Archivio per Cile

L’obbligo della memoria, il diritto alla ribellione. La storia dei mapuche, il popolo che ignora la proprietà.

Posted in America Latina, Politica with tags , , , , on settembre 7, 2009 by Maria Rubini

Jaime Facundo Mendoza Collío aveva 24 anni, era sposato e aveva un bambino di soli 4 anni. Un colpo di arma da fuoco lo ha raggiunto alla schiena durante un’occupazione di terra, il 12 agosto scorso. A sparare è stato un sottufficiale del Grupo de Operaciones Policiales Especiales (Gope) dei carabinieri cileni, un corpo d’élite addestrato nella lotta contro pericolosi criminali e terroristi. “Molto appropriato, come si nota, per reprimere azioni e mobilitazioni sociali in difesa dei diritti ancestrali del popolo mapuche”, commenta sarcasticamente Juan Jorge Faundes sulla rivista Punto Final, complimentandosi, altrettanto sarcasticamente, con il ministro dell’ Interno Edmundo Pérez Yoma e con quello della Difesa Francisco Vidal.

L’assassinio del giovane weichafe (guerriero) mapuche Jaime Facundo Mendoza Collío non è una novità. Prima di lui era già caduto Matías Catrileo, studente universitario mapuche ucciso durante l’occupazione di un fondo agricolo il 3 gennaio 2008, sempre per mano del Gope, e, ancora prima, Alex Lemun, studente mapuche di appena 17 anni, assassinato il 7 novembre 2002 dai carabinieri nell’ambito di un’azione di recupero di una terra ancestrale. “I mapuche – sottolinea Juan Jorge Faundes – sono stati vittime di un’occupazione militare (alla fine del XIX secolo) che ha usato metodi atroci (impalando donne). Sono vittime di una violenza strutturale che li ha condannati al minifondo e alla povertà (XX secolo). I culcules e cultrunes (strumenti musicali mapuche) di un popolo oppresso che esercita oggi il diritto sacro alla ribellione gridano con Isaia: ‘Qual diritto avete di opprimere il mio popolo, di pestare la faccia ai poveri?’ (3:15). ‘Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi’ (5:7). I cinque milioni di ettari usurpati varrebbero oggi 20 miliardi di dollari a prezzo di mercato. Da qui dovrebbe cominciare il dialogo. Più un indennizzo morale per danni e violenze… Riparazione politica, storica, economica e morale: il prezzo della pace”.

È questa storia di violenza – resa più atroce dalla devastazione di un mondo di bellezza e di armonia – che viene mirabilmente raccontata, sulla base della visione mitica del popolo mapuche, dal sociologo cileno Tito Tricot, direttore del Centro de Estudios de América Latina y el Caribe (Cealc), nell’articolo La antigua guerra a muerte contra el mapuche (Rebelión, 20/08), di cui di seguito ne riporto uno stralcio.

Che cos’è la proprietà?

“Io sentii la glaciale ferocia del suo sguardo – racconta l’anziano di Curarrehue – un pomeriggio di primavera in cui volli domandargli il perché di tanta crudeltà. Non vi bastano, chiesi, le vostre terre e i vostri animali? ‘Questa è la mia terra’, gridò con voce di tuono, ‘il mio quadro, la mia scultura, la mia acquaforte, il mio sacco, la mia vetrata, il mio mosaico, il mio libro aperto, il mio orgasmo cosmico. La mia proprietà’.

E cos’è la proprietà?, gli chiesi sconcertato. Mi guardò con disprezzo dalle altezze della sua ciclopica grandezza per ridere burlescamente: ‘tutto quello che non si può toccare per i secoli dei secoli, amen’. E cos’è che non si può toccare per i secoli dei secoli, amen?, indagai. Sempre con disdegno e fastidio per l’interruzione della sua siesta, rispose: ‘i boschi, la terra, i laghi, i fiumi, le montagne, il rame, l’argento, il carbone, i mari, i pesci, l’aria, gli uccelli, l’acqua, le case, i cavalli, le galline, i tacchini, gli agnelli, il grano, i piselli, le piante, le cascate, le risate, le mani, le gambe, l’amore, i denti, il ventre materno, i figli, i sogni, la morte. Tutto quello che è ricchezza o può diventare ricchezza’, elencò annoiato.

Però, dichiarai e reclamai, mentre lo guardavo fisso negli occhi, torbidi come il fiume in inverno, i più antichi degli antichi ci diedero il Meli Witran Mapureducciones, assassinii, torture, esilii, migrazioni, polizie, stragi e Paesi ignoti che piantavano le loro bandiere di seta nel cuore del Wallmapu”. perché facessimo l’amore senza fretta e, sempre senza urgenza, condividessimo i frutti della terra che erano, ci dissero, di tutti e di nessuno. Ci dissero che qui avremmo potuto costruire il nostro Mondo e il nostro Paese. E così lo costruimmo tra due oceani, senza fretta e senza alcuna proprietà, che non conoscevamo; e gli uccelli facevano il loro nido su qualunque albero, i laghi si posavano su inattesi ricoveri, mentre i fiumi fluivano ininterrottamente tra nevai, boschi e scogliere per baciare attoniti il mare, che era anch’esso il mare di tutti. E di tutti era la terra che si poteva toccare per i secoli dei secoli, amen. È la mia parola, gli dissi, e in quel preciso momento, dalla profondità della sua gola d’argento spuntarono fili di ferro, fucili, seghe, coloni, militari,

Nulla fu più uguale

Allora, nulla fu più uguale a prima e l’anziano, con la sua memoria, si rifugiò nella cordigliera, ma non poté più cacciare puma, perché lo perseguitarono, lo rinchiusero, lo imprigionarono, lo radicarono a forza e lo assassinarono in nome della civiltà. Usurparono il Paese Mapuche e polverizzarono il Mondo Mapuche in nome della ragione, della ricchezza e di quella proprietà di cui parlava il dio straniero che gridava la barbarie degli indios.

E gli indios si rifugiarono nei loro silenzi di indios per affrontare l’egoismo wingka (invasore, ndt), e nelle curve dei fiumi, nelle chiome degli alberi, nelle contrafforti della cordigliera e nel fondo del mare custodirono le proprie parole, i sogni, le memorie, gli annunci e le denunce, le virtù e le viltà, le vittorie e le sconfitte, gli amori e i disamori, i canti e i balli, i primi passi e gli ultimi. Nascosero con speciale attenzione il mapudungun, la loro lingua, e l’origine del mondo e le leggi della natura. Tutto, raccontano, in un vulcano in fiamme di cui solo i saggi conoscevano il segreto per evitare che il kimunndt) mapuche si riducesse in braci e cenere. Fu tale la loro sapienza che, nelle notti più opache, dalle loro case, dai campi e dai monti, uscivano silenziosamente uomini, donne, anziani e bambini per dirigersi al vulcano della memoria. Lì recuperavano parole, riti, nomi, storie e, soprattutto, i sogni di libertà che li mantenevano in vita mentre il wingka (conoscenza, perforava loro l’anima. I mapuche si rifiutavano di morire o di scomparire nell’ira dei venti spietati che venivano dal nord a cavallo, sui cannoni, con gli elmetti, le sciabole e le baionette, i fucili e i revolver. Che venivano dalla guerra per fare un’altra guerra: della civiltà contro la barbarie, della cilenità contro la mapuchità.

E ci chiamano terroristi

Guerra a morte, fratello, intronizzata nel Paese Mapuche occupato dalle forze armate. Guerra a morte, fratello, acquartierata nel Mondo Mapuche occupato dalla violenza cilena. E il nostro territorio usurpato lo chiamarono frontiera, quando in realtà la frontiera erano loro; ci chiamarono selvaggi quando, in realtà, i barbari erano loro. Lo chiamano conflitto mapuche, quando in realtà il conflitto è loro, che temono di riconoscere la propria indianità.

Oggi ci chiamano terroristi, quando il terrore lo seminano loro nelle comunità con le loro incursioni e violenze e gas lacrimogeni e spari e morti. Perché i cileni hanno cominciato ad assassinare mapuche nel XIX secolo, hanno proseguito nel XX secolo e hanno continuato nel XXI secolo. Matías Catrileo, Alex Lemun e Jaime Mendoza sono caduti nel nostro Paese occupato dalla forza militare. È per la proprietà che non conoscevamo, per gli alberi e le acque, i minerali, i pesci, gli uccelli. E per la terra che ci hanno dato per sempre i più antichi degli antichi a Collipulli, Temucuicui, Lumako, Neltume, Liquiñe, Lleu-Lleu, Cuyinco, Tirua, sulla costa, sulla montagna, nelle valli, che ci hanno dato per costruire il Paese Mapuche e il Mondo Mapuche. “È la mia parola, perché ci lascino in pace, e ci lascino semplicemente essere pioggia o terra o mare”, disse l’anziano di  Curarrehue che è la memoria stessa e che camminava nel sud del mondo molto prima dei cileni.

Mapuche: In Cile i diritti violati di un popolo

Posted in America Latina, Politica with tags , , , , on maggio 18, 2009 by Maria Rubini
Le violazioni accertate dei diritti umani del popolo mapuche da parte di organismi internazionali

Facendo buon viso a cattivo gioco, il Cile ha accettato le raccomandazioni di alcuni Stati membri dell’ONU e di alcune ONG rispetto al tema della violazioni dei diritti umani del popolo mapuche, promettendo entro la fine del corrente anno di dare impulso a un programma nazionale volto al rispetto di questi e realizzato in coordinazione con la società civile.
La sessione speciale dell’ONU si è tenuta martedì 12 maggio  nell’ambito della riunione dell’ Esame Periodico Universale (EPU), un nuovo meccanismo delle Nazioni Unite che ogni quattro anni esamina la situazione  di un determinato paese.
Povertà estrema, educazione, rispetto dei diritti di donne e bambini, fine della repressione,  garanzie giuridiche e  diritto alla terra. Questi i principali temi affrontati e le richieste di chiarimenti da parte di alcuni paesi membri dell’ONU,  ma sono state proposte anche raccomandazioni sul caso dei giornalisti stranieri espulsi dal paese per aver realizzato reportages sui mapuche e la revisione della legge Antiterrorista, alle quali il governo cileno deve rispondere entro il settembre del 2009.
Tuttavia rischia di trasformarsi nel solito balletto vuoto e senza senso di raccomandazioni, fatto di buone intenzioni e promesse mancate, dove tutti sanno quel che accade ma nessuno è seriamente intenzionato a fare bene la sua parte fino in fondo. E soprattutto dal quale è rimasto escluso il diretto interessato e cioè il popolo mapuche.
Se è vero che nell’assemblea dell’EPU sono state sentite numerose  associazioni per la difesa dei diritti umani e molte ONG,  è anche vero che non un rappresentate del popolo mapuche è stato invitato a partecipare.
La situazione dei mapuche in Cile oggi è talmente grave e preoccupante  che a ben poco potranno servire raccomandazioni e belle parole.
Ha a che vedere direttamente con i giochi di potere e il pinochettismo che è tutt’altro che morto e con una  presidente, Michelle Bachelet,  che sembra totalmente piegata a  poteri molto più forti di lei e che non prende ferma posizione in merito  anche perchè tra quasi un anno è in scadenza il suo mandato.
Le violazioni più gravi verso il popolo mapuche sono commesse dall’Esercito e dalla Polizia come riportato anche nella relazione del Comitato Contro la Tortura delle Nazioni Unite, nel quale si è fatto esplicito riferimento a maltrattamenti che si trasformano in veri e propri casi di tortura, all’ impunità imperante per cui chi commette le violazioni non viene mai giudicato e condannato e alla stessa legge di Amnistia per la quale non si possono giudicare le violazioni dei diritti umani commesse tra l’11 settembre 1973 e il 1988.
Le violazioni dei diritti umani contro il popolo mapuche sono commesse soprattutto durante le operazioni di perquisizione delle comunità, durante lo sfollamento forzato e durante gli interventi realizzati in occasione della riappropriazione delle terre da parte dei mapuche.
I morti e le violenze commesse sui bambini
In alcune occasioni le operazioni di polizia hanno avuto esito tragico come accadde nel 2002  con la morte del 17enne Alex Lemún Saavedra, rimasto ucciso da un colpo di arma da fuoco sparato dai Carabinieri  o di Juan Collihuín morto per lo stesso motivo nel 2006, o più recentemente per l’uccisione di Matías Catrileo,  morto durante una recuperazione di terre  il 3 gennaio 2008.
In tutti questi casi gli autori materiali di queste morti sono ancora in servizio  e nessun provvedimento è stato preso contro di essi.
Particolarmente grave è la situazione delle donne e dei bambini mapuche, i soggetti più deboli delle comunità.
Ci sono neonati, come è avvenuto ad una  bambina di appena sette mesi che è rimasta intossicata dal lancio di un lacrimogeno lanciato all’interno della sua  abitazione, che riportano gravi lesioni e traumi durante le operazioni di polizia, o  minori che raccontano di essere stati picchiati dai Carabinieri o tenuti per un’intera notte in celle umide  e fredde e senza cibo.
Bambini che raccontano di intimidazioni e minacce e altri che ricevono alla schiena o alle gambe i pallini antisommossa  o che restano completamente soli dopo l’arresto di tutta la famiglia come è avvenuto alla figlia minore della lonko (dirigente indigena) Juana Calfunao che ha dovuto chiedere asilo a Ginevra.
Il  Servizio di Salute dell’Araucania Nord, (Programma di Salute Mapuche – Dipartimento di Psichiatria, Ospedale di Angol) ha testimoniato proprio al riguardo, come  i bambini delle comunità mapuche soffrano di tutta una serie di disturbi e problemi psicologici riconducibili al conflitto territoriale e giuridico.
E’ accertato ufficialmente inoltre anche un caso di sparizione forzata, un ragazzo di 16 anni, José Huenante, è scomparso da tre anni dopo essere stato visto l’ultima volta su un’ auto dei Carabinieri. Tre di essi sono formalmente accusati del suo sequestro, ma del giovane nessuna notizia ad oggi.
I prigionieri politici
Non meno grave appare la situazione dei prigionieri politici mapuche nelle carceri cilene. In un recente comunicato dichiarano di rifiutare fermamente  “l’integrazione forzata con la società winka (occidentale) corrotta dall’individualismo” e reclamano e confermano i loro diritti sui territori originari svenduti completamente alle multinazionali dai quali sono stati cacciati per permetterne lo sfruttamento.
Lo sfruttamento delle foreste ad opera delle multinazionali del legno, la costruzione di dighe e centrali idroelettriche, di aeroporti, lo sfruttamento minerario delle enormi ricchezze del sottosuolo, sono queste le politiche che attua il  governo cileno per svendere le risorse del paese ai capitali stranieri e per la cui realizzazione  passa sopra ai diritti dei popoli nativi, decretandone  la scomparsa.
C’è una campagna sistematica di distruzione e di annichilamento di intere comunità che si sta portando avanti  nel silenzio indecente della comunità internazionale e che si compie attraverso repressione, minacce, uccisioni e arresti.
I membri delle comunità organizzate e in lotta, i weichafe (guerrieri),  vengono incarcerati e accusati in base a leggi risalenti alla dittatura di Pinochet di essere “terroristi” e condannati con pene lunghissime che arrivano fino a dieci anni e oltre per reati minori quali l’incendio (elevato alla categoria penale di “incendio terrorista”), la recuperazione di terre e atti di proteste o rivendicazioni sociali.
Soltanto della Coordinadora Mapuche Arauco Malleco sono stati arrestati circa un mese fa 11 membri che vanno ad aggiungersi agli oltre 40 prigionieri nelle carceri che Michelle Bachelet, presidente del Cile,  ha più volte ribadito non essere prigionieri politici.
Patricia Troncoso,   Elena Varela e i giornalisti “terroristi”
Purtroppo il conflitto con il popolo mapuche fa parte di una delle tante lotte giuste ma dimenticate  del mondo. Si fa finta di non sapere che è un intero popolo che si ribella a un sistema di potere con forme di protesta antiche e organizzate e che è sbagliato e disonesto chiamare terrorismo.
La legittimità delle richieste del popolo mapuche, la fierezza della sua gente, l’importanza delle sue rivendicazioni esce soltanto  per brevi momenti dai confini nazionali  quando il sistema politico e giudiziario cileno “inciampa” in incidenti di percorso come accadde l’anno scorso in occasione del lunghissimo sciopero della fame (112 giorni) che  Patricia Troncoso portò avanti  dal carcere e che la condusse quasi alla morte  e in seguito al quale ottenne  soltanto modesti benefici rispetto alla sua detenzione. Le sue richieste politiche più importanti, quali la  libertà per tutti i prigionieri politici, la smilitarizzazione dei territori mapuche dell’Araucanía, l’abrogazione della legge Antiterrorista, la fine della repressione contro il popolo mapuche, furono  completamente disattese.
Il suo sciopero  della fame non si concluse  con la sua morte solo per la  grande pressione internazionale su di un governo sordo e cieco, dal momento che Patricia non ha mai ricevuto, nemmeno nei momenti più critici, la visita di nessun rappresentante del governo del suo paese.
Sempre lo scorso anno balzò alla cronaca la vicenda della videomaker Elena Varela, arrestata nel maggio del 2008 e tenuta in carcere tre mesi, mentre realizzava un reportage dal titolo Newen Mapuche sul conflitto con le multinazionali del legno, accusata di essere l’autrice intellettuale di alcune rapine in banca commesse tra il 2004 e il 2005 in associazione con la guerriglia del MIR (Movimiento de Izquierda Revolucionaria).
In quell’occasione le fu sequestrato tutto il suo lavoro. Il processo, con il quale rischia una condanna a 15 anni di carcere, che era  fissato per il 29 aprile è stato rimandato ai primi di giugno per aspetti formali.
Anche Reporters senza Frontiere ha espresso  in una lettera a Michelle Bachelet (alla quale lei  non ha mai risposto) preoccupazione per la sentenza che sarebbe scaturita dal processo e i dubbi circa la validità delle accuse.
D’altra parte era già avvenuto in passato che giornalisti stranieri fossero  identificati come “terroristi” ed arrestati. Accadde nel marzo 2008 con due cittadini francesi, nella zona di Collipulli quando Christophe Harrison y Joffrey Rossi  furono detenuti per poco tempo, accusati di aver provocato un incendio e di appartenere all’ETA e a due cineasti italiani, Giuseppe Gabriele y Dario Ioseffi, accusati di “terrorismo” e poi espulsi dal paese.
Il prossimo Esame Periodico Universale (EPU) si terrà tra quattro anni. In Cile allora ci sarà un altro governo e un altro presidente. Da Michelle Bachelet ci si aspettava molto, sicuramente molto di più di quello che ha fatto per il rispetto dei diritti umani nel suo paese,  vista la sua storia personale segnata da  gravi perdite familiari durante la  dittatura di Pinochet.
Il pinochettismo e il potere militare sono ancora forti in Cile, la destra è sicuramente una delle più forti in America latina, il neoliberismo applicato selvaggiamente negli anni ’70 e ’80 si è radicato prepotentemente creando ferite profonde in un tessuto sociale già gravemente  compromesso da anni di terrore.
Il popolo mapuche rivendica i suoi territori, afferma prepotentemente e con orgoglio il diritto di vivere sulle sue terre, riconferma con fierezza usi e tradizioni antiche che non vuole perdere.
“Gli occhi neri di Lautaro
gettano migliaia di lampi.
Come soli fanno germogliare i solchi
come soli guidano l’avanzata di un popolo combattente
che non vuole essere schiavo
come un puma in gabbia”
(Rayen Kvyeh)
In questi giorni la poetessa mapuche Rayen Kvyeh è in Italia per presentare alla Fiera del Libro di Torino la sua ultima raccolta di poesie dal titolo “Luna di Cenere” per le Edizioni Gorée e con la traduzione dallo spagnolo di  Antonio Melis professore ordinario di Lingue e Letterature Ispanoamericane presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Siena.
Incontreremo Rayen Kvyeh e la poetessa peruviana Gladys Besagoitia venerdì 22 maggio alle 17.00 presso la Sala delle Conferenze dell’Istituto Demoetnoantropologico (Museo delle Arti e Tradizioni Popolari), Piazza Marconi, 8/10 Roma.
di Annalisa Melandri

I cileni? Non usciranno vivi dal Perù! Parola di generale

Posted in America Latina, Politica with tags , , , on dicembre 1, 2008 by Maria Rubini

“Ho dato ordini che i cileni che entrano in Perù non escano, o se escono che lo facciano in casse da morto. E se non basteranno le casse da morto usciranno nei sacchi neri di plastica”. Queste le incredibili dichiarazioni fatte dal generale dell’Esercito peruviano Edwin Donayre il quale, non contento, ha invitato poi le donne peruviane presenti “a fare innamorare i cileni per poi trasformarsi in donne bomba, ossia in kamikaze”.

Durante una conversazione del tutto informale del febbraio scorso, il generale Edwin Donayre, forse alterato dall’alcool contenuto nel bicchiere che tiene fra le mani, forse per brindare a qualche evento speciale, farnetica frasi sconvolgenti sui cileni. Risate generale e apparenti segni di approvazione da parte dei presenti.

Appena nadato il video sul motore di ricerca pochi giorni fa, subito si sono scatenate le polemiche con la corsa alle scuse da parte delle autorità peruviane. I portavoce dell’esecutivo di Lima si sono affrettati a confermare che le dichiarazioni del generale sono “infelici” e che “il sentimento del popolo peruviano non è rappresentato da quelle dichiarazioni”. Il presidente del Perù, Alan Garcia ha già telefonato alla presidente Bachelet per porgere le scuse e per informarla di aver chiesto le dimissioni del comandante militare. La richiesta di perdono è stata accettata immediatamente dalle autorità di Santiago del Cile che hanno anche evitato di richiamare l’ambasciatore.

L’infelice uscita del generale Donayre ha davvero rischiato di raffreddare i rapporti fra Cile e Perù. I due stati infatti si troveranno davanti alla Corte internazionale dell’Aja per via di un’istanza presentata dal Perù sulla frontiera fra i due stati. Per stemperare un po’ la tensione che si era creata, e che fra i due stati è sempre stata molto alta, le autorità di Lima hanno consegnato al generale cileno Oscar Izurieta il più importante riconoscimento militare peruviano: la medaglia d’oro dell’Ordine militare Francesco Bolognesi.

Fra Cile e Perù da tempo è in corso una disputa marina riguardo a 35 mila chilometri quadrati. Lima reclama la sovranità del territorio mentre Santiago è convinto del contrario e cita gli accordi siglati negli anni ’50. Ma i problemi fra i due stati sono riconducibili alle due guerre combattute nel XIX secolo.

Questo video, messo online qualche giorno fa, ha fatto scoppiare una crisi diplomatica inutile e senza precedenti tra Perú e Cile.