sicurezza, o di entrambi  voterà su di essa, rimangono poco chiari.  Un consigliere di Abu Mazen ha dichiarato che non è sicuro che il processo avverrà in questo modo.  I palestinesi potrebbero puntare ad un voto in seno all’Assemblea generale che si riunirà la prossima settimana, dal momento che gli Stati Uniti hanno minacciato di porre il veto a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza. 
Abbas dice che i palestinesi hanno scelto settembre per tre ragioni: 

– Concludere il progetto ambizioso del primo ministro Salam Fayyad che si proponeva in due anni il piano della costruzione dello Stato, comprese le riforme dell’Autorità Palestinese e lo sviluppo istituzionale in preparazione alla legittimazione statuale; 
– La dichiarazione del presidente Barack Obama in occasione dell’Assemblea Generale nel settembre 2010 in cui sperava che uno stato palestinese sarebbe sorto dal settembre 2011
– Supporto per la creazione di uno Stato palestinese entro tale data  da parte del Quartetto (ONU, USA, UE e Russia). 

A tre osservatori e funzionari – vice ministro degli Esteri israeliano Danny Ayalon, Hebrew University internazionale umanitario esperto di legge Yuval Shany, e Nabil Abu Rudeinah, consigliere del presidente Abbas, sono state rivolte le seguenti domande:

Danny Ayalon, vice ministro degli Esteri israeliano 

D: Perché il presidente Abbas ha preso la decisione di andare alle Nazioni Unite a settembre, per chiedere il riconoscimento di uno stato palestinese? 

R: la decisione di Abbas ‘di andare alle Nazioni Unite è strategica e non tattica. Abbas ha fatto molte richieste ad Israele negli ultimi due anni e mezzo. Tuttavia, Abbas ha rifiutato di sedersi nella stessa stanza con i membri del governo israeliano.  Questo per evitare di dover entrare in negoziati che avrebbero comportato concessioni.

Abbas ha estrapolato commenti del presidente Obama fuori dal contesto, il presidente degli Stati Uniti ha chiaramente dichiarato che accoglierebbe con favore uno Stato palestinese  a seguito di negoziati tra le parti. Questo chiaramente non è il caso, e Abbas ha raccolto questi commenti per i suoi scopi, piuttosto che per soddisfare le aspettative dei palestinesi enunciate nel discorso stesso.

Il Quartetto ha detto in molte occasioni che chiede un ritorno ai negoziati e in una delle sue ultime dichiarazioni ha affermato chiaramente che “le azioni unilaterali da entrambe le parti non possono pregiudicare l’esito dei negoziati e non saranno riconosciuti dalla comunità internazionale”. 

 Per supportare veramente la visione del Presidente Obama e la volontà della comunità internazionale, i palestinesi devono venire e sedersi al tavolo dei negoziati con Israele e risolvere il conflitto attraverso la soluzione due stati-per-due-popoli. 

D: E ‘la PA è ormai pronta per uno stato?

R: No. Non riesce a soddisfare gli standard internazionali per la sovranità.  Non ha stabilito i confini, deve molto alla comunità internazionale per la sua economia, e non ha sufficientemente dimostrato che è “amante della pace”. 
Guardiamo l’esempio più recente del Sudan meridionale, lo Stato membro 193 delle Nazioni Unite, questo è il paradigma corretto per l’adesione. I sudanesi del Sud hanno chiesto di aderire dopo una soluzione negoziata con i suoi vicini, non prima. Questo è l’ordine corretto.

D: I negoziati tra l’Autorità Palestinese e Israele – che riguardano questioni dello status definitivo – continueranno dopo il riconoscimento potenziale delle Nazioni Unite di uno stato palestinese? 

R: Questo potrebbe rivelarsi molto difficile. I palestinesi hanno violato tutti i loro obblighi e gli accordi firmati, se unilateralmente dichiareranno lo stato. Se i palestinesi sentono che la comunità internazionale può servire come un “timbro” per le esigenze massimaliste allora non avranno alcun incentivo a compromessi sulle questioni fondamentali. 
Uno stato palestinese sarà dichiarato unilateralmente essenzialmente per strappare accordi esistenti e potrebbe essere una campana a morto per il processo di pace.

D: Il coordinamento della sicurezza tra l’Autorità Palestinese e Israele continueranno anche dopo il riconoscimento potenziale delle Nazioni Unite di uno stato palestinese? 

R: Il coordinamento sicurezza è nel miglior interesse sia di Israele che dei palestinesi. Tuttavia, possiamo avere altra scelta che rivalutare la nostra posizione su tutti gli accordi e le intese se i palestinesi violato il loro dovere. 

D: Quale sarà lo stato degli accordi di Oslo, se verrà riconosciuto uno Stato palestinese? 

R: Una dichiarazione unilaterale di indipendenza è una violazione fondamentale degli accordi di Oslo e di altri accordi firmati, e potrebbero renderli nulli. L’articolo 31 della Dichiarazione dei Principi, altrimenti noto come gli Accordi di Oslo, ha affermato che: ” Nessuna delle due parti deve avviare o prendere qualsiasi passo che cambierà lo stato della Cisgiordania e della Striscia di Gaza in attesa dell’esito delle trattative sullo status permanente” 
Questo è solo uno dei tanti motivi per cui noi chiediamo ai governi di tutto il mondo di non sostenere tale violazione fondamentale, e sostenere un accordo negoziato pacifico.

D: Le esigenze umanitarie della popolazione palestinese, saranno meglio riconosciute sotto uno stato palestinese funzionante? 

R: Negli ultimi due anni, Israele ha aiutato l’economia palestinese a salire costantemente l’ 8-9 per cento all’anno. La disoccupazione è bassa, il turismo è alto e la qualità della vita è notevolmente migliorata. Tutto questo potrebbe mettere a repentaglio la leadership palestinese e lo sanno molto bene. 

Yuval Shany, cattedra di diritto internazionale pubblico, Università Ebraica 
D: Perché il presidente Abbas ha preso la decisione di andare alle Nazioni Unite a settembre, per chiedere il riconoscimento di uno stato palestinese? 

R: La mia sensazione è che i palestinesi hanno fatto una scelta strategica per internazionalizzare il conflitto – forse perché hanno poca fiducia nei negoziati bilaterali con Israele. Uno stato palestinese apre alcune strade per far progredire tale obiettivo – per esempio, chiede alla Corte penale internazionale per indagare operazioni militari israeliane nei territori occupati [palestinesi] territorio, invitando i relatori delle Nazioni Unite a visitare la zona, e forse anche di tentare di invitare alla pace l’area.  Opzioni potrebbero includere peacekeeper delle Nazioni Unite o Lega araba. 

D: E ‘la PA ormai pronto per uno stato? 

R: Non è meno preparata rispetto a molti altri stati nuovi – Timor Est, Sud Sudan, ecc 

D: Se uno Stato palestinese è riconosciuto, pensa che l’occupazione militare israeliana della Cisgiordania continuerà?

R: Sì.

D: I negoziati tra l’Autorità Palestinese e Israele – che riguardano le questioni dello status definitivo – continueranno dopo il riconoscimento potenziale delle Nazioni Unite di uno stato palestinese? 

R: Non vi è alcun ostacolo giuridico alla prosecuzione dei negoziati.

D: Il coordinamento della sicurezza tra l’Autorità Palestinese e Israele continueranno dopo il riconoscimento potenziale delle Nazioni Unite di uno stato palestinese? 

R: Questo dipende in qualche misura sulla reazione di Israele per l’applicazione palestinese. La decisione di denunciare gli accordi di Oslo può mettere a repentaglio gli accordi esistenti. 

D: Quale sarà lo stato degli accordi di Oslo, se uno Stato palestinese sarà riconosciuto? 

R: Lo stato attuale degli accordi è già incerto. Sarà più difficile mantenere la loro rilevanza, dopo uno stato palestinese. Israele può esercitare il suo diritto di revocare gli accordi formalmente. 

D: Se la decisione di sospendere gli accordi di Oslo sarà presa, quale sarà lo stato giuridico degli israeliano civili e militari in Cisgiordania in assenza di accordi? Israele potrebbe potenzialmente assumere un maggiore controllo sulla Cisgiordania se l’attuale area A, B e C a disposizione sarà stata cancellata? 

R: La situazione tornerà – legalmente parlando – al periodo pre-Oslo. Israele dovrebbe basare la propria presenza direttamente sul diritto di occupazione. 

D: Il riconoscimento di uno stato palestinese influirò sulle operazioni delle Nazioni Unite nella zona?  Gli ostacoli alla fornitura di aiuti umanitari rimangono gli stessi, se l’occupazione israeliana rimane? 

R: Le operazioni ONU continuerebbero, ma possono incontrare più ostacoli se la cooperazione tra le parti è ridotta. La situazione [umanitaria] per i palestinesi potrebbe diventare più difficile, almeno nel breve termine.

D: le esigenze umanitarie della popolazione palestinese, saranno meglio riconosciute sotto uno stato palestinese funzionante?

R: Difficile da dire. È probabile che il deterioramento delle relazioni israelo-palestinese (e anche le relazioni USA-palestinese), possono avere conseguenze economiche sfavorevoli per i palestinesi, almeno nel breve periodo. Se un voto formale non va davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite fino a ottobre, il processo potrebbe richiedere alcuni mesi a svolgersi. 

Nabil Abu Rudeinah, consigliere del presidente Abbas 

D: Perché il presidente Abbas ha preso la sua decisione di andare alle Nazioni Unite a settembre, per chiedere il riconoscimento di uno stato palestinese? 

R: Gli americani non hanno fornito a noi e agli israeliani una piattaforma per i negoziati. Non sono riusciti a fermare o cessare l’attività di insediamento. 
La posizione di Abu Mazen, così come la leadership palestinese, è che da sempre siamo pronti per i negoziati su questa base chiara – confini del 1967 con uno swap [terra] d’accordo, con la cessazione degli insediamenti. Per questo, siamo pronti a tornare ai negoziati. 
L’anno scorso Obama ha detto che sperava che avrebbe visto uno Stato palestinese come nuovo membro delle Nazioni Unite. 
Finché le trattative non ci sono, questa è l’unica opzione che abbiamo per proteggere il nostro popolo e i nostri interessi. È per questo che l’ONU è l’unico posto dove possiamo affermare i nostri diritti. 
Gli israeliani si rifiutano di tornare al tavolo dei negoziati, anche il riferimento che Obama ha citato nel suo discorso di maggio – i confini del 1967. 
Il Quartetto è riuscito più volte a rilasciare una dichiarazione che mette la nostra prospettiva sui negoziati, agli americani non è riuscito di far cessare le attività di insediamento, e per questo siamo obbligati ad andare alle Nazioni Unite. Il nostro problema non è con gli americani, anche se minacciano di usare il loro veto.  Il nostro problema è con gli israeliani.  Gli americani sono in grado di costringere Israele a tornare ai negoziati.

D: La Casa Bianca in Medio Oriente ha inviato Dennis Ross e David Hale che hanno incontrato il presidente Abbas a Ramallah il 7 settembre. Quali implicazioni potenziali sono state illustrate dagli Stati Uniti che potrebbero derivare da una richiesta alle Nazioni Unite per il riconoscimento di uno stato palestinese? 

R: Hanno detto che non vogliono che andiamo al Consiglio di Sicurezza. 
Hanno detto che il rappresentante del Quartetto Tony Blair sta cercando di preparare una dichiarazione e Abu Mazen ha detto loro che una volta vista la dichiarazione daremo il nostro parere, ma è troppo tardi.Noi non siamo alla ricerca di qualsiasi confronto con gli Stati Uniti, nonostante quello che il Congresso ha menzionato. 

D: Pensa che gli Stati Uniti potrebbero trattenere i finanziamenti all’Autorità Palestinese se si limita la proposta di uno stato al voto prima che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, e cosa avverrebbe se influenzano il bilancio PA?

R: Forse. Finora il Congresso sta minacciando, il nostro rapporto con l’amministrazione sta continuando, ma dobbiamo aspettare e vedere cosa potrebbe accadere dopo settembre.
La situazione finanziaria è molto difficile. Nel corso degli ultimi sei anni molti donatori e paesi hanno smesso di finanziare l’Autorità Palestinese. Gli americani hanno detto al Congresso che ci boicotteranno. Non so se gli europei e gli arabi li seguiranno, ma la questione non è solo questione di soldi, il problema principale è i nostri diritti. 
Molti stati arabi hanno smesso di finanziare l’Autorità Palestinese, ma ieri [settembre 8]  i kuwaitiani hanno pagato. 
L’ occupazione deve finire dopo 63 anni. Gli israeliani devono ritirarsi e gli americani devono cambiare la loro politica nei confronti di Israele e il Medio Oriente.Non vogliamo isolare Israele, o affrontare gli americani. Vogliamo realizzare quello che abbiamo fatto a Camp David e Annapolis e il discorso di Obama – uno stato sulle linee del 1967 e uno swap concordato. Se gli israeliani vogliono, siamo pronti. 
L’amministrazione americana dice che il Congresso avrebbe messo gli ostacoli [fino] a [prevenire] finanziamento della PA, ma non è chiaro se l’amministrazione americana avrebbe smesso i suoi finanziamenti, e se il problema si riflette negativamente sulla PA, sugli americani, su Israele e i donatori. 
La questione palestinese è la questione centrale del Medio Oriente. Nessuno può ignorare – non gli americani, non gli europei, non gli arabi, nemmeno gli israeliani. 
Noi non vogliamo affrontare nessuno. Vogliamo  la fine dell’occupazione. Vogliamo costruire il nostro stato, e noi siamo pronti.  Abbiamo bisogno che gli americani cambino la loro politica e li esorto a non ostacolare il nostro approccio alle Nazioni Unite. Non stiamo andando a confrontarci con gli americani o ad isolare Israele o delegittimare Israele. Siamo disposti e pronti a vivere fianco a fianco con uno Stato israeliano. 

D: E ‘la PA è ormai pronto per uno stato palestinese, per le riforme e il Piano di Sviluppo?

R: Ci sono stati preparativi durati 20 anni. Siamo forse l’unico paese stabile in Medio Oriente. L’unico problema è l’occupazione. Questo è ciò che gli americani e gli israeliani devono capire.  Senza risolvere questo problema con una soluzione giusta, tutto il Medio Oriente sarà in una situazione di instabilità e il movimento estremista crescerà. 

D: Che cosa pensa circa la discrepanza tra la PA ed il governo nella Striscia di Gaza? 

R: Non c’è nessun governo a Gaza. La PA paga il 57 per cento del suo bilancio a Gaza – per l’energia elettrica, acqua, carburante, e noi paghiamo per 77.000 dipendenti a Gaza. 

Abbiamo firmato un accordo al Cairo [specificando] che abbiamo bisogno di un governo indipendente per prepararci alle prossime elezioni di maggio. I nostri contatti stanno continuando con loro su diverse questioni, e l’unico problema è formare il governo.  Siamo ancora impegnati sull’accordo e siamo pronti per le elezioni, inclusi gli osservatori stranieri per supervisionare le elezioni, come abbiamo fatto gli ultimi due tempi. 
Loro [governo guidato da Hamas a Gaza] stanno facendo un ottimo lavoro sulla sicurezza impedendo a chiunque di sparare contro Israele.

D: I negoziati tra l’Autorità Palestinese e Israele – che coprono questioni dello status definitivo – continueranno dopo il riconoscimento potenziale delle Nazioni Unite di uno stato palestinese?

R: Dbbiamo immediatamente tornare a negoziare, perché la terra entro i confini del 1967 sarà un “territorio occupato” e non “terra contesa”, e ogni singolo insediamento sarà illegale – è sufficiente per noi di tornare ai negoziati.  Questo è lo scopo del nostro andare alle Nazioni Unite, per stabilire che questa è “terra occupata”, non “terra contesa”, come gli israeliani stanno dicendo.

D: Il coordinamento della sicurezza tra l’Autorità Palestinese e Israele continuerà, anche dopo il riconoscimento potenziale delle Nazioni Unite di uno stato palestinese? 

R: Come il presidente Abbas detto molte volte, la sicurezza continuerà, la collaborazione continuerà. Non permetteremo alcuna violenza. Non permetteremo che ogni confronto con gli israeliani fino a quando noi [Abbas amministrazione] saremo nel [ufficio presidenziale a Ramallah].
Se il presidente Abbas e la leadership palestinese decideranno qualcosa di diverso dopo settembre, è una storia diversa. Per esempio, il presidente Abbas potrebbe decidere di dimettersi se non riesce.  Chi controllerà l’apparato di sicurezza? 
Gli israeliani e gli americani dovrebbero capire che la stabilità significa che devono mettersi d’accordo con noi, altrimenti i guai continueranno in Medio Oriente e l’estremismo crescerà. 
Il presidente Abbas si rivolge al mondo e dirà loro: questa è la situazione. Siamo pronti per i negoziati, il nostro stato è pronto, e finché non ci sono trattative e Israele continua la sua attività di insediamento, non abbiamo altra scelta se non quella di venire alle Nazioni Unite. E dopo che siamo pronti per i negoziati [con Israele] sulle questioni relative allo status finale. 

D: Quale sarà lo stato degli accordi di Oslo, se uno Stato palestinese sarà riconosciuto? 

R: La PA si impegna a Oslo. Spetta agli israeliani. La Cisgiordania è occupata – aree A, B e C. Noi non hanno alcuna autorità reale. Non abbiamo nulla da perdere. 
Se Israele decide di cancellare Oslo, dovranno affrontare la realtà. Non ci sarà alcun PA; non ci sarà alcun settore di sicurezza a prendere ordini da noi [Abbas amministrazione].  Lasciate che in Cisgiordania che a Gaza si trovino ad affrontare e che cosa stanno andando incontro ovunque, in Libano e in Siria. Lasciate che si prendano cura della sicurezza. Lasciare che si prendano cura del popolo.
PA è responsabile per i palestinesi in Cisgiordania e Gaza e prende le sue decisioni dal dell’OLP. Se gli israeliani annullano Oslo, la leadership palestinese si riunirà per prendere la decisione giusta.

D: le esigenze umanitarie della popolazione palestinese, saranno meglio riconosciute sotto uno stato palestinese funzionante? 

R: La situazione umanitaria è terribile in Cisgiordania e Gaza. Se si attraversa il ponte [dalla Cisgiordania verso la Giordania, la West Bank è solo punto di incrocio internazionale sotto il controllo israeliano] si possono vedere centinaia di persone in attesa. Andate a vedere il tipo di umiliazione che devono affrontare. Andate in qualsiasi posto di blocco, come Qalandiya a vedere cosa succede. 
La situazione umanitaria sta peggiorando. Umiliazione continua, ed è quello che il presidente sta per dire le Nazioni Unite e del mondo. Non possiamo accettare questa situazione o continuare a promuoverla. L’occupazione dovrebbe finire. 
Se il mondo sta andando a sostenere gli israeliani e gli americani, bisogna far loro affrontare la realtà. Vedete cosa sta accadendo nel mondo arabo. Le rivoluzioni arabe stanno continuando.

 Analisi pubblicata su Ma’an New Agency

Non vi sarà alcun “ritorno” dentro Israele

Posted in Palestina with tags , , , on maggio 20, 2011 by Maria Rubini

Sono in marcia, in questo momento, verso la barriera di confine: a Majdal Shams, a Maroun al-Ras, a Erez, a Kalandiya. Impugnano bandiere palestinesi e chiedono di “tornare” nei villaggi perduti dai loro nonni nel 1948. I loro politici gli hanno detto che succederà. I chierici hanno promesso l’aiuto di Allah. Sponsor stranieri hanno fornito bandiere e autobus. Si avviano alla loro missione con la totale fiducia che il “progetto sionista” – come lo ha definito Ismail Haniyeh – è destinato a crollare. Ancora una piccola spinta e l’intera Terra d’Israele, dal Giordano al Mare, diventerà Palestina.
Ho una notizia da darvi, miei cari cugini: non succederà. Certamente non nel futuro prevedibile. Voi non “tornerete” nell’Israele che sorge all’interno della Linea Verde. Sessantatre anni sono passati da quella guerra: è giunto il momento di votarsi ad altri sogni.
So che nessuno dei dimostranti della Giornata della Nakba leggerà queste righe. Ma so che vi sono uomini laboriosi e diligenti, in una stanzetta della Muqata di Ramallah, che traducono ogni parola significativa che viene pubblicata sulla stampa ebraica a beneficio di Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e dei suoi ministri. È a loro che sono rivolte le mie parole.
Abu Mazen è il più amabile e disponibile politico dei tre governi attualmente in carica in Terra d’Israele. Come ogni politico, è attento agli umori del suo elettorato. A volte le parole che gli escono dalla bocca sono più forti di lui, e si fa trascinare. Alla vigilia della Giornata della Nakba ha promesso alla sua gente che nessun leader palestinese rinuncerà mai al “diritto al ritorno”. “Il ritorno non è uno slogan – ha detto – La Palestina è nostra”. Abu Mazen ha evitato di chiarire come e dove tale diritto dovrebbe essere realizzato. Se attraverso risarcimenti in denaro o col vero e proprio “ritorno” fisico; se nel futuro stato palestinese o anche all’interno di Israele: chiunque poteva intendere quel che voleva dalle parole del presidente palestinese.
Nelle conversazioni in privato, i più alti esponenti dell’Autorità Palestinese oramai da anni affermano di essere ben consapevoli che non c’è modo di far tornare indietro il tempo. Ai profughi (e loro discendenti) verrà offerta l’opzione di reintegrarsi nei paesi dove oggi risiedono o nel futuro stato palestinese, o di ricevere risarcimenti in denaro. Ma alla loro gente dicono cose diverse. Non possono mettere al corrente le centinaia di migliaia di palestinesi che vivono nei campi profughi in Siria e Libano che non vi sarà alcun “ritorno”. Al contrario, alimentano coltivano la loro pia illusione in un ritorno che non si concretizzerà mai.
Lo stesso Abu Mazen si è trovato in un grosso guaio, pochi mesi fa, quando WikiLeaks pubblicò le parole che aveva pronunciato conversando con un diplomatico americano circa l’inutilità di insistere sul “diritto al ritorno”. Naturalmente, Abu Mazen si è precipitato a smentire quel resoconto.
Quando viene chiesto ai governanti palestinesi perché evitano di dire alla loro gente la verità, rispondono che il “diritto al ritorno” è “moneta di scambio”: vi rinunceranno solo in cambio di un’analoga concessione da parte israeliana, ad esempio su Gerusalemme est. Una posizione apparentemente logica: il bazar mediorientale porta rispetto soltanto a chi mercanteggia. Ma le illusioni hanno una loro propria forza. Le false speranze che questi politici danno in pasto al loro pubblico possono trasformarsi in una violenza capace di spazzare l’intera regione. Di fatto, cavalcano una tigre.
La verità circa il “diritto al ritorno” deve essere detta non solo ai palestinesi, ma anche agli israeliani. L’annullamento dell’eventualità di un ritorno in Israele è la linea sulla quale anche gli israeliani favorevoli alla soluzione a due stati non possono cedere. Vi sono molti, nella destra israeliana, che non se ne curano: loro puntano a istituire un unico stato, uno stato fondato sulla discriminazione. Anche a sinistra vi sono coloro che non se ne curano: anche loro mirano a istituire un solo stato, lo stato (arabo) della Nakba e del ritorno. Ma quelli che desiderano vivere in uno stato d’Israele sovrano, sionista e democratico, non hanno altra scelta che continuare a dire ai nostri cugini: con tutto il dovuto rispetto, il passato resta il passato. Siamo destinati a spartire: noi faremo tornare dentro il nostro paese i nostri concittadini dagli insediamenti, voi assorbirete i vostri profughi dentro al vostro paese: non “tornerete” mai a stabilirvi all’interno di Israele.

Nahum Barnea