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Lettera aperta di un sacerdote arabo siriano al Presidente Francois Holland

Posted in Politica with tags , , , on agosto 6, 2012 by Maria Rubini

Non vorrei turbare la Sua gioia e quella dei Suoi elettori derivanti dal Suo recente successo alle elezioni presidenziali né soprattutto le speranza dei Francesi, ora che Lei è, per cinque anni, il Presidente della Repubblica Francese. Pertanto ho voluto ascoltare dall’inizio alla fine la Sua intervista su TV5. Ho accarezzato la vaga speranza di veder mutare definitivamente la politica da circo del Suo buffonesco predecessore.

Ascoltando l’intervista mi sono però subito interrogato sulla fondatezza delle mie aspettative ed ho dovuto rapidamente disilludermi. Sono rimasto sbalordito davanti al Suo aspetto di bravo ragazzo mentre si permetteva di esprimere, su tutto e su tutti, giudizi perentori, privi di sfumature ed esitazioni. Ma quando ho sentito parlare della Siria e del suo Presidente, ho avuto la sensazione di udire la medesima voce dei Maestri che hanno tramato perché Lei giungesse al posto che ricopre, all’unico scopo di condurre in porto il progetto di distruzione della Siria, che il Suo predecessore è stato incapace di realizzare. E questo alla prima apparizione in TV! Mi aspetto fermamente il prossimo disincanto dei Francesi. Per conto mio, da vecchio conoscitore della Francia e dei Francesi, mi sono sorpreso a dirmi: che fine dalla scomparsa del Generale De Gaulle!

Signor Presidente, prima di proseguire vorrei segnalarLe una coincidenza storica che Lei senza dubbio ignora; in caso contrario avrebbe evitato di farsi intervistare proprio il 29 maggio! In effetti c’è un altro 29 maggio durante il quale la Francia si è disonorata: si tratta del 1945. In quel giorno la Francia “mandataria” si è permessa di bombardare il Parlamento Siriano a Damasco, permettendo poi che i suoi soldati di colore assassinassero ventinove poliziotti presenti. Lo sapeva?

Signor Presidente, non è tempo per la Francia e per tutti Voi riflettere una buona volta su questa ignobile politica che dal 1916 – anno degli accordi tanto segreti quanto vergognosi, chiamati in seguito “accordi Sykes-Picot” – asseconda gli ordini del Sionismo, per la distruzione della Siria e del mondo arabo? Cosa c’era di più chiaroveggente e nobile, in tutta la Francia dell’epoca, delle perspicaci e chiare raccomandazioni che il signor Aristide Briand, ministro degli Esteri, diede al Console Generale a Beirut, il signor Georges Picot, in data 2 novembre 1915, in previsione di tali accordi: “Che la Siria non divenga un paese strangolato … Ha bisogno di una larga frontiera, che la renda un’entità autosufficiente”?

Di una Siria “autosufficiente”, come era già stata disegnata nel 1910 in una carta geografica emanata dallo stesso Ministero degli Affari Esteri, bisogna sapere cosa ne avvenne dopo che fu amputata a nordovest della Cilicia, a nordest della regione di Mardine, che è oggi l’attuale Iraq, di Mosul, ad ovest del Libano, a sud della Giordania e della Palestina, per essere privata nel 1939 di Antiochia e del Golfo di Alessandretta, offerti in dono alla Turchia!

Signor Presidente, c’è una domanda importante che, come cittadino arabo della Siria, devo porre a tutti i capi di Stato occidentali: “Perché avete bisogno di uccidere sistematicamente tutti i popoli arabi e musulmani?” Lo avete già fatto aizzando, nel decennio 1980-1990, l’Iraq contro l’Iran; quell’Iraq il cui sfortunato Saddam Houssein era considerato “grande amico” sia da Donald Rumsfeld che da Jaques Chirac! Seguì subito dopo l’imboscata del Kuwait, pretesto della guerra contro l’Iraq, seguita da un blocco di 13 anni che ha causato – secondo i rapporti degli stessi USA – la morte di 150.000 bambini iracheni!

Poi fu la volta della santa “guerra contro il terrorismo” in Afghanistan … Immediatamente seguita da una nuova guerra contro l’Iraq. Quanto all’immortale epopea della NATO in Libia, condotta dal generale-filosofo Bernard Henri Lévy, venne a rinnovare tali orrori, sotto il pretesto della difesa dei diritti umani. Ed ecco che da quindici mesi tutto l’occidente si accanisce contro la Siria, dimenticando una infinità di gravissimi problemi, a cominciare del conflitto arabo-israeliano, che minacciano realmente la sopravvivenza dell’umanità!

Voi praticate tutte queste tragiche politiche occidentali senza vergogna e rimorso, con la copertura di qualsivoglia falsità, doppiezza, viltà e travisamento delle Leggi e delle Convenzioni Internazionali.

Voi avete piegato ai vostri voleri queste Istituzioni Internazionali – quali le Nazioni Unite, Il Consiglio di Sicurezza ed il Consiglio dei Diritti dell’Uomo – nate soltanto per indirizzare il mondo intero verso la giustizia e la pace! Si nutre dunque, in Occidente, la stupida speranza di mettere fine in tal modo all’Islam?

I vostri pensatori e ricercatori non vi hanno fatto capire che in questo modo non fate altro che incentivare un Islam anomalo, che vi ostinate a finanziare, armare ed affiancare coi vostri agenti, dappertutto nei paesi arabi ma soprattutto in Siria?

Non vi rendete conto che questo falso Islam si ritorcerà presto o tardi contro di voi, al cuore delle vostre capitali, città e campagne?

Per tutto ciò lasciate ricordare, a me semplice cittadino siriano, che questo islam che voi armate ed aizzate contro il Mondo Arabo in generale e la Siria in particolare non ha nulla a che vedere col vero Islam, lo stesso che la Siria ha conosciuto dalla conquista araba, come anche l’Egitto e infine la Spagna.

C’è bisogno di ricordare che gli storici occidentali – tra i quali alcuni storici ebrei – hanno dovuto riconoscere che l’Islam conquistatore si è rivelato il più tollerante tra i conquistatori? O non siete piuttosto voi, capi di Stato occidentali nei loro differenti paesi, colmi d’opulenza e di “grandezza”, soltanto i vili esecutori dei progetti sionisti, da quei famigerati “accordi Sykes-Picot”, alla vergognosa “dichiarazione Balfour”, fino ai nostri giorni, e per molto tempo, si direbbe, preoccupati di fornire ad Israele tutto il sostegno possibile, palese o segreto, a tutti i livelli: politico, diplomatico, militare, finanziario e mediatico?

Certo, perché non avete esitazioni nell’assassinare e distruggere intere nazioni perché il solo Israele possa vivere e sopravvivere. In questo modo intendete porre rimedio al terribile complesso di colpa che nutrite nei confronti degli ebrei, dovuto ad un antisemitismo millenario e prettamente occidentale?

Bisogna continuare anche a prezzo della stessa esistenza di nazioni arabe e mussulmane, tra le quali gli ebrei hanno sempre condotto una vita quasi normale, fatta di cordialità e fattiva collaborazione?

Se le mie domande appaiono esagerate od oltraggiose, mi permetta di invitarLa a leggere ciò che hanno scritto sull’influenza del Sionismo negli Stati Uniti uomini come John Kennedy e Jimmy Carter e dei ricercatori coraggiosi e noti come Paul Findley, Robert Dole, David Duke, Edward Tivnan, John Meirsheimer, Stephen Walt, Franklin Lamb e soprattutto Noam Chomsky.

Per quanto riguarda l’influenza del Sionismo in Europa, mi limito alla sola Francia. Dal momento che è Sua la responsabilità, Le è permesso di dimenticare o ignorare quanto hanno scritto: Roger Garaudy, Emile Vlajki, Pierre Leconte, Régis Debray e soprattutto gli ebrei Michel Warshawshy, Stéphane Hessel, Serge Grossvak ed il Professor André Noushi.

Se per assurdo tutti questi nomi non Le dicessero nulla, mi lasci elencare alcuni nomi così noti nella stessa Israele che sarebbe disonesto ignorarli ed ignorare ciò che hanno osato dire da quaranta o cinquant’anni, alcuni molto prima della “creazione” d’Israele: Martin Buber, Albert Einstein, Yshayahou Leibowitz, Israel Shahak, Susan Nathan, Tanya Rheinhart.

Per finire, mi lasci ricordare un testo troppo noto per passare inosservato. E’ del mese di febbraio 1982. Da solo, costituisce e condensa l’implacabile diktat sionista, imposto da due dozzine d’anni a tutta la politica occidentale. Ha fatto la sua comparsa nella rivista sionista “Kivounim”, pubblicata a Gerusalemme. Si tratta d’un articolo intitolato “Strategia d’Israele negli anni ‘80” e porta la firma di Mr. Oded Yinon.

Mi basta riportarne soltanto un paragrafo, recentemente riportato in un libro intitolato “Quando la Siria si sveglierà …”, stampato a Parigi nel 2011 dall’editore Perrin. I suoi autori sono Richard Labévière e Talal El Atrache.

Vi si legge testualmente: “La spartizione del Libano in cinque province prefigura la sorte che attende l’intero mondo arabo, ivi compresi l’Egitto, la Siria, L’Iraq e tutta la penisola Araba. In Libano è un fatto compiuto. La disintegrazione della Siria e dell’Iraq in province etnicamente o religiosamente omogenee, come in Libano, è obiettivo prioritario per Israele, a lungo termine, sul suo fronte est; a corto termine, l’obiettivo è la dissoluzione militare di questi Stati. La Siria andrà divisa in più Stati, secondo le comunanze etniche, per cui la costa diverrà uno Stato scita, la regione d’Aleppo uno Stato sunnita, a Damasco un altro Stato sunnita ostile ai suoi vicini del nord, che forse si estenderà sul nostro Golan ed in ogni caso nell’Houran e nella Giordania del nord. Questo Stato garantirà la pace e la sicurezza nella regione, a lungo termine; si tratta di un obiettivo attualmente alla nostra portata.”

Signor Presidente, per finire mi lasci pregarLa di cercare di rendersi personalmente conto di quanto qui esposto e delle responsabilità che si assume prima che sia troppo tardi.

Un amico, prete francese, esperto conoscitore della Siria, Padre Jean-Paul Devedeux, ha intenzione di scriverLe oggi stesso. La sua lettera è un invito pressante che Le rivolge per una migliore conoscenza degli arabi in generale e della Siria in particolare. La posta in gioco è alta.

Si liberi del “ruolo” che altri cercano di imporLe, rendendosi libero. La Siria, “seconda patria di tutti gli uomini civili” – come ha detto un grande saggio, André Parot – e culla di tutte le civiltà, merita una visita. Non mancherà di stupirLa e di affascinarLa. Abbia il coraggio di conoscere da vicino.

Tornerà alfiere di un progetto di politica nuova, chiaroveggente e giusta, fatta di umano equilibrio, che poggia sui diritti ed i doveri di tutti verso tutti! La vita, la libertà e la dignità sono per tutti!

Nuovo Presidente della Francia, Le suggerisco di prendere l’iniziativa. Lei non potrà essere perdente come in questo momento, e lo sarà ancora di più domani se si volterà dall’altra parte.

Signor Presidente, riponendo in Lei le mie speranze, La saluto rispettosamente

Pr. Elias Zahlaoui – Chiesa Notre Dame di Damas Koussour – Damasco

Censura: Giordano Bruno e i finti eretici della tivvù

Posted in Politica, Società with tags , , on febbraio 18, 2012 by Maria Rubini
Il 17 febbraio 1600 il frate domenicano finiva al rogo. Oggi i martiri del potere alla peggio vanno a Sanremo. Non siamo mai stati così confusi e infelici. Eretici (o aspiranti tali) e censurati. E alla fine, ammettiamolo, ce la tiriamo un po’ tutti da Giordano Bruno, filosofo del quale ricordiamo a stento il rogo a Campo dei Fiori, esattamente 412 anni fa, il 17 febbraio 1600. 
Ma mentre questo eretico vero, fece davvero tremare la Chiesa introducendo il tema dell’infinità – o infinitezza – dell’universo, oggi, agli eretici di mestiere il peggio che può capitare è finire a Sanremo.

Oggi è l’eretico a scagliare anatemi

Viviamo nella confusione. Tra espressione e informazione, comunicazione e giornalismo, diritto soggettivo e funzione etica. E ci sentiamo ossessivamente controllati, imbavagliati, spiati. Bersagliati da mille occhi ma, nel nome della democrazia, scendiamo in piazza coi cartelli «intercettateci tutti». Vogliamo una Rete libera, ma libera veramente. E non ci preoccupiamo che un web fuori controllo possa stritolare soprattutto i più deboli, ingenui e inesperti.
I NUOVI TOTEM. Poi c’è la colata lavica di blog e di forum che è quasi sempre rassicurante, conformista. Certi totem e tabù del politicamente corretto resistono, quelli non si sfiorano, chi li tocca muore.
Viviamo in un’orgia di trasgressione organizzata, innocua e possibilmente indolore. Vogliamo, per dirla con Carmelo Bene, «fare la rivoluzione scortati dai carabinieri».

OSSESSIONATI DAL CONTROLLO. Quando poi qualcuno ha da ridire su ciò che sosteniamo allora si grida prontamente alla censura. Una parola talmente inflazionata che oggi ha perduto ogni consistenza. Tanto che c’è chi, su un martirio discutibile, ha costruito carriere, sfidando padre Pio sul dono dell’ubiquità. Non che l’abitudine a silenziare, intendiamoci, sia passata: non passerà mai, finché ci sarà un potere.
Invece, oggi, quando scatta davvero, assume le forme più sfumate della rappresaglia mediatica o virtuale, che servono a mettere l’eretico di turno sulla lista nera. Trasformandolo, appunto, in un martire.

IL RIBALTAMENTO DEI RUOLI. A beatificazione avvenuta, basta prendersela con due o tre mammasantissima e ti ritrovi chiuse tutte le porte che contano, perché i santini, sempre quelli, sono dappertutto, presidiano tutto. C’è addirittura qualche martire, notoriamente scomodo, che se osi contraddirlo fai la fine del povero Aldo Grasso, in un curioso ribaltamento dei ruoli: è l’eretico che scaglia anatemi, via servizio pubblico.

Condannato per l’eroico furore

Giordano Bruno, invece, fu un fuggiasco per tutta la vita, condannato dal suo stesso rifiuto di rimangiarsi la sua idea. Questo eretico vero, questo ribelle che osava sostenere una pluralità di mondi, non aveva un posto dove nascondersi per sfuggire ai suoi cacciatori, e trovare un editore così coraggioso da pubblicare le sue opere. Italia, Ginevra, Tolone, Parigi. Più si spostava, e più veniva braccato.
BRUNO E LE VERE CENSURE. Ecco, la vera censura. Un nobile veneziano, Giovanni Mocenigo, si offrì di ospitarlo. Poi lo denunciò all’Inquisizione che di Bruno si lavò le mani, trasferendolo a Roma, dove furono assai meno comprensivi.
Otto anni di galera dura, un processo interminabile. Neanche il cardinale Bellarmino riuscì a piegarlo, e alla fine non restò che la frase di rito: «Sia punito con la massima indulgenza e senza effusione di sangue».

IL ROGO PURIFICATORE. La Chiesa fu di parola: le fiamme asciugano, inceneriscono, non sporcano. Poteva il clero risparmiare uno che sosteneva che il centro dell’universo era dovunque e che la sua circonferenza in nessun luogo, travolgendo persino Aristotele, la sua distinzione tra sostanze terrene e dimensioni celesti? Dal suo punto di vista, no, all’epoca non poteva.

I TIMORI DELLA CHIESA. Il panteismo neoplatonico di Giordano Bruno era gravido di insidiose conseguenze per lo stesso cristianesimo: tanto per cominciare, lo inghiottiva. Per non parlare del suo «eroico furore» verso la natura, un amore caldo, emotivo, ansioso di un infinito che «corre dove non può arrivare, si stende dove non può giungere, e vuol abbracciare quel che non può comprendere».

SEGNALI DI PROTOROMANTICISMO. C’era già nelle parole di Bruno l’embrione del romanticismo. Quegli eroici furori condannarono il frate domenicano alla fine che egli accettò di subire con una frase rimasta celebre: «Tremate più voi che mi condannate anziché io che devo subire la sentenza».
E pensare che oggi, gli eretici di professione alla peggio guadagnano centinaia di migliaia di euro sproloquiando per un’ora dal palco fiorito dell’Ariston.

 
 di Massimo del Papa
<!–staff —>

La nuova Chiesa “tutto compreso”

Posted in Società with tags on febbraio 9, 2012 by Maria Rubini
La Chiesa ha riconosciuto nel Cammino un particolare dono che lo Spirito Santo ha dato ai nostri tempi e l’approvazione degli Statuti e del “Direttorio Catechetico” ne sono un segno. Vi incoraggio ad offrire il vostro originale contributo alla causa del Vangelo.

Poco fa vi è stato letto il Decreto con cui vengono approvate le celebrazioni presenti nel “Direttorio Catechetico del Cammino Neocatecumenale”, che non sono strettamente liturgiche, ma fanno parte dell’itinerario di crescita nella fede. E’ un altro elemento che vi mostra come la Chiesa vi accompagni con attenzione in un paziente discernimento, che comprende la vostra ricchezza, ma guarda anche alla comunione e all’armonia dell’intero Corpus Ecclesiae.


Queste parole, insieme a diverse altre, ovviamente, sono state pronunciate da Benedetto XVI il 20 gennaio del 2012, alle ore 11,30, nell’aula Paolo VI, dove ha ricevuto in udienza i membri del Cammino Neocatecumenale.

Non è nostra intenzione giudicare le parole del Papa, ma come semplici fedeli abbiamo il dovere di capire cos’egli intende affermare quando si esprime pubblicamente, in una udienza ufficiale.

In questa occasione il Papa, pur non parlando in termini infallibili, ci fa conoscere una verità direttamente legata allo Spirito Santo e come tale riconosciuta ufficialmente dalla Chiesa: il Cammino Neocatecumenale.

Se ne deduce che da oggi il Cammino è degno di rispetto e di venerazione in quanto “dono dello Spirito Santo”.
Questa legittima deduzione ci porta a considerare che, seguendo la logica di Mons. Ocariz e del Rev. Grohe, entrambi valenti teologi appartenenti all’Opus Dei, da oggi il completo riconoscimento dell’“originale” Cammino Neocatecumenale impone ai fedeli cattolici di sentire e di esprimere il grado di adesione denominato «ossequio religioso della volontà e dell’intelletto».

A nulla valgono le mille riserve, anche pesanti e tutte documentate, avanzate nei confronti dei Neocatecumenali da migliaia di fedeli, da centinaia di sacerdoti, da tanti vescovi e perfino da alcune Conferenze Episcopali, ciò che conta è, come dice il Papa, che questa eterodossa esperienza religiosa sia stata riconosciuta come opera dello Spirito Santo e come una nuova ricchezza per la Chiesa.

Ed è proprio questo il punto dolente.

Nella nuova Chiesa voluta dal Vaticano II, non c’è posto solo per ogni incontro ed ogni accordo con tutti coloro che non sono cattolici o che credono in un altro dio o non credono ad alcun dio, ma si fa di tutto per includere in essa qualsiasi cosa che si presenti con la minima parvenza “cristica”.
Seguendo la logica edulcorata del ricercare ciò che unisce e trascurare ciò che divide, nella nuova Chiesa voluta dal Vaticano II si stabilisce la comunione con chiunque abbia sentito parlare di Cristo e ne porti con piacere qualche segno esteriore.
Ciò che conta è che si tratti di Cristo, pur al cospetto di elementi che dimostrano che non si tratta dello stesso Cristo della Chiesa cattolica, del vero Cristo.

Questo processo che tende a raccogliere e a “riunire” qualsiasi cosa a prescindere dalla sua cattolicità, ha subíto un forte impulso con l’elevazione al Soglio Pontificio del Card. Joseph Ratzinger. Secondo la sua logica, tutto ciò che si trova fuori dalla Chiesa cattolica, per sua precisa volontà e per sua libera scelta, conterrebbe elementi di ricchezza tali che la stessa Chiesa non può non accogliere e far suoi.
In tal modo, alla universalità dell’unico insegnamento di Cristo, si finisce col sostituire un insieme tanto composito e multiforme quanto informe, basta che sia suscettibile di replicazione universale.
Alla cattolicità si sostituisce la concertazione democratica, sui cui derivati il Papa, volta per volta, pone il suo sigillo autorevole, obbligando tutti i cattolici a seguirlo e ad ubbidirgli.

Quando poi certi cattolici si rifiutino di seguire questa nefasta mentalità inclusivista che finisce col trasformare la Chiesa cattolica in una sorta di cooperativa della nuova fede conciliare, ecco che, contraddittoriamente, questi cattolici non vengono riconosciuti come tali, vengono ripresi e puniti e vengono ripetutamente chiamati a condividere ciò che denunciano, sotto pena di allontanamento dalla comunione cattolica nella quale sono stati educati, sono cresciuti e continuano a difendere sull’esempio dei padri.
Una sorta di schizofrenia che si giustifica solo con la confusione imperante.

Se un cattolico o un gruppo di cattolici sentono di dover vivere la loro fede in ossequio a quanto la Chiesa ha sempre insegnato e praticato, sperimentano che questa nuova Chiesa voluta dal Vaticano II li allontana dalla comunione, dapprima moralmente e pastoralmente, in seguito, se persistono nell’errore, canonicamente.
Se un cattolico o un gruppo di cattolici sentono di dover vivere la loro fede come piace a loro, in maniera originale, inventandosi perfino nuovi riti “che non sono strettamente liturgici, ma fanno parte dell’itinerario di crescita nella fede” [nella loro fede personale – precisiamo noi!], sperimentano che questa nuova Chiesa voluta dal Vaticano II li coccola e li loda moralmente e pastoralmente, per poi, se persistono nell’errore, riconoscerli canonicamente, trattandosi di una “ricchezza” per la Chiesa.

La conclusione che se ne trae è che la nuova Chiesa voluta dal Vaticano II ha fame di nuove ricchezze e va ad annettersele ovunque si trovino e comunque si esprimano. I due casi clamorosi degli Anglicani che vengono riconosciuti come cattolici a patto che restino anglicani e dei Neocatecumenali che vengono riconosciuti come cattolici a patto che restino neocatecumenali,  rivelano una forma mentale da “tutto compreso”, pari a quella che anni fa sognava una sorta di parlamento delle religioni e per ciò stesso veniva duramente condannata dalla Chiesa. Mentalità che oggi, divenuta prevalente nella dirigenza cattolica, tende a trasformare la Chiesa Cattolica Apostolica Romana in una sorta di supermercato delle religioni, in cui si può trovare di tutto e in cui tutti possono trovare ciò che più loro aggrada, alla stessa stregua del consumatore medio della moderna società dei consumi.

Unico elemento pregiudiziale: l’accettazione del Vaticano II.

Pregiudiziale talmente importante che perfino alla Fraternità San Pio X si concede di rimanere la Fraternità San Pio X, a patto che accetti il Vaticano II, nonostante anche le pietre sappiano, da 40 anni, che tale accettazione sarebbe talmente in contraddizione con la stessa ragione d’essere della Fraternità, da equivalere al suo disfacimento, con tutto quello che ne conseguirebbe in termini di liquefazione di tutto l’ambito tradizionale cattolico.

La schizofrenia di cui dicevamo prima è quindi confermata, salvo che non si volesse considerare che, in questo caso specifico, il vero scopo della Gerarchia non sarebbe tanto la dichiarata voglia di unità, quanto il disfacimento e la liquefazione di ciò che tenacemente e cattolicamente rimane della Tradizione Cattolica.

Abbiamo detto, voglia di unità, ma forse si deve parlare più propriamente di autosuggestione, di soggiacenza ad una sorta di impulso incontrollato ad unire tutto e tutti, come se il caos dell’offerta sul mercato di ogni specie di neo spiritualità, per il semplice fatto di essere ricondotto ad una direzione unitaria facente capo al Papa, potesse trasformarsi in cosmos.
Come se il disordine diabolico diffuso oggi nel mondo, una volta posto sotto l’egida del Papa, potesse trasformarsi in ordine cristiano.

E il fine ultimo di questo trasformismo contro natura consisterebbe nella realizzazione di un mondo migliore in cui l’uomo avrebbe finalmente la possibilità di raggiungere la felicità alla luce del Vaticano II.

Fortunatamente per noi, apparteniamo al gruppo di cattolici che sentono di dover vivere la loro fede in ossequio a quanto la Chiesa ha sempre insegnato e praticato, e quindi non pensiamo neanche lontanamente di offrire il nostro «ossequio religioso della volontà e dell’intelletto» a queste iniziative volute dal Papa, e con la morte nel cuore ci vediamo costretti a dissentire dal Papa e a rifiutare di considerare cattolici i non cattolici, che vengano da fuori o che vivano all’interno della Chiesa.

Un arroccamento? Un atteggiamento di rifiuto preconcetto? Una forma di miopia intellettuale frammista ad orgoglio e unita alla mancanza di carità?

Forse questo o forse quello, o forse tutte queste cose insieme. Sappiamo bene di essere principalmente manchevoli e di gran lunga lontani da una qualche perfezione. Ma non bisogna mai dimenticare che questa è la caratteristica della quasi totalità dei fedeli e che è ad essi che bisogna ricorrere per comprendere realmente, praticamente, religiosamente, il senso e la portata delle decisioni assunte e delle azioni compiute dalla Gerarchia, Papa in testa.
E non tanto perché qui si vuole dar credito e valore alla soggettività a fronte dell’oggettività di una decisione magisteriale, quanto perché ogni pronunciamento e ogni atto del Magistero non sono elementi che si mantengono nell’empireo e che si rivolgono agli angeli, ma fattori direttamente connessi all’imperativo “conferma i tuoi fratelli” e offerti alla comprensione e alla ricezione di tutti gli uomini semplici e non delle sole menti illuminate dei prelati e dei teologi.

Prendendo spunto da questa approvazione del Direttorio Catechetico del Cammino Neocatecumenale, facciamo un piccolo esempio.

I Neocatecumenali celebrano delle messe incredibili, di cui anche noi abbiamo segnalato diversi esempi nelle nostre pagine dei “Frutti del Concilio”. Nel corso di queste “messe”, al momento della “comunione”, non sono i fedeli che si recano a ricevere quella che dovrebbe essere l’Ostia consacrata, che in questo caso è invece un pezzo di pane intinto nel vino, ma è il distributore che si reca dai fedeli, seduti al loro posto, per consegnargliela. Ebbene, questa pratica è stata confermata e approvata, salvo una “correzione”: da oggi i Neocatecumenali devono alzarsi e non rimanere seduti.
Sembra uno scherzo, ma in realtà, data l’umanizzazione e la banalizzazione del rito cattolico avvenute in questi anni, è inevitabile considerare che per la nuova Gerarchia cattolica è giusto che il fedele rimanga al suo posto, ma è necessario che si alzi, se non altro per rispetto di chi gli porta la “comunione”.
Che caspita! Siamo mica al ristorante!

Siamo corrosivi? Siamo provocatori?

Ma allora ci spieghi, la Gerarchia avallante, che ne è stato dell’adorazione dovuta a Nostro Signore presente in Corpo, Anima e Divinità dell’Ostia consacrata.
Ci spieghi perché i cattolici sono indotti, e spesso anche costretti, a non inginocchiarsi più al cospetto di Nostro Signore transustanziato.
Ci spieghi perché l’adorazione dovuta a Nostro Signore oggi passa, non per il rispetto dovuto a Dio, ma solo per la sensibilità personale o di gruppo di Tizio o di Caio.
Ci spieghi perché i cattolici sarebbero tenuti all’«ossequio religioso della volontà e dell’intelletto» nei confronti delle decisioni della Gerarchia e del Papa, e non all’ossequio nei confronti di Dio e del Suo Unigenito incarnatosi e immolatosi per la loro salvezza una volta per tutte e insieme tutte le volte che si rinnova il Suo Sacrificio nella Santa Messa Cattolica, da Lui voluta e dai suoi ministri celebrata ogni giorno in tutto il mondo.
Che qualcuno ci spieghi l’equivalenza tra un comportamento rituale millenario e la sua negazione, ormai sempre più coperta dai decreti del Vaticano.

Tutto questo è possibile solo se si considera un valore il cosiddetto “pluralismo”, solo se lo si considera una ricchezza, solo se si è giunti a convincersi che la realtà odierna, dove ognuno fa quel che gli pare subordinando Dio e la Sua Religione alle proprie “sensibilità” personali o di gruppo, sia ispirata dallo Spirito Santo e non dall’angelo ribelle.

Ora, se si riflette appena un po’ su questa triste realtà, si comprende come sia inevitabile che la moderna Chiesa conciliare abbia in vista una soluzione della crisi che l’attanaglia, basata sulla “inclusione” di ogni differenza, indipendentemente dall’aspetto qualitativo di essa. Se il valore sta principalmente nell’esistenza della differenza stessa, è logico che non serve più approfondirla qualitativamente, basta semplicemente “includerla” con le altre in un unico contenitore “chiesa”.
Se poi ci fossero realmente delle grandi differenze qualitative, si ritiene che sarebbe inevitabile che quelle più eccelse influenzino le altre, trasformando, come dicevamo prima, il caos iniziale in nuovo cosmos.

Si tratta della vecchia, ma sempre virulenta, presunzione illuminista, in base alla quale a fronte di una tesi e di un’anti-tesi, ecco che magicamente si giunge ad una sin-tesi, la quale non è il superamento di entrambi, ma una sorta di convivenza di entrambi: la realizzazione di continui successivi “arricchimenti”, dove non è più importante il punto di partenza, o il “principio”, ma il sempre mutevole punto di arrivo.

Volendo usare termini diversi, si tratta di una nuova forma di sincretismo, dove alla realtà del valore di un elemento si è giunti a sostituire l’irrealtà dell’elemento stesso, al valore qualitativo di un dato la sua portata quantitativa, tale che l’oggettività dei primi viene sostituita dalla soggettività dei secondi.

Con un esempio si potrebbe dire che posta l’esistenza della Messa tradizionale, fondata sul comando trasmesso da Dio agli Apostoli, e la pari esistenza delle “messe” moderne, basate sul “carisma” personale dei diversi gruppi di fedeli, non è la valutazione del valore cattolico di ognuna che deve tenersi in conto, ma la loro semplice esistenza, così che mettendole tutte una accanto all’altra, la Messa tradizionale, oggettivamente vera, dovrebbe finire con l’influenzare le altre, vere soggettivamente. Dimenticando che la verità della prima, per la natura stessa della verità, non ammette la compresenza della mancanza di verità delle altre, anzi la esclude, mandando all’aria tutto il castello di carte.

Il voler insistere su questa impossibilità comporta un mascheramento della verità, fino al suo occultamento, a favore della sensibilità umana che si appaga di se stessa: sembrerebbe che ci sia ancora la Messa vera, ma essa è solo latente, non più vivente, diventa solo un concetto pensato e smette di essere una realtà vissuta.
Un processo di avvilimento e di umanizzazione che si estende inevitabilmente ad ogni ambito della vita religiosa: dalla liturgia, alla pastorale, alla dottrina. La Tradizione tutta intera diviene allora un’idea in evoluzione, perdendo la connotazione essenziale di idea guida, di principio.
Staccata da quest’ultimo, alla Religione Cattolica rimane solo l’esperienza vitale, assurta a paradigma di ogni aspetto della vita religiosa e di ogni capacità di valutazione del mondo circostante.
Non più la religione di Dio che plasma l’esperienza umana su questa terra, ma quest’ultima che plasma una religione a misura d’uomo, a misura dell’uomo moderno.

di  Giovanni Servodio

Religiosi a pane e acqua

Posted in Società with tags , , , on giugno 4, 2011 by Maria Rubini

Carissimi sacerdoti, missionari(e) e religiosi(e).

Ci stanno rubando l’acqua!

Come possiamo permettere che l’acqua, nostra madre, sia violentata e fatta diventare mera merce per il mercato? Per noi cristiani, l’acqua è un grande dono di Dio, che fa parte della sua straordinaria creazione e non può mai essere trasformata in merce.
«Dammi da bere», chiede un Gesù, stanco e assetato, alla donna samaritana, nel Vangelo di Giovanni (4,7), letto durante la Quaresima in tutte le chiese cattoliche del mondo. «Dateci da bere!», gridano oggi milioni di impoveriti.
In un pianeta dove la popolazione sta crescendo e l’acqua diminuendo per il surriscaldamento, questo “dateci da bere” diventerà un grido sempre più angosciante. Nei volti di tutti gli assetati del mondo, noi credenti vediamo il volto del povero Cristo, che alla fine dei tempi di dirà: «Ho avuto sete e non mi avete dato da bere» (Mt 25,42).
L’Onu afferma che, entro la metà del nostro secolo, 3 miliardi di esseri umani non avranno accesso all’acqua potabile. È un problema etico e morale di dimensioni planetarie, che ci tocca direttamente. Di fatto, per noi cristiani l’acqua è sacra, è vita, è la madre di tutta la vita sulla terra; l’acqua ha un enorme valore simbolico e sacramentale.
Papa Benedetto XVI, nella sua enciclica Caritas in Veritate, ha affermato: «Il diritto all’alimentazione, così come quello all’acqua, rivestono un ruolo importante per il conseguimento di altri diritti, a iniziare, innanzitutto, dal diritto primario alla vita. È necessario, pertanto, che maturi una coscienza solidale che consideri l’alimentazione e l’accesso all’acqua come diritti universali di tutti gli esseri umani, senza distinzioni né discriminazioni» (37).
Nel Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa si afferma: «L’acqua, per la sua stessa natura, non può essere trattata come una mera merce tra le altre e il suo uso deve essere razionale e solidale… Il diritto all’acqua, come tutti i diritti dell’uomo, si basa sulla dignità umana, e non su valutazioni di tipo meramente quantitativo, che considerano l’acqua solo come un bene economico. Senza acqua la vita è minacciata. Dunque, il diritto all’acqua è un diritto universale e inalienabile» (485).
Il segretario della Conferenza episcopale italiana, mons. Mariano Crociata, durante il convegno ad Assisi su “Sorella Acqua” (aprile 2011) ha affermato: «In questo scenario, conservano tutto il loro peso i processi di privatizzazione, che vedono poche multinazionali trasformare l’acqua in affare, a detrimento dell’accesso alle fonti e quindi dell’approvvigionamento, con conseguente perdita di autonomia da parte degli enti governativi. Il tema va affrontato dalla comunità internazionale, per un uso equo e responsabile di questa risorsa, bene strategico – l’oro blu! – attorno al quale si gioca una delle partite decisive del prossimo futuro. Richiede un impegno comune, che sappia orientare le scelte e le politiche per l’acqua, concepita e riconosciuta come diritto umano, come bene dalla destinazione universale (…). A dire quanto queste problematiche tocchino la sensibilità comune, la Corte costituzionale ha ammesso a referendum due quesiti, sui quali il popolo italiano sarà chiamato a esprimersi nel prossimo mese di giugno».
Come cristiani, non possiamo accettare la Legge Ronchi, votata dal nostro parlamento (primo in Europa) il 19 novembre 2009, che dichiara l’acqua come bene di rilevanza economica. Il referendum del 12 e 13 giugno sarà molto importante per bloccare questo processo di privatizzazione dell’acqua e per salvare l’acqua come un grande dono per l’umanità.
Scendiamo in piazza!
Come hanno fatto i monaci in Myanmar (ex Birmania) contro il regime che opprime il popolo.
Invitiamo, quindi, i sacerdoti, le missionarie e i missionari, i consacrati e le consacrate a trovarsi in Piazza San Pietro, a Roma, giovedì 9 giugno alle ore 12, per fare un grande digiuno.
Venite con i vostri simboli sacerdotali e religiosi, ma anche con i vostri manifesti pastorali, per gridare a tutto il popolo italiano: “Salviamo l’acqua!”.
Padre Adriano Sella e padre Alex Zanotelli

 

Per chi vuole dare la propria adesione all’iniziativa: inviare un’email a adrianosella@virgilio.it o forum@nigrizia.it
Per informazioni: 346 2198404

 

LISTA DEGLI ADERENTI E SOSTENITORI

 

Programma per il digiuno del 9 giugno in piazza San Pietro (Roma)

– ore 12.00: inizio del digiuno con una preghiera e un canto
– ore 12.00-14.00: digiuno e silenzio
– ore 14.00: tutti in cerchio e con le mani unite, si conclude con la preghiera del Padre Nostro

Ci sarà un grande striscione da porre nel mezzo con la seguente scritta: “Signore, aiutaci a salvare l’acqua!”.


NB: Sono invitati a partecipare al digiuno a Roma (nella piazza di S. Pietro) solamente i sacerdoti, le suore e i religiosi. Vuole essere un evento simbolico di mobilitazione dei sacerdoti e religiosi/e, sulla scia dei monaci tibetani (vedi appello). Chiediamo ai laici di non venire in piazza San Pietro, ma di sostenerci da casa. Grazie.

 

La Cassandra di Siena che strigliava i potenti

Posted in Politica, Società, Uncategorized with tags , , on aprile 27, 2011 by Maria Rubini

Prendiamo una ragazzina qualunque, che nessuno ha mai sentito nominare; la figlia, diciamo, di un piastrellista, o di un piccolo industriale tessile, che a casa ha litigato coi suoi perché voleva una stanza tutta per sé, mentre loro, trovandola un po’ strana e sapendo che l’adolescenza è un’età difficile, preferiscono tenerla d’occhio e farla dormire con le sorelle. Una ragazzina magra come uno scheletro che si fa urlar contro dalla madre perché non vuole mangiare, e piange ogni volta che la costringono a farlo, sprofondando lentamente nell’anoressia.

Supponiamo, anche, d’essere in una famiglia di brava gente piena di buon senso e aliena dagli eccessi; e immaginiamo che la ragazzina, oltre a non mangiare, dichiari che non avrà mai un ragazzo e viva assorta in un suo mondo fantastico, e che un bel giorno si metta in testa di tagliare i capelli cortissimi e coprirli con il chador: a costo di litigare, di nuovo, furiosamente con i genitori, che preferirebbero vederla uguale a tutte le altre.

Caterina da Siena era una ragazzina così, tale e quale. Viveva, però, nel Medioevo: e dunque in un mondo dove l’anoressia non l’aveva ancora diagnosticata nessuno, i disturbi dell’adolescenza la gente li conosceva per esperienza ma nessuno ci aveva mai riflettuto, e c’era poca comprensione per una ragazzina ribelle, per quanto i genitori le volessero bene e si rattristassero di doverla trattare con severità.

In compenso, però, era un mondo attento a spiare le persone eccezionali, a individuare chiunque si comportasse con plateale disprezzo delle regole borghesi, e a chiedersi se lo faceva per tentazione del diavolo, o per ispirazione di Dio. Nel primo caso erano guai; ma quando l’eccezionalità di un uomo o d’una donna costringeva a riconoscere che quella persona era stata toccata da Dio, in quel mondo medioevale che pure era pieno di politicanti senza scrupoli, di cinici uomini d’affari, di raffinati intellettuali e di anticlericali sfegatati, succedeva qualcosa che nel nostro mondo d’oggi sarebbe impensabile: tutti quanti, umili e potenti, stavano ad ascoltarla a bocca aperta e con le lacrime agli occhi.

Caterina era di quel mondo e si convinse che Dio le parlava, ma non solo: Dio voleva che lei, a sua volta, parlasse in suo nome. Prima i genitori di Caterina, poi tutta la contrada di Fontebranda, poi tutta Siena, poi tutta l’Italia seppe di lei, e cominciò ad attendere con ansia le sue parole. San Paolo si rivoltava nella tomba: non aveva scritto chiaramente e ripetuto più volte, in modo tale da non poter essere frainteso, che la donna deve star zitta nella chiesa, e star zitta davanti agli uomini, e non ha il permesso d’insegnare?

Ma Caterina era una che sapeva quel che voleva, e quando diceva “voglio” finiva sempre per ottenerlo: non s’era piegata davanti al papà e alla mamma, ai fratelli, alle sorelle e alle cognate coalizzati contro di lei, non si sarebbe piegata neanche davanti a Saulo di Tarso, se l’avesse incontrato. E così la figlia del piccolo imprenditore cominciò a scrivere, o meglio a dettare, perché non era andata a scuola e non sapeva scrivere!, e non smise più.

Prima che l’anoressia l’ammazzasse davvero, nel 1380, a poco più di trent’anni, dettò quasi quattrocento lunghe lettere, contando solo quelle giunte fino a noi. Scriveva ai destinatari più diversi: a conoscenti del suo stesso ambiente sociale, a padroncini di bottega e alle loro mogli, a frati e badesse, ma anche, come se niente fosse, a priori e podestà delle città toscane, a Bernabò Visconti signore di Milano, al re di Francia, ai cardinali, al papa. Erano lettere infuocate d’entusiasmo religioso, concitate esortazioni a fare il bene, a pentirsi del male commesso. Erano lettere pubbliche, di cui circolavano copie, che la gente discuteva al mercato o alla taverna. Ed erano lettere che parlavano chiaro: più i loro destinatari erano altolocati, più sudavano freddo quando ne ricevevano una.

All’arcivescovo di Pisa scrisse che il dovere di chi governa la Chiesa è di denunciare le colpe di cui viene a conoscenza, e non di tenerle nascoste; non deve fare come i medici che imputridiscono le piaghe a forza di unguenti, ma come quelli che hanno il coraggio di cauterizzare: «Non più unguento, per amore di Dio! Usate un poco la cottura», e soprattutto: «Non fate vista di non vedere». A un cardinale scrisse rimproverandogli negligenza e mancanza di carità, lo invitò a svegliarsi («Or non più dunque dormite, Padre») e gli ricordò di passaggio che se continuava così si sarebbe dannato. A papa Gregorio XI disse d’aver saputo che aveva nominato nove nuovi cardinali, e gli ricordò gelidamente che doveva cercare di nominare uomini onesti, altrimenti era peggio per tutti: «Non ci maravigliamo poi, se Dio ci manda le discipline e i flagelli suoi!». Già che c’era, spiegò al papa che quando erano in gioco nomine importanti bisognava dimenticarsi di amici e parenti, e dei propri interessi privati. Più tardi, visti confermati i suoi peggiori timori dal comportamento di quei cardinali, riscrisse al papa per invitarlo a fare pulizia, a liberare la Chiesa dal fetore di quei ministri corrotti, e a sostituirli con uomini di cui non ci si dovesse vergognare.

Ma non ce n’era soltanto per le autorità religiose. Ai governanti del comune di Firenze, che da gran tempo parlavano della necessità di riforme, scrisse che non sarebbero riusciti a fare nessuna riforma finché pensavano solo agli interessi personali, e assegnavano le cariche in base alle clientele anziché all’utilità collettiva. Ai governanti di Siena scrisse una lettera di fuoco rimproverando la giustizia politicizzata che inquinava la loro città, dove le sentenze non si davano in base alla ragione e al torto, ma per favorire interessi e aiutare gli amici, dove i potenti erano sempre assolti e s’infieriva solo con i poveri diavoli. E in innumerevoli lettere tornò ad ammonire duramente un ceto politico in cui tutti miravano alle poltrone per il proprio tornaconto e non per quello collettivo, e tutti erano pronti a piegarsi dove tirava l’aria, dondolando di qua e di là come foglie, «non uomini d’azione, ma del vento».

Intendiamoci: le lettere di Caterina non cambiarono nulla, o ben poco. Cardinali di Avignone e priori delle città toscane continuarono a fare gli interessi propri e dei comitati d’affari che li sostenevano, a piazzare uomini in base ai favori da restituire e non alle qualità o ai meriti, la giustizia continuò ad essere politicizzata e su tante cose chi doveva far pulizia continuò a far finta di non vedere. E questo è esattamente quello che capiterebbe oggi se la figlia anoressica d’un piccolo imprenditore cominciasse a scrivere al papa, al presidente della Repubblica e magari ad Obama. Ma immaginare che la vicenda di Caterina possa ripetersi oggi non significa illudersi che una ragazza possa cambiare il mondo.

A noi basterebbe che succedesse quello che succedeva nell’Europa del Trecento: che le lettere della ragazzina arrivassero e fossero discusse, che ognuna fosse un avvenimento messo in prima pagina dai giornali, che le folle la portassero in trionfo per la strada baciandole le mani, che governi in imbarazzo le affidassero missioni diplomatiche, che le porte del Vaticano e di Palazzo Chigi, del Quirinale e della Casa Bianca si spalancassero per lei, che i potenti di questo mondo fossero costretti ad ascoltarla gravemente, ad annuire, ad arrossire, a promettere di far meglio, maledicendola in cuor loro, s’intende, ma inchiodati dall’opinione pubblica a far buon viso a cattivo gioco. In cambio, toh, saremmo perfino pronti a rinunciare a quei principi su cui è così solidamente fondata la nostra Repubblica, alla totale indipendenza di Stato e Chiesa, allo scrupolo con cui le gerarchie ecclesiastiche evitano d’ingerirsi nella vita politica del paese, e ad accettare un po’ di quell’arretratezza medioevale, per cui Caterina e i suoi contemporanei non erano ancora capaci di fare una distinzione ben netta fra politica e morale.

di Alessandro Barbero

SULLA CONTINUITÀ – L’ermeneutica del rinnovamento nella continuità, questa sconosciuta.

Posted in Società, Uncategorized with tags , , on aprile 8, 2011 by Maria Rubini

La burrasca ecclesiale connessa ai conflitti fra tradizionalisti e progressisti non accenna a placarsi ed anzi appare accentuata, dato che le posizioni papali sfuggono – e non potrebbe essere altrimenti – a questo tipo di contrapposizione. Se i progressisti non gradiscono il motu proprio “Summorum Pontificum”, i tradizionalisti rimangono perplessi per l’iniziativa di Assisi, e così via.

Spiace dover constatare che la questione dell’ermeneutica della continuità resti assoggettata a una sostanziale incomprensione, nonostante si tratti di un’indicazione magisteriale autorevole e vincolante per i cattolici, oltre che fondata sull’evidente presupposto della continuità nel tempo della vita del corpo ecclesiale, con la connessa assistenza dello Spirito Santo ai pastori.

La dialettica ecclesiale tende ad assumere forme e metodi più politici che teologici, finendo col riprodurre all’interno della Chiesa la dialettica destra-sinistra propria della modernità politica.

Molto si è detto e scritto – e giustamente – contro chi si ostina a vedere nel Concilio Vaticano II il nuovo inizio che metterebbe fine al periodo caratterizzato dalla “forma costantiniana” della Chiesa.

Bisogna tuttavia censurare anche il tradizionalismo ideologico e fondamentalista, che legge la ricchissima eredità della teologia classica con mentalità più cartesiana che aristotelica, confondendo aprioristicamente i mutamenti delle formule con i mutamenti di dottrina, o trattando i concetti teologici come se fossero idee chiare e distinte, con un approccio razionalistico e per nulla affine a quello della grande scolastica medievale, per non dire dei Padri della Chiesa.

Come venirne fuori?

In primo luogo cercando di assumere un abito di umiltà, anche intellettuale, che dovrebbe essere proprio – pur nei diversi ruoli – di ogni fedele cattolico, teologi compresi.

Le dottrine infallibili o comunque irreformabili non possono essere discusse. Ma un particolare ossequio è dovuto anche al magistero ordinario. Infatti  il par. 752 del codice di diritto canonico dispone: “Non proprio un assenso di fede, ma un religioso ossequio dell’intelletto e della volontà deve essere prestato alla dottrina, che sia il Sommo Pontefice sia il Collegio dei Vescovi enunciano circa la fede e i costumi, esercitando il magistero autentico, anche se non intendono proclamarla con atto definitivo; i fedeli perciò procurino di evitare quello che con essa non concorda”.

Non è quindi possibile sbarazzarsi del consolidato insegnamento sulla libertà religiosa o sull’ecumenismo dicendo che non si tratta di dottrine infallibili: anche qualora non le si ritenga tali, esse vanno seguite lo stesso.

Neppure ci si può lamentare del fatto che gli ultimi pontefici abbiano fatto della retta attuazione del Vaticano II un punto di riferimento del loro ministero (e cosa altro avrebbero dovuto fare?).

L’ermeneutica della continuità andrebbe verificata e praticata con esercizi concreti, i quali – se rettamente condotti – dimostrerebbero che essa è sempre possibile.

Per semplificare, poniamo che io abbia una classica asserzione dogmatica A e una dottrina conciliare B, la quale sia passibile di due interpretazioni: B1, ossia un’interpretazione compatibile con A; e B2, ossia un’interpretazione non compatibile con A (ambivalenza, questa, non rara a motivo del linguaggio “pastorale” adoperato dall’ultimo Concilio e da una parte del magistero recente).

L’ermeneutica della continuità mi richiede allora di scegliere l’interpretazione B1. Non si tratta però di un’imposizione volontaristica e positivistica. Al contrario, essa presuppone sia il principio logico di non contraddizione, sia la non irrazionalità del dato rivelato, sia i principi teologici ed ecclesiologici tipici del cattolicesimo, che mirano alla salvaguardia dell’unità-continuità della Chiesa nel tempo.

Ad esempio, se io leggo il testo del Vaticano II in cui si dice che “con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo” (“Gaudium et Spes” 22) dovrò interpretarlo in modo compatibile con i concili cristologici antichi, valorizzando le implicazioni della locuzione “in certo modo”.

Quindi, nessun “pan-cristismo” antropocentrico al quale osannare, o contro il quale levare grida scandalizzate. Più semplicemente, e più cattolicamente, una maggiore e sempre più penetrante intelligenza del dato rivelato.

Si potrebbe replicare: ma se io vedo una contraddizione che mi impedisce di prestare l’assenso?

A questo proposito potrebbe soccorrere il detto di Ignazio di Loyola, secondo il quale “per essere certi in tutto, dobbiamo sempre tenere questo criterio: quello che io vedo bianco lo credo nero, se lo stabilisce la Chiesa gerarchica. Infatti noi crediamo che lo Spirito che ci governa e che guida le nostre anime alla salvezza è lo stesso in Cristo nostro Signore, lo sposo, e nella Chiesa sua sposa; poiché la nostra santa madre Chiesa è guidata e governata dallo stesso Spirito e Signore nostro che diede i dieci comandamenti”.

L’ossequio dell’intelletto, che deriva dall’accettazione di questa posizione, non rimane senza frutto, perché purifica la volontà e predispone la ragione a una più attenta considerazione della questione e consente, in ultima analisi, di diradare i motivi di perplessità che sembravano invincibili ed erano in realtà dettati da pregiudizi.

A tal fine è di aiuto la lettura di teologi che applicano questo tipo di ermeneutica, come ad esempio il cardinale Leo Scheffczyk (1920-2005), o il padre Jean-Hervé Nicolas o.p., o il padre Giovanni Cavalcoli o.p.

Ne uscirebbe rafforzata la coscienza ecclesiale e la volontà di operare – cattolicamente – “cum Petro e sub Petro”, nella straordinaria vicenda della comunicazione del messaggio cristiano ai nostri contemporanei, figli di Dio e fratelli in umanità.

di Francesco Arzillo

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Il discorso di Benedetto XVI del 22 dicembre 2005, sull'”ermeneutica del rinnovamento nella continuità” nell’interpretare i testi del Concilio Vaticano II:

> “Signori cardinali…”

Immigrati: Vescovi siciliani contro il Governo

Posted in Politica, Società with tags , , , , on aprile 7, 2011 by Maria Rubini

Le soluzioni adottate – a Lampedusa, come a Mineo, Trapani, Caltanissetta… – di fronte all’elevato numero di persone coinvolte, “ghettizzate” in grandi centri di accoglienza o tendopoli, non sono rispettose della dignità umana delle persone immigrate e non sono idonee ad una loro integrazione con il territorio, oltre che a risultare problematiche per le popolazioni locali.

Non considerando la situazione drammatica presente in quei Paesi, si rischia di portare all’esasperazione gli animi degli immigrati al fine di ottenere il loro rimpatrio e dissuadere dal partire chi è rimasto nei Paesi di origine. Gli interventi impostati su logiche di ordine pubblico non valorizzano adeguatamente le risorse del volontariato e delle istituzioni non profit e lo spirito di solidarietà delle nostre popolazioni.

Davanti al dramma degli sfollati, dei profughi e dei richiedenti asilo, i Vescovi riaffermano il valore imprescindibile della persona umana, l’impegno della Chiesa ad educare ad una cultura dell’accoglienza e ribadiscono la propria disponibilità a collaborare con gli Organismi responsabili ad alleviare i disagi degli immigrati attraverso soprattutto le Caritas diocesane, che sono pronte a

mettere a disposizione le proprie risorse umane e materiali. I Vescovi siciliani chiedono con forza che tutte le Regioni italiane si facciano carico con generosità di questa emergenza e che le Chiese europee intervengano perché tutti i Paesi del continente siano presenti in modo concreto, immediato e congruo. Essi ribadiscono la necessità che l’Europa si faccia carico di queste emergenze e non chiuda le porte al grido dei popoli in difficoltà, ma si impegni a realizzare concretamente autentiche politiche di cooperazione che potranno assicurare a tutti sviluppo e pace duratura. Al Governo e alle Istituzioni politiche d’Italia chiedono, secondo le indicazioni della Caritas e della Fondazione Migrantes, di applicare le misure di protezione temporanea a tutti coloro che sono sbarcati in questi mesi e di promuovere modalità di inserimento lavorativo più flessibili che consentano un’accoglienza che vada al di là della prima risposta.

I Vescovi, dopo aver ascoltato la relazione dell’Arcivescovo di Agrigento, mons. Francesco Montenegro, esprimono sincera e cordiale ammirazione per la testimonianza di grande generosità e il senso di accoglienza che da sempre contraddistingue la comunità lampedusana che, in una situazione difficile, ha continuato ad aprire le porte agli immigrati richiedenti aiuto. I pastori delle Chiese di Sicilia chiedono altresì che il Governo italiano tenga conto dei sacrifici compiuti da questa popolazione e mantenga le promesse fatte. I Vescovi, rilanciando gli orientamenti della Settimana Sociale dei cattolici, chiedono la rivisitazione della disciplina sulla cittadinanza, della normativa sulla ricomposizione familiare e una riforma generale della legge sull’immigrazione. Ricordano altresì che il fenomeno migratorio è ormai stabile e strutturale, e pertanto richiedono da parte dello Stato e della Chiesa una costante e rinnovata attenzione che non può fermarsi alla gestione dell’emergenza attuale.

Passaggio del documento diramato dalla Conferenza Episcopale siciliana sul problema immigrazione