Archivio per cinema

Ciao Maestro

Posted in Poesia with tags on dicembre 3, 2010 by Maria Rubini

Con un beffardo sorriso toscano starà guardando quanto accade in Italia, dopo la sua morte, elogiato dal mondo del cinema, che non sempre l’aveva riconosciuto in vita e guardato come pietra dello scandalo da certa parte moralista della popolazione, quella stessa che aveva messo alla berlina, in salsa agrodolce oppure amarissima, in molti suoi film. Mario Monicelli fluttua sopra tutto questo e si diverte durante l’ennesima prova dell’inconsistenza umana, sempre fuori luogo e sempre pretestuosa e, in fondo, improduttiva e superficiale.

Il rispetto per quella sua ultima volontà, questa esortazione di civiltà, al solito, è stata disattesa, proprio nel luogo più alto della nostra democrazia. “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”: questo il commiato dalla vita di Cesare Pavese, scritto sulla prima pagina di una copia dei Dialoghi con Leucò, trovata nella stanza d’albergo dove si tolse la vita sessant’anni fa. Ma, al solito, noi italiani di pettegolezzi e pregiudizi abbiamo intriso l’animo e riempito ogni singola cellula. La frase di Pavese ricorda molto l’ ultima lettera di Majakovskij, che incomincia così: “Se muoio, non incolpate nessuno. E, per favore, niente pettegolezzi”. Majakovskij continuava aggiungendo l’ augurio: “Voi che restate, siate felici”. Ma Monicelli, che è stata persona più pratica dei due scrittori e più di loro adusa a comprendere che l’uomo non impara, murato vivo negli errori dettati dal suo cinismo, non ha scritto nulla e ha deciso quel gesto che chiamiamo estremo e che, in quel momento, per lui, è stato unico e semplice.  Sempre Pavese ha scritto che: “La vita di ogni artista e di ogni uomo è come quella dei popoli un incessante sforzo per ridurre a chiarezza i suoi miti”. E completa chiarezza Mario Monicelli l’ha fatta con un gesto personale che non ha coinvolto nessuno e non intendeva insegnare proprio nulla a nessuno.

Se ne va lasciandoci in eridità circa 66 film e più di 80 sceneggiature, ma soprattutto ci lascia un pezzo di grande Storia del cinema.

Ciao Mario. Bellissimo, meraviglioso Maestro.

Controcampo italiano a Venezia – Cosmonauta

Posted in Società, Uncategorized with tags , on settembre 18, 2009 by Maria Rubini

“Quello che volevo era raccontare la storia di un’adolescenza, e lo volevo fare in modo leggero e spensierato, la parte relativa agli eventi storici e politici è funzionale a quella narrazione e per questo ho tenuto di proposito un tono giocoso anche su quel lato. Luciana, la protagonista, è una sognatrice pasticciona piuttosto che una ribelle con reali convinzioni politiche. Volevo evitare l’operazione nostalgia, perché volevo che il mio film parlasse anche e soprattutto alle nuove generazioni, per recuperare un pezzo di storia di cui non si discute spesso e che pochi conoscono. Ed è proprio la distanza da quei fatti che mi ha consentito di trattarli con ironia. Volevo un approccio leggero, allegro. Ecco perché ho scelto di prendere le canzoni degli anni sessanta e riproporle nella nuova versione dei Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo, chiamando alla supervisione Max Casacci dei Subsonica. Le versioni originali avrebbero fatto scattare il meccanismo nostalgia, invece in questo modo spero di parlare anche ai più giovani. L’anacronismo che si crea con questa operazione è funzionale e, credo, gradevole.” Susanna Nicchiarelli, regista anche attrice e sceneggiatrice del film, storia di una formazione adolescenziale nell’Italia dei primi anni sessanta, quelli della corsa allo spazio, delle prime spedizioni sovietiche e dei sogni di gloria del comunismo nostrano.

È il 1957, la cagnetta Laika è stata appena mandata nello spazio dai sovietici, Luciana ha nove anni e sul più bello scappa dalla cerimonia della comunione: “Io là non ci torno perché sono comunista!”. È stato suo fratello più grande a trasmetterle la passione per la politica: un ragazzo strano, Arturo, che vive in un mondo tutto suo, forse per colpa delle medicine che prende per l’epilessia … è fissato con l’Unione Sovietica e soprattutto con la corsa allo spazio, tanto che parla solo di quello, e crescendo Luciana comincia a vergognarsi di questo fratellone un po’ bizzarro. In famiglia poi, la ragazza non fa altro che litigare: Luciana non sopporta il patrigno, la sua casa, i suoi soldi, e il modo in cui cerca di farle da padre.
A quindici anni Luciana è già entrata a far parte del circolo della FGCI locale, nella sezione che frequentava suo padre, morto ormai da tanto tempo e che tutti ricordano come un “vero comunista”. Con i giovani compagni di partito Luciana vive i suoi primi amori e i suoi primi tradimenti, combinando guai a più non posso … La verità però è che nel 1963, anche fra comunisti, avere più di un fidanzato e rubare il ragazzo a una compagna sono cose che non si fanno, e Luciana è troppo aggressiva, troppo impulsiva, troppo spregiudicata. Quando riceverà la condanna da parte dei compagni adulti della sezione, suo fratello non sarà più accanto a lei come quando erano piccoli per sostenerla e consolarla. Allora Luciana, come Valentina Tereshkova, la prima donna cosmonauta, dovrà fare tutto da sé.

A colloquio con la regista di “Cosmonauta”

di Alberto Crespi – l’ Unità

Qual è il modello femminile più forte, Madonna o Valentina Tereskova? «Per me, Madonna. Da ragazzina sognavo di essere come lei. Per la protagonista del mio film, la Tereskova: la prima donna nello spazio, un mito». Susanna Nicchiarelli è la regista di Cosmonauta, film premiato a Venezia e attualmente nei cinema, distribuito dalla Fandango. La storia di una giovanissima militante del Pci che cresce nei primi anni ’60, divisa tra la vita di sezione, la famiglia che non la capisce, il mito dei cosmonauti sovietici e un difficile rapporto con il cosiddetto sesso forte.

Un film che mette in circolo molte tipologie di donna – non solo la grande Valentina – e svariate generazioni, sullo schermo e fuori: Luciana, la protagonista, è adolescente quando Gagarin parte per lo spazio; sua madre è una donna che, dopo la morte del marito, si è risposata cercando sicurezza; Marisa, una compagna di sezione più grande, è una comunista tutta d’un pezzo che ha vissuto le prime lotte delle donne nel dopoguerra… e fuori dallo schermo c’è Susanna, la regista, poco più che trentenne; c’è la produttrice Laura Paolucci, la prima che ha creduto in lei e nel film; e c’è la giovanissima interprete Miriana Raschillà, adolescente che prima di girare il film confondeva la parola “sezione” con “sessione” e ha avuto bisogno di un corso accelerato di storia per scoprire cos’era il Pci degli anni ’60. «Le ho fatto leggere il Manifesto di Marx e Engels – racconta Susanna – suscitando la perplessità di suo padre, che è carabiniere. Poi, da brava laureata in filosofia, le ho spiegato Marx e forse l’ho convinta: è sorprendente quanto sia perfetto per descrivere la società italiana di oggi…».

Chiediamo a Susanna Nicchiarelli come interagiscano, fra passato e presente, tutti questi modelli femminili. Risponde con una premessa: «Credo che voi uomini abbiate la fortuna di vivere nel secolo di Woody Allen. Vi ha liberati dagli stereotipi maschili attraverso l’ironia. Grazie a lui, si può scherzare sulla virilità, sul fatto di durare 30 secondi in un rapporto sessuale, di essere bruttini… Noi donne dovremmo fare la stessa cosa. Io sono partita dalla mia adolescenza per raccontare un tipo di femminilità poco vista al cinema: una ragazza cicciottella, con qualche difetto, nella classica età in cui le ragazze non si piacciono. Questo però, ci tengo a dirlo, non deve criminalizzare chi sogna di essere una velina. Rapportarmi con Miriana mi ha fatto capire alcune cose sugli adolescenti di oggi. Sono vittime della sindrome del “noi sì». Si sentono continuamente dire, da gente della mia età: noi sì che avevamo delle idee, noi sì che facevamo politica, noi sì che eravamo fighi… Le stesse cose che noi abbiamo subito dai fratelli maggiori, da coloro che hanno fatto il ’68… Ebbene, è indispensabile uscire da questa sindrome. Io vorrei addirittura rovesciarla: a volte mi viene il dubbio che i ragazzi di oggi siano la generazione più libera che sia mai esistita. Hanno internet, comunicano di continuo con chat e telefonini, usano fonti d’informazione che noi ci sognavamo. La contrapposizione noi/voi è un errore. Bisogna mettersi sullo stesso piano e capire che tutti siamo vittime di meccanismi di persuasione. L’unica cosa che possiamo insegnar loro è lo spirito critico. Non dobbiamo fargli spegnere tv e computer, ma aiutarli a scegliere cosa c’è dentro le tv e i computer».

Susanna Nicchiarelli guarda la televisione? E cosa pensa dell’uso del corpo femminile all’interno dei programmi tv? «Guardo moltissimo la tv. È indispensabile per capire in che paese viviamo. Sono stata una fan del Grande fratello – certe puntate, da sceneggiatrice, vorrei averle scritte io! –, ho riletto “1984” e l’ho trovato incredibilmente attuale. L’immagine della donna in tv è agghiacciante – ma il falso pudore della vecchia Rai in bianco e nero non era migliore. Il nostro dovere di donne e di artiste è inventare personaggi femminili diversi, più articolati. Nel mondo della comunicazione siamo fermi ai binomi madre/non madre, velina/non velina, moglie/non moglie; in quello della politica, non ne parliamo. Proviamo a rovesciare: e se volessimo riconoscere intelligenza a chi usa consapevolmente il proprio corpo per raggiungere degli obiettivi? La cosa davvero grave è che le donne in tv coprono una fascia d’età e di look molto ristretta. Bisogna proporre una pluralità di modelli che le ragazze possano emulare, perché non puntino solo a fare la velina e sposare un calciatore, che è il corrispettivo del Superenalotto, la ricchezza per botta di culo, senza merito. Luciana Littizzetto è una figura importante, come lo era Serena Dandini. Se una donna emancipata e politicizzata pensa che le veline siano delle puttane, sbaglia. Si distacca dalla realtà. E avendo studiato filosofia, di intellettuali lontani dalla realtà ne ho conosciuti fin troppi».

La Terra Madre

Posted in Quelle che scassano, Società with tags , , , , on maggio 28, 2009 by Maria Rubini

E’ uscito da poco il nuovo film di Ermanno Olmi “Terra Madre” che racconta della terra, che è di noi tutti, madre.

Esce il 5 giugno “Home” cioè casa nel suo senso piu ampio, terra nostra madre appunto, del fotografo e regista Yann Arthus Bertrand.

Diceva Pratibha Patil, la Presidente donna indiana nel suo discorso di insediamento: “Le donne dovrebbero essere responsabili del futuro sostenibile della terra”.

E Vandhana Shiva, l’economista indiana che ha fermato la Coca Cola impedendole la privatizzazione delle ultime falde acquifere del Kerala, ci esorta ad occuparci della terra.

Mi costa molto occuparmi di tv. Vorrei occuparmi di ciò che conta, della Terra appunto, nel senso piu ampio.

Mi costa e ci costa molto dovere subire l’affronto, l’insulto di vedere i nostri corpi smembrati per pubblicizzare una borsa, le nostre belle facce gonfiate per attirare, pare, piu audience, i corpi di quasi bambine addobbate da lolite per eccitare uomini stanchi.

Mi costa e ci costa da mesi dovere restare sobrie, calme, educate quando ci danno delle bacchettone, quando ci chiedono se vogliamo tornare alla censura: uomini di malafede, lo sapete che non è di questo di cui stiamo parlando.

La posta in gioco è la nostra sopravvivenza, la sopravvivenza della nostra identità.

La tv non ci rappresenta. Punto.

L’audience non è la vita.

L’auditel può provocare disastri.

Vorrei occuparmi di vita, e cio che vedo in tv è spesso simile alla morte.

Devo, dobbiamo occuparci di tv per ridarci dignità, perché è una pena infinita vedere mie simili a carponi, o quasi nude, labbra che scoppiano, già dalle 9 del mattino, umiliate da ruoli perennemente subalterni.

Gli ultimi giorni ci hanno scaraventate all’inferno. L’Italia intera intorno ad una quasi bambina con il suo pelouche ed il ragazzino nella foto al mare.

Donne contro donne. Donne contro Veronica. Donne contro Noemi.

Nessun rispetto piu, né per noi, ne per le nostre figlie. Sbattute in prima pagina a divorarci.

La Terra dicevamo.

Quando avremo finito di liberarci, ancora!, del nostro ruolo servile, potremo occuparci di cose urgenti.

Spazziamo via queste immagini che ci limitano, che ci imprigionano, che ci umiliano. Chiediamo altro.

Chiediamo che la tv ci rappresenti.

Costruiamo altro.

In “Home”, il documentario di Bertrand, la donna è figura indissolubile con la Terra. La comprensione della vita viene affidata alle donne; dice il produttore del film: “In presa diretta con il futuro perché sempre in presa diretta con i figli, le donne ci mostrano la strada”.

Di vita mi voglio occupare, di vita vogliamo occuparci.

C’è una giovanissima filosofa svizzera Ina Pretorius, che parlando delle capacità delle donne usa un termine meraviglioso “daseinkompetenz”: la competenza dell’esserci.

Niente filosofia astratta quella delle femmine. Noi abbiamo la competenza dell’esserci.

Esserci nella vita. Nella cura, nelle relazioni.

E in politica, lascateci agire la nostra competenza dell’esserci, ce n’è bisogno.

Occupiamoci di politica, così come tutte noi, giovani e vecchie, sappiamo prenderci cura della Casa.

E da lì iniziare a prenderci cura della Terra.

Non facciamoci più limitare.

La Politica è competenza dell’esserci.

Occupiamocene.

A modo nostro.

da ilcorpodelledonne.blogspot.com