Archive for the Poesia Category

Don’t Name the Dead Children

Posted in Palestina, Poesia, Politica, Società, Uncategorized with tags , on agosto 5, 2014 by Maria Rubini

Don’t mention the children.

Don’t name the dead children.

The people must not know the names

of the dead children.

The names of the children must be hidden.

The children must be nameless.

The children must leave this world

having no names.

No one must know the names of

the dead children.

No one must say the names of the

dead children.

No one must even think that the children

have names.

People must understand that it would be dangerous

to know the names of the children.

The people must be protected from

knowing the names of the children.

The names of the children could spread

like wildfire.

The people would not be safe if they knew

the names of the children.

Don’t name the dead children.

Don’t remember the dead children.

Don’t think of the dead children.

Don’t say: ‘dead children’.

Israel bans radio advert listing names of children killed in Gaza

(Guardian 24.07.14) M. Rosen

Poiché il cinema non è solo un’esperienza linguistica, ma, proprio in quanto ricerca linguistica, è un’esperienza filosofica

Posted in Poesia with tags , on dicembre 8, 2010 by Maria Rubini

Alcuni critici si sono meravigliati che Pier Paolo Pasolini, scrittore marxista, traducendo sullo schermo Il Vangelo secondo Matteo, si sia mantenuto fedele al testo originale. Non c’è, infatti, incompatibilità assoluta fra il cristianesimo e il marxismo? Fra gli apostoli e i ragazzi di vita? Fra la poesia civile di sinistra e il cattolicesimo di destra? Nella meraviglia si esprimeva il moralismo d’una società come quella italiana, pochissimo religiosa e perciò costretta ad un conformismo di comportamento, Pasolini s’era comportato fin ora in un certo modo; come poteva, ad un tratto, comportarsi in un modo tanto diverso?

In realtà Pasolini s’è mantenuto soprattutto fedele a se stesso; e poiché il cristianesimo costituisce in lui il nesso sentimentale e ideologico che collega le ardue esperienze opposte del marxismo e del decadentismo, egli è stato anche, in maniera molto naturale, fedele al cristianesimo. Un cristianesimo, appunto, di specie insieme popolare e raffinata, che gli ha permesso da un lato di illuminare il carattere rivoluzionario del messaggio cristiano, dall’altro di recuperare la bellezza che è nel testo del Vangelo e nelle interpretazioni che ne ha dato l’arte di tutti i tempi.

Rispetto ad Accattone, Il Vangelo secondo Matteo segna un processo indubbio, prima di tutto per l’eccezionale impeto espressivo che in questo film rivela direttamente e immediatamente quali sono le cose che stanno a cuore a Pasolini. E in secondo luogo perché, nelle singole parti, Pasolini mostra questa volta di sapere alleare la poesia ad una rifinitezza e levità che in Accattone, più elementare, non si potevano ancora che intravvedere.

Pasolini ha un senso acuto della realtà del volto umano, come luogo d’incontro di energie ineffabili che esplodono nell’espressione, cioè in qualche cosa di asimmetrico, di individuale, di impuro, di composito, insomma il contrario del tipico. I primi piani di Pasolini sarebbero sufficienti da soli a mettere Il Vangelo secondo Matteo sopra un livello eccezionale. Ma questi primi piani non basterebbero a darci la storia di Gesù, come una galleria di ritratti non basta a darci l’idea degli avvenimenti ai quali hanno preso parte i personaggi. Il film, dunque, sarà un alternarsi di volti in primo piano e di scene drammatiche per lo più contemplate da lontano, cioè come può vederli uno spettatore il quale ora fissi lo sguardo sulle facce, ora cerchi d’abbracciare la scena intera. Niente dunque di naturalistico in questa maniera ora di avvicinare, ora di allontanare, volti e scena, semmai una rappresentazione francamente estetizzante, che non pretende mai, come fa il naturalismo, di darci la verità fotografica delle cose.

Pasolini ha capito il valore plastico e poetico, così del silenzio, come della parola. Diciamo subito che i silenzi sono la forza del film e le parole la debolezza. I silenzi di Pasolini sono affidati all’organo che è più legato al silenzio: gli occhi. Non parliamo qui degli occhi degli spettatori, bensì degli occhi dei personaggi. Le sequenze silenziose del Vangelo secondo Matteo sono le più belle, appunto perché il silenzio è il mezzo più sicuro per farci fare il salto vertiginoso all’indietro che ci propone Pasolini con il suo film. La parola è sempre storica; il silenzio si pone fuori della storia, nell’assolutezza delle immagini: il silenzio  della Annunciazione, il silenzio che accompagna la morte di Erode, il silenzio degli apostoli che guardano Gesù e di Gesù che guarda gli apostoli, il silenzio di Giuda che sta per tradire, il silenzio di Gesù che sa di essere tradito. Il silenzio nel film di Pasolini non è, d’altra parte, quello del cinema muto, cioè un silenzio per difetto; bensì è il silenzio del parlato, cioè un silenzio plastico, espressivo, poetico.

Mentre i silenzi sono di Pasolini, le parole, ovviamente, sono del Vangelo. Abbiamo sempre pensato che la parola nel cinema ha un carattere veristico, cioè, in fondo, superfluo, come dimostra se non altro il fatto che per molto tempo il cinema fu muto e tuttavia lo stesso completamente e felicemente espressivo. Questo carattere della parola nel cinema rendeva tanto più difficile la trascrizione cinematografica d’un linguaggio così denso e così ricco di metafore, come quello del Vangelo. 

Vedendo il film di Pasolini si riporta l’impressione che lo schermo, per sua natura adatto all’immagine che scorre e si mostra, piuttosto che alla parola che si ferma e dice, non sia il luogo migliore per accogliere la risonanza di un discorso che sembra esigere le architetture e gli sfondi dipinti d’un tempio. Pasolini, il quale s’è servito della voce assai efficace di Enrico Maria Salerno, ha cercato in tutti i modi di risolvere il problema di questa incompatibilità, ma non vi è riuscito che parzialmente.

Adesso resta da dire che specie di Gesù è questo di Pasolini. Diciamo subito che si tratta d’un Gesù molto diverso da quello conformistico che predomina ancora oggi. Non vogliamo sprecare troppe parole su un fatto ovvio: è chiaro che la bontà di Gesù ha, in sede storica, un carattere paradossale e rivoluzionario, e che, nel momento stesso che Gesù diceva: “Ama il tuo prossimo come te stesso”, egli diceva qualche cosa che non era soltanto l’espressione di un sentimento, ma soprattutto, rispetto al mondo di allora, qualcosa di oggettivamente sovvertitore. 

Per questo, Pasolini ha mirato a darci un Gesù duro, violento, iconoclasta, inflessibile, come appunto doveva apparire ai suoi contemporanei e non come appare oggi a noi che, com’è stato già detto, non possiamo non dichiararci tutti cristiani. 

Lo stesso va detto dell’ambiente nel quale Gesù si trovò a predicare. Per essere pienamente rivoluzionario, il cristianesimo doveva essere non soltanto paradossale, ma anche “invisibile”. Che cosa di più invisibile allora, d’una religione predicata da un povero tra i poveri, in una provincia remota, in un linguaggio sconosciuto ai potenti? E così ci pare che anche il miserabilismo di Pasolini trovi una sua giustificazione storica e ideologica oltre che artistica.

Pasolini ha preso i suoi attori dalla strada, sia si tratti di amici dell’ambiente letterario, sia di popolani dei luoghi dove il film è stato girato. E stata ancora una volta una buona idea e il rendimento è notevole. Enrique Irazoqui, lo studente spagnolo che interpreta il personaggio di Gesù, ha un volto che ricorda il greco, i bizantini e i primitivi. Questo volto, spesso grave oppure adirato, più di rado sorridente, è una delle più belle invenzioni del film. 
  

Il Vangelo secondo Matteo, recensione di Alberto Moravia – L’Espresso, 4 ottobre 1964nella foto Pasolini con Margherita Caruso nella parte

di Maria, in un momento di pausa del film.

Ciao Maestro

Posted in Poesia with tags on dicembre 3, 2010 by Maria Rubini

Con un beffardo sorriso toscano starà guardando quanto accade in Italia, dopo la sua morte, elogiato dal mondo del cinema, che non sempre l’aveva riconosciuto in vita e guardato come pietra dello scandalo da certa parte moralista della popolazione, quella stessa che aveva messo alla berlina, in salsa agrodolce oppure amarissima, in molti suoi film. Mario Monicelli fluttua sopra tutto questo e si diverte durante l’ennesima prova dell’inconsistenza umana, sempre fuori luogo e sempre pretestuosa e, in fondo, improduttiva e superficiale.

Il rispetto per quella sua ultima volontà, questa esortazione di civiltà, al solito, è stata disattesa, proprio nel luogo più alto della nostra democrazia. “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”: questo il commiato dalla vita di Cesare Pavese, scritto sulla prima pagina di una copia dei Dialoghi con Leucò, trovata nella stanza d’albergo dove si tolse la vita sessant’anni fa. Ma, al solito, noi italiani di pettegolezzi e pregiudizi abbiamo intriso l’animo e riempito ogni singola cellula. La frase di Pavese ricorda molto l’ ultima lettera di Majakovskij, che incomincia così: “Se muoio, non incolpate nessuno. E, per favore, niente pettegolezzi”. Majakovskij continuava aggiungendo l’ augurio: “Voi che restate, siate felici”. Ma Monicelli, che è stata persona più pratica dei due scrittori e più di loro adusa a comprendere che l’uomo non impara, murato vivo negli errori dettati dal suo cinismo, non ha scritto nulla e ha deciso quel gesto che chiamiamo estremo e che, in quel momento, per lui, è stato unico e semplice.  Sempre Pavese ha scritto che: “La vita di ogni artista e di ogni uomo è come quella dei popoli un incessante sforzo per ridurre a chiarezza i suoi miti”. E completa chiarezza Mario Monicelli l’ha fatta con un gesto personale che non ha coinvolto nessuno e non intendeva insegnare proprio nulla a nessuno.

Se ne va lasciandoci in eridità circa 66 film e più di 80 sceneggiature, ma soprattutto ci lascia un pezzo di grande Storia del cinema.

Ciao Mario. Bellissimo, meraviglioso Maestro.

La procura di Milano apre fascicolo sulle ronde nere

Posted in Poesia, Società, Uncategorized with tags , , on giugno 16, 2009 by Maria Rubini

MILANO  Stefano Rottigni- Quelle divise color kaki con lo stemma dell’aquila imperiale e la fascia nera al braccio hanno attirato l’attenzione della Procura di Milano. A meno di 24 ore dalla presentazione milanese della Guardia nazionale italiana, infatti, il procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro, capo del pool anti-terrorismo, d’intesa con il procuratore Manlio Minale, ha incaricato gli agenti della Digos di compiere accertamenti su questa nuova formazione che intenderebbe affiancare le forze dell’ordine nel controllo del territorio. Ancora non ci sono indagati, né una precisa ipotesi di reato, anche se potrebbe configurarsi una violazione della Legge Scelba del ’52 che punisce l’apologia e la tentata ricostituzione del partito fascista. Gli agenti della Digos, quindi, analizzeranno immagini, notizie di stampa, compiranno altri accertamenti per una relazione che sarà consegnata in Procura nei prossimi giorni. Per il presidente dell’Msi Maria Antonietta Cannizzaro, che appoggia la Guardia nazionale italiana, l’iniziativa della magistratura milanese è “assurda”.

“L’aquila imperiale fa parte della nostra storia fin dai Cesari – osserva -. Allora bisognerebbe abbattere a Roma tutti gli edifici storici su cui é rappresentata”. “Nessun richiamo al fascismo – spiega Cannizzaro -. Il fascismo è affidato alla storia”. Gli risponde indirettamente il vicesindaco di Milano Riccardo De Corato: “Bene l’apertura di un fascicolo di inchiesta da parte della Procura di Milano, per indagare sulle cosiddette ronde nere. Non accetteremo mai a Milano questa organizzazione tra quelle che, come City Angels, Poliziotti italiani e Blue Berets, cooperano già da due anni per il presidio del territorio”. Anche oggi la discussione sulle ronde è stata animata. Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, dal raduno leghista di Pontida, ha ribadito: “Le chiamano ronde. Ebbene sì vogliamo le ronde: noi guardiamo alla sostanza, non alle chiacchiere. Ci hanno accusato di voler far tornare le camicie nere ma noi vogliamo consentire ai cittadini di partecipare”.

Sulle ronde attacca l’Udc con il suo capogruppo al Senato, Giampiero D’Alia, il quale ha detto che sarà presentata un’interpellanza per chiedere al Governo “di vietarle per motivi di pubblica sicurezza: che siamo nere, rosse o verdi, le ronde sono la resa dello Stato e un vero rischio per i cittadini”. Per Felice Belisario (Idv), “la Lega, ancor prima che la legge sulle ronde entri in vigore, è riuscita a sdoganare il fascismo”. Bobo Craxi (Ps) parla di progetto “eversivo”. Maurizio Gasparri (Pdl) replica attaccando la sinistra che, dice, “fa inutili polemiche sui volontari per la sicurezza che, senza armi e senza compensi, potranno contribuire alla vigilanza nelle città, mentre la giunta Bassolino a Napoli affida il compito di proteggere i turisti a cooperative di ex detenuti”.

ROMA  – Iniziative come quella delle cosidette ronde nere a Milano sarebbero impossibili se fosse in vigore il disegno di legge sulla sicurezza. Lo ha detto il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, intervistato dal programma “Parliamo con l’elefante” su Radio24. “Il nostro ddl – ha spiegato Maroni – impedisce le ronde fai da te. Si prevede infatti che sia il sindaco a decidere di avvalersi delle associazioni di volontari; queste ultime devono essere inoltre iscritte in un registro e passare al vaglio del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza. Tutto il resto – ha aggiunto – è folklore o strumentalizzazione politica”.

Mario Benedetti, il poeta del popolo

Posted in America Latina, Poesia with tags , on maggio 19, 2009 by Maria Rubini

È morto a Montevideo Mario Benedetti, scrittore, giornalista, rivoluzionario, ma soprattutto poeta. Era il poeta del popolo, cantava l’amore e la Patria Grande, e chiamava per nome e cognome i nemici dell’America latina. Militante politico latinoamericanista, perseguitato ed esiliato in dittatura, coscienza critica del Novecento, cantore della dolcezza dell’amore. Il linguaggio, l’ironia, la sensibilità, la modestia, l’umanità lo facevano dei grandi poeti latinoamericani del XX secolo quello sicuramente più popolare. Così Don Mario Benedetti era soprattutto, cosa rara per la poesia, conosciuto ed amato da moltitudini, milioni di persone che da un capo all’altro del continente conoscono e recitano a memoria decine e decine dei suoi versi, “Tattica e Strategia”, “Non salvarti”, “Bruciare le navi”, “Facciamo un patto”, “Difesa dell’allegria” e cento altre.

Ed erano moltitudini quelle che affollavano i suoi recital a migliaia da Città del Messico a Buenos Aires, da Santiago del Cile a Madrid fino ovviamente a Montevideo, la città che ha raccontato nei suoi romanzi, da “La Tregua” a “Grazie per il fuoco”, come nella sua poesia e con Madrid e L’Avana centri della sua vita di artista e intellettuale pienamente immerso nella causa popolare.

Nei recital, spesso accompagnato dalla voce inconfondibile e dalla chitarra fraterna di Daniel Viglietti, e prima ancora nei campi di concentramento delle dittature, dove le sue poesie correvano di bocca in bocca, i lettori di Benedetti si innamoravano e disinnamoravano, scendevano in piazza e si politicizzavano e sapevano sentire sulla loro pelle le ingiustizie del mondo. È il primo poeta ad aver gridato, “costernato, rabbioso”, l’assassinio di Ernesto Guevara, la morte di Salvador Allende, “l’uomo della pace”, denunciato la morte imperdonabile del poeta salvadoreño Roque Dalton.

Orientale e latinoamericano universale è a Montevideo e in Montevideo che ha ambientato soprattutto i romanzi, la saggistica, ma anche tanta parte della sua poesia. È a Montevideo che si è infine tornato a stabilire negli ultimi anni in un appartamento di un normale condominio all’angolo tra la 18 luglio e Via Zelmar Michelini, la traversa intitolata al politico fondatore della coalizione di centro sinistra del “Frente Amplio” assassinato dalla dittatura. E Montevideo, peculiare città, si è identificata nel suo poeta proclamando il lutto nazionale e dopo aver seguito per settimane i bollettini medici sta sfilando da 14 ore (alla chiusura di questo articolo) a decine e decine di migliaia di persone per rendere omaggio a un poeta.

Di lontane origini umbre era nato nel 1920 a Paso de los toros, nel dipartimento di Tacuarembó, al centro del paese, lo stesso dove secondo la tradizione orientale nacque Carlos Gardel nel 1887. Prestissimo si sposa con Luz Alegre, l’amore di tutta una vita, la presenza imprescindibile, la malattia e la morte della quale è stata motivo di insopportabile sofferenza negli ultimi anni. Da allora inizia una vita normalissima e leggendaria allo stesso tempo, docente universitario, giornalista, scrittore, poeta. È la vita di un “guastafeste” come fu intitolata una delle biografie a lui dedicate. Dirigente di primo piano del Movimento 26 marzo, il braccio politico della guerriglia dei Tupamaros, al momento del colpo di Stato deve esiliarsi prima a Buenos Aires, quindi brevemente a Lima, poi a l’Avana e infine a Madrid.

L’esilio dura dieci lunghi anni e torna in Uruguay solo nel 1983 dove comincia quello che definisce con un neologismo, “desexilio”, “disesilio”. Cominciano gli anni dei grandi riconoscimenti internazionali ma quello che è più importante è che generazioni di latinoamericani lo considerino un maestro di vita. Soprattutto negli anni Benedetti resta sempre fedele a se stesso e alla storia del Continente, alla critica senza perdono del neoliberismo, alla memoria e alla ricerca di giustizia per i desaparecidos, alla difesa della Rivoluzione cubana, “un fatto fondamentale e fondativo” per l’America latina “che gli europei non possono capire”.

La nuova primavera del Continente arriva negli anni più difficili e dolorosi per lui che aveva scritto “Primavera con un angolo rotto”. Don Mario non smette di seguire con affetto ed esprimere il suo appoggio al governo del Frente Amplio in Uruguay, a Hugo Chávez in Venezuela (che andrà a Montevideo a vederlo in una delle ultime uscite pubbliche del poeta nel 2007), Evo Morales, Lula e la Rivoluzione Cubana. Dopo una vita all’opposizione il poeta del popolo se ne va quando il popolo si fa governo e, “in strada, gomito a gomito, siamo molti più di due”.

fonte http://www.gennarocarotenuto.it

Affetti da mal d’Africa

Posted in Poesia, Politica with tags , , on dicembre 26, 2008 by Maria Rubini
Ci sono due mal d’Africa.
Il nostro, che e’ come un sogno. E il loro, che e’ come un incubo.
Il mal d’Africa bianco e’ dolce come la vita.
Quello nero e’ amaro come la morte.
Per noi il mal d’Africa e’ un bellissimo ricordo.
Per loro, e’ un pessimo futuro.
Il vero mal d’Africa non viene a chi parte.
Rimane a chi resta.
Prima o poi il mal d’Africa a noi passa.
A loro no.
Non c’e’ da stupirsi se dall’Africa ci portiamo via il mal d’Africa,
dal momento che abbiamo sempre portato via tutto. Diamanti e
avorio, oro giallo e oro nero, gazzelle e leoni, uomini e donne.
Noi lo chiamiamo mal d’Africa. Loro dovrebbero chiamarlo
Mal d’Occidente.
Prima che i bianchi mettessero piede nel continente nero
Il mal d’Africa non esisteva.
Lo capisce anche un bambino.
(Soprattutto se africano).
Oliviero Toscani

Rinnovo i miei auguri di buone feste a tutti, a tutti coloro che mi hanno lasciato un messaggio e a tutti quelli che sono passati senza farlo. A chi avrebbe voluto trascorrere queste feste altrove come Massimo, che avrebbe desiderato trascorrerle a Cuba e a chi come Mirco invece si trova a trascorrerle là. Un affettuoso saluto a tutti e in particolare a Pedro.

In questi giorni sono solita approfittare delle festività cristiane per riflettere “cristianamente” sui problemi che affliggono questo pianeta. Oggi vi propongo una riflessione sull’ Africa e vi consiglio questo video di Giobbe Covatta nei panni di Padre Luca che è assolutamente da non perdere.

Ancora auguri a tutti!!

Un fiocco nero contro le morti sul lavoro

Posted in Poesia, Politica, Società with tags , , , , on dicembre 5, 2008 by Maria Rubini

Il cuore rimasto in Fabbrica
anche adesso che ho raggiunto la pensione
Sognavamo il cielo ma da decenni è sempre più lontano
Il silenzio e la solitudine circondano la mia Fabbrica
e tutte le fabbriche d’Italia
La classe operaia non è più centrale
e il paradiso è diventato inferno
di fiamme di fuoco e d’olio bruciato
di operai sfiniti che fanno notizia solo quando diventano torce umane
Operai sfruttati come non è successo mai
Il silenzio e la solitudine circondano la mia Fabbrica
e tutte le fabbriche d’Italia
Anche il nostro bravo Presidente
urla instancabile le morti sul lavoro
ma anche le sue sono urla impotenti
Addio Compagni di fatica, di sogni e d’ideali
Bagnati dalle nostre lacrime riposate in pace.

Carlo Soricelli – metalmeccanico in pensione

sul colpo, gli altri dopo un’agonia in ospedale. C’é attesa per il processo in Corte d’AssiE’ passato un’anno, ma a Torino non si sono attenuati il dolore e la rabbia nel ricordo del terribile rogo allo stabilimento della ThyssenKrupp nel quale, la notte del 6 dicembre, perirono sette operai, unose, prima udienza il 15 gennaio, con l’amministratore delegato Harald Espenhanh sul banco degli imputati con la pesante accusa di omicidio volontario ed altri cinque dirigenti che dovranno rispondere di omicidio colposo.

UN FIOCCO NERO CONTRO LE MORTI SUL LAVORO

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