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Le donne si riprendono la voce: Tanti auguri a noi tutti

Posted in Politica, Quelle che scassano with tags , , , on settembre 29, 2009 by Maria Rubini

Dal 12 agosto, con un’intervista a Nadia Urbinati di Concita De Gregorio abbiamo aperto il dibattito su l’Unità sul “silenzio delle donne”. Da quel giorno abbiamo ospitato lettere, messaggi, commenti, analisi. Dal ragionamento volutamente “lieve” di Serena Dandini alla provocazione sul mutismo femminile di Benedetta Barzini. Ogni giorno parole per rompere il silenzio sul sessismo del premier, il velinismo, la festa di Casoria, le escort a Palazzo Grazioli. Una rivoluzione interrotta secondo Lidia Ravera. Per questo – scrive Dacia Maraini – bisogna alzare la voce contro le discriminazioni. Un dibattito serrato, commentato dai lettori con passione. Come se fossimo usciti/e dal letargo. Ma non basta l’indignazione, dice Alessandra Bocchetti. Bisogna governare. Soprattutto – parole di Luisa Muraro – se a governarci è il genere.

Parole. Per spezzare il silenzio. Le parole di Iaia Caputo contro il potere della tv, quelle di Rita Borsellino per riprendersi il tempo. Le parole di Nicla Vassallo che chiama a raccolta anche gli uomini, come Tiziana Bartolini. Mezz’ora di protesta al giorno, scrive Lorella  Zanardo, attraverso gli strumenti della democrazia orizzontale per ritrovare la voce. Il governo che silenzia è “un danno per gli uomini”, dice  Joanna Bourke. “Rompere il silenziatore”, insomma, per citare l’intervento di Livia Turco. Ma i diritti non sono ereditari e l’assuefazione ci ha spente – aggiunge Simona Argentieri – che invita le donne a esprimere la propria rabbia, a scendere in piazza.

Parole. Un fiume di parole. Di proposte. Di racconti, come quello che ci ha regalato la modella-scrittrice Aminata Fofana. Parole per ritrovarsi, riattivare la memoria. Come scrive Marisa Rodano che ricorda il valore delle lotte femminili nella democrazia. Le parole di Loredana Lipperini, di Vittoria Franco, di Jimenez Bartlett e Maite Larrauri, di Elettra Deiana, di Paola Gaiotti De Biase e Edda Billi, di Tiziana Bartolini, Ida Dominjianni e Susanna Nicchiarelli
Parole scritte. Parole dette  nel forum con Nadia Urbinati, Paola Concia, Vittoria Franco, Susanna Cenni, Alessandra Bocchetti, Maite Larrauri, Siriana Suprani e la regista Lorella Zanardo.

Questo fiume di parole che ha rotto il silenzio.

TANTI AUGURI A NOI TUTTI

Nel giorno del compleanno del premier (73) abbiamo pensato di farci un regalo, anzi due: di farli a voi. Il primo è la raccolta dei primi otto numeri della Silvio Story, la vera storia delle origini della fortuna e del successo di quest’uomo che «si è fatto da solo», come sempre dice, non senza – tuttavia – qualche aiutino.
Al collega di Le Monde che ci chiedeva come mai abbia avuto tanto successo in edicola questa storia a puntate e perché ce ne sia bisogno abbiamo risposto che la memoria è diventata un bene evanescente (disprezzato, spesso: antimoderno), che ci si dimentica della settimana scorsa figurarsi del ‘73, che l’eterno presente a cui la costante esibizione di sciocchezze ci costringe impedisce di pensare, di ricordare, di tenere a mente le origini della storia. Che non è vero che chiunque abbia talento in questo paese può fare fortuna, al contrario. È vero che la spregiudicatezza e il malaffare hanno costituito le fortune di chi oggi impedisce agli italiani che non partecipano al Monopoli del Sultano di avere la minima chance di campare con decenza. Che i soldi – fatti come, lo si spiega – in trent’anni hanno vinto sul resto. Ma è una vittoria che non lascia eredi poiché si basa sulle fortune – sull’impunità, sullo strapotere – di uno solo: come tutti mortale, l’età che avanza lo ricorda, come tutti destinato a passare. Conviene dunque cominciare a ripassare fin d’ora come questa storia sia iniziata e studiare come a scuola gli errori da evitare in futuro: a destra come a sinistra. Di errori, nei decenni, è disseminato il cammino compiuto fin qui: equamente distribuiti, quelli sì ed è l’unica equità visibile.
Il secondo regalo è la libertà di dire una cosa semplice ma tabù: alle ragazze di vent’anni non piace questo coetaneo del nonno per le sue doti naturali. Lo frequentano perché è potente e può dare qualcosa in cambio. Di solito lo fa. Il paese si sta adeguando rapidamente a considerare la prostituzione – non solo fisica, la prostituzione di chi si mette al servizio di chi paga – come la principale forma di sopravvivenza in epoca di stenti. Anche la moda lo fa. Due giornali come il Financial Times e l’Herald Tribune hanno segnalato ieri, all’unisono, come la moda italiana sia sia piegata allo stile “delle infauste feste di Berlusconi”. Velina style. Trasparenze e guepiere da ragazza-immagine in attesa di candidatura. Difendiamoci: le ragazze, noi stessi, l’Italia e persino il made in Italy. Ribelliamoci. L’Italia è piena di donne magnifiche capaci di fare film, scrivere libri e riparare motori, di scendere in fondo al mare a recuperare relitti e studiare le stelle, di crescere figli e insegnare a scuola, di sopportare gli stenti senza perdere la dignità, di tenersi in faccia la propria faccia senza volere quella che cancella il tempo, di credere che il tempo sulla faccia sia una medaglia, invece, segno prezioso della propria storia. Chiediamo silenzio a chi non dà voce, lavoro a chi non lo paga: non un marito miliardario, no, nè una carta di credito per fare shopping. Non è questo che vogliono le donne. Le veline non hanno colpa se non quella di non vedere alternativa. Mostriamogliela. Ribelliamoci subito, a partire dal suo compleanno e per sempre.

Concita de Gregorio

Dove passa la strada del cambiamento?

Posted in Politica, Quelle che scassano with tags , , on giugno 20, 2009 by Maria Rubini
Dopo le veline ecco le “amazzoni”. Non si sa perché vengano così definite, se non per ignoranza: le amazzoni leggendarie non stavano certo al servizio di un uomo! Ed ecco un migliaio di donne che accettano tutte felici di farsi “convocare” in massa dal sultano

Floriana Lipparini

Ed ecco un migliaio di donne che accettano tutte felici di farsi “convocare” in massa dal sultano straniero, ignorando bellamente le gravi accuse che altre donne gli hanno indirizzato per gli orrori che avvengono in Libia nei centri di raccolta.

Donne, immagini di donne, corpi di donne, tragedie di donne come quella di Vira Orlova, la badante ucraina morta per dissanguamento dopo un aborto spontaneo. Non ha cercato aiuto perché era “clandestina” e temeva di essere espulsa. Ecco cosa significa in Italia stare “come una donna sulla terra”.

E corpi di donne usati a fini politici prima, durante e dopo le elezioni. Non i corpi reali al centro della vita pubblico/privata, come vorremmo che fosse, ma corpi-immagine, corpi-merce utili per ricatti incrociati fra protagonisti maschi.
Proprio come accadeva in epoche primordiali, quando i corpi delle figlie date in matrimonio sigillavano patti di alleanza fra capi tribali. O come accade nelle guerre, quando si stuprano le donne del nemico per umiliarne l’orgoglio.
Corpi di donne come medium di relazioni puramente maschili.

Queste elezioni hanno detto la solita, eterna cosa: come soggetti a pieno titolo le donne non esistono.
Singole (per quanto rare) candidature femminili sono state in realtà molto votate (non solo il “fenomeno” Serracchiani), e può far piacere che alcune donne si dimostrino più credibili, più brave, più serie, siamo d’accordo: ma in cosa si discostano dal neutro dei loro partiti?
Cosa ne è della domanda di cambiamento radicale nel rapporto fra i sessi?

Questa amara assenza va di pari passo con il trionfo europeo e locale di una destra razzista e xenofoba, cioè becera e maschilista al massimo grado, per propria intima essenza, e con la debole presenza di una “sinistra” narcisista, autoreferente, ma soprattutto neutra, non interessata a una concezione sessuata della politica. Per non parlare del fatto che gli unici due partiti vincenti – Lega e Idv – sono proprio quelli più machisti.

Tutto sembra confermare che la strada per le donne non può passare dalla vecchia pratica partitica, lì c’è uno sbarramento insuperabile perché la concezione stessa di tale struttura – puramente elettoralistica, numerica, formale e gerarchica – è incompatibile con le modalità differenti della politica e della pratica delle donne, o almeno con quelle che in teoria dovrebbero essere le nostre modalità differenti.

Ora poi che la sinistra è in una drammatica crisi, è facile il ripetersi di un fenomeno già visto in occasioni storiche: possiamo noi donne parlare di femminismo quando “sta per scoppiare la guerra”?
Possiamo noi donne parlare di femminismo quando “bisogna difendersi dal fascismo”?
Possiamo noi donne parlare di femminismo quando c’è “la crisi economica”?
Un indebito senso di colpa induce le donne a desistere, a mettere in secondo piano le proprie rivendicazioni, quando invece è proprio l’esclusione delle donne dalla costruzione sociale il peccato originale che ha prodotto questo tipo di civiltà violenta, ingiusta e distorta, e soltanto la ricomposizione equilibrata dei ruoli fra i generi potrà dar vita a un nuovo disegno.

Dovremmo chiederci se di questo passo il percorso del femminismo non resterà chiuso in un limbo da cui non si riesce a uscire. E dovremmo chiederci perché sia così difficile trovare il coraggio di scegliere nettamente una politica di movimento che porti al centro della scena il conflitto non soltanto con il capitalismo, il liberismo e la globalizzazione, ma soprattutto con l’impianto patriarcale di ogni costruzione, inclusi quei partiti, o meglio quella “parte” che per tanto tempo, ignorandone aspetti contraddittori e anzi inaccettabili (sulla violenza, sulle guerre, sulla libertà, sul sessismo…), ha rappresentato anche agli occhi di molte donne un baluardo contro le ingiustizie sociali di questo modello di mondo.

A questo punto dovrebbe essere chiaro che l’attardarsi nelle illusioni e nelle fedeltà partitiche non paga e anzi ci ricaccia continuamente indietro.

Forse l’unico segnale interessante, un piccolo spiraglio di ottimismo, è il crescere in Europa dei verdi.
La critica al modello di sviluppo economicista e industrialista implica la proposta di un modello di società non soltanto sostenibile, antimilitarista, non eurocentrico, nonviolento, ma anche fortemente permeabile alla visione “altra” del femminile. Non è un caso che il pensiero delle ecofemministe vi abbia contribuito alle origini, quando i verdi erano più movimento che partito.
L’ecologismo guarda il mondo in modo nuovo e diverso, rovesciando molti punti di vista e proponendo visioni alternative.
In quest’area, una presenza femminile più forte e consapevole potrebbe fare la differenza e segnare la strada del cambiamento.
Forse.

La Terra Madre

Posted in Quelle che scassano, Società with tags , , , , on maggio 28, 2009 by Maria Rubini

E’ uscito da poco il nuovo film di Ermanno Olmi “Terra Madre” che racconta della terra, che è di noi tutti, madre.

Esce il 5 giugno “Home” cioè casa nel suo senso piu ampio, terra nostra madre appunto, del fotografo e regista Yann Arthus Bertrand.

Diceva Pratibha Patil, la Presidente donna indiana nel suo discorso di insediamento: “Le donne dovrebbero essere responsabili del futuro sostenibile della terra”.

E Vandhana Shiva, l’economista indiana che ha fermato la Coca Cola impedendole la privatizzazione delle ultime falde acquifere del Kerala, ci esorta ad occuparci della terra.

Mi costa molto occuparmi di tv. Vorrei occuparmi di ciò che conta, della Terra appunto, nel senso piu ampio.

Mi costa e ci costa molto dovere subire l’affronto, l’insulto di vedere i nostri corpi smembrati per pubblicizzare una borsa, le nostre belle facce gonfiate per attirare, pare, piu audience, i corpi di quasi bambine addobbate da lolite per eccitare uomini stanchi.

Mi costa e ci costa da mesi dovere restare sobrie, calme, educate quando ci danno delle bacchettone, quando ci chiedono se vogliamo tornare alla censura: uomini di malafede, lo sapete che non è di questo di cui stiamo parlando.

La posta in gioco è la nostra sopravvivenza, la sopravvivenza della nostra identità.

La tv non ci rappresenta. Punto.

L’audience non è la vita.

L’auditel può provocare disastri.

Vorrei occuparmi di vita, e cio che vedo in tv è spesso simile alla morte.

Devo, dobbiamo occuparci di tv per ridarci dignità, perché è una pena infinita vedere mie simili a carponi, o quasi nude, labbra che scoppiano, già dalle 9 del mattino, umiliate da ruoli perennemente subalterni.

Gli ultimi giorni ci hanno scaraventate all’inferno. L’Italia intera intorno ad una quasi bambina con il suo pelouche ed il ragazzino nella foto al mare.

Donne contro donne. Donne contro Veronica. Donne contro Noemi.

Nessun rispetto piu, né per noi, ne per le nostre figlie. Sbattute in prima pagina a divorarci.

La Terra dicevamo.

Quando avremo finito di liberarci, ancora!, del nostro ruolo servile, potremo occuparci di cose urgenti.

Spazziamo via queste immagini che ci limitano, che ci imprigionano, che ci umiliano. Chiediamo altro.

Chiediamo che la tv ci rappresenti.

Costruiamo altro.

In “Home”, il documentario di Bertrand, la donna è figura indissolubile con la Terra. La comprensione della vita viene affidata alle donne; dice il produttore del film: “In presa diretta con il futuro perché sempre in presa diretta con i figli, le donne ci mostrano la strada”.

Di vita mi voglio occupare, di vita vogliamo occuparci.

C’è una giovanissima filosofa svizzera Ina Pretorius, che parlando delle capacità delle donne usa un termine meraviglioso “daseinkompetenz”: la competenza dell’esserci.

Niente filosofia astratta quella delle femmine. Noi abbiamo la competenza dell’esserci.

Esserci nella vita. Nella cura, nelle relazioni.

E in politica, lascateci agire la nostra competenza dell’esserci, ce n’è bisogno.

Occupiamoci di politica, così come tutte noi, giovani e vecchie, sappiamo prenderci cura della Casa.

E da lì iniziare a prenderci cura della Terra.

Non facciamoci più limitare.

La Politica è competenza dell’esserci.

Occupiamocene.

A modo nostro.

da ilcorpodelledonne.blogspot.com

Primo maggio femminista

Posted in America Latina, Quelle che scassano with tags , , , on aprile 30, 2009 by Maria Rubini

1° Maggio femminista. Noi donne, femministe e lesbiche promuoviamo un 1° maggio femminista: Perchè il lavoro di casalinga è lavoro, deve essere valorizzato e come tale ripartito equamente tra uomini e donne. Perchè noi chiediamo che le donne lesbiche non siano discriminate nell’accesso al lavoro retribuito. Perchè è immorale che la legge stabilisca un riconoscimento così basso, a differenza di ciò che fa con altri tipi di lavoratori e lavoratrici, nei confronti delle lavoratrici domestiche.

Perchè è immorale che le lavoratrici percepiscano il 30 o il 40% meno degli uomini per lo stesso lavoro e lo stesso livello di preparazione. Perchè noi chiediamo che si scusino i/le dirigent@ politic@ machist@ che prendono le distanze dalle donne lavoratrici che esigono garanzia dei diritti ed eguali condizioni… perchè chiediamo che vi siano più donne nelle posizioni direttive e che non sia bloccato l’accesso alle professioni per le donne.

Questo primo maggio le femministe marciano…

1° maggio, metro union latinoamericana, ore 10.00.

Invita la tua compagna, la tua amica, tua mamma, tua figlia…

Feministas Tramando    http://www.feministastramando.cl/

Colectiva Mujeres Públicas http://www.colectivamujerespublicas.blogspot.com/

La Resistenza delle donne

Posted in Politica, Quelle che scassano with tags , , , on aprile 25, 2009 by Maria Rubini

Il 7 aprile 1944 a Roma sulla strada che conduce al Portuense, in prossimità del “Ponte di ferro”, alcune donne insieme ad anziani e ragazzi tentano di forzare l’ingresso del forno Tesei per impadronirsi del pane destinato ai tedeschi. SS e fascisti intervengono, caricano la folla, trascinano dieci donne, le allineano lungo la spalletta del ponte, aprono il fuoco e le uccidono.
Non siamo in tante a conoscere questo come tanti altri episodi in cui le donne hanno resistito al regime fascista per garantire non solo la propria sopravvivenza ma quella dell’intera collettività.

Le lotte di resistenza delle donne sono sempre taciute, relegate nel privato e non riconosciute dalla storiografia e dalla politica ufficiale, patriarcale, maschile. Ma la resistenza delle donne al patriarcato, allo sfruttamento del lavoro, al fascismo in tutte le sue forme, la sentiamo nella pelle, è iscritta nei nostri vissuti e nei nostri corpi, e riconoscerla, nominarla, darle valore è un atto di resistenza in sé. La nostra resistenza è pane quotidiano perché lottare è la forma di esistenza che abbiamo scelto in una società che nega, stravolge e si appropria continuamente di ciò che siamo. Il fascismo non sono soltanto il ventennio o gli squadristi contemporanei, ma anche le gerarchie, l’ordine, il controllo, lo sfruttamento del lavoro che addomesticano e alienano il nostro sentire. La nostra pratica antifascista vive nell’antisessismo quotidiano perché siamo convinte che non si possa praticare l’ antifascismo senza interrogarsi su sessismo, eterosessismo e machismo, cioè logiche autoritarie, di controllo e di sopraffazione che fanno parte della cultura fascista e che permeano le leggi dello stato ma anche le nostre relazioni e i nostri vissuti.

La nostra pratica antifascista è la resistenza quotidiana all’ordine patriarcale che ci rende corpi appropriabili e, in quanto tali, violabili. Corpi espropriati per vendere merci, tette per caldaie, sorrisi per birre, voci suadenti per offerte telefoniche. Corpi violabili nel chiuso delle case e delle famiglie, dove è quotidiana l’appropriazione dell’affettività, dei corpi e del lavoro delle donne da parte degli uomini. Corpi violabili negli spazi pubblici, dove le aggressioni verbali e fisiche vorrebbero ricondurci alla sottomissione patriarcale e dove le lesbiche sono oggetto di stupri punitivi di chiara matrice fascista per “rieducarle” e costringerle all’ordine eterosessuale. I nostri corpi si ribellano alla funzione di riproduzione e di soddisfazione del piacere e dei bisogni degli uomini che ci viene assegnata, rifiutano l’ espropriazione e i tempi imposti del lavoro produttivo e riproduttivo, si muovono fuori e contro i confini della famiglia e dell’eterosessualità obbligatoria.

Oggi come ieri continuiamo a resistere!

Sebben che siamo donne paura non abbiamo

Posted in Politica, Quelle che scassano with tags , , , , , on marzo 8, 2009 by Maria Rubini

Le donne di “Siamo tutte a piede libero” scattata a Roma, nell’aprile del 1977, quando il movimento delle donne manifestava davanti alla Rai, mostrando provocatoriamente gli zoccoli, considerati dalla polizia un’arma impropria mentre il Parlamento iniziava a discutere la legge sull’aborto.  Foto di Tano D’ Amico

La parola  RONDA

La parola  RONDA ci fa paura perché si materializza in un soggetto plurale maschile di fronte al quale nessuna donna può dirsi tranquilla.

Anche le forze dell’ordine sono composte in gran parte da maschi, ma rappresentano una istituzione democratica che risponde delle sue azioni. Non a caso la polizia in situazioni di violenza sulle donne o sui minori si avvale delle agenti donne.

In questi giorni governo e opposizione hanno preso a pretesto gli stupri accaduti in alcune città italiane per fare a gara su chi ha il progetto più sicuro per la sicurezza delle donne. Ma noi ci siamo sentite strumentalizzate dalla destra e dalla sinistra, moderata o estrema che sia, perché quando si parla di provvedimenti che ci riguardano si dovrebbe tenere conto di come vengono percepiti.

Di fronte alla proposta della ronda ci sentiamo negate come cittadine e negato il diritto ad essere tutelate con gli strumenti che la democrazia mette a disposizione. Ci sentiamo invece trattate come le femmine di un branco che devono essere sottratte al branco straniero. Quelle stesse femmine che vengono stuprate tra le mura domestiche e sulle quali si mette la sordina.

Tanto per stare sullo stesso terreno di chi ci vuole difendere chiediamo se la castrazione chimica e la certezza della pena sono provvedimenti che valgono anche per gli stupratori di casa nostra.

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Come trasformare un tentativo di stupro in impegno politico

Posted in Politica, Quelle che scassano with tags , , , on marzo 7, 2009 by Maria Rubini

SONO MARA, LA RAGAZZA AGGREDITA AL PARCO NORD IL 26 AGOSTO SCORSO.

Sono la ragazza del parco nord o almeno così mi hanno definita. I giornali, i carabinieri e vari esponenti politici durante i loro dibattiti. Il mio caso è servito per fare statistiche o rivendicare falsi aiuti e disponibilità mai giuntemi concretamente. Hanno tentato di stuprarmi in via Stalingrado il 26 agosto all’uscita della festa dell’unità, luogo a detta dei cosiddetti compagni sicuro, “alle nostre feste solo brava gente”. Permettetemi di dirvi cari compagni che nessun luogo per le donne può ritenersi sicuro, non lo sono le mura domestiche figuriamoci se può esserlo uno spazio dove certo prioritaria non è la sicurezza per le donne. Fino a quando non si riconoscerà che la violenza alle donne non è un fatto privato, che non si risolve con qualche lampadina in più, ma con l’impegno comune per rompere il silenzio da cui si alimenta, noi donne continueremo ad essere sempre più esposte. Ma io non sono la ragazza del parco nord o almeno non solo, il mio vissuto raccoglie e racconta molto di più. Vengo da un paese dove gli stupri e le violenze vengono tenuti nascosti dentro le pareti di casa, dove ogni sopraffazione fisica e psicologica su una donna è quotidianità, dove non desta scalpore soprattutto se viene consumata da un uomo che ti sta vicino. Continua a leggere