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Chi crede ancora nella buona fede di Israele?

Posted in Palestina, Politica, Uncategorized with tags , , , , on agosto 6, 2014 by Maria Rubini

State-is-born
Oggi molti tra le fila della sini­stra ita­liana fati­cano ad ammet­tere che il popolo pale­sti­nese è la vit­tima di que­sto lungo con­flitto. Fanno fatica a denun­ciare i cri­mini di Israele, cri­mini di cui si mac­chia indi­stur­bato ormai da troppo tempo. Molti pre­fe­ri­scono vol­tare la testa e par­lare di Hamas, come se Hamas fosse l’origine del tutto. Muoiono bam­bini? E’ Hamas! Distruggono case e scuole? E’ colpa di Hamas. Hamas! Hamas! Hamas! Ma Hamas non esi­steva vent’anni fa, eppure Israele agiva nello stesso modo.

Risale al 1982 il famoso mas­sa­cro di Sabra e Shatila nel quale le forze armate israe­liane gui­date da Ariel Sharon furono respon­sa­bili della morte di più 2400 arabi – pale­sti­nesi. La scusa era sem­pre la stessa: difen­dere il popolo israe­liano dal ter­ro­ri­smo. Hamas ancora non esi­steva, e il ter­ro­ri­smo que­sta volta era quello di Yasser Arafat.

In quel periodo la posi­zione della sini­stra ita­liana era chiara: equi­di­stanza dai cri­mini di Israele e dal ter­ro­ri­smo, ma netto soste­gno alla lotta di libe­ra­zione del popolo pale­sti­nese. Né sono testi­mo­nianza, ad esem­pio, le posi­zioni del Presidente della Repubblica Sandro Pertini e quella del Presidente del Consiglio Bettino Craxi. Il primo, infatti, nel suo mes­sag­gio di fine anno agli ita­liani, nel 1983 usava parole che non lascia­vano spa­zio a fraintendimenti:

“Una volta furono gli ebrei a cono­scere la “diaspora“[…]vennero cac­ciati dal Medio oriente e dispersi nel mondo; adesso lo sono invece i palestinesi…Io affermo ancora una volta che i pale­sti­nesi hanno diritto sacro­santo ad una patria ed a una terra come l’hanno avuta gli israeliti…Se vi sono nazioni in cui i diritti civili ed umani sono con­cul­cati, sono annul­lati, non vi è che un prov­ve­di­mento da pren­dere con­tro que­ste nazioni: l’espulsione dall’Onu. Non val­gono le pro­te­ste, se le porta via il vento. Non val­gono le pole­mi­che. Siano espulse dall’Organizzazione delle Nazioni Unite. Sia dato loro il bando, siano indi­cate all’umanità come colpevoli.”

“Io sono stato nel Libano. Ho visi­tato i cimi­teri di Chatila e Sabra. E una cosa che ango­scia vedere que­sto cimi­tero dove sono sepolte le vit­time di quel mas­sa­cro orrendo. Il respon­sa­bile di quel mas­sa­cro orrendo è ancora al governo in Israele. E quasi va bal­dan­zoso di que­sto mas­sa­cro fatto. E un respon­sa­bile cui dovrebbe essere dato il bando della società.” (In basso il video del suo discorso.)
Ma come spesso capita, la sto­ria si prende beffa dei più deboli. Sharon verrà infatti eletto pre­si­dente dello stato israe­liano, e quindi diven­terà lui rap­pre­sen­tante del pro­cesso di pace tra Israele e Palestina dal 2001 al 2006. Ma que­sta volta sarà il pre­si­dente ame­ri­cano George W. Bush a garan­tire: “Sharon è uomo di pace”. E se lo garan­ti­sce lui, che è un altro uomo di pace, allora come si fa a non crederci!

E ancora, il pre­si­dente del con­si­glio Bettino Craxi, rico­no­scendo i diritti dei pale­sti­nesi e degli israe­liani, nel ricor­dare il ruolo di pace dell’Italia nel medi­ter­ra­neo, legit­ti­mava la lotta armata del popolo pale­sti­nese e chie­deva con fer­mezza a Israele la resti­tu­zione dei ter­ri­tori occupati.

“Quando Israele fu minac­ciata tutti fummo con Israele. Ora essa occupa da 18 anni ter­ri­tori arabi che vanno resti­tuiti in cam­bio della pace.[…] Contestare ad un movi­mento che voglia libe­rare il pro­prio paese da un’occupazione stra­niera la legit­ti­mità del ricorso alle armi signi­fica andare con­tro alle leggi della sto­riarede ancora nella buona fede di Israele?

Se non di Hamas, se non del ter­ro­ri­smo, di chi è la colpa allora? Non è forse di chi punta i riflet­tori sul con­flitto israelo — pale­sti­nese solo se qual­cuno si fa sal­tare in aria? Non è forse di chi si sde­gna solo quando par­tono i razzi? Siamo amici degli ebrei, siamo amici di Israele. Non ci può essere nes­sun dub­bio sul suo diritto di esi­stere, e mai c’è stato nes­sun dub­bio in merito da parte dello stato ita­liano. Ma dov’è lo stato dei pale­sti­nesi? Ma qual è la posi­zione della sini­stra ita­liana oggi? Qual è la posi­zione del governo ita­liano? Qual è il ruolo dell’Europa? “Non val­gono le pro­te­ste, se le porta via il vento”, avrebbe detto il Presidente Pertini.

Molti vedendo que­sti video vec­chi ormai più di trent’anni obbiet­te­ranno dicendo, con arro­ganza, super­fi­cia­lità e pre­sun­zione, che il con­te­sto era diverso, salvo poi non riu­scire a spe­ci­fi­care cosa lo ren­desse diverso. Molti soster­ranno che prima non esi­steva Hamas; ma non era l’OLP di Arafat con­si­de­rata un’organizzazione ter­ro­ri­stica alla pari di Hamas? Cos’era, dun­que a ren­dere diverso il con­te­sto? Forse Israele non occu­pava ille­gal­mente i ter­ri­tori pale­sti­nesi? Niente di tutto que­sto. La dram­ma­tica verità è che il con­te­sto era sem­pre lo stesso. L’unica dif­fe­renza risie­deva sem­pli­ce­mente nell’onestà e auto­no­mia intel­let­tuale dei lea­der ita­liani, nella fat­ti­spe­cie, Pertini e Craxi. Autonomia e one­stà intel­let­tuale che si tra­du­ce­vano in indi­pen­denza dell’Italia nella valu­ta­zione delle con­tro­ver­sie internazionali.

Oggi invece, dopo quasi tre set­ti­mana dall’ennesimo mas­sa­cro di civili pale­sti­nesi per mano delle forze mili­tari israe­liane, la sini­stra ita­liana latita. Non una posi­zione chiara, non una posi­zione. Molti con­ti­nuano a cre­dere nella buona fede delle azioni di Israele, e a vol­tare la testa dall’altra parte di fronte alle foto delle case distrutte, e dei bam­bini uccisi. O peg­gio con­ti­nuano a impu­tare al ter­ro­ri­smo pale­sti­nese l’origine della tra­ge­dia. Conti­nuare a par­lare di Hamas fa comodo, per­ché così si evita di par­lare della lotta legit­tima del popolo pale­sti­nese. Noi ita­liani ed euro­pei, che cre­diamo in tale legit­ti­mità e che cre­diamo nel diritto di Israele ad esi­stere e vivere in sicu­rezza, non pos­siamo limi­tarci a pro­clami ste­rili. L’Italia e l’Europa dovreb­bero avere un ruolo più attivo nel medi­ter­ra­neo. Un ruolo determinante.

Nonostante la con­ti­nua pro­pa­ganda che dipinge Israele come la vit­tima e il popolo pale­sti­nese come il car­ne­fice di se stesso, qual­cosa sta cam­biando nell’opinione pub­blica a livello glo­bale. La dispo­ni­bi­lità della nuova tec­no­lo­gia e la dif­fu­sione dei social net­works hanno con­tro­bi­lan­ciato un’informazione sem­pre molto incline ad appog­giare la pro­pa­ganda israe­liana. La gior­na­li­staRula Jebral nella sua inter­vi­sta alla MSNBC il 22 luglio ha affer­mato come l’informazione di que­sto con­flitto sia “disgu­sto­sa­mente di parte nei con­fronti di Israele”, e che “la CNN abbia inter­vi­stato 17 pub­blici uffi­ciali israe­liani con­tro solo un’ uffi­ciale pale­sti­nese.” I social net­works in ogni modo sono riu­sciti ad infran­gere que­sto muro di fazio­sità e mostrare all’opinione pub­blica mon­diale il dolore e le dif­fi­coltà del popolo pale­sti­nese così come la man­canza di uma­nità e pro­por­zio­na­lità dell’esercito israe­liano. E in molti oggi non cre­dono più nella buona fede di Israele.

Non crede alla buona fede di Israele, l’alta com­mis­sa­ria dell’Onu per i diritti umani Navi Pillay, che con­danna aper­ta­mente le azioni spro­por­zio­nate dell’esercito israe­liano chie­dendo l’apertura di un’inchiesta inter­na­zio­nale per accer­tare gli even­tuali cri­mini con­tro l’umanità, atti­ran­dosi le ulte­riori anti­pa­tie del mini­stro degli esteri israe­liano Avigdor Liberman che defi­ni­sce le Nazioni Unite come il “Consiglio in difesa dei diritti dei terroristi”.

Un’affermazione quest’ultima che s’inquadra in una lunga cam­pa­gna di dele­git­ti­ma­zione e inos­ser­vanza delle isti­tu­zioni inter­na­zio­nale da parte dello stato d’Israele. Si dele­git­ti­mano le isti­tu­zioni inter­na­zio­nali e si spera nella media­zione degli Stati Uniti. Ma, ripre­sen­tando le parole di Marcella Emiliani, tra le mas­sime esperte ita­liane e inter­na­zio­nali di Africa e Medio-Oriente: “fino ad oggi la pre­si­denza Obama non c’è riu­scita e spesso ha masche­rato le pro­prie dif­fi­coltà con l’ostico governo Netanyahu, lamen­tando le divi­sioni in campo pale­sti­nese. Non appena però i pale­sti­nesi sem­brano aver ritro­vato la pro­pria unità, tanto negli Stati Uniti quanto in Israele il coro è una­nime: con un governo soste­nuto da Hamas non si tratta. Bene. Ma cosa signi­fica allora per Washington e Gerusalemme «l’unità dei pale­sti­nesi»? Al-Fatah con chi dovrebbe ritro­vare un’intesa se non con Hamas? E soprat­tutto cosa hanno fatto Washington e Gerusalemme per raf­for­zare Abu Mazen, cioè̀ il pale­sti­nese che ha rinun­ciato al ter­ro­ri­smo come metodo di lotta poli­tica fin dal 1993?”

Non cre­dono nem­meno più nella buona fede di Israele i 50 riser­vi­sti israe­liani che si sono rifiu­tati di ser­vire il pro­prio paese, dichia­rando quanto segue:

“I resi­denti pale­sti­nesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza sono pri­vati dei diritti civili e dei diritti umani. Vivono in un sistema giu­ri­dico diverso dai loro vicini ebrei. Lì, abbiamo sco­perto che l’intero eser­cito aiuta a imple­men­tare l’oppressione dei palestinesi.”

Non crede più nella buona fede di Israele una parte del suo stesso popolo ebraico esterno e interno allo stato. Il con­senso dall’esterno di molti ebrei alle azioni mili­tari del governo israe­liano si è andato via via ero­dendo in tutto il mondo e in spe­cial modo negli Stati Uniti. Anche in Italia è pos­si­bile rin­trac­ciare tale ero­sione per esem­pio nelle parole di Moni Ovadia che sin dallo scorso anno affermava:

“Lascio la Comunità ebraica di Milano, fa pro­pa­ganda a Israele” ( 5 Novembre 2013).

L’opposizione interna, invece, si può indi­vi­duare non solo nella rea­zione dei mili­tari di non ser­vire più il pro­prio paese, ma anche nelle opere di gior­na­li­sti come Gideon Levy, che sulle pagine del quo­ti­diano più impor­tante d’Israele, l’ Haaretz scrive:

“Dopo che abbiamo detto tutto ciò che c’è da dire sul conto di Hamas – che è inte­gra­li­sta, che è cru­dele, che non rico­no­sce Israele, che spara sui civili, che nasconde muni­zioni den­tro le scuole e gli ospe­dali, che non ha fatto niente per pro­teg­gere la popo­la­zione di Gaza – dopo che è stato detto tutto que­sto, dovremmo fer­marci un attimo e ascol­tare Hamas. Potrebbe per­fino esserci con­sen­tito met­terci nei suoi panni e forse addi­rit­tura apprez­zare l’audacia e la capa­cità di resi­stenza di que­sto nostro acer­rimo nemico, in cir­co­stanze duris­sime.
Invece Israele pre­fe­ri­sce tap­parsi le orec­chie davanti alle richie­ste della con­tro­parte, anche quando que­ste richie­ste sono giu­ste e cor­ri­spon­dono agli inte­ressi sul lungo periodo di Israele stesso.” (Haaretz”, dome­nica 20 Luglio 2014)

Non hanno più cre­duto alla buona fede d’Israele gli sto­rici israe­liani tra i quali si pos­sono anno­ve­rare Simha Flapan, Benny Morris, Avi Shlaim, Ilan Pappé, e Tom Segev, che gra­zie all’apertura degli archivi di Stato israe­liani, di quelli del movi­mento sio­ni­sta e non ultimi degli archivi di Stati Uniti e Gran Bretagna, seb­bene divisi al loro interno sull’esistenza espli­cita di un piano arti­co­lato di epu­ra­zione etnica noto col nome di “Piano D”, hanno ammesso che nella con­giun­tura della guerra del 1948 e soprat­tutto nella sua fase finale, quand’era ormai evi­dente che Israele aveva vinto e quanto gli inte­res­sava era soprat­tutto con­so­li­dare i nuovi con­fini acqui­siti che allar­ga­vano la super­fi­cie asse­gnata agli ebrei dal piano di spar­ti­zione Onu, venne lasciata mano libera ai gene­rali israe­liani di “libe­rare” le aree acqui­site dalla popo­la­zione autoc­tona. Questa nuova ver­sione, suf­fra­gata da fonti d’archivio, ribalta com­ple­ta­mente il rap­porto Israele-profughi e non ha man­cato, come tutta la nuova sto­rio­gra­fia, di creare dibat­titi molto aspri e accesi tra gli intel­let­tuali, i poli­tici e la stessa società israeliana.

Non cre­dono alla buona fede di Israele Cile, Peru, Ecuador e Brasile, che hanno deciso di richia­mare i loro amba­scia­tori in segno di pro­te­sta con­tro le azioni mili­tari in Gaza.

Sono, dun­que sem­pre meno quelli che cre­dono nella buona fede di Israele. Come regola gene­rale dovrebbe valere che chi non è in grado di giu­di­care i pro­pri pec­cati o quelli dei suoi amici, dovrebbe aste­nersi dal giu­di­care quelli dei suoi nemici. E risulta ormai ovvio che il diritto di cri­tica non equi­vale all’antisemitismo, su cui comun­que biso­gna sem­pre vigilare.

E chi crede ancora in que­ste folli azioni mili­tari? Soltanto Stati Uniti ed Europa. Soltanto loro hanno il corag­gio di chia­mare ter­ro­ri­smo i razzi spa­rati in zone abi­tate da civili, ma legit­tima difesa le bombe che distrug­gono case, scuole, e ospe­dali ammaz­zando nell’80% dei casi donne e bam­bini. Perché con­ti­nuiamo a cre­dere che que­sta rea­zione sia giu­sta? Gli Stati Uniti hanno sem­pre difeso que­ste azioni per la forte pres­sione interna delle lob­bies come l’American Israel Public Affairs Committee. Ma l’Italia? e l’Europa? Possibile che ci sen­tiamo in dovere di essere moral­mente in debito sem­pre con tutti, lasciando che que­sto debito morale ci impe­di­sca di valu­tare la situa­zione in maniera lim­pida? Ma poi, si tratta solo di un debito morale o c’è dell’altro? Quando arri­verà il momento per l’Europa di met­tere in pra­tica i valori sui quali è fon­data, e pro­porsi come forza di pace nel medi­ter­ra­neo e nel mondo? Non è dato a sapersi.

Quello che si sa è che nel futuro di que­sto con­flitto pesano ancora molte inco­gnite. Il rischio è che pas­serà anche que­sto mas­sa­cro, si spen­ge­ranno len­ta­mente i riflet­tori, e nel silen­zio gene­rale il grido di dolore dei pale­sti­nesi si tra­sfor­merà nuo­va­mente in razzi. Le tele­vi­sioni magi­ca­mente si riac­cen­de­ranno per incol­pare i ter­ro­ri­sti di turno. Israele avrà agito ancora per diritto di difesa. E i pale­sti­nesi avranno perso un paio di mili­tanti e qual­che altro cen­ti­naio di donne e di bambini.

“Non val­gono le pro­te­ste, se le porta via il vento”, avrebbe escla­mato il Presidente Pertini.

Valerio di Fonzo – Fon­da­tore, edi­tore, e autore de IlGlobo.eu e Globalopolis.org.

Don’t Name the Dead Children

Posted in Palestina, Poesia, Politica, Società, Uncategorized with tags , on agosto 5, 2014 by Maria Rubini

Don’t mention the children.

Don’t name the dead children.

The people must not know the names

of the dead children.

The names of the children must be hidden.

The children must be nameless.

The children must leave this world

having no names.

No one must know the names of

the dead children.

No one must say the names of the

dead children.

No one must even think that the children

have names.

People must understand that it would be dangerous

to know the names of the children.

The people must be protected from

knowing the names of the children.

The names of the children could spread

like wildfire.

The people would not be safe if they knew

the names of the children.

Don’t name the dead children.

Don’t remember the dead children.

Don’t think of the dead children.

Don’t say: ‘dead children’.

Israel bans radio advert listing names of children killed in Gaza

(Guardian 24.07.14) M. Rosen

Il testamento spirituale di Benedetto XVI

Posted in Uncategorized on aprile 4, 2013 by Maria Rubini

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Dalla Siria all’Iran, passando per l’Iraq. E per il suo petrolio

Posted in Politica, Uncategorized with tags , , , on luglio 31, 2012 by Maria Rubini
 Sentire l’emiro del Qatar o il re saudita parlare di diritti umani lascia quantomeno perplessi, vista la situazione nei due paesi del Golfo. E non si tratta solo di questioni di genere, quanto piuttosto di un esercito di schiavi imprigionati in suntuose dimore o impegnati a costruire castelli di ghiaccio in mezzo al deserto.

Anche vedere gli Stati Uniti sostenere sommessi le posizioni dei falchi della penisola araba suscita più di un interrogativo.

Robert Fisk ricorda a ragione che ben 15 dei 19 terroristi dell’11 settembre 2001 provenivano dall’Arabia Saudita, anche se a essere bombardato fu il martoriato Afghanistan.

Difficile dimenticare che l’Arabia Saudita continua a decimare la propria minoranza sciita, quella del Bahrein e indirettamente anche quella siriana. Con il benestare di tutta la comunità internazionale.

“E davvero crediamo che l’Arabia Saudita possa volere una democrazia per la Siria?”, incalza ancora Fisk.

Impossibile dargli torto, salvo poi aggiungere che la lista dei paesi a cui non importa nulla delle legittime rivendicazioni dell’ennesimo popolo che soffre è davvero lunga. E persino un paese che vive ai margini della politica internazione come il nostro è in qualche modo complice di una guerra (per il petrolio) neanche troppo camuffata.

E’ qui che per Fisk entra in gioco il fattore I, la crociata contro l’atomica iraniana.

“Il tentativo di rovesciare la dittatura di Damasco non è dettato dall’amore per siriani o dall’odio per l’ex amico Bashar al Assad, e tanto meno dalla nostra indignazione verso la Russia”.

“No, il nostro è un desiderio di schiacciare la Repubblica islamica ei suoi piani nucleari infernali – se esistono – e non ha nulla a che fare con i diritti umani o il diritto alla vita o alla morte dei bambini siriani”.

Ma l’Iran da solo non basta. C’è un altro paese nel cuore dell’antica Mesopotamia che la scorsa settimana ha subito in un solo giorno 29 attentati in 19 città, uccidendo 111 civili e ferendone altri 235. Si chiama Iraq.

Per Fisk si tratta dell’ennesima ipocrisia occidentale, laddove le vittime irachene non meritano che un trafiletto per non smentire la teoria del paese “liberato e democratico”.

Ma di Iraq si dovrebbe parlare anche per altri motivi.

In primis per quello che naturalmente rischia di accadere (ed è già accaduto) nel caso in cui il conflitto siriano dovesse trasferirsi sulla terra bagnata – anche se per poco ancora – dal Tigri e dall’Eufrate.

Che tradotto significa un rovesciamento dei rapporti di forza e relativa guerra a sfondo confessionale (sebbene sia preferibile usare il termine civile, ma il tema verrà approfondito in seguito).

Prima però di quello che potrebbe succedere, c’è quello che è già successo. Sono più di dieci anni che le parti che si stanno sfidando a suon di stragi in Siria lavorano nell’ombra per ridisegnare gli equilibri mediorientali. Sulla pelle degli iracheni, per esempio.   

“Il governo a guida sciita è finito nel mirino degli stessi estremisti sunniti che combattono in Siria, molti dei quali sono legati ad al Qaeda”, afferma Izzat al-Shahbandar, un anziano membro del Parlamento di Baghdad e stretto collaboratore del primo ministro iracheno Nouri al-Maliki.

Lo scrive il Washington Post, ricordando che il presunto leader dell’organizzazione terroristica – Abu Baker al Baghdadi – avrebbe esortato le tribù sunnite irachene al confine con la Siria ad aderire al jihad (guerra santa) contro il governo “infedele” guidato da Maliki.

I media non sembrano avere dubbi: “E’ stata al Qaeda e l’Iraq rischia di essere travolto dal ciclone siriano”. Ma come si possono liquidare 29 esplosioni quasi simultanee in 19 diverse città di un paese?

La questione è un’altra: l’Iraq non hai mai smesso di essere terreno di battaglia, in una guerra neanche troppo silenziosa che si combatte ogni giorno.

Basti pensare alla ‘geopolitica’ degli attentati. Perché gli uomini del defunto Osama Bin Laden avrebbero mire su Kirkuk, una delle città (petrolifere) più colpite dalla scia di sangue degli scorsi giorni? Qui giacciono infatti la maggior parte delle 111 vittime di quel terribile giorno.

“C’è mai stata una guerra in Medio Oriente carica di tanta ipocrisia?”. Se lo chiede Robert Fisk sull’Independent, spiegando che “il vero obiettivo dell’Occidente non è il brutale regime di Assad, quanto il suo alleato iraniano e le sue testate nucleari”. Ma forse c’entra anche l’Iraq e il prezzo del petrolio. (Prima parte)

 di Francesca Manfroni

Buon Compleanno Madiba!

Posted in Politica, Società, Uncategorized with tags , , on luglio 18, 2012 by Maria Rubini

La Cassandra di Siena che strigliava i potenti

Posted in Politica, Società, Uncategorized with tags , , on aprile 27, 2011 by Maria Rubini

Prendiamo una ragazzina qualunque, che nessuno ha mai sentito nominare; la figlia, diciamo, di un piastrellista, o di un piccolo industriale tessile, che a casa ha litigato coi suoi perché voleva una stanza tutta per sé, mentre loro, trovandola un po’ strana e sapendo che l’adolescenza è un’età difficile, preferiscono tenerla d’occhio e farla dormire con le sorelle. Una ragazzina magra come uno scheletro che si fa urlar contro dalla madre perché non vuole mangiare, e piange ogni volta che la costringono a farlo, sprofondando lentamente nell’anoressia.

Supponiamo, anche, d’essere in una famiglia di brava gente piena di buon senso e aliena dagli eccessi; e immaginiamo che la ragazzina, oltre a non mangiare, dichiari che non avrà mai un ragazzo e viva assorta in un suo mondo fantastico, e che un bel giorno si metta in testa di tagliare i capelli cortissimi e coprirli con il chador: a costo di litigare, di nuovo, furiosamente con i genitori, che preferirebbero vederla uguale a tutte le altre.

Caterina da Siena era una ragazzina così, tale e quale. Viveva, però, nel Medioevo: e dunque in un mondo dove l’anoressia non l’aveva ancora diagnosticata nessuno, i disturbi dell’adolescenza la gente li conosceva per esperienza ma nessuno ci aveva mai riflettuto, e c’era poca comprensione per una ragazzina ribelle, per quanto i genitori le volessero bene e si rattristassero di doverla trattare con severità.

In compenso, però, era un mondo attento a spiare le persone eccezionali, a individuare chiunque si comportasse con plateale disprezzo delle regole borghesi, e a chiedersi se lo faceva per tentazione del diavolo, o per ispirazione di Dio. Nel primo caso erano guai; ma quando l’eccezionalità di un uomo o d’una donna costringeva a riconoscere che quella persona era stata toccata da Dio, in quel mondo medioevale che pure era pieno di politicanti senza scrupoli, di cinici uomini d’affari, di raffinati intellettuali e di anticlericali sfegatati, succedeva qualcosa che nel nostro mondo d’oggi sarebbe impensabile: tutti quanti, umili e potenti, stavano ad ascoltarla a bocca aperta e con le lacrime agli occhi.

Caterina era di quel mondo e si convinse che Dio le parlava, ma non solo: Dio voleva che lei, a sua volta, parlasse in suo nome. Prima i genitori di Caterina, poi tutta la contrada di Fontebranda, poi tutta Siena, poi tutta l’Italia seppe di lei, e cominciò ad attendere con ansia le sue parole. San Paolo si rivoltava nella tomba: non aveva scritto chiaramente e ripetuto più volte, in modo tale da non poter essere frainteso, che la donna deve star zitta nella chiesa, e star zitta davanti agli uomini, e non ha il permesso d’insegnare?

Ma Caterina era una che sapeva quel che voleva, e quando diceva “voglio” finiva sempre per ottenerlo: non s’era piegata davanti al papà e alla mamma, ai fratelli, alle sorelle e alle cognate coalizzati contro di lei, non si sarebbe piegata neanche davanti a Saulo di Tarso, se l’avesse incontrato. E così la figlia del piccolo imprenditore cominciò a scrivere, o meglio a dettare, perché non era andata a scuola e non sapeva scrivere!, e non smise più.

Prima che l’anoressia l’ammazzasse davvero, nel 1380, a poco più di trent’anni, dettò quasi quattrocento lunghe lettere, contando solo quelle giunte fino a noi. Scriveva ai destinatari più diversi: a conoscenti del suo stesso ambiente sociale, a padroncini di bottega e alle loro mogli, a frati e badesse, ma anche, come se niente fosse, a priori e podestà delle città toscane, a Bernabò Visconti signore di Milano, al re di Francia, ai cardinali, al papa. Erano lettere infuocate d’entusiasmo religioso, concitate esortazioni a fare il bene, a pentirsi del male commesso. Erano lettere pubbliche, di cui circolavano copie, che la gente discuteva al mercato o alla taverna. Ed erano lettere che parlavano chiaro: più i loro destinatari erano altolocati, più sudavano freddo quando ne ricevevano una.

All’arcivescovo di Pisa scrisse che il dovere di chi governa la Chiesa è di denunciare le colpe di cui viene a conoscenza, e non di tenerle nascoste; non deve fare come i medici che imputridiscono le piaghe a forza di unguenti, ma come quelli che hanno il coraggio di cauterizzare: «Non più unguento, per amore di Dio! Usate un poco la cottura», e soprattutto: «Non fate vista di non vedere». A un cardinale scrisse rimproverandogli negligenza e mancanza di carità, lo invitò a svegliarsi («Or non più dunque dormite, Padre») e gli ricordò di passaggio che se continuava così si sarebbe dannato. A papa Gregorio XI disse d’aver saputo che aveva nominato nove nuovi cardinali, e gli ricordò gelidamente che doveva cercare di nominare uomini onesti, altrimenti era peggio per tutti: «Non ci maravigliamo poi, se Dio ci manda le discipline e i flagelli suoi!». Già che c’era, spiegò al papa che quando erano in gioco nomine importanti bisognava dimenticarsi di amici e parenti, e dei propri interessi privati. Più tardi, visti confermati i suoi peggiori timori dal comportamento di quei cardinali, riscrisse al papa per invitarlo a fare pulizia, a liberare la Chiesa dal fetore di quei ministri corrotti, e a sostituirli con uomini di cui non ci si dovesse vergognare.

Ma non ce n’era soltanto per le autorità religiose. Ai governanti del comune di Firenze, che da gran tempo parlavano della necessità di riforme, scrisse che non sarebbero riusciti a fare nessuna riforma finché pensavano solo agli interessi personali, e assegnavano le cariche in base alle clientele anziché all’utilità collettiva. Ai governanti di Siena scrisse una lettera di fuoco rimproverando la giustizia politicizzata che inquinava la loro città, dove le sentenze non si davano in base alla ragione e al torto, ma per favorire interessi e aiutare gli amici, dove i potenti erano sempre assolti e s’infieriva solo con i poveri diavoli. E in innumerevoli lettere tornò ad ammonire duramente un ceto politico in cui tutti miravano alle poltrone per il proprio tornaconto e non per quello collettivo, e tutti erano pronti a piegarsi dove tirava l’aria, dondolando di qua e di là come foglie, «non uomini d’azione, ma del vento».

Intendiamoci: le lettere di Caterina non cambiarono nulla, o ben poco. Cardinali di Avignone e priori delle città toscane continuarono a fare gli interessi propri e dei comitati d’affari che li sostenevano, a piazzare uomini in base ai favori da restituire e non alle qualità o ai meriti, la giustizia continuò ad essere politicizzata e su tante cose chi doveva far pulizia continuò a far finta di non vedere. E questo è esattamente quello che capiterebbe oggi se la figlia anoressica d’un piccolo imprenditore cominciasse a scrivere al papa, al presidente della Repubblica e magari ad Obama. Ma immaginare che la vicenda di Caterina possa ripetersi oggi non significa illudersi che una ragazza possa cambiare il mondo.

A noi basterebbe che succedesse quello che succedeva nell’Europa del Trecento: che le lettere della ragazzina arrivassero e fossero discusse, che ognuna fosse un avvenimento messo in prima pagina dai giornali, che le folle la portassero in trionfo per la strada baciandole le mani, che governi in imbarazzo le affidassero missioni diplomatiche, che le porte del Vaticano e di Palazzo Chigi, del Quirinale e della Casa Bianca si spalancassero per lei, che i potenti di questo mondo fossero costretti ad ascoltarla gravemente, ad annuire, ad arrossire, a promettere di far meglio, maledicendola in cuor loro, s’intende, ma inchiodati dall’opinione pubblica a far buon viso a cattivo gioco. In cambio, toh, saremmo perfino pronti a rinunciare a quei principi su cui è così solidamente fondata la nostra Repubblica, alla totale indipendenza di Stato e Chiesa, allo scrupolo con cui le gerarchie ecclesiastiche evitano d’ingerirsi nella vita politica del paese, e ad accettare un po’ di quell’arretratezza medioevale, per cui Caterina e i suoi contemporanei non erano ancora capaci di fare una distinzione ben netta fra politica e morale.

di Alessandro Barbero

SULLA CONTINUITÀ – L’ermeneutica del rinnovamento nella continuità, questa sconosciuta.

Posted in Società, Uncategorized with tags , , on aprile 8, 2011 by Maria Rubini

La burrasca ecclesiale connessa ai conflitti fra tradizionalisti e progressisti non accenna a placarsi ed anzi appare accentuata, dato che le posizioni papali sfuggono – e non potrebbe essere altrimenti – a questo tipo di contrapposizione. Se i progressisti non gradiscono il motu proprio “Summorum Pontificum”, i tradizionalisti rimangono perplessi per l’iniziativa di Assisi, e così via.

Spiace dover constatare che la questione dell’ermeneutica della continuità resti assoggettata a una sostanziale incomprensione, nonostante si tratti di un’indicazione magisteriale autorevole e vincolante per i cattolici, oltre che fondata sull’evidente presupposto della continuità nel tempo della vita del corpo ecclesiale, con la connessa assistenza dello Spirito Santo ai pastori.

La dialettica ecclesiale tende ad assumere forme e metodi più politici che teologici, finendo col riprodurre all’interno della Chiesa la dialettica destra-sinistra propria della modernità politica.

Molto si è detto e scritto – e giustamente – contro chi si ostina a vedere nel Concilio Vaticano II il nuovo inizio che metterebbe fine al periodo caratterizzato dalla “forma costantiniana” della Chiesa.

Bisogna tuttavia censurare anche il tradizionalismo ideologico e fondamentalista, che legge la ricchissima eredità della teologia classica con mentalità più cartesiana che aristotelica, confondendo aprioristicamente i mutamenti delle formule con i mutamenti di dottrina, o trattando i concetti teologici come se fossero idee chiare e distinte, con un approccio razionalistico e per nulla affine a quello della grande scolastica medievale, per non dire dei Padri della Chiesa.

Come venirne fuori?

In primo luogo cercando di assumere un abito di umiltà, anche intellettuale, che dovrebbe essere proprio – pur nei diversi ruoli – di ogni fedele cattolico, teologi compresi.

Le dottrine infallibili o comunque irreformabili non possono essere discusse. Ma un particolare ossequio è dovuto anche al magistero ordinario. Infatti  il par. 752 del codice di diritto canonico dispone: “Non proprio un assenso di fede, ma un religioso ossequio dell’intelletto e della volontà deve essere prestato alla dottrina, che sia il Sommo Pontefice sia il Collegio dei Vescovi enunciano circa la fede e i costumi, esercitando il magistero autentico, anche se non intendono proclamarla con atto definitivo; i fedeli perciò procurino di evitare quello che con essa non concorda”.

Non è quindi possibile sbarazzarsi del consolidato insegnamento sulla libertà religiosa o sull’ecumenismo dicendo che non si tratta di dottrine infallibili: anche qualora non le si ritenga tali, esse vanno seguite lo stesso.

Neppure ci si può lamentare del fatto che gli ultimi pontefici abbiano fatto della retta attuazione del Vaticano II un punto di riferimento del loro ministero (e cosa altro avrebbero dovuto fare?).

L’ermeneutica della continuità andrebbe verificata e praticata con esercizi concreti, i quali – se rettamente condotti – dimostrerebbero che essa è sempre possibile.

Per semplificare, poniamo che io abbia una classica asserzione dogmatica A e una dottrina conciliare B, la quale sia passibile di due interpretazioni: B1, ossia un’interpretazione compatibile con A; e B2, ossia un’interpretazione non compatibile con A (ambivalenza, questa, non rara a motivo del linguaggio “pastorale” adoperato dall’ultimo Concilio e da una parte del magistero recente).

L’ermeneutica della continuità mi richiede allora di scegliere l’interpretazione B1. Non si tratta però di un’imposizione volontaristica e positivistica. Al contrario, essa presuppone sia il principio logico di non contraddizione, sia la non irrazionalità del dato rivelato, sia i principi teologici ed ecclesiologici tipici del cattolicesimo, che mirano alla salvaguardia dell’unità-continuità della Chiesa nel tempo.

Ad esempio, se io leggo il testo del Vaticano II in cui si dice che “con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo” (“Gaudium et Spes” 22) dovrò interpretarlo in modo compatibile con i concili cristologici antichi, valorizzando le implicazioni della locuzione “in certo modo”.

Quindi, nessun “pan-cristismo” antropocentrico al quale osannare, o contro il quale levare grida scandalizzate. Più semplicemente, e più cattolicamente, una maggiore e sempre più penetrante intelligenza del dato rivelato.

Si potrebbe replicare: ma se io vedo una contraddizione che mi impedisce di prestare l’assenso?

A questo proposito potrebbe soccorrere il detto di Ignazio di Loyola, secondo il quale “per essere certi in tutto, dobbiamo sempre tenere questo criterio: quello che io vedo bianco lo credo nero, se lo stabilisce la Chiesa gerarchica. Infatti noi crediamo che lo Spirito che ci governa e che guida le nostre anime alla salvezza è lo stesso in Cristo nostro Signore, lo sposo, e nella Chiesa sua sposa; poiché la nostra santa madre Chiesa è guidata e governata dallo stesso Spirito e Signore nostro che diede i dieci comandamenti”.

L’ossequio dell’intelletto, che deriva dall’accettazione di questa posizione, non rimane senza frutto, perché purifica la volontà e predispone la ragione a una più attenta considerazione della questione e consente, in ultima analisi, di diradare i motivi di perplessità che sembravano invincibili ed erano in realtà dettati da pregiudizi.

A tal fine è di aiuto la lettura di teologi che applicano questo tipo di ermeneutica, come ad esempio il cardinale Leo Scheffczyk (1920-2005), o il padre Jean-Hervé Nicolas o.p., o il padre Giovanni Cavalcoli o.p.

Ne uscirebbe rafforzata la coscienza ecclesiale e la volontà di operare – cattolicamente – “cum Petro e sub Petro”, nella straordinaria vicenda della comunicazione del messaggio cristiano ai nostri contemporanei, figli di Dio e fratelli in umanità.

di Francesco Arzillo

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Il discorso di Benedetto XVI del 22 dicembre 2005, sull'”ermeneutica del rinnovamento nella continuità” nell’interpretare i testi del Concilio Vaticano II:

> “Signori cardinali…”