Archivio per Abu Mazen

L’offerta dello Stato palestinese: Perché ora?

Posted in Palestina, Politica, Società with tags , , , , , , , , on settembre 16, 2011 by Maria Rubini

Il presidente Mahmoud Abbas questo mese presenterà una proposta alle Nazioni Unite che chiede il riconoscimento di uno Stato palestinese indipendente in Cisgiordania, Striscia di Gaza e Gerusalemme Est – occupati da Israele dal 1967 Guerra dei Sei giorni – dopo la rottura dei negoziati tra le due parti. Il meccanismo preciso di come la proposta sarà presentata e come l’Assemblea Generale, il Consiglio di Sicurezza, o di entrambi  voterà su di essa, rimangono poco chiari.  Un consigliere di Abu Mazen ha dichiarato che non è sicuro che il processo avverrà in questo modo.  I palestinesi potrebbero puntare ad un voto in seno all’Assemblea generale che si riunirà la prossima settimana, dal momento che gli Stati Uniti hanno minacciato di porre il veto a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza. 
Abbas dice che i palestinesi hanno scelto settembre per tre ragioni: 

– Concludere il progetto ambizioso del primo ministro Salam Fayyad che si proponeva in due anni il piano della costruzione dello Stato, comprese le riforme dell’Autorità Palestinese e lo sviluppo istituzionale in preparazione alla legittimazione statuale; 
– La dichiarazione del presidente Barack Obama in occasione dell’Assemblea Generale nel settembre 2010 in cui sperava che uno stato palestinese sarebbe sorto dal settembre 2011
– Supporto per la creazione di uno Stato palestinese entro tale data  da parte del Quartetto (ONU, USA, UE e Russia). 

A tre osservatori e funzionari – vice ministro degli Esteri israeliano Danny Ayalon, Hebrew University internazionale umanitario esperto di legge Yuval Shany, e Nabil Abu Rudeinah, consigliere del presidente Abbas, sono state rivolte le seguenti domande:

Danny Ayalon, vice ministro degli Esteri israeliano 

D: Perché il presidente Abbas ha preso la decisione di andare alle Nazioni Unite a settembre, per chiedere il riconoscimento di uno stato palestinese? 

R: la decisione di Abbas ‘di andare alle Nazioni Unite è strategica e non tattica. Abbas ha fatto molte richieste ad Israele negli ultimi due anni e mezzo. Tuttavia, Abbas ha rifiutato di sedersi nella stessa stanza con i membri del governo israeliano.  Questo per evitare di dover entrare in negoziati che avrebbero comportato concessioni.

Abbas ha estrapolato commenti del presidente Obama fuori dal contesto, il presidente degli Stati Uniti ha chiaramente dichiarato che accoglierebbe con favore uno Stato palestinese  a seguito di negoziati tra le parti. Questo chiaramente non è il caso, e Abbas ha raccolto questi commenti per i suoi scopi, piuttosto che per soddisfare le aspettative dei palestinesi enunciate nel discorso stesso.

Il Quartetto ha detto in molte occasioni che chiede un ritorno ai negoziati e in una delle sue ultime dichiarazioni ha affermato chiaramente che “le azioni unilaterali da entrambe le parti non possono pregiudicare l’esito dei negoziati e non saranno riconosciuti dalla comunità internazionale”. 

 Per supportare veramente la visione del Presidente Obama e la volontà della comunità internazionale, i palestinesi devono venire e sedersi al tavolo dei negoziati con Israele e risolvere il conflitto attraverso la soluzione due stati-per-due-popoli. 

D: E ‘la PA è ormai pronta per uno stato?

R: No. Non riesce a soddisfare gli standard internazionali per la sovranità.  Non ha stabilito i confini, deve molto alla comunità internazionale per la sua economia, e non ha sufficientemente dimostrato che è “amante della pace”. 
Guardiamo l’esempio più recente del Sudan meridionale, lo Stato membro 193 delle Nazioni Unite, questo è il paradigma corretto per l’adesione. I sudanesi del Sud hanno chiesto di aderire dopo una soluzione negoziata con i suoi vicini, non prima. Questo è l’ordine corretto.

D: I negoziati tra l’Autorità Palestinese e Israele – che riguardano questioni dello status definitivo – continueranno dopo il riconoscimento potenziale delle Nazioni Unite di uno stato palestinese? 

R: Questo potrebbe rivelarsi molto difficile. I palestinesi hanno violato tutti i loro obblighi e gli accordi firmati, se unilateralmente dichiareranno lo stato. Se i palestinesi sentono che la comunità internazionale può servire come un “timbro” per le esigenze massimaliste allora non avranno alcun incentivo a compromessi sulle questioni fondamentali. 
Uno stato palestinese sarà dichiarato unilateralmente essenzialmente per strappare accordi esistenti e potrebbe essere una campana a morto per il processo di pace.

D: Il coordinamento della sicurezza tra l’Autorità Palestinese e Israele continueranno anche dopo il riconoscimento potenziale delle Nazioni Unite di uno stato palestinese? 

R: Il coordinamento sicurezza è nel miglior interesse sia di Israele che dei palestinesi. Tuttavia, possiamo avere altra scelta che rivalutare la nostra posizione su tutti gli accordi e le intese se i palestinesi violato il loro dovere. 

D: Quale sarà lo stato degli accordi di Oslo, se verrà riconosciuto uno Stato palestinese? 

R: Una dichiarazione unilaterale di indipendenza è una violazione fondamentale degli accordi di Oslo e di altri accordi firmati, e potrebbero renderli nulli. L’articolo 31 della Dichiarazione dei Principi, altrimenti noto come gli Accordi di Oslo, ha affermato che: ” Nessuna delle due parti deve avviare o prendere qualsiasi passo che cambierà lo stato della Cisgiordania e della Striscia di Gaza in attesa dell’esito delle trattative sullo status permanente” 
Questo è solo uno dei tanti motivi per cui noi chiediamo ai governi di tutto il mondo di non sostenere tale violazione fondamentale, e sostenere un accordo negoziato pacifico.

D: Le esigenze umanitarie della popolazione palestinese, saranno meglio riconosciute sotto uno stato palestinese funzionante? 

R: Negli ultimi due anni, Israele ha aiutato l’economia palestinese a salire costantemente l’ 8-9 per cento all’anno. La disoccupazione è bassa, il turismo è alto e la qualità della vita è notevolmente migliorata. Tutto questo potrebbe mettere a repentaglio la leadership palestinese e lo sanno molto bene. 

Yuval Shany, cattedra di diritto internazionale pubblico, Università Ebraica 
D: Perché il presidente Abbas ha preso la decisione di andare alle Nazioni Unite a settembre, per chiedere il riconoscimento di uno stato palestinese? 

R: La mia sensazione è che i palestinesi hanno fatto una scelta strategica per internazionalizzare il conflitto – forse perché hanno poca fiducia nei negoziati bilaterali con Israele. Uno stato palestinese apre alcune strade per far progredire tale obiettivo – per esempio, chiede alla Corte penale internazionale per indagare operazioni militari israeliane nei territori occupati [palestinesi] territorio, invitando i relatori delle Nazioni Unite a visitare la zona, e forse anche di tentare di invitare alla pace l’area.  Opzioni potrebbero includere peacekeeper delle Nazioni Unite o Lega araba. 

D: E ‘la PA ormai pronto per uno stato? 

R: Non è meno preparata rispetto a molti altri stati nuovi – Timor Est, Sud Sudan, ecc 

D: Se uno Stato palestinese è riconosciuto, pensa che l’occupazione militare israeliana della Cisgiordania continuerà?

R: Sì.

D: I negoziati tra l’Autorità Palestinese e Israele – che riguardano le questioni dello status definitivo – continueranno dopo il riconoscimento potenziale delle Nazioni Unite di uno stato palestinese? 

R: Non vi è alcun ostacolo giuridico alla prosecuzione dei negoziati.

D: Il coordinamento della sicurezza tra l’Autorità Palestinese e Israele continueranno dopo il riconoscimento potenziale delle Nazioni Unite di uno stato palestinese? 

R: Questo dipende in qualche misura sulla reazione di Israele per l’applicazione palestinese. La decisione di denunciare gli accordi di Oslo può mettere a repentaglio gli accordi esistenti. 

D: Quale sarà lo stato degli accordi di Oslo, se uno Stato palestinese sarà riconosciuto? 

R: Lo stato attuale degli accordi è già incerto. Sarà più difficile mantenere la loro rilevanza, dopo uno stato palestinese. Israele può esercitare il suo diritto di revocare gli accordi formalmente. 

D: Se la decisione di sospendere gli accordi di Oslo sarà presa, quale sarà lo stato giuridico degli israeliano civili e militari in Cisgiordania in assenza di accordi? Israele potrebbe potenzialmente assumere un maggiore controllo sulla Cisgiordania se l’attuale area A, B e C a disposizione sarà stata cancellata? 

R: La situazione tornerà – legalmente parlando – al periodo pre-Oslo. Israele dovrebbe basare la propria presenza direttamente sul diritto di occupazione. 

D: Il riconoscimento di uno stato palestinese influirò sulle operazioni delle Nazioni Unite nella zona?  Gli ostacoli alla fornitura di aiuti umanitari rimangono gli stessi, se l’occupazione israeliana rimane? 

R: Le operazioni ONU continuerebbero, ma possono incontrare più ostacoli se la cooperazione tra le parti è ridotta. La situazione [umanitaria] per i palestinesi potrebbe diventare più difficile, almeno nel breve termine.

D: le esigenze umanitarie della popolazione palestinese, saranno meglio riconosciute sotto uno stato palestinese funzionante?

R: Difficile da dire. È probabile che il deterioramento delle relazioni israelo-palestinese (e anche le relazioni USA-palestinese), possono avere conseguenze economiche sfavorevoli per i palestinesi, almeno nel breve periodo. Se un voto formale non va davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite fino a ottobre, il processo potrebbe richiedere alcuni mesi a svolgersi. 

Nabil Abu Rudeinah, consigliere del presidente Abbas 

D: Perché il presidente Abbas ha preso la sua decisione di andare alle Nazioni Unite a settembre, per chiedere il riconoscimento di uno stato palestinese? 

R: Gli americani non hanno fornito a noi e agli israeliani una piattaforma per i negoziati. Non sono riusciti a fermare o cessare l’attività di insediamento. 
La posizione di Abu Mazen, così come la leadership palestinese, è che da sempre siamo pronti per i negoziati su questa base chiara – confini del 1967 con uno swap [terra] d’accordo, con la cessazione degli insediamenti. Per questo, siamo pronti a tornare ai negoziati. 
L’anno scorso Obama ha detto che sperava che avrebbe visto uno Stato palestinese come nuovo membro delle Nazioni Unite. 
Finché le trattative non ci sono, questa è l’unica opzione che abbiamo per proteggere il nostro popolo e i nostri interessi. È per questo che l’ONU è l’unico posto dove possiamo affermare i nostri diritti. 
Gli israeliani si rifiutano di tornare al tavolo dei negoziati, anche il riferimento che Obama ha citato nel suo discorso di maggio – i confini del 1967. 
Il Quartetto è riuscito più volte a rilasciare una dichiarazione che mette la nostra prospettiva sui negoziati, agli americani non è riuscito di far cessare le attività di insediamento, e per questo siamo obbligati ad andare alle Nazioni Unite. Il nostro problema non è con gli americani, anche se minacciano di usare il loro veto.  Il nostro problema è con gli israeliani.  Gli americani sono in grado di costringere Israele a tornare ai negoziati.

D: La Casa Bianca in Medio Oriente ha inviato Dennis Ross e David Hale che hanno incontrato il presidente Abbas a Ramallah il 7 settembre. Quali implicazioni potenziali sono state illustrate dagli Stati Uniti che potrebbero derivare da una richiesta alle Nazioni Unite per il riconoscimento di uno stato palestinese? 

R: Hanno detto che non vogliono che andiamo al Consiglio di Sicurezza. 
Hanno detto che il rappresentante del Quartetto Tony Blair sta cercando di preparare una dichiarazione e Abu Mazen ha detto loro che una volta vista la dichiarazione daremo il nostro parere, ma è troppo tardi.Noi non siamo alla ricerca di qualsiasi confronto con gli Stati Uniti, nonostante quello che il Congresso ha menzionato. 

D: Pensa che gli Stati Uniti potrebbero trattenere i finanziamenti all’Autorità Palestinese se si limita la proposta di uno stato al voto prima che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, e cosa avverrebbe se influenzano il bilancio PA?

R: Forse. Finora il Congresso sta minacciando, il nostro rapporto con l’amministrazione sta continuando, ma dobbiamo aspettare e vedere cosa potrebbe accadere dopo settembre.
La situazione finanziaria è molto difficile. Nel corso degli ultimi sei anni molti donatori e paesi hanno smesso di finanziare l’Autorità Palestinese. Gli americani hanno detto al Congresso che ci boicotteranno. Non so se gli europei e gli arabi li seguiranno, ma la questione non è solo questione di soldi, il problema principale è i nostri diritti. 
Molti stati arabi hanno smesso di finanziare l’Autorità Palestinese, ma ieri [settembre 8]  i kuwaitiani hanno pagato. 
L’ occupazione deve finire dopo 63 anni. Gli israeliani devono ritirarsi e gli americani devono cambiare la loro politica nei confronti di Israele e il Medio Oriente.Non vogliamo isolare Israele, o affrontare gli americani. Vogliamo realizzare quello che abbiamo fatto a Camp David e Annapolis e il discorso di Obama – uno stato sulle linee del 1967 e uno swap concordato. Se gli israeliani vogliono, siamo pronti. 
L’amministrazione americana dice che il Congresso avrebbe messo gli ostacoli [fino] a [prevenire] finanziamento della PA, ma non è chiaro se l’amministrazione americana avrebbe smesso i suoi finanziamenti, e se il problema si riflette negativamente sulla PA, sugli americani, su Israele e i donatori. 
La questione palestinese è la questione centrale del Medio Oriente. Nessuno può ignorare – non gli americani, non gli europei, non gli arabi, nemmeno gli israeliani. 
Noi non vogliamo affrontare nessuno. Vogliamo  la fine dell’occupazione. Vogliamo costruire il nostro stato, e noi siamo pronti.  Abbiamo bisogno che gli americani cambino la loro politica e li esorto a non ostacolare il nostro approccio alle Nazioni Unite. Non stiamo andando a confrontarci con gli americani o ad isolare Israele o delegittimare Israele. Siamo disposti e pronti a vivere fianco a fianco con uno Stato israeliano. 

D: E ‘la PA è ormai pronto per uno stato palestinese, per le riforme e il Piano di Sviluppo?

R: Ci sono stati preparativi durati 20 anni. Siamo forse l’unico paese stabile in Medio Oriente. L’unico problema è l’occupazione. Questo è ciò che gli americani e gli israeliani devono capire.  Senza risolvere questo problema con una soluzione giusta, tutto il Medio Oriente sarà in una situazione di instabilità e il movimento estremista crescerà. 

D: Che cosa pensa circa la discrepanza tra la PA ed il governo nella Striscia di Gaza? 

R: Non c’è nessun governo a Gaza. La PA paga il 57 per cento del suo bilancio a Gaza – per l’energia elettrica, acqua, carburante, e noi paghiamo per 77.000 dipendenti a Gaza. 

Abbiamo firmato un accordo al Cairo [specificando] che abbiamo bisogno di un governo indipendente per prepararci alle prossime elezioni di maggio. I nostri contatti stanno continuando con loro su diverse questioni, e l’unico problema è formare il governo.  Siamo ancora impegnati sull’accordo e siamo pronti per le elezioni, inclusi gli osservatori stranieri per supervisionare le elezioni, come abbiamo fatto gli ultimi due tempi. 
Loro [governo guidato da Hamas a Gaza] stanno facendo un ottimo lavoro sulla sicurezza impedendo a chiunque di sparare contro Israele.

D: I negoziati tra l’Autorità Palestinese e Israele – che coprono questioni dello status definitivo – continueranno dopo il riconoscimento potenziale delle Nazioni Unite di uno stato palestinese?

R: Dbbiamo immediatamente tornare a negoziare, perché la terra entro i confini del 1967 sarà un “territorio occupato” e non “terra contesa”, e ogni singolo insediamento sarà illegale – è sufficiente per noi di tornare ai negoziati.  Questo è lo scopo del nostro andare alle Nazioni Unite, per stabilire che questa è “terra occupata”, non “terra contesa”, come gli israeliani stanno dicendo.

D: Il coordinamento della sicurezza tra l’Autorità Palestinese e Israele continuerà, anche dopo il riconoscimento potenziale delle Nazioni Unite di uno stato palestinese? 

R: Come il presidente Abbas detto molte volte, la sicurezza continuerà, la collaborazione continuerà. Non permetteremo alcuna violenza. Non permetteremo che ogni confronto con gli israeliani fino a quando noi [Abbas amministrazione] saremo nel [ufficio presidenziale a Ramallah].
Se il presidente Abbas e la leadership palestinese decideranno qualcosa di diverso dopo settembre, è una storia diversa. Per esempio, il presidente Abbas potrebbe decidere di dimettersi se non riesce.  Chi controllerà l’apparato di sicurezza? 
Gli israeliani e gli americani dovrebbero capire che la stabilità significa che devono mettersi d’accordo con noi, altrimenti i guai continueranno in Medio Oriente e l’estremismo crescerà. 
Il presidente Abbas si rivolge al mondo e dirà loro: questa è la situazione. Siamo pronti per i negoziati, il nostro stato è pronto, e finché non ci sono trattative e Israele continua la sua attività di insediamento, non abbiamo altra scelta se non quella di venire alle Nazioni Unite. E dopo che siamo pronti per i negoziati [con Israele] sulle questioni relative allo status finale. 

D: Quale sarà lo stato degli accordi di Oslo, se uno Stato palestinese sarà riconosciuto? 

R: La PA si impegna a Oslo. Spetta agli israeliani. La Cisgiordania è occupata – aree A, B e C. Noi non hanno alcuna autorità reale. Non abbiamo nulla da perdere. 
Se Israele decide di cancellare Oslo, dovranno affrontare la realtà. Non ci sarà alcun PA; non ci sarà alcun settore di sicurezza a prendere ordini da noi [Abbas amministrazione].  Lasciate che in Cisgiordania che a Gaza si trovino ad affrontare e che cosa stanno andando incontro ovunque, in Libano e in Siria. Lasciate che si prendano cura della sicurezza. Lasciare che si prendano cura del popolo.
PA è responsabile per i palestinesi in Cisgiordania e Gaza e prende le sue decisioni dal dell’OLP. Se gli israeliani annullano Oslo, la leadership palestinese si riunirà per prendere la decisione giusta.

D: le esigenze umanitarie della popolazione palestinese, saranno meglio riconosciute sotto uno stato palestinese funzionante? 

R: La situazione umanitaria è terribile in Cisgiordania e Gaza. Se si attraversa il ponte [dalla Cisgiordania verso la Giordania, la West Bank è solo punto di incrocio internazionale sotto il controllo israeliano] si possono vedere centinaia di persone in attesa. Andate a vedere il tipo di umiliazione che devono affrontare. Andate in qualsiasi posto di blocco, come Qalandiya a vedere cosa succede. 
La situazione umanitaria sta peggiorando. Umiliazione continua, ed è quello che il presidente sta per dire le Nazioni Unite e del mondo. Non possiamo accettare questa situazione o continuare a promuoverla. L’occupazione dovrebbe finire. 
Se il mondo sta andando a sostenere gli israeliani e gli americani, bisogna far loro affrontare la realtà. Vedete cosa sta accadendo nel mondo arabo. Le rivoluzioni arabe stanno continuando.

 Analisi pubblicata su Ma’an New Agency

Ma Intifada contro chi? Il suicidio politico-economico palestinese

Posted in Palestina, Politica with tags , , , on aprile 6, 2011 by Maria Rubini

L’Autorità Palestinese è più vicina che mai a farsi riconoscere internazionalmente come uno stato indipendente. E sta per ricevere aiuti sovvenzioni senza precedenti: sono molti gli stati che intendono partecipare e contribuire alla seconda conferenza di Parigi, in programma fra un paio di mesi, allo scopo di permettere a Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e alla sua futura amministrazione indipendente di funzionare come uno stato sovrano, e non solo come un’entità politica. Non basta. Le città della Cisgiordania hanno conosciuto negli ultimi due anni uno straordinario periodo di calma e prosperità. In questo momento vi sono non meno di 400 progetti in corso in tutta la Cisgiordania: costruzione di nuovi quartieri e città (Rawabi), oltre a fabbriche e una centrale elettrica. L’attuale presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen e il suo primo ministro Salam Fayyad si rifiutano di adottare il vecchio approccio di Yasser Arafat, che si atteneva all’assioma “prima lo stato, poi l’economia”. Essi, al contrario, hanno dimostrato alla loro gente che non vi è alcuna contraddizione fra le due cose, a meno di non essere un fanatico eversivo come Arafat, che tramava contro i trattati di pace da lui stesso firmati.
Abu Mazen e Fayyad hanno contribuito allo sviluppo dell’economia della Cisgiordania e al miglioramento della qualità della vita di una buona parte dei suoi abitanti. Ma la loro missione è tutt’altro che compiuta, ed è sui prossimi sviluppi di cui si è detto che essi appuntano le loro speranze. Invero, la situazione attuale lascia spazio a qualche speranza.
Tuttavia, accanto a questo quadro moderatamente ottimista, c’è anche chi cerca di portare tempesta nei cieli di Cisgiordania. Gruppi di oppositori palestinesi, non necessariamente affiliati a Hamas e Jihad Islamica, insieme a vari mass-media arabi ed anche israeliani, puntano sul 15 maggio (il “giorno della Naqba”) come la data per far esplodere una nuova intifada. Se scoppiasse davvero la nuova “intifada” (dopo l’intifada delle stragi del settembre 2000 che affossò il processo di pace degli anni ’90), questo terzo round diventerebbe noto come l’“intifada di Facebook” per via delle centinaia di migliaia di utenti del social network che la sostengono.
Ma intifada contro chi? In realtà, anche su questo fronte i palestinesi stanno registrando un primato assoluto. I “dimostranti on-line” seguono effettivamente l’esempio dei giovani arabi che si sono sollevati in Medio Oriente contro i corrotti regimi al potere in Tunisia, Egitto, Libia, Yemen e Siria. Ma quando si tratta di individuare il bersaglio, l’obiettivo dei dimostranti palestinesi su Facebook non sono i regimi che li governano in Cisgiordania e a Gaza, bensì Israele. Sicché, guarda caso, la sollevazione sarebbe diretta contro Netnayhau e Barak.
Il che probabilmente marcherebbe un’altra opportunità storica mancata, dopo le tante che i palestinesi si sono presi la cura di mancare puntualmente nel corso di decine di anni di conflitto. Giacché lo scoppio di una nuova intifada si tradurrebbe in un suicidio politico e socio-economico senza precedenti da parte degli abitanti della Cisgiordania, logica vorrebbe che essi se ne tengano ben lontani. In passato, però, ad ogni analogo snodo politico – dalla Commissione Peel del 1937, al Piano di spartizione del 1947, agli Accordi di Oslo del 1993-95 – non fu la logica a guidare le azioni delle dirigenza palestinese e del popolo che la seguiva, quanto piuttosto uno sfrenato fanatismo nazionale. Questa esplosione di emotività ha dato luogo a termini come Naqba (disastro) e intifada (sollevazione) e i bersagli sono stati sempre e solo Israele, il sionismo, gli ebrei.
I prossimi mesi saranno un vero test, per la dirigenza e l’opinione pubblica palestinese. Di Abu Mazen e Fayyad verrà messa alla prova la capacità di imprimere una svolta storica all’interno della società araba in Cisgiordania. Per questi due leader, che nei mesi scorsi hanno continuato ad elogiare e celebrare i “martiri” terroristi palestinesi intestando strade e piazze alla memoria di stragisti e massacratori di civili israeliani, non sarà certo facile passare repentinamente a predicare la pace come se fossero frati di Madre Teresa di Calcutta. E tuttavia non hanno altra opzione se non quella di mostrare un’alternativa nazionale che sia in grado di sostituire l’Autorità Palestinese con un vero stato capace di proporre una valida alternativa socio-economica all’Hamastan di Gaza e ai suoi mali disastri sociali ed economici. Festeggiando la loro 63esima Giornata dell’Indipendenza, gli israeliani, tra uno spettacolo e un buon barbecue, dovranno dare un’occhiata a cosa accade presso i loro vicini orientali.

Moshe Elad

La polveriera di Silwan

Posted in Palestina with tags , , , , on settembre 25, 2010 by Maria Rubini

Sono ore decisive per il negoziato voluto da Obama: sulla moratoria nella costruzione degli insediamenti si sta cercando un compromesso che permetta a Netanyahu di non dire che il blocco prosegue, ma di fatto fermando comunque le nuove costruzioni almeno fuori dagli insediamenti più grandi. Il fatto più importante della settimana, però, è un altro: nelle ultime ore a Gerusalemme è scoppiata con una puntualità impressionante la «bomba a orologeria» Silwan. Offrendo un’idea molto chiara di che cosa succederebbe se questo negoziato fallisse.

La notizia è stata tenuta incredibilmente bassa da alcuni media italiani e così non è affatto scontato che tutti la sappiano: mercoledì ci sono stati scontri molto violenti a Gerusalemme dopo che all’alba un palestinese è stato ucciso da una guardia giurata israeliana nel quartiere di Silwan, quello a cinquecento metri dal Muro del Pianto al centro della cosiddetta «guerra degli archeologi».

Nel cuore di questo quartiere arabo di 50 mila abitanti in questi ultimi anni è stato infatti costruito un nuovo parco archeologico chiamato City of David perché qui l’archeologa israeliana Eilat Mazar avrebbe trovato le rovine del palazzo del re Davide (il condizionale è d’obbligo, perché altri archeologi israeliani contestano questa tesi; e va anche detto che – trattandosi di edifici di tremila anni fa – tutto ciò che si vede sono alcune pareti diroccate di non facile interpretazione). In nome di questi scavi è stata completamente sconvolta la vita di un quartiere dove vivono 50 mila arabi. Ma non solo: la gestione del sito è stata affidata a Elad, un’associazione legata al movimento dei coloni che – contemporaneamente – mira a portare a vivere in questa stessa area famiglie ebraiche. Dalla stessa Elad dipendono le guardie private di sicurezza che sorvegliano il parco archeologico.

In questa situazione già tesa la municipalità di Gerusalemme che cosa fa? A giugno il sindaco «laico» Nir Barkat, per espandere il parco archeologico, approva un piano che prevede la demolizione di 22 case palestinesi a Silwan, appellandosi alla solita scusa che sono abusive (peccato che in quarant’anni la municipalità non abbia mai dotato Gerusalemme Est di un piano urbanistico e quindi come farebbero a essere legali?).

Proprio qui, dunque, mercoledì mattina alcuni arabi avrebbero accerchiato l’automobile di una guardia israeliana e questi – sentendosi in pericolo – avrebbe sparato per difendersi. Prendiamo pure per buona questa ricostruzione (che peraltro i palestinesi sostengono sia falsa). La domanda diventa: è solo un caso che tutto ciò avvenga proprio a Silwan? Non è una follia pensare che un intervento del genere – in cui si cancella tutto ciò che esiste per riportare una parte della città a ciò che era secoli fa – passi in maniera indolore in una città contesa come è Gerusalemme? Eppure – come si può leggere nella notizia che rilanciamo dal blog israeliano Coteret – non più di una settimana fa il governo Netanyahu ha destinato altri 2 milioni di shekel allo sviluppo del parco archeologico della City of David.

Oggi Haaretz pubblica un editoriale molto forte intitolato «Il governo deve smetterla di finanziare gli zeloti a Gerusalemme». «Con la scusa degli scavi archeologici e di restaurare la gloria di un tempo – si legge – l’associazione Elad sta cercando di mettere le mani su gran parte del villaggio di Silwan, che contiene la City of David. Ma non avrebbe neanche potuto pensare di farlo senza l’assistenza di strutture pubbliche come l’Israel Nature and Parks Authority, che ha ceduto l’amministrazione del sito a Elad, la Municipalità di Gerusalemme, che ha offerto il suo aiuto, e la collaborazione dell’Israel Antiquities Authority».

Dopo gli scontri di mercoledì (continuati in parte anche giovedì) adesso c’è una calma tesa a Silwan. Ma è una vicenda importante da tenere presente in queste ore. Spiega infatti due cose fondamentali: la prima è che gli insediamenti non spuntano mai dal nulla e in un posto qualsiasi; dietro c’è sempre un disegno preciso e con responsabilità precise. La seconda è che anche questi progetti sono un’arma che può arrivare a uccidere. Ecco perché disinnescarla oggi è così importante.

Clicca qui per vedere le immagini degli scontri inviate dai blogger e pubblicate sul sito del New York Times

Clicca qui per consultare il sito internet della City of David

Clicca qui per leggere la notizia rilanciata da Coteret

Clicca qui per leggere l’editoriale di Haaretz

di Giorgio Bernardelli

su Terrasanta.net

Benjamin spalle al muro

Posted in Palestina with tags , , , , on settembre 17, 2010 by Maria Rubini

Si avvicina il fatidico 26 settembre, il giorno in cui scade la moratoria per le nuove costruzioni negli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Come ormai tutti sappiamo è il passaggio decisivo per vedere se i negoziati diretti tra israeliani e palestinesi voluti dalla Casa Bianca sono una cosa seria oppure no. La novità del giorno è che l’amministrazione Obama ieri pare aver messo sul tavolo una proposta per risolvere l’empasse che – se confermata – dimostrerebbe che stavolta a quei colloqui c’è davvero un mediatore che fa il suo mestiere.

L’indiscrezione (sul contenuto dei colloqui tenuti negli ultimi giorni a Sharm el Sheik e a Gerusalemme le fonti ufficiali non parlano) è uscita dal quotidiano arabo stampato a Londra al-Sharq al-Awsat: il segretario di Stato Hillary Clinton avrebbe chiesto di stabilire un termine di tre mesi entro i quali accordarsi sulla questione dei confini dei due Stati. Nel frattempo la costruzione di nuove case negli insediamenti in Cisgiordania rimarrebbe congelata. Però dopo – una volta stabilito una volta per tutte che confini hanno i famosi «blocchi di insediamenti» che Israele terrebbe, offrendo in cambio al futuro Stato palestinese compensazioni territoriali – lì dentro (e solo lì dentro) potrebbe edificare quello che gli pare, senza più discussioni, anche mentre il negoziato va avanti su tutti gli altri punti (status di Gerusalemme, sicurezza, profughi, gestione delle risorse…).

Mi sembra una proposta assolutamente di buon senso. Di quelle che mirano a togliere alibi dal terreno e vedere chi – al di là delle parole – ha intenzione di fare sul serio. Da tempo vado dicendo che con 300 mila coloni ormai in Cisgiordania bisogna smetterla di parlare genericamente di «insediamenti». Mille nuove case a Modin Illit sono un fatto molto meno significativo di dieci costruite a Beit El o a Hebron. Per capirlo può essere utile guardare lo schema che proponiamo tra i link e che è stato realizzato dal Christian Science Monitor: spiega bene che cosa sono Modin Illit, Ma’ale Adumim, Betar Illitt, il Gush Etzion e Ariel e perché li si definisca come «i blocchi». Perché il grosso dei coloni si concentra in questi insediamenti che sono – a parte Ariel – molto vicini alla Linea Verde e collegati senza più soluzione di continuità al territorio di Israele. Sono quel famoso 5 o 6 per cento della Cisgiordania che – nelle trattative condotte con Olmert e Tzipi Livni – l’Autorità Palestinese avrebbe dovuto cedere a Israele in cambio della terra necessaria per realizzare il corridoio di collegamento con Gaza.

Proprio sui «blocchi» – dicevano alla vigilia dei colloqui fonti a lui vicine – il premier isrealiano Benjamin Netanyahu avrebbe provato a fare leva per non cedere né ai falchi della sua maggioranza né ad Abu Mazen: la moratoria sulle costruzioni è finita – avrebbe detto – ma ci impegniamo a non costruire fuori da queste cinque aree. Al tavolo – però – Hillary Clinton ha rilanciato, chiedendo in pratica di giocare a carte scoperte. Del resto – se, come sembrerebbe, il discorso non riguarda Gerusalemme Est – le mappe non sono così difficili da stendere. Il problema vero è farle digerire alla propria opinione pubblica.

La delegazione palestinese ieri avrebbe dato il suo assenso all’ipotesi della Clinton, mentre Netanyahu avrebbe preso tempo. La verità è che il segretario di Stato americano ha messo il premier israeliano davanti alle sue responsabilità. Gli ha chiesto di comportarsi da statista e non da oracolo: nessuno, infatti, nemmeno all’interno del suo governo, oggi ha la più pallida idea di come sia fatto lo Stato palestinese che ha in mente Bibi. Lo sottolineava molto bene qualche giorno fa su Haaretz Akiva Eldar in un articolo in cui spiegava come oggi credere che Netanyahu abbia davvero intenzione di scommettere sulla pace con i palestinesi sia un vero e proprio «atto di fede».

«Ripassa di qui con una mappa – gli ha detto sostanzialmente la Clinton – e nel giro di tre mesi il problema degli insediamenti si sarà risolto da sé». I casi adesso sono due: l’ipotesi numero uno è che Netanyahu lo faccia. A quel punto il suo governo è finito, perché l’ala più vicina ai coloni non accetterà mai un passo del genere; ma in questo caso come farebbe Tzipi Livni a non andare in soccorso con i voti di Kadima a un governo guidato da un Netanyahu così? L’alternativa (purtroppo molto più probabile) è che Netanyahu non lo faccia. A quel punto, però, i negoziati diretti sarebbero già finiti.

Clicca qui per leggere l’articolo di Yediot Ahronot in cui si riferisce la proposta di Hillary Clinton

Clicca qui per leggere le schede realizzate dal Christian Science Monitor

Clicca qui per leggere il commento di Akiva Eldar su Haaretz

di Giorgio Bernardelli

pubblicato su Terrasanta.net

Dove sbuca il negoziato?

Posted in Palestina with tags , , , on settembre 6, 2010 by Maria Rubini

Ma alla fine che cosa possiamo aspettarci da questo negoziato diretto tra il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente palestinese, e capo dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), Mahmoud Abbas (alias Abu Mazen), iniziato la settimana scorsa a Washington e destinato a proseguire con un secondo incontro il 14-15 settembre a Sharm el Sheikh, in Egitto?

È l’interrogativo che ci siamo posti un po’ tutti in questi ultimi giorni. E i punti di domanda aumentano se si considerano i due attacchi palestinesi contro i coloni avvenuti nei giorni scorsi in Cisgiordania e rivendicati da Hamas (quattro i morti a Hebron) e la scadenza della moratoria per le costruzioni negli insediamenti, fissata al 26 settembre.

È scontato che in Medio Oriente ci sia parecchio scetticismo intorno a questi colloqui. Questo non significa, però, che la fase appena apertasi sia priva di interesse. Alcuni articoli usciti in questi giorni in Israele e in Palestina ci aiutano, come al solito, a capire il perché.

Innanzitutto è molto importante quanto sta accadendo dentro il governo israeliano: il grande sconfitto in questo momento è il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman. Per la prima volta nella storia di Israele, infatti, un governo della destra entra in una trattativa che ha per tema il cosiddetto «status finale», cioè la definizione di quelli che dovrebbero essere i profili definitivi dei famosi due Stati di cui tanto si parla. Lo avevano fatto Rabin, Peres, Barak – e sappiamo tutti, purtroppo, com’è finita – ma sempre sotto il fuoco del Likud, che li attaccava dicendo che prima viene la sicurezza e solo dopo si potrà negoziare. Neanche lo Sharon ultima maniera aveva mai pensato di spingersi così avanti. Netanyahu invece, almeno a parole, ha accettato questo passo. E lo ha fatto tagliando fuori completamente il suo ministro degli Esteri, che puntualmente – infatti – dichiara ai quattro venti che non si può arrivare a un’intesa con i palestinesi. Non ci vuole molto a immaginare che se il negoziato dovesse andare avanti sul serio proseguirà con un altro governo.

Ma il condizionale è d’obbligo. Perché come osserva con un’immagine acuta Eitan Haber nel commento che rilanciamo qui sotto, «Netanyahu oggi è un giocoliere che sta facendo ruotare dieci palle sulla sua testa». Però – continua l’analista israeliano – «c’è il rischio che gli cadano tutte per terra. Perché in una trattativa del genere c’è bisogno di un leader, non di un fenomeno del circo». Può essere interessante leggere questo commento abbastanza impietoso in parallelo con una dichiarazione rilasciata dal premier palestinese Salaam Fayyad alla vigilia dell’incontro di Washington e che riprendiamo da Haaretz: «Questa volta – dice l’uomo politico palestinese – Netanyahu dovrà dirci una buona volta qual è lo Stato palestinese che ha in mente».

Personalmente credo che questo sia il nodo veramente importante. Non mi faccio grandi illusioni sull’esito finale della trattativa: le posizioni sono troppo lontane. Però se questo negoziato servisse anche solo ad arrivare a un «piano Netanyahu» che non fosse più una vaga dichiarazione di principi ma una mappa con dei confini chiari (anche se inaccettabili per Abu Mazen), sarebbe un passo in avanti. Oggi una cosa del genere non esiste ed è proprio per questo motivo che in Israele ci può essere un governo come quello attuale. Un «piano Netanyahu» sarebbe un elemento di chiarezza e probabilmente porterebbe a una spaccatura nella destra israeliana, dove in molti non sono disposti affatto ad accettare uno Stato palestinese.

Sull’altro fronte è invece interessante il commento di Daoud Kuttab riportato dal sito palestinese Miftah. L’analista arabo – pur condividendo i tanti motivi di scetticismo – invita a leggere il negoziato in parallelo con i passi in avanti compiuti negli ultimi mesi nel processo di costruzione delle istituzioni palestinesi. È un dato di fatto che oggi in Cisgiordania l’Autorità palestinese sia più forte di dodici mesi fa. E nei piani di Fayyad c’è sempre anche il piano B: nel caso il negoziato dovesse andare male, una volta dotato di fondamenta un po’ più solide, potremmo proclamare lo Stato palestinese e chiedere il riconoscimento internazionale. Era la minaccia che Arafat aveva balenato più volte durante gli anni di Oslo. Ma era spuntata in partenza dal fatto che quello di cui si parlava era un Paese nel caos e in balia delle elemosine altrui. Con una Palestina dove c’è più ordine e l’economia comincia a far registrare trend interessanti, assume tutto un altro significato. Ed è un aspetto che va tenuto presente anche per capire la reazione di Hamas. Le violenze contro i coloni non sono solo contro Israele; sono soprattutto un attacco alla credibilità dell’Autorità palestinese che Washington fino a ieri elogiava per come controlla i Territori. Se dovessero continuare davvero per Abu Mazen e Salaam Fayyad sarebbe un problema molto serio.

Giorgio Bernardelli

Pubblicato su Terrasanta. net

We are not starting from Zero

Posted in Palestina with tags , on settembre 3, 2010 by Maria Rubini

“We are not starting from zero. We have the legacy of previous negotiations between the Palestine Liberation Organization and the Government of Israel during which we already explored all possibilities and diagnosed all issues”, said President Mahmoud Abbas in the re-launching ceremony of the direct negotiations in presence of U.S. Secretary of state Hillary Clinton and the Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu in the U.S. Department of State.

The speech reads:

Mrs. Hillary Clinton, US Secretary of State,

Mr. Benjamin Netanyahu, Israeli Prime Minister,

Ladies and Gentlemen,           

First, allow me to thank you, Secretary Clinton, Senator Mitchell and your teams for the diligent efforts made over the past months to re-launch the permanent status negotiations between the Palestine Liberation Organization and the Government of Israel.      

 Ladies and Gentlemen,

As we launch these negotiations today, we recognize the many obstacles that face us and the difficulties that may arise during these negotiations, which are to conclude within a year and lead to an agreement that achieves a just and lasting peace based on international law and legitimacy.         

However, what inspires us to succeed in these negotiations and what builds our confidence is that the path to achieving peace is clear. It is the path of international law.

The parameters of a just and lasting peace are already established under relevant UN Security Council and General Assembly resolutions, Quartet statements, the positions of the European Union, and the Arab Peace Initiative. Collectively, these represent for us the international consensus that has formed around the terms of reference, the principles and goals of the negotiations.

We, Ladies and Gentlemen, are not starting from zero. We have the legacy of previous negotiations between the Palestine Liberation Organization and the Government of Israel during which we already explored all possibilities and diagnosed all issues.           

We will address all permanent status issues (Jerusalem, refugees settlements, borders, security, water, and the release of all Palestinian prisoners) to bring an end to the Palestinian-Israeli conflict, including an end to the occupation of all Palestinian territory that began in 1967, the establishment of the state of Palestine alongside the state of Israel, and security and safety for the two peoples and for all others in the region.

 We reiterate our commitment to carry out all our obligations, including on security and incitement, we call upon Israel to stop all settlement activities, lift its siege on the Gaza Strip in its entirety, to stop all acts of incitement and to abide by its other obligations.                        

 Ladies and Gentlemen,                

Today, I reiterate what I emphasized in the White House meeting yesterday before President Obama, President Mubarak and King Abdullah. The Palestine Liberation Organization is taking part in these negotiations in good faith and with absolute seriousness and determination to achieve a just peace, which will guarantee the freedom and independence of the Palestinian people.  We will not relinquish our rights and claims, including our rights to the land, and we will continue to insist on a just solution for Palestinian refugees in accordance with international law.

With you, we wish to inaugurate a new era of peace, justice, security and prosperity for all in our region.