Archivio per Femminismo

Le donne si riprendono la voce: Tanti auguri a noi tutti

Posted in Politica, Quelle che scassano with tags , , , on settembre 29, 2009 by Maria Rubini

Dal 12 agosto, con un’intervista a Nadia Urbinati di Concita De Gregorio abbiamo aperto il dibattito su l’Unità sul “silenzio delle donne”. Da quel giorno abbiamo ospitato lettere, messaggi, commenti, analisi. Dal ragionamento volutamente “lieve” di Serena Dandini alla provocazione sul mutismo femminile di Benedetta Barzini. Ogni giorno parole per rompere il silenzio sul sessismo del premier, il velinismo, la festa di Casoria, le escort a Palazzo Grazioli. Una rivoluzione interrotta secondo Lidia Ravera. Per questo – scrive Dacia Maraini – bisogna alzare la voce contro le discriminazioni. Un dibattito serrato, commentato dai lettori con passione. Come se fossimo usciti/e dal letargo. Ma non basta l’indignazione, dice Alessandra Bocchetti. Bisogna governare. Soprattutto – parole di Luisa Muraro – se a governarci è il genere.

Parole. Per spezzare il silenzio. Le parole di Iaia Caputo contro il potere della tv, quelle di Rita Borsellino per riprendersi il tempo. Le parole di Nicla Vassallo che chiama a raccolta anche gli uomini, come Tiziana Bartolini. Mezz’ora di protesta al giorno, scrive Lorella  Zanardo, attraverso gli strumenti della democrazia orizzontale per ritrovare la voce. Il governo che silenzia è “un danno per gli uomini”, dice  Joanna Bourke. “Rompere il silenziatore”, insomma, per citare l’intervento di Livia Turco. Ma i diritti non sono ereditari e l’assuefazione ci ha spente – aggiunge Simona Argentieri – che invita le donne a esprimere la propria rabbia, a scendere in piazza.

Parole. Un fiume di parole. Di proposte. Di racconti, come quello che ci ha regalato la modella-scrittrice Aminata Fofana. Parole per ritrovarsi, riattivare la memoria. Come scrive Marisa Rodano che ricorda il valore delle lotte femminili nella democrazia. Le parole di Loredana Lipperini, di Vittoria Franco, di Jimenez Bartlett e Maite Larrauri, di Elettra Deiana, di Paola Gaiotti De Biase e Edda Billi, di Tiziana Bartolini, Ida Dominjianni e Susanna Nicchiarelli
Parole scritte. Parole dette  nel forum con Nadia Urbinati, Paola Concia, Vittoria Franco, Susanna Cenni, Alessandra Bocchetti, Maite Larrauri, Siriana Suprani e la regista Lorella Zanardo.

Questo fiume di parole che ha rotto il silenzio.

TANTI AUGURI A NOI TUTTI

Nel giorno del compleanno del premier (73) abbiamo pensato di farci un regalo, anzi due: di farli a voi. Il primo è la raccolta dei primi otto numeri della Silvio Story, la vera storia delle origini della fortuna e del successo di quest’uomo che «si è fatto da solo», come sempre dice, non senza – tuttavia – qualche aiutino.
Al collega di Le Monde che ci chiedeva come mai abbia avuto tanto successo in edicola questa storia a puntate e perché ce ne sia bisogno abbiamo risposto che la memoria è diventata un bene evanescente (disprezzato, spesso: antimoderno), che ci si dimentica della settimana scorsa figurarsi del ‘73, che l’eterno presente a cui la costante esibizione di sciocchezze ci costringe impedisce di pensare, di ricordare, di tenere a mente le origini della storia. Che non è vero che chiunque abbia talento in questo paese può fare fortuna, al contrario. È vero che la spregiudicatezza e il malaffare hanno costituito le fortune di chi oggi impedisce agli italiani che non partecipano al Monopoli del Sultano di avere la minima chance di campare con decenza. Che i soldi – fatti come, lo si spiega – in trent’anni hanno vinto sul resto. Ma è una vittoria che non lascia eredi poiché si basa sulle fortune – sull’impunità, sullo strapotere – di uno solo: come tutti mortale, l’età che avanza lo ricorda, come tutti destinato a passare. Conviene dunque cominciare a ripassare fin d’ora come questa storia sia iniziata e studiare come a scuola gli errori da evitare in futuro: a destra come a sinistra. Di errori, nei decenni, è disseminato il cammino compiuto fin qui: equamente distribuiti, quelli sì ed è l’unica equità visibile.
Il secondo regalo è la libertà di dire una cosa semplice ma tabù: alle ragazze di vent’anni non piace questo coetaneo del nonno per le sue doti naturali. Lo frequentano perché è potente e può dare qualcosa in cambio. Di solito lo fa. Il paese si sta adeguando rapidamente a considerare la prostituzione – non solo fisica, la prostituzione di chi si mette al servizio di chi paga – come la principale forma di sopravvivenza in epoca di stenti. Anche la moda lo fa. Due giornali come il Financial Times e l’Herald Tribune hanno segnalato ieri, all’unisono, come la moda italiana sia sia piegata allo stile “delle infauste feste di Berlusconi”. Velina style. Trasparenze e guepiere da ragazza-immagine in attesa di candidatura. Difendiamoci: le ragazze, noi stessi, l’Italia e persino il made in Italy. Ribelliamoci. L’Italia è piena di donne magnifiche capaci di fare film, scrivere libri e riparare motori, di scendere in fondo al mare a recuperare relitti e studiare le stelle, di crescere figli e insegnare a scuola, di sopportare gli stenti senza perdere la dignità, di tenersi in faccia la propria faccia senza volere quella che cancella il tempo, di credere che il tempo sulla faccia sia una medaglia, invece, segno prezioso della propria storia. Chiediamo silenzio a chi non dà voce, lavoro a chi non lo paga: non un marito miliardario, no, nè una carta di credito per fare shopping. Non è questo che vogliono le donne. Le veline non hanno colpa se non quella di non vedere alternativa. Mostriamogliela. Ribelliamoci subito, a partire dal suo compleanno e per sempre.

Concita de Gregorio

Il cammino dei sentieri perduti

Posted in Comunismo, Politica with tags , , , on luglio 28, 2009 by Maria Rubini

Riprendere la strada oggi potrebbe significare riscoprire sentieri trascurati dalla sinistra ufficiale perché ritenuti eterodossi o troppo utopistici: parlo di un comunismo “arcaico” e primigenio, quello della mutualità, dell’autogestione, dell’economia dello scambio, dell’educazione libertaria…

Il silenzio che inghiotte ogni sasso lanciato nello stagno in questa surreale estate ha il tanfo di una mefitica palude. In Italia succede di tutto, ma nulla cambia.
E anche nel resto del mondo non va molto meglio. Perché si annuncia la pandemia un giorno come l’apocalisse e il giorno dopo come una normale influenza?
Per quali motivi, con quali scopi?
Il rischio è che una folla spersonalizzata e anonima segua ciecamente le note di un’irresistibile musica suonata da diabolici pifferai che la condurranno, come nell’antica fiaba, a precipitare nell’abisso del nulla.

Il nulla inteso come definitiva rassegnazione a un mondo costruito sul dominio oligarchico di alcuni centri di potere, decisi a restringere sempre di più persino la sfera di quei diritti che si credevano definitivamente conquistati nel Novecento.
Un mondo di persone rassegnate a non poter influire sull’andamento delle cose, o quantomeno a illudersi soltanto di farlo.

Personalmente non credo che questo sonno della ragione possa durare per sempre, altre volte nella storia il corso degli eventi ha cambiato direzione quasi da un giorno all’altro.
Tuttavia il potere ha molti mezzi a disposizione per intorbidare le acque. Tenere incollate le persone a un continuum spettacolare che ottenebra le menti, mischiando fiction e vita, è un gioco da ragazzi. Ma esistono anche mezzi più facili da diffondere in un attimo, come la paura. Paura del terrorismo. Paura della crisi economica. Paura dell’immigrazione. Paura delle epidemie.

Chi ha paura non esce di casa. Non viaggia. Non stringe relazioni. Non stringe mani. Non frequenta luoghi affollati. Insomma, non agisce, non protesta, non rivendica diritti, non sogna libertà.
Di fronte a questi attacchi globali la cui natura sfugge ad analisi ormai logore, le vecchie sinistre (quel che ne rimane) sembrano sbigottite, incapaci di risposta, legate a schemi che non funzionano più.
La parzialità della loro visione che ha sempre rimosso le proprie “eresie”, rinunciando alla ricchezza plurale e articolata delle differenze, da tempo si rivela inadeguata al compito di fronteggiare le nuove forme del dominio.

Riprendere la strada oggi potrebbe significare riscoprire sentieri trascurati dalla sinistra ufficiale perché ritenuti eterodossi o troppo utopistici: parlo di un comunismo “arcaico” e primigenio, quello della mutualità, dell’autogestione, dell’economia dello scambio, dell’educazione libertaria…
Esperimenti mai tentati, se non nella Spagna repubblicana del 1936.

Ipotesi che a ben vedere s’incrociano con le proposte più avanzate di teoriche e teorici del nostro tempo.
Dove trovare le energie per iniziare a percorrere questo cammino dei sentieri perduti? Le donne coscienti di sé, della storia di genere, dei diritti mai veramente ottenuti, le donne che hanno imparato a coltivare una forte libertà interiore e un inesorabile pensiero critico, forse potrebbero.

Focolai di ribellione femminile si sono accesi e si accendono di continuo, in un percorso che ancora non è riuscito a generalizzarsi, ma contiene in sé i germi di una profonda trasformazione, visioni di società radicalmente alternative nei principi, nei metodi, nei contenuti e nella struttura.

Non penso alla separatezza, che sarebbe una sorta di integralismo. Ma a nuovi tipi di alleanza. Nei territori dove più pesantemente la speculazione neoliberista avvelena, inquina, distrugge, rapina e fa di ogni luogo un incubo di cemento, o un deserto senza futuro, sono nati altri e validissimi focolai di resistenza, comitati dove donne e uomini agiscono bene insieme. Con queste nuove realtà di base un cammino comune è possibile e produttivo, fuori dalle logiche miopi e strumentali del passato.

Eppure troppe donne non riescono a uscire dalla prigione di cristallo – non solo un soffitto – del legame con partiti e organizzazioni politiche tradizionali, proprio nell’epoca in cui più evidente e impermeabile si è mostrato l’impianto maschilista di tali realtà.

Dobbiamo pensare che davvero le donne siano condannate all’inesistenza pubblica da una propensione al soccorso “maternale” dei compagni intesi in senso lato, vale a dire da un irrisolto rapporto diseguale fra i sessi che contamina di sé anche le relazioni politiche?
Oppure questo è il tempo in cui si deve scegliere e ci si deve assumere la responsabilità di dare seguito coerente alle teorie che fanno del pensiero femminista, e della sua autonomia, una delle poche strade di salvezza rimaste?

A dispetto del tabù che da tempo ha purtroppo iniziato a circondare persino il vocabolo che designa questo arco di storia delle donne, fra le nuove generazioni.
C’è una sfera ormai deserta nella vita collettiva, quello spazio pubblico non istituzionale e non privato in cui si pongono le basi del dibattito critico e della trasformazione possibile, Hannah Arendt insegna.
Luoghi fisici e mentali di incontro e confronto, di cui rivendicare il diritto d’uso nelle città dove mancano, e da ripopolare nelle città dove esistono.
Luoghi da far vivere concentrandovi iniziative e proposte sul presente e sul futuro della polis, in base a pratiche, desideri ed esperienze.
Luoghi da collegare per rendere forte e visibile una presenza di donne interessate davvero ad agire, contrastando la deriva umana e civile, apparentemente inarrestabile, che ci ammorba il respiro.

Vogliamo seriamente parlarne a partire da settembre?

di Floriana Lipparini

Repubblica dominicana: donne che difendono i diritti umani – il caso di Sonia Pierre

Posted in America Latina, Politica with tags , , , , , on luglio 4, 2009 by Maria Rubini

“Sembra proprio che non ci sia nulla di sbagliato in questo paese nel difendere i diritti umani. Quello che sembra sbagliato è difendere i diritti della comunità dominico – haitiana”. (Sonia Pierre)

Sonia Pierre, direttrice esecutiva dell’organizzazione per i diritti umani Movimento delle donne dominico-haitiane (Mudha), che combatte le discriminazioni nei confronti della comunità haitiana nella Repubblica dominicana è stata minacciata e perseguitata a causa del suo lavoro. Il Mudha fa parte della Rete di incontro di persone dominico-haitiane “Jacques Viau”, che lavora per combattere i pregiudizi contro gli haitiani e il razzismo nel paese. La Rete si occupa di assicurare che i dominicani di discendenza haitiana ricevano la nazionalità dominicana e godano pienamente dei loro diritti come cittadini ; lavora insieme al Network di frontiera “Jano Siksè”, una rete di organizzazioni di base haitiane e dominicane che monitora le violazioni dei diritti umani, inclusi i trasferimenti collettivi o arbitrari e i maltrattamenti ad opera dei membri delle forze di sicurezza ai confini tra Haiti e la Repubblica Dominicana.

Sonia Pierre è stata il bersaglio di ripetute minacce a causa del suo impegno in favore dei diritti umani. Nell’agosto 2000, la Corte interamericana dei diritti umani ha esortato le autorità dominicane ad attivare misure di protezione nei suoi confronti. Ciò nonostante, nel 2005, Sonia è stata costretta a lasciare la Repubblica dominicana, insieme ai suoi bambini, a seguito di numerose minacce.

Nel 2007, il presidente del National Border Council ha dichiarato che oltre un milione di haitiani è in possesso di documenti falsificati nella Repubblica dominicana e ha espressamente citato il nome di Sonia Pierre. E stata anche ordinata un’inchiesta per accertare la veridicità del certificato di nascita di Sonia che si è conclusa, dopo mesi di incertezza, con una sentenza a suo favore; è stato evidente che si era trattato di un ulteriore tentativo di intimidirla a causa del suo impegno in favore dei diritti della comunità haitiana nella Repubblica dominicana.

Firma subito l’appello
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Appello alle first ladies dei paesi presenti al G8 de L’Aquila Non venite all’ appuntamento italiano

Posted in Politica, Società with tags , , , , , on giugno 25, 2009 by Maria Rubini
La delegittimazione delle donne in un paese colpisce tutte le donne del mondo: riprendiamo dalla mailing list [R-esistiamo] il testo di una lettera appello alle first ladies perchè affermino questo principio disertando il G8.

Siamo un gruppo di donne italiane profondamente indignate per il modo in cui il presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, tratta le donne sulla scena pubblica e privata.

Non ci riferiamo solo alle vicende relazionali del premier, che trascendono la sfera personale e assumono un significato pubblico, ma soprattutto alle modalità di reclutamento del personale politico e ai comportamenti e discorsi sessisti che delegittimano con perversa e ilare sistematicità la presenza femminile sulla scena sociale e istituzionale.

Questi comportamenti, gravi sul piano morale, civile, culturale, minano la dignità delle donne e incidono negativamente sui percorsi di autonomia e affermazione femminili.

Il controllo che Berlusconi esercita sulla grande maggioranza dei media italiani, in spregio a ogni regola democratica, limita pesantemente le possibilità di esprimere dissenso e critica. Risulta difficile, quindi, far emergere l’ insofferenza di tante donne che non si riconoscono nell¹immagine femminile trasmessa dal premier e da chi gli sta intorno.

Come cittadine italiane, europee e del mondo, rivolgiamo un appello alle first ladies dei paesi coinvolti nel prossimo G 8 dell¹Aquila perché disertino l¹appuntamento italiano, per affermare con forza che la delegittimazione della donna in un paese offende e colpisce le donne di tutti i paesi.

Chiara Volpato (Professore Ordinario ­ Università di Milano-Bicocca)
Angelica Mucchi Faina (Professore Ordinario ­ Università di Perugia)
Anne Maass (Professore Ordinario ­ Università di Padova)

Il testo (copia incolla,firmata e salvata) può essere inviato,se d’accordo, dalla propria mali a:
Angelica Mucchi Faina,
ssmucchi@unipg.it,
Dipartimento Istituzioni e Società

Dove passa la strada del cambiamento?

Posted in Politica, Quelle che scassano with tags , , on giugno 20, 2009 by Maria Rubini
Dopo le veline ecco le “amazzoni”. Non si sa perché vengano così definite, se non per ignoranza: le amazzoni leggendarie non stavano certo al servizio di un uomo! Ed ecco un migliaio di donne che accettano tutte felici di farsi “convocare” in massa dal sultano

Floriana Lipparini

Ed ecco un migliaio di donne che accettano tutte felici di farsi “convocare” in massa dal sultano straniero, ignorando bellamente le gravi accuse che altre donne gli hanno indirizzato per gli orrori che avvengono in Libia nei centri di raccolta.

Donne, immagini di donne, corpi di donne, tragedie di donne come quella di Vira Orlova, la badante ucraina morta per dissanguamento dopo un aborto spontaneo. Non ha cercato aiuto perché era “clandestina” e temeva di essere espulsa. Ecco cosa significa in Italia stare “come una donna sulla terra”.

E corpi di donne usati a fini politici prima, durante e dopo le elezioni. Non i corpi reali al centro della vita pubblico/privata, come vorremmo che fosse, ma corpi-immagine, corpi-merce utili per ricatti incrociati fra protagonisti maschi.
Proprio come accadeva in epoche primordiali, quando i corpi delle figlie date in matrimonio sigillavano patti di alleanza fra capi tribali. O come accade nelle guerre, quando si stuprano le donne del nemico per umiliarne l’orgoglio.
Corpi di donne come medium di relazioni puramente maschili.

Queste elezioni hanno detto la solita, eterna cosa: come soggetti a pieno titolo le donne non esistono.
Singole (per quanto rare) candidature femminili sono state in realtà molto votate (non solo il “fenomeno” Serracchiani), e può far piacere che alcune donne si dimostrino più credibili, più brave, più serie, siamo d’accordo: ma in cosa si discostano dal neutro dei loro partiti?
Cosa ne è della domanda di cambiamento radicale nel rapporto fra i sessi?

Questa amara assenza va di pari passo con il trionfo europeo e locale di una destra razzista e xenofoba, cioè becera e maschilista al massimo grado, per propria intima essenza, e con la debole presenza di una “sinistra” narcisista, autoreferente, ma soprattutto neutra, non interessata a una concezione sessuata della politica. Per non parlare del fatto che gli unici due partiti vincenti – Lega e Idv – sono proprio quelli più machisti.

Tutto sembra confermare che la strada per le donne non può passare dalla vecchia pratica partitica, lì c’è uno sbarramento insuperabile perché la concezione stessa di tale struttura – puramente elettoralistica, numerica, formale e gerarchica – è incompatibile con le modalità differenti della politica e della pratica delle donne, o almeno con quelle che in teoria dovrebbero essere le nostre modalità differenti.

Ora poi che la sinistra è in una drammatica crisi, è facile il ripetersi di un fenomeno già visto in occasioni storiche: possiamo noi donne parlare di femminismo quando “sta per scoppiare la guerra”?
Possiamo noi donne parlare di femminismo quando “bisogna difendersi dal fascismo”?
Possiamo noi donne parlare di femminismo quando c’è “la crisi economica”?
Un indebito senso di colpa induce le donne a desistere, a mettere in secondo piano le proprie rivendicazioni, quando invece è proprio l’esclusione delle donne dalla costruzione sociale il peccato originale che ha prodotto questo tipo di civiltà violenta, ingiusta e distorta, e soltanto la ricomposizione equilibrata dei ruoli fra i generi potrà dar vita a un nuovo disegno.

Dovremmo chiederci se di questo passo il percorso del femminismo non resterà chiuso in un limbo da cui non si riesce a uscire. E dovremmo chiederci perché sia così difficile trovare il coraggio di scegliere nettamente una politica di movimento che porti al centro della scena il conflitto non soltanto con il capitalismo, il liberismo e la globalizzazione, ma soprattutto con l’impianto patriarcale di ogni costruzione, inclusi quei partiti, o meglio quella “parte” che per tanto tempo, ignorandone aspetti contraddittori e anzi inaccettabili (sulla violenza, sulle guerre, sulla libertà, sul sessismo…), ha rappresentato anche agli occhi di molte donne un baluardo contro le ingiustizie sociali di questo modello di mondo.

A questo punto dovrebbe essere chiaro che l’attardarsi nelle illusioni e nelle fedeltà partitiche non paga e anzi ci ricaccia continuamente indietro.

Forse l’unico segnale interessante, un piccolo spiraglio di ottimismo, è il crescere in Europa dei verdi.
La critica al modello di sviluppo economicista e industrialista implica la proposta di un modello di società non soltanto sostenibile, antimilitarista, non eurocentrico, nonviolento, ma anche fortemente permeabile alla visione “altra” del femminile. Non è un caso che il pensiero delle ecofemministe vi abbia contribuito alle origini, quando i verdi erano più movimento che partito.
L’ecologismo guarda il mondo in modo nuovo e diverso, rovesciando molti punti di vista e proponendo visioni alternative.
In quest’area, una presenza femminile più forte e consapevole potrebbe fare la differenza e segnare la strada del cambiamento.
Forse.

La Terra Madre

Posted in Quelle che scassano, Società with tags , , , , on maggio 28, 2009 by Maria Rubini

E’ uscito da poco il nuovo film di Ermanno Olmi “Terra Madre” che racconta della terra, che è di noi tutti, madre.

Esce il 5 giugno “Home” cioè casa nel suo senso piu ampio, terra nostra madre appunto, del fotografo e regista Yann Arthus Bertrand.

Diceva Pratibha Patil, la Presidente donna indiana nel suo discorso di insediamento: “Le donne dovrebbero essere responsabili del futuro sostenibile della terra”.

E Vandhana Shiva, l’economista indiana che ha fermato la Coca Cola impedendole la privatizzazione delle ultime falde acquifere del Kerala, ci esorta ad occuparci della terra.

Mi costa molto occuparmi di tv. Vorrei occuparmi di ciò che conta, della Terra appunto, nel senso piu ampio.

Mi costa e ci costa molto dovere subire l’affronto, l’insulto di vedere i nostri corpi smembrati per pubblicizzare una borsa, le nostre belle facce gonfiate per attirare, pare, piu audience, i corpi di quasi bambine addobbate da lolite per eccitare uomini stanchi.

Mi costa e ci costa da mesi dovere restare sobrie, calme, educate quando ci danno delle bacchettone, quando ci chiedono se vogliamo tornare alla censura: uomini di malafede, lo sapete che non è di questo di cui stiamo parlando.

La posta in gioco è la nostra sopravvivenza, la sopravvivenza della nostra identità.

La tv non ci rappresenta. Punto.

L’audience non è la vita.

L’auditel può provocare disastri.

Vorrei occuparmi di vita, e cio che vedo in tv è spesso simile alla morte.

Devo, dobbiamo occuparci di tv per ridarci dignità, perché è una pena infinita vedere mie simili a carponi, o quasi nude, labbra che scoppiano, già dalle 9 del mattino, umiliate da ruoli perennemente subalterni.

Gli ultimi giorni ci hanno scaraventate all’inferno. L’Italia intera intorno ad una quasi bambina con il suo pelouche ed il ragazzino nella foto al mare.

Donne contro donne. Donne contro Veronica. Donne contro Noemi.

Nessun rispetto piu, né per noi, ne per le nostre figlie. Sbattute in prima pagina a divorarci.

La Terra dicevamo.

Quando avremo finito di liberarci, ancora!, del nostro ruolo servile, potremo occuparci di cose urgenti.

Spazziamo via queste immagini che ci limitano, che ci imprigionano, che ci umiliano. Chiediamo altro.

Chiediamo che la tv ci rappresenti.

Costruiamo altro.

In “Home”, il documentario di Bertrand, la donna è figura indissolubile con la Terra. La comprensione della vita viene affidata alle donne; dice il produttore del film: “In presa diretta con il futuro perché sempre in presa diretta con i figli, le donne ci mostrano la strada”.

Di vita mi voglio occupare, di vita vogliamo occuparci.

C’è una giovanissima filosofa svizzera Ina Pretorius, che parlando delle capacità delle donne usa un termine meraviglioso “daseinkompetenz”: la competenza dell’esserci.

Niente filosofia astratta quella delle femmine. Noi abbiamo la competenza dell’esserci.

Esserci nella vita. Nella cura, nelle relazioni.

E in politica, lascateci agire la nostra competenza dell’esserci, ce n’è bisogno.

Occupiamoci di politica, così come tutte noi, giovani e vecchie, sappiamo prenderci cura della Casa.

E da lì iniziare a prenderci cura della Terra.

Non facciamoci più limitare.

La Politica è competenza dell’esserci.

Occupiamocene.

A modo nostro.

da ilcorpodelledonne.blogspot.com

Primo maggio femminista

Posted in America Latina, Quelle che scassano with tags , , , on aprile 30, 2009 by Maria Rubini

1° Maggio femminista. Noi donne, femministe e lesbiche promuoviamo un 1° maggio femminista: Perchè il lavoro di casalinga è lavoro, deve essere valorizzato e come tale ripartito equamente tra uomini e donne. Perchè noi chiediamo che le donne lesbiche non siano discriminate nell’accesso al lavoro retribuito. Perchè è immorale che la legge stabilisca un riconoscimento così basso, a differenza di ciò che fa con altri tipi di lavoratori e lavoratrici, nei confronti delle lavoratrici domestiche.

Perchè è immorale che le lavoratrici percepiscano il 30 o il 40% meno degli uomini per lo stesso lavoro e lo stesso livello di preparazione. Perchè noi chiediamo che si scusino i/le dirigent@ politic@ machist@ che prendono le distanze dalle donne lavoratrici che esigono garanzia dei diritti ed eguali condizioni… perchè chiediamo che vi siano più donne nelle posizioni direttive e che non sia bloccato l’accesso alle professioni per le donne.

Questo primo maggio le femministe marciano…

1° maggio, metro union latinoamericana, ore 10.00.

Invita la tua compagna, la tua amica, tua mamma, tua figlia…

Feministas Tramando    http://www.feministastramando.cl/

Colectiva Mujeres Públicas http://www.colectivamujerespublicas.blogspot.com/