Archivio per America Latina

Lì si concepisce una Rivoluzione

Posted in America Latina, Politica with tags , , , , , on settembre 26, 2009 by Maria Rubini

Lo scorso 16 luglio dissi testualmente che “il colpo di stato in Honduras era  stato concepito ed organizzato da personaggi senza scrupoli dell’estrema destra, che erano funzionari di George W. Bush ed erano stati promossi da lui stesso”.

Ho citato i nomi di Hugo Llorens, Robert Blau, Stephen McFarland e Robert Callahan, ambasciatori  yankees in Honduras, El Salvador, Guatemala e Nicaragua, nominati da Bush nei mesi di luglio e agosto del 2008 e che  quattro seguivano la linea di John Negroponte e Otto Reich, con le loro storie tenebrose .

Avevo segnalato la base yankee di Soto Cano come punto d’appoggio principale del colpo di Stato e che “l’idea di un’iniziativa di pace a partire dalla Costa Rica era stata trasmessa  al Presidente di questo paese dal Dipartimento di stato, quando Obama era a Mosca e dichiarava, in un’ università russa, che l’unico Presidente dell’ Honduras era Manuel Zelaya”.

Avevo aggiunto che “Con la riunione della Costa Rica si discuteva  l’autorità della ONU, della OEA e delle altre istituzioni che si erano impegnate nell’appoggiare il popolo dell’Honduras  e che la cosa corretta da fare era chiedere al governo degli Stati Uniti d’interrompere il suo intervento in Honduras e ritirare dal questo paese la Forza d’Impegno Congiunto”.

La risposta degli Stati Uniti, dopo il colpo di Stato in questo paese dell’America centrale, è stata firmare un accordo con la Colombia per creare sette basi militari come quella di Soto Cano, in questo fraterno paese, basi che minacciano il Venezuela, il Brasile e tutti gli altri popoli del Sudamerica.

In un momento critico, quando si discutono in una riunione Vertice di capi di Stato, nelle Nazioni Unite, la tragedia del cambio climatico e la crisi economica internazionale, i golpisti in Honduras minacciano di violare l’immunità dell’ambasciata del Brasile, dove si trovano il presidente Manuel Zelaya, la sua famiglia ed un gruppo dei suoi seguaci che sono stati costretti a proteggersi in questa sede.

È provato che il governo del Brasile non ha nulla a che vedere con la situazione che si creata lì.

È quindi inammissibile, e di più, inconcepibile, che l’ambasciata brasiliana sia assaltata dal governo fascista, a meno che non voglia strumentare il proprio suicido, trascinando il paese in un intervento diretto di forze straniere, com’è avvenuto in Haiti, e questo significherebbe l’intervento delle truppe yankee sotto la bandiera delle Nazioni Unite.

Honduras non è un paese lontano ed isolato dei Caraibi.

Un intervento di forze straniere in Honduras scatenerebbe un conflitto in Centroamerica e provocherebbe un caos politico in tutta l’America Latina.

L’eroica lotta del popolo dell’Honduras, dopo circa 90 giorni d’incessante battaglia, ha messo in crisi il governo fascista e pro – yankee, che reprime uomini e donne disarmati.

Abbiamo visto sorgere una nuova coscienza nel popolo honduregno, e tutta una legione di combattenti sociali  si è formata in questa battaglia. Zelaya  ha compiuto la sua promessa di ritornare ed ha il diritto che si ristabilisca il suo governo e di presiedere le elezioni.

Tra i combattivi movimenti sociali si stanno facendo notare nuovi e ammirabili quadri, capaci di condurre questo popolo per i difficili cammini che dovranno percorrere i popoli di Nuestra America.

Lì si concepisce una Rivoluzione.

L’Assemblea delle Nazioni Unite potrà essere storica, in dipendenza delle sue capacità o dei suoi errori.

I leader del mondo hanno esposto temi di grande interesse e complessità, che riflettono l’importanza dei compiti che l’umanità ha davanti a sé, e di quanto e scarso il tempo a disposizione.

Fidel Castro Ruz

24 settembre 2009

Ore 13.23

Lotta del popolo organizzato o barbarie

Posted in America Latina, Politica with tags , , , on settembre 16, 2009 by Maria Rubini

La trasformazione sociale, si sa, è figlia dell’organizzazione popolare. E che nessuna conquista sia possibile senza la lotta organizzata del popolo hanno voluto ricordarlo quest’anno gli organizzatori del Grido degli Esclusi, iniziativa che, dal 1995, si celebra ogni anno in Brasile il 7 settembre, giorno della – presunta, dicono i promotori – indipendenza. “La vita in primo luogo. La forza della trasformazione è nell’organizzazione popolare” è stato infatti il tema di questa 15.ma edizione del Grido, che ha visto impegnati movimenti popolari e pastorali sociali in 25 Stati del Paese. Un tema quanto mai pertinente, di fronte alle importanti conquiste ottenute dai movimenti contadini in seguito alle giornate di lotta svoltesi nel mese di agosto in tutto il Brasile, contro la crisi e le sue conseguenze per la lavoratrice, per la realizzazione della riforma agraria e per gli investimenti nelle politiche sociali: il 18 agosto, infatti, la commissione interministeriale del governo Lula ha annunciato un pacchetto di misure che prevede l’aggiornamento degli indici di produttività (usati come parametri per l’esproprio delle terre per la riforma agraria) – che, secondo la Costituzione, dovrebbero essere rivisti ogni 10 anni, ma che in realtà non vengono toccati dal 1975 -; la destinazione all’Incra di 338 milioni di reais per l’acquisizione di terre; l’esproprio della Fazenda Nova Alegria di Felisburgo, in Minas Gerais, dove nel 2004 vennero massacrati cinque lavoratori senza terra.

Certo, è ancora troppo poco dinanzi al quadro di estrema lentezza del processo di riforma agraria: questione che, sottolinea il teologo Frei Betto, “un tempo era considerata prioritaria dal Pt”, quel Partito dei Lavoratori che oggi, al contrario, “esalta l’agrobusiness”. È troppo poco soprattutto se lo si confronta, come fa ancora Frei Betto, “con gli incentivi ufficiali concessi a imprese che degradano l’Amazzonia e agli industriali della canna da zucchero, che nei loro latifondi mantengono i lavoratori in regime di semischiavitù”, mentre restano accampate nel Paese, sopravvivendo in baracche di plastica ai bordi delle strade, 100mila famiglie senza terra e ad altre 40mila famiglie risultano insediate appena sulla carta, ancora in attesa degli investimenti per l’abitazione, l’infrastruttura e la produzione. Ed è sicuramente troppo poco a fronte della necessità, evidenziata dai movimenti contadini, di discutere un nuovo modello di agricoltura per il Brasile: una politica agricola – sottolinea il leader del Movimento dei Senza Terra João Pedro Stedile (Folha de São Paulo) – centrata sulla democratizzazione della terra, “sempre più concentrata e cara”, sulla produzione di alimenti sani per il mercato interno, sul sostegno alle piccole e medie agroindustrie sotto il controllo di cooperative di lavoratori, sull’impulso all’agroecologia, “che rispetta l’ambiente e preserva i beni della natura”, su un programma di universalizzazione dell’educazione per il popolo delle campagne.

Ma anche su questo poco che è stato ottenuto la dominante ha annunciato battaglia, scatenando una rabbiosa campagna di criminalizzazione dei movimenti contadini, a cominciare dal Movimento dei Senza Terra, che ha risposto con una sua comunicazione ad amici e sostenitori in tutto il mondo. E il 21 agosto, durante il violentissimo sgombero di un’occupazione di senza terra nella Fazenda Southall a São Gabriel, nel Rio Grande do Sul (dove il Mst è trattato come un’organizzazione criminale), da parte della Brigada Militar, è stato ucciso con un colpo di arma da fuoco alle spalle il senza terra Elton Brun, 44 anni, padre di due figli, e sono state ferite decine di persone, tra cui donne e bambini, colpiti da spade e frammenti di proiettili e morsi dai cani. Il Mst “ottiene il suo martire”, è stato il commento del quotidiano Zero Hora.

Claudia Fonti

ODIO ANTICO

Segreteria nazionale del Movimento dei Senza Terra

Abbiamo realizzato una serie di iniziative in tutto il Paese e un accampamento a Brasilia in difesa della Riforma Agraria, conquistando importanti vittorie in relazione alla soluzione dei problemi dei lavoratori agricoli.

Le giornate di lotta hanno ottenuto dal governo federale misure assai importanti, per quanto si sia ancora lontani dalla realizzazione della Riforma Agraria e dal consolidamento di un nuovo modello agricolo. Malgrado ciò, tali giornate hanno dimostrato alla società e alla popolazione in generale che solo le organizzazioni popolari e la lotta sociale possono garantire le conquiste per i lavoratori e le lavoratrici.

La principale misura annunciata dal governo è l’aggior-namento degli indici di produttività, utilizzati come parametri legali per l’esproprio di terre per la Riforma Agraria. I ruralisti (la corrente dei latifondisti al Congresso, ndt), l’a-grobusiness e la dominante brasiliana hanno preso po-sizione contro la revisione degli indici, utilizzando i mezzi di comunicazione per esercitare una pressione sul governo affinché faccia marcia indietro. Facciamo attenzione. Se il governo verrà mano all’accordo, non resteremo in silenzio.

Queste conquiste hanno fatto infuriare quanti difendono solo i propri interessi, il proprio patrimonio e il proprio profitto, puntando ad accrescere lo sfruttamento dei lavoratori, della natura e delle risorse pubbliche. In questo contesto, diversi organi della stampa borghese ­ autentici portavoce degli interessi dei capitalisti nelle campagne ­ come la rivista Veja, Estadão, Correio Brazilienze, Zero Hora e la tv Bandeirantes – hanno cominciato ad attaccare il Movimento per bloccare le misure progressiste conquistate attraverso la lotta.

Non c’è alcuna novità nell’atteggiamento politico e ideologico di questi strumenti che sono parte della dominante e sostengono gli interessi del capitale finanziario, delle banche, dell’agrobusiness e del latifondo, voltando le spalle ai problemi strutturali della società e alle difficoltà del popolo brasiliano. Disperati, tentano di tirar fuori vecchi argomenti, come per esempio che il MST vivrebbe a carico del denaro pubblico. Senza contare che questi attacchi vengono proprio da imprese che vivono di pubblicità e di risorse pubbliche o che si sospetta abbiano ricavato vantaggi dalla partecipazione ad aste pubbliche del governo di São Paulo, come l’editrice Abril.

Di fronte a ciò, vorremmo chiarire ai nostri amici e alle nostre amiche, che ci appoggiano e ci sostengono, che non abbiamo mai ricevuto né utilizzato denaro pubblico per promuovere occupazioni di terra o proteste o marce. Tutte le nostre manifestazioni sono realizzate con il contributo delle famiglie accampate e insediate e grazie alla solidarietà di cittadini e organizzazioni della società civile. Siamo inoltre molto orgogliosi dell’appoggio di organismi internazionali che ci aiutano in progetti specifici, relativamente ai quali presentiamo dettagliati resoconti. D’altronde, tutte le risorse che vengono dall’estero passano per la Banca Centrale. Non abbiamo niente da nascondere.

In relazione alle organizzazioni che lavorano negli insediamenti della Riforma Agraria, che sono centinaia e lavorano in tutto il Paese, sosteniamo la legittimità degli accordi con i governi federali e statali e crediamo nella correttezza del lavoro realizzato. Questi enti sono debitamente abilitati dagli organismi pubblici, vengono controllati e subiscono anche persecuzioni politiche da parte del Tcu (Tribunale dei conti dell’Unione), controllato attualmente da affiliati del Psdb (Partito della Socialdemocrazia brasiliana) e Dem (Democratici, ex Pfl, Partito del Fronte Liberale). Sviluppano progetti di assistenza tecnica, alfabetizzazione di adulti, formazione, educazione e sanità in insediamenti rurali, servizi che sono un diritto degli insediati e un dovere dello Stato, secondo la Costituzione.

Non ci aspettavamo un altro tipo di comportamento da questi mezzi di comunicazione. Gli attacchi contro il MST sono antichi e sono sempre stati dettati da una pura manifestazione di odio dei settori più reazionari della dominante contro i lavoratori rurali che si organizzano e lottano per i propri diritti. Continueremo con le nostre mobilitazioni perché soltanto la pressione popolare può garantire il progresso della Riforma Agraria e il rispetto dei diritti dei lavoratori, indipendentemente dalla volontà della dominante e dei suoi mezzi di comunicazione.

L’obbligo della memoria, il diritto alla ribellione. La storia dei mapuche, il popolo che ignora la proprietà.

Posted in America Latina, Politica with tags , , , , on settembre 7, 2009 by Maria Rubini

Jaime Facundo Mendoza Collío aveva 24 anni, era sposato e aveva un bambino di soli 4 anni. Un colpo di arma da fuoco lo ha raggiunto alla schiena durante un’occupazione di terra, il 12 agosto scorso. A sparare è stato un sottufficiale del Grupo de Operaciones Policiales Especiales (Gope) dei carabinieri cileni, un corpo d’élite addestrato nella lotta contro pericolosi criminali e terroristi. “Molto appropriato, come si nota, per reprimere azioni e mobilitazioni sociali in difesa dei diritti ancestrali del popolo mapuche”, commenta sarcasticamente Juan Jorge Faundes sulla rivista Punto Final, complimentandosi, altrettanto sarcasticamente, con il ministro dell’ Interno Edmundo Pérez Yoma e con quello della Difesa Francisco Vidal.

L’assassinio del giovane weichafe (guerriero) mapuche Jaime Facundo Mendoza Collío non è una novità. Prima di lui era già caduto Matías Catrileo, studente universitario mapuche ucciso durante l’occupazione di un fondo agricolo il 3 gennaio 2008, sempre per mano del Gope, e, ancora prima, Alex Lemun, studente mapuche di appena 17 anni, assassinato il 7 novembre 2002 dai carabinieri nell’ambito di un’azione di recupero di una terra ancestrale. “I mapuche – sottolinea Juan Jorge Faundes – sono stati vittime di un’occupazione militare (alla fine del XIX secolo) che ha usato metodi atroci (impalando donne). Sono vittime di una violenza strutturale che li ha condannati al minifondo e alla povertà (XX secolo). I culcules e cultrunes (strumenti musicali mapuche) di un popolo oppresso che esercita oggi il diritto sacro alla ribellione gridano con Isaia: ‘Qual diritto avete di opprimere il mio popolo, di pestare la faccia ai poveri?’ (3:15). ‘Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi’ (5:7). I cinque milioni di ettari usurpati varrebbero oggi 20 miliardi di dollari a prezzo di mercato. Da qui dovrebbe cominciare il dialogo. Più un indennizzo morale per danni e violenze… Riparazione politica, storica, economica e morale: il prezzo della pace”.

È questa storia di violenza – resa più atroce dalla devastazione di un mondo di bellezza e di armonia – che viene mirabilmente raccontata, sulla base della visione mitica del popolo mapuche, dal sociologo cileno Tito Tricot, direttore del Centro de Estudios de América Latina y el Caribe (Cealc), nell’articolo La antigua guerra a muerte contra el mapuche (Rebelión, 20/08), di cui di seguito ne riporto uno stralcio.

Che cos’è la proprietà?

“Io sentii la glaciale ferocia del suo sguardo – racconta l’anziano di Curarrehue – un pomeriggio di primavera in cui volli domandargli il perché di tanta crudeltà. Non vi bastano, chiesi, le vostre terre e i vostri animali? ‘Questa è la mia terra’, gridò con voce di tuono, ‘il mio quadro, la mia scultura, la mia acquaforte, il mio sacco, la mia vetrata, il mio mosaico, il mio libro aperto, il mio orgasmo cosmico. La mia proprietà’.

E cos’è la proprietà?, gli chiesi sconcertato. Mi guardò con disprezzo dalle altezze della sua ciclopica grandezza per ridere burlescamente: ‘tutto quello che non si può toccare per i secoli dei secoli, amen’. E cos’è che non si può toccare per i secoli dei secoli, amen?, indagai. Sempre con disdegno e fastidio per l’interruzione della sua siesta, rispose: ‘i boschi, la terra, i laghi, i fiumi, le montagne, il rame, l’argento, il carbone, i mari, i pesci, l’aria, gli uccelli, l’acqua, le case, i cavalli, le galline, i tacchini, gli agnelli, il grano, i piselli, le piante, le cascate, le risate, le mani, le gambe, l’amore, i denti, il ventre materno, i figli, i sogni, la morte. Tutto quello che è ricchezza o può diventare ricchezza’, elencò annoiato.

Però, dichiarai e reclamai, mentre lo guardavo fisso negli occhi, torbidi come il fiume in inverno, i più antichi degli antichi ci diedero il Meli Witran Mapureducciones, assassinii, torture, esilii, migrazioni, polizie, stragi e Paesi ignoti che piantavano le loro bandiere di seta nel cuore del Wallmapu”. perché facessimo l’amore senza fretta e, sempre senza urgenza, condividessimo i frutti della terra che erano, ci dissero, di tutti e di nessuno. Ci dissero che qui avremmo potuto costruire il nostro Mondo e il nostro Paese. E così lo costruimmo tra due oceani, senza fretta e senza alcuna proprietà, che non conoscevamo; e gli uccelli facevano il loro nido su qualunque albero, i laghi si posavano su inattesi ricoveri, mentre i fiumi fluivano ininterrottamente tra nevai, boschi e scogliere per baciare attoniti il mare, che era anch’esso il mare di tutti. E di tutti era la terra che si poteva toccare per i secoli dei secoli, amen. È la mia parola, gli dissi, e in quel preciso momento, dalla profondità della sua gola d’argento spuntarono fili di ferro, fucili, seghe, coloni, militari,

Nulla fu più uguale

Allora, nulla fu più uguale a prima e l’anziano, con la sua memoria, si rifugiò nella cordigliera, ma non poté più cacciare puma, perché lo perseguitarono, lo rinchiusero, lo imprigionarono, lo radicarono a forza e lo assassinarono in nome della civiltà. Usurparono il Paese Mapuche e polverizzarono il Mondo Mapuche in nome della ragione, della ricchezza e di quella proprietà di cui parlava il dio straniero che gridava la barbarie degli indios.

E gli indios si rifugiarono nei loro silenzi di indios per affrontare l’egoismo wingka (invasore, ndt), e nelle curve dei fiumi, nelle chiome degli alberi, nelle contrafforti della cordigliera e nel fondo del mare custodirono le proprie parole, i sogni, le memorie, gli annunci e le denunce, le virtù e le viltà, le vittorie e le sconfitte, gli amori e i disamori, i canti e i balli, i primi passi e gli ultimi. Nascosero con speciale attenzione il mapudungun, la loro lingua, e l’origine del mondo e le leggi della natura. Tutto, raccontano, in un vulcano in fiamme di cui solo i saggi conoscevano il segreto per evitare che il kimunndt) mapuche si riducesse in braci e cenere. Fu tale la loro sapienza che, nelle notti più opache, dalle loro case, dai campi e dai monti, uscivano silenziosamente uomini, donne, anziani e bambini per dirigersi al vulcano della memoria. Lì recuperavano parole, riti, nomi, storie e, soprattutto, i sogni di libertà che li mantenevano in vita mentre il wingka (conoscenza, perforava loro l’anima. I mapuche si rifiutavano di morire o di scomparire nell’ira dei venti spietati che venivano dal nord a cavallo, sui cannoni, con gli elmetti, le sciabole e le baionette, i fucili e i revolver. Che venivano dalla guerra per fare un’altra guerra: della civiltà contro la barbarie, della cilenità contro la mapuchità.

E ci chiamano terroristi

Guerra a morte, fratello, intronizzata nel Paese Mapuche occupato dalle forze armate. Guerra a morte, fratello, acquartierata nel Mondo Mapuche occupato dalla violenza cilena. E il nostro territorio usurpato lo chiamarono frontiera, quando in realtà la frontiera erano loro; ci chiamarono selvaggi quando, in realtà, i barbari erano loro. Lo chiamano conflitto mapuche, quando in realtà il conflitto è loro, che temono di riconoscere la propria indianità.

Oggi ci chiamano terroristi, quando il terrore lo seminano loro nelle comunità con le loro incursioni e violenze e gas lacrimogeni e spari e morti. Perché i cileni hanno cominciato ad assassinare mapuche nel XIX secolo, hanno proseguito nel XX secolo e hanno continuato nel XXI secolo. Matías Catrileo, Alex Lemun e Jaime Mendoza sono caduti nel nostro Paese occupato dalla forza militare. È per la proprietà che non conoscevamo, per gli alberi e le acque, i minerali, i pesci, gli uccelli. E per la terra che ci hanno dato per sempre i più antichi degli antichi a Collipulli, Temucuicui, Lumako, Neltume, Liquiñe, Lleu-Lleu, Cuyinco, Tirua, sulla costa, sulla montagna, nelle valli, che ci hanno dato per costruire il Paese Mapuche e il Mondo Mapuche. “È la mia parola, perché ci lascino in pace, e ci lascino semplicemente essere pioggia o terra o mare”, disse l’anziano di  Curarrehue che è la memoria stessa e che camminava nel sud del mondo molto prima dei cileni.

Lucía Morett : emesso mandato di cattura internazionale dall’Interpol

Posted in America Latina, Politica with tags , , , , on luglio 17, 2009 by Maria Rubini

L’Interpol, su richiesta del governo colombiano, ha emesso nei giorni scorsi una così detta ficha roja, un mandato di cattura internazionale contro Lucía Morett, la giovane messicana sopravvissuta ma rimasta gravemente ferita, nel bombardamento effettuato dall’Esercito colombiano contro un accampamento delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, avvenuto il 1 marzo 2008 a Sucumbíos, in territorio ecuadoriano, dove oltre al numero due delle FARC, Raúl Reyes e altri 25 guerriglieri, hanno perso la vita quattro suoi connazionali, gli studenti Verónica Velázquez Ramírez, Juan Gonzáles del Castillo, Fernando Franco Delgado e Soren Ulise Avilés Angeles.

Alla Procura Generale della Repubblica del Messico tuttavia ad oggi non è stata notificata nessuna richiesta ufficiale di arresto contro la giovane, volta ad una sua eventuale estradizione in Colombia.
I legali di Lucía Morett stanno preparando due ricorsi, uno da presentare in Colombia e uno in Messico, mentre verrà anche chiesto l’intervento della Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH) affinchè consideri Lucía Morett come perseguitata politica del governo di Álvaro Uribe e possa pertanto offrirle protezione adeguata.
Con l’apertura della ficha roja n. A – 1873/7-2009, con data 3 luglio, da parte dell’Interpol, Lucía Morett che viene segnalata come “persona armata, pericolosa e violenta” potrebbe essere arrestata in almeno 186 paesi diversi e consegnata alle autorità colombiane che già hanno avviato un procedimento penale contro di lei per terrorismo, accusandola di far parte delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC).
L’avvocato di Lucía Morett, Hugo Rosas, ha spiegato che l’Interpol ha commesso una evidente violazione al suo statuto, e in particolare all’articolo tre, accettando di emettere un ordine di cattura per una persona che è palesemente vittima di persecuzione politica da parte di un governo, in questo caso quello colombiano. Due pesi e due misure nell’agire dell’Interpol se si pensa che appena poche settimane fa, l’ente internazionale ha respinto la richiesta del governo dell’Ecuador di emettere ficha roja contro Juan Manuel Santos, ex ministro della Difesa colombiano, ritenuto responsabile della morte di 25 persone da un giudice di Sucumbíos in quanto coordinatore dell’operazione militare del 1 marzo 2008, conosciuta come operazione Angostura, commessa in aperta violazione del diritto internazionale avendo violato la sovranità territoriale dell’Ecuador. In questo caso la direzione generale dell’Interpol in Francia ha fatto saper di aver respinto la richiesta in quanto secondo il proprio statuto non si puó utilizzare questo meccanismo per motivi politici, militari, razziali o religiosi.
In Ecuador, tuttavia, da tempo è stato aperto un altro procedimento contro Lucía Morett, accusata di aver “attentato contro la sicurezza dello Stato” e una richiesta di estradizione è pronta per il Messico.
I genitori di Lucía Morett, Jorge Morett e María de Jesús Álvarez, in una conferenza stampa hanno confermato l’estraneità della figlia alle accuse mosse da parte del governo colombiano e hanno denunciato i ripetuti tentativi di criminalizzare la figlia in quanto testimone scomoda delle gravi violazioni dei diritti umani commesse dall’esercito colombiano a Sucumbíos. La stessa Lucía Morett raccontó dopo il bombardamento di come i soldati colombiani avessero sparato ad alcuni feriti che stavano chiedendo aiuto e di come, sebbene gravemente ferita, fosse stata lasciata sola per terra priva delle cure necessarie.
Come estremo tentativo di proteggerla da un mandato di cattura o da una richiesta di estradizione, il Partito del Lavoro aveva offerto a Lucía Morett la possibilità di presentarsi come candidata, e quindi ottenere l’immunità parlamentare, alle recenti elezioni del 5 luglio che si sono svolte in Messico. Purtroppo non ha raggiunto i voti necessari.
Una parte importante della società civile e politica messicana, l’Università Autonoma del Messico che le è sempre stata vicina e la ha sostenuta, gli amici, i familiari, le associazioni di difesa dei diritti umani, stanno chiedendo in questi giorni vivamente al presidente Felipe Calderón che respinga ogni richiesta di estradizione di Lucía Morett in Colombia, in quanto vittima di persecuzione politica da parte del governo colombiano.

di Annalisa Melandri

Brasile regolarizza gli stranieri

Posted in America Latina, Politica with tags , , , , , on luglio 16, 2009 by Maria Rubini

Discorso del Presidente della Repubblica, Luis Inácio Lula da Silva, durante la cerimonia di ufficializzazione della legge di regolarizzazione di stranieri in situazione irregolare in Brasile.
Ministero della Giustizia – Brasília –DF, 02/07/2009

Comincio col ringraziare in nome del popolo brasiliano tutti gli immigrati che aiutarono e continuano ad aiutare il nostro paese. Questa terra è generosa e sempre ha ricevuto a braccia aperte tutti coloro che vengono per lavorare, crescere i loro figli e costruire una vita nuova.
È per questo che le misure che oggi adottiamo daranno agli immigrati gli stessi diritti e gli stessi doveri previsti nella Costituzione Federale per i nostri compatrioti ad eccezione di quelli esclusivi per i brasiliani nativi. Tra questi diritti è bene risaltare la libertà di circolazione nel territorio nazionale e il pieno accesso al lavoro rimunerato, all’istruzione, ai servizi sanitari e alla Giustizia.
Queste nuove leggi mostrano che il Brasile si pone, ogni volta di più, all’altezza della realtà migratoria contemporanea, delle condizioni globali dello sviluppo economico e sociale e del rispetto fondamentale dei diritti umani. Esse sono, inoltre, il risultato di un ampio dibattito nazionale con la partecipazione dei diversi settori della società e degli stessi immigrati, che hanno avuto così l’opportunità di chiarire i problemi che affrontano e di proporre soluzioni.
È necessario rilevare che questa regolarizzazione viene in un momento molto speciale in cui si approfondisce e si amplia il processo di integrazione dell’America del sud.
Durante molti decenni il Brasile ha sempre accolto europei, asiatici, arabi, ebrei, africani e, recentemente, abbiamo ricevuto forti correnti migratorie dei nostri fratelli dell’America del sud e dall’America Latina.
Siamo, in verità, una nazione formata da immigrati. Una nazione che dimostra nella pratica come le differenze culturali possono contribuire alla costruzione di una società che cerca sempre l’armonia e combatte con rigore la discriminazione e i pregiudizi. Non solo siamo un popolo “misturato”, ma ci piace essere un popolo “misturato”! Da qui viene gran parte della nostra identità, della nostra forza, della  nostra allegria, della nostra creatività, del nostro talento. Non possiamo dimenticare che la stessa Costituzione brasiliana quando parla dei diritti e delle garanzie fondamentali, stabilisce che tutti sono uguali davanti alla legge, siano essi brasiliani o stranieri residenti. Lo Stato brasiliano, per mezzo di accordi firmati in vari incontri internazionali, riconosce che gli immigrati sono titolari di diritti e doveri che devono essere rispettati.
Sosteniamo che la immigrazione irregolare è una questione umanitaria e non può essere interpretata come un problema di criminalità. Adottiamo per questa situazione un approccio inclusivo, equilibrato, tenendo presenti i principi dell’universalità, dell’interdipendenza e dell’indivisibilità dei diritti umani.
Per migliaia di brasiliani vivere in paesi come gli Stati Uniti, il Giappone, l’Italia, la Spagna, Il Portogallo, per esempio, significa un sogno di progresso. Ma per molti dei nostri vicini, il Brasile è visto come una possibilità reale di migliorare la loro vita. Qui, questi stranieri hanno diritto ai servizi pubblici della sanità e i loro figli all’educazione gratuita, il che purtroppo non succede in molti paesi che ricevono immigrati brasiliani.
Consideriamo ingiuste le politiche migratorie adottate recentemente in alcuni paesi ricchi che hanno, come uno dei punti principali, il rimpatrio degli immigrati. Per noi la repressione, la discriminazione e l’intolleranza non vanno alla radice del problema. Ho già detto altre volte e lo ripeto: nessuno lascia la sua terra perché lo vuole, ma perché è obbligato o perché pensa che può costruirsi altrove una vita degna e migliore per sé e per i suoi figli. E parlo per esperienza. Fu proprio questo che accadde alla mia famiglia quando lasciammo il sertão del nord-est, nello stato di Pernambuco, per la città di São Paulo. Andammo in cerca di opportunità, lavoro, cultura, migliori condizioni di vita. Proprio per questo penso che i paesi ricchi dovrebbero considerare la questione dell’immigrazione in modo più solidale. Dovrebbero stabilire collaborazioni che promuovano lo sviluppo delle regioni e dei paesi dove si origina il flusso migratorio, creando opportunità, lavoro, migliori condizioni di vita.
La società brasiliana, contrapponendosi a varie manifestazioni di intolleranza che accadono a livello Internazionale, vuole vivamente festeggiare la sua ospitalità. Come si è visto l’anno scorso, ad esempio, in occasione delle commemorazioni del centenario dall’immigrazione giapponese. Ho sempre creduto nella solidarietà come un valore fondamentale per lo sviluppo sociale. Il Brasile con responsabilità ed equilibrio è stato e continuerà ad essere un paese aperto e solidale agli immigrati di tutte le parti del mondo.
Compagni e compagne, potete vedere che sono venuto vestito con un abito da immigrato di oggi. Sono venuto con addosso un po’ di Bolívia e un po’ di Paraguay. Non potevo venire con un po’ di peruviano, di cinese, di giapponese, di colombiano, perché non sarebbe appropriato a questa cerimonia. Diventerebbe un ballo in maschera con tanti colori e tanti vestiti insieme.
Voglio concludere col dire che questo è un ulteriore esempio che il Brasile vuole dare al mondo. Quando il primo ministro Gordon Brown venne al Palácio da Alvorada [la residenza ufficiale del presidente, n.d.t.] per una riunione bilaterale, sulla stampa cominciavano ad essere divulgate voci ed insinuazioni che le persecuzioni agli immigrati stavano per cominciare, soprattutto contro i poveri che transitano per il mondo alla ricerca di una opportunità, a volte per problemi politici nel loro paese, oppure perché le persone, gli esseri umani sono nomadi e vanno alla ricerca di un posto in cui si sentano bene.
In quell’occasione dissi che gli uomini dagli occhi azzurri non dovevano addossare la colpa della crisi sui neri, sugli indios e sui poveri del mondo. Perché alla fin fine la crisi, se danneggia tutto il mondo, certamente sarà più grave con i più poveri. Basta vedere quello che succede molte volte ai brasiliani nei paesi europei.
Penso che in questo momento in cui l’America del sud discute il suo problema di integrazione, in modo ancora molto incipiente, sappiamo di avere un debito storico con il popolo africano che mai potrà essere pagato in moneta, ma invece attraverso gesti come questo, attraverso la solidarietà e il riconoscimento; penso che questa sia l’opportunità per poter smuovere le coscienze ed i cuori dei dirigenti del mondo intero.
Io, mercoledì prossimo, sarò in Italia al G-8. Voglio che il ministro Tarso Genro prepari un pro-memoria, è sufficiente solo qualche riga, un riassunto di ciò che stiamo facendo qui, in modo che possa dire a tutti i presidenti dei paesi più importanti del mondo, quanto il Brasile, che prende posizione, sia deluso dalla politica praticata dai paesi ricchi. So quanti brasiliani vivono in Paraguay, più di 400 mila. So quanti brasiliani vivono in Bolivia; decine di migliaia di brasiliani sono sparsi per il mondo. Ed è giusto che sia così, è giusto che si crei un mondo senza frontiere, o con frontiere più malleabili, che permettano non solo a macchine, prodotti agricoli e merci di attraversare le frontiere, ma che la persona umana sia vista dal suo lato migliore e non si pensi all’uomo come fonte di cattiveria solo perché ha attraversato una frontiera.
Continueremo ad essere duri nella lotta al narco traffico. Continueremo ad essere duri contro il contrabbando. Continueremo ad essere duri contri i crimini internazionali.
Ma è anche vero che dobbiamo essere generosi con gli esseri umani di qualunque parte del mondo che qui vogliano venire a stabilirsi e preparare il loro futuro. È questo il progetto di legge che il Brasile si appresta a discutere in parlamento.
Ho detto poc’anzi: il Brasile è ciò che è a causa della mistura che formiamo fin dal 1500, con portoghesi, tedeschi, italiani, arabi, giapponesi, spagnoli, cinesi, latinoamericani. Tutti quelli che arrivarono furono trattati con dignità.
Ho detto a tutti i governanti: non vogliamo nessun privilegio per nessun brasiliano, in nessuna parte del mondo. Vogliamo solo che voi trattiate i brasiliani all’estero come noi trattiamo gli stranieri in Brasile: come fratelli, come amici e come brasiliani. Spero che il parlamento con generosità voti rapidamente questo progetto di legge. Un abbraccio e buona fortuna.

Centro Studi Sereno Regis

Le lezioni dell’ Honduras

Posted in America Latina, Politica with tags , , , , on luglio 11, 2009 by Maria Rubini

Si racconta una storiella rivelatrice tra i presidenti latinoamericani:

“- Sai perché no ci sono colpi di stato negli USA?

– No!

– Perché negli USA non ci sono ambasciate degli USA.”

Nonostante questi e molti altri precedenti, vediamo adesso i leaders del Partito Democratico indignarsi con il rifiuto di ricontare i voti in Iran, denunciando una terribile dittatura.

Qual è invece la lezione dell’Honduras? Per la prima volta nella storia, Gli Usa appoggiano la condanna di un colpo di stato in America Latina permettendo che si realizzi la condanna unanime di un atto di forza militare in tutte le organizzazioni internazionali.

Questo significa che questa volta l’ambasciata americana non ha partecipato all’atto di forza? Sfortunatamente no. In maniera indiscreta, un deputato della destra honduregna ha rivelato pubblicamente la cospirazione che mantenevano i golpisti con l’ambasciata degli USA.

Questi lo ha fatto nella memorabile messa in scena del rozzo travestimento democratico nella quale si è realizzata la “elezione” del “successore” del presidente Zelaya, che avrebbe rinunciato secondo la lettera falsa letta da questo inebetito “successore”, che si è dimenticato di contraffare una lettera di rinuncia del vice-presidente, al quale spettava la successione al presidente sequestrato. Questa sessione è stata trasmessa dalla Radio Globo di Honduras, l’ultima ad essere silenziata dai “democratici” del “governo provvisorio”.

Secondo il summenzionato deputato, l’ambasciatore degli Usa, che ha approvato la mobilitazione golpista, sarebbe stato contro la realizzazione del golpe prima della consulta popolare non vincolante, chiamata “referendum” dalla Corte Suprema honduregna e dalla grande stampa internazionale che cerca in ogni modo di giustificare il colpo di stato.

Sarebbe molto difficile credere che il governo degli Usa sia stato estraneo alla cospirazione in un paese che è servito da base per le sue organizzazioni militari mercenarie che hanno destabilizzato il governo legittimo dei sandinisti. In questo mondo di controinformazione nel quale viviamo, ho ascoltato lo speaker de la TV Globo News in Brasile dire che le organizzazioni militari dei “contras” honduregni hanno combattuto contro i “guerriglieri” nicaraguensi.

Conosciamo tutti gli alti costi di queste operazioni di guerra di bassa intensità, le quali possono servire da modello di corruzione per le organizzazioni di difesa dei diritti umani e per la trasparenza. Il Congresso degli Usa si è occupato di rivelarci i dettagli tenebrosi della operazione triangolare contro il governo sandinista, diretta dall’allora vice-presidente degli Usa, George Bush: Il governo degli Usa ha diffuso le operazioni del narcotraffico a partire dalla Colombia attraverso i “contras” presenti in Honduras, Costa Rica e El Salvador. I loro profitti servirono per finanziare le loro operazioni e, nello stesso tempo, per comprare armi per l’eterno “nemico” pubblico degli Usa: il governo dell’Iran. [H. Mussavi a quell’epoca, N.d.T.]

Nonostante le loro differenze, i leaders religiosi iraniani decisero con l’allora candidato George Bush di prolungare il sequestro dei nordamericani prigionieri nell’Ambasciata a Teheran per demoralizzare Carter e permettere la vittoria elettorale di Reagan in cambio di questo aiuto militare segreto.

Facilmente sorgono accuse sul fatto che questo tipo di informazioni fanno parte delle teorie “cospirative”. Senza dubbio ci stiamo riferendo ai fatti rivelati dalle investigazioni del Congresso degli Usa, la qual cosa è indicativa, che si creda nelle cospirazioni, che abbiano avuto esito o meno.

Tali conclusioni si rafforzano con le osservazioni di Ramsey Clark ed il vescovo Filipe Teixeira della Diocesi di San Francesco di Assisi nel loro messaggio urgente al Presidente degli Usa:
“Prendendo in considerazione:

  1. La stretta collaborazione dei militari Usa con l’esercito honduregno manifestato per l’addestramento e gli esercizi comuni;
  2. Il ruolo della base militare Soto Cano, ora sotto il controllo del colonnello Richard A. Juergens, il quale era il Direttore delle Operazioni Speciali durante il sequestro nel febbraio 2004 del Presidente haitiano Jean-Bertrand Aristide;
  3. Che il capo dello Stato Maggiore dell’Esercito honduregno generale Romeo Vasquez è stato addestrato nella Scuola delle Americhe degli Usa;
  4. Che il segretario aggiunto di Stato Thomas A. Shannon Jr. e l’ambasciatore degli Usa in Honduras, Hugo Llorens erano perfettamente informati dei conflitti che avrebbero portato al golpe militare.

Concludiamo che il governo degli Usa ha responsabilità nel golpe ed è obbligato ad esigere che l’esercito honduregno ritorni all’ordine costituzionale evitando azioni criminali contro il popolo honduregno.

Per tanto insistiamo, in nome della pace nella regione, che il presidente Barack Obama tagli immediatamente ogni aiuto e ogni relazione con l’esercito dell’Honduras e sospenda tutte le relazioni con il governo de facto dell’Honduras fino a quando il Presidente costituzionale non sia ritornato al suo posto.”
In sintesi, il curriculum statunitense in Honduras mostra quanto sia difficile avere fiducia nei suoi disegni democratici nella regione. Forse, il ritorno dei sandinisti e dei rivoluzionari  salvadoregni al governo dopo anni di brutale repressione nei propri paesi ha insegnato qualcosa alla diplomazia statunitense, anche se vacillante nel condannare definitivamente il golpe honduregno.
La stampa internazionale esprime queste titubanze chiamando Zelaya “deposto” ed il golpista Roberto Micheletti Presidente “ad interim”; definendo la consulta on vincolante, una proposta di Zelaya per creare una Costituente, “referendum” al fine di perpetuarsi nel potere. Cose che non si sono sentite a proposito del presidente assassino della Colombia che vuole il terzo periodo presidenziale, né si sono sentite a proposito delle pretese di rielezione di Fujimori, Menem o Fernando Henrique Cardoso.
Tutto ciò, incluse le dichiarazioni della Segretaria di Stato Hilary Clinton sul necessario rispetto delle istituzioni honduregne che hanno accordi con gli Usa, ci mostrano che esistono divergenze nel governo Usa. Con l’incredibile appoggio internazionale su cui conta il presidente Zelaya si sta tentando di obbligarlo ad una negoziazione spuria con i golpisti. Fino ad oggi la giustizia venezuelana non accetta la definizione di colpo di stato per quello che realizzarono i suoi gorilla locali nel 2002. Immaginate quello che vanno a proporre in Honduras…

Zelaya ed il popolo honduregno hanno molte difficoltà davanti ma non devono intimorirsi di fronte a queste. Non hanno nessun motivo per abbassare la testa di fronte ai mercenari e ai suoi capi, né di fronte ai golpisti che sono disprezzati dall’intera umanità, nonostante gli appoggi aperti o mascherati dei grandi media di comunicazione.
– Theotonio Dos Santos, Presidente della Cattedra y Red sobre Economía Mundial y Desarrollo Sostenible de la UNESCO e la ONU.  Professore emerito della Universidad Federal Fluminense (UFF) de Río de Janeiro. Fonte: http://theotoniodossantos.blogspot.com

da Americalatina en Movimiento  (trad. dal Castigliano Ciro Brescia)

Azione Urgente Internazionale: Esecuzioni extragiudiziali all’aereoporto di Tegucigalpa in Honduras

Posted in America Latina, Politica with tags , , , , on luglio 7, 2009 by Maria Rubini
Città del Messico,  5 luglio 2009
AZIONE URGENTE INTERNAZIONALE: Esecuzione extragiudiziale evvenuta nell’aereoporto internazionale di Tegucigalpa in Honduras
Alberto Brunori
Rappresentante in Messico dell’Ufficio dell’Alto
Commissariato delle Nazioni Unite
per i Diritti Umani
Santiago Cantón
Segretario Esecutivo della CIDH
Navanethem Pillay
Alto Commissariato dell’ONU
Ai Governi e ai popoli del Mondo
La Lega Messicana per la Difesa dei Diritti Umani A.C. (Limeddh), La Fondazione Diego LuceroA.C., il Comitato dei Diritti Umani di las Huastecas e Sierra Orientale (CODHSSO), l’Associazione dei Familiari dei Detenuti Scomparsi e Vittime delle Violazioni dei Diritti Umani in Messico (AFADEM-FEDEAM), il Centro dei Diritti Umani Coordinatrice  28 Maggio A.C., l’Associazione dei Diritti Umani dello Stato del Messico (ADHEM), l’Associazione per la Difesa dei Diritti Umani e l’Uguaglianza di Genere (ADDHEG), la Rete Universitaria dei Monitori  dei Diritti Umani (RUMODH) ,l’Associazione Nazionale di Avvocati Democratici (ANAD), il Centro Nazionale  della Comunicazione Sociale (CENCOS) con domicilio postale nella Calle Tehuiztitla 1era cerrada n. 44 Col. Los Reyes Del. Coyoacan, C.P. 04330 Mèxico D.F. con numero telefonico e fax 56108790 mail denuncias.limeddh@gmail.com sollecita il vostro intervento urgente per l’esecuzione extragiudiziale avvenuta nell’aeroporto internazionale di Tonkontin in Honduras, per mano dei militari golpisti.
FATTI:
Il giorno  5 luglio del 2009, domenica, elementi dell’esercito dell’ Honduras hanno sparato contro un gruppo di cittadini hondureñi, giustiziandone due, uno dei quali minorenne e lasciando un numero  significativo di feriti, oltre ad aver evitato l’atterraggio dell’aereo che conduceva il presidente e una delegazione internazionale a capo della quale c’era il Segretario Generale della OEA, motivo per la quale si trovavano i civili giustiziati in quel luogo.
Il contesto nel quale avviene questa azione è dovuto all’arrivo del presidente dell’Honduras, Manuel Zelaya, a seguito del colpo di Stato realizzato dalle Forze Armate hondureñe e da settori ultraconservatori rappresentati dal Congresso Nazionale e dal Potere Giudiziario di tale  nazione, domenica 28 giugno  del 2009 contro il Presidente Costituzionale José Manuel Zelaya Rosales, che è stato  sequestrato e trasferito  alla Repubblica del Costa Rica violentando così la vita democratica del popolo hondureño.
Per quanto sopra sollecitiamo:
  1. All’Organizzazione delle Nazioni Unite, all’Organizzazione degli Stati americani, così come ai governi del mondo, che condannino questi delitti contro l’umanità e contribuiscano a che l’esercito deponga le armi nella comprensione che  che la sovranità degli stati non permette la violazione dei diritti umani.
  1. Alla diplomazia dei governi del mondo e alle organizzazioni multilaterali, dimostrare il loro  impegno per il rispetto dei diritti umani e le libertà fondamentali in qualsiasi parte del mondo affinchè i militari e quelli che detengono il potere di fatto in Honduras siano isolati e si dimettano.
  1. La soluzione di questo conflitto mediante il dialogo e non mediante l’uso della forza.
  1. Si chiede al Governo degli Stati Uniti d’America una posizione chiara rispetto ai fatti avvenuti in Honduras e che  metta a disposizione la sua diplomazia.
  1. Rispetto al legittimo ultilizzo dell’organizzazione politica da parte del popolo hondureño come mezzo di difesa dei suoi diritti fondamentali, riconosciuti a livello internazionale.
  1. Rispetto all’integrità fisica, psicologica e giuridica del popolo hondureño.
  1. Rispetto ai Trattati dei  Diritti Civili e Politici e ai Trattati  Internazionali ratificati dall’Honduras.
  1. In maniera generale conformare  le azioni a quanto disposto dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e ai Trattati e Convenzioni Internazionali sui Diritti Umani e riferenti al rispetto della libertà di espressione , diritto alla manifestazione e libera circolazione ratificati dall’Honduras.
Per le organizzazioni:
Adrián Ramírez López
Presidente della Limeddh
Navanethem Pillay
Alta Comisionada de las Naciones Unidas para los Derechos Humanos
Oficina del Alto Comisionado para los Derechos Humanos
Palais des Nations, 8-14 avenue de la Paix, CH 1211 Ginebra 10, Suiza
Tel: +41 22 917 9000
InfoDesk@ohchr.org / civilsocietyunit@ohchr.org
Alberto Brunori
Representante en México de la oficina del Alto Comisionado de las Naciones Unidas para los
Derechos Humanos
Alejandro Dumas #165, Col. Polanco Delegación Miguel Hidalgo, C.P 11560, México D.F Tel:(52 55)5061-
6350 Fax: 5061-6358
oacnudh@ohchr.org
Sr. Santiago Cantón
Secretario Ejecutivo de la Comisión Interamericana de Derechos Humanos
1889 F Street, N.W. Washington, D.C., 20006 U.S.A.
Tel: 202-458-6002 Fax: 202-458-3992
cidhoea@oas.org
copia a : denuncias.limeddh@gmail.com