Archivio per finanza

Il fantasma di Lehman ancora vivo

Posted in Politica with tags , on ottobre 6, 2009 by Maria Rubini

La vicenda di Lehman Brothers è racchiusa tutta lì, in quell’immagine del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che decide di parlare ai finanzieri di Wall Street non dal tipico “floor” dello Stock Exchange, ma nella Federal Hall, sul marciapiede opposto rispetto alla Borsa. Una scelta che è un messaggio: mai così lontano è stato Washington dai sentimenti dei poteri forti della finanza e gli applausi mancati della platea di New York rappresentano il completamento del difficile rapporto di dipendenza-diffidenza che esiste tra i due soggetti.

Le immagini che ci ricordano Lerman Brothers, appena un anno fa, aleggiano ancora come fantasmi: i funzionari e gli impiegati che escono dalle sedi dell’ Hudson con i loro scatoloni tra le braccia è destinata alla storia. Era il 15 settembre e il giorno prima si era sparsa la voce che la grande banca d’affari sarebbe stata lasciata andare incontro al suo destino votato al fallimento. Quel giorno non fu esattamente l’inizio della Grande Crisi, che si era svelata già un anno prima con la “bolla dei subprime”. Il crollo della quarta banca più potente d’America è stato però il sigillo, meglio il simbolo, di una storia finanziaria dove il rischio della leva era diventato il timone impazzito di un intero sistema.

Oggi sono in molti a discutere sulla scelta di non aver curato allora quel “malato terminale”. Anche perchè altre realtà non certo virtuose nell’uso della leva vennero nei giorni seguenti risparmiate, anch’esse altrettanto spregiudicate in quello che qualche settimana dopo sarebbe stato chiamato “il supermarket finanziario”.

Ed oggi, nel momento in cui voci discordanti chiedono una riforma del sistema finanziario mondiale, si rischia di non riuscire a svincolarsi da un concetto cristallino. Se le banche sono imprese, fino a dove arriva il loro diritto di massimizzare il profitto e quando invece devono frenarsi in nome del servizio insostituibile che offrono alla struttura sociale-economica del mondo contemporaneo?

La verità è che questo quesito è ora padre e madre di tutti i dibattiti, padre e madre di ogni soluzione.

L’informazione e l’architettura della partecipazione

Posted in Società with tags , , , on settembre 8, 2009 by Maria Rubini

Nel ventesimo secolo l’ unico obiettivo dei mezzi di comunicazione era il consumo: quanto possiamo produrre? Quanto potete consumare? Se produciamo di più, consumerete di più? Poi, però, si sono resi conto che alla gente piace non solo consumare, ma anche produrre e condividere. E sono rimasti di stucco.

Lo dice Clay Shirky, che studia gli effetti sociali ed economici della rete. Ha scritto per il New York Times, Wired e il Wall Street Journal. Insegna alla New York University.

Shirky racconta un aneddoto. Era a cena con degli amici. Uno di loro gli raccontò che, mentre stava guardando un dvd con sua figlia di quattro anni, all’improvviso lei è andata dietro alla tv e ha infilato le mani tra i cavi. Il papà le ha chiesto: “Che stai facendo?” E lei, facendo spuntare la testa da dietro lo schermo: “Sto cercando il mouse”.

Lo sa anche un bambino di quattro anni: uno schermo senza mouse è uno schermo rotto. È inutile perdere tempo con uno strumento che non ti include. Un bambino di quattro anni, che non deve scrollarsi di dosso una vita intera passata a guardare L’isola di Gilligan o qui da noi Atlas Ufo Robot, dà per scontato che qualsiasi strumento permette di consumare, produrre e condividere.

Quando la gente gli chiede cosa stiamo facendo (e con noi si intende l’intera società che cerca di capire come usare al meglio il proprio surplus cognitivo) Shirky gli risponde che stiamo cercando il mouse. Lo cercheremo in tutti i posti da cui un lettore, un ascoltatore, uno spettatore o un utente è stato escluso, tutti i posti dove è stato usato passivamente o dove gli è stata servita un’esperienza precotta e malamente riscaldata.

A quel punto tutti insieme ci chiederemo: “Se usiamo un po’ del nostro surplus cognitivo e lo impieghiamo qui, in rete, riusciremo a costruire qualcosa di buono?” Shirky è certo che la risposta è sì.

C’è una connessione tra l’esperienza di rete, quella della carta stampata (esperienza precotta) e il surplus cognitivo? Io penso di sì. Almeno per quanto mi riguarda.

Mi è capitato di leggere un testo di Fratini-Marconi, uno giornalista del “Sole 24 Ore” ed ora caporedattore di La7, l’altro analista finanziario.  Interessante l’analisi sull’informazione finanziaria in questo paese: in Italia abbiamo ottimi giornali economici, altrettanto eccellenti pagine finanziarie nei quotidiani più generalisti, e non ci facciamo mancare straordinari commenti a due colonne in prima pagina da gustarsi in religiosa estasi in onore al saggio di turno. Si tratta di letture che ci aiutano sì a farci un opinione, ma per operare sui mercati il loro valore è praticamente nullo.

La stampa, come internet, è uno strumento utile per informarsi e capire, ma non va utilizzata come fonte di argomenti seri per fare tranding, soprattutto quello che si gioca sul filo dei secondi. Poi bisognerebbe anche capire perché i nostri media, tutti,  quando si parla di economia, non facciano quel salto di qualità che permetta di trasformare le informazioni in conoscenza. In breve, quando arrivano sui giornali, le notizie sono già vecchie, riguardano fatti accaduti e digeriti, e al cronista non resta che renderli pubblici. La notizia si concentra sul fatto, tipicamente sul dato di breve periodo enfatizzando gli aspetti di cronaca. Resta il fatto che è interessante capire come i lettori e gli investitori recepiscono e rielaborano le notizie. Keynes sosteneva che i mercati raggiungono l’efficienza nel momento in cui i prezzi riflettono accuratamente il valore fondamentale dei titoli, ma l’estrema variabilità di questi prezzi ha indotto generazioni di studiosi a ritenerla assolutamente sproporzionata rispetto alla scarsa quantità di informazioni che arrivano sui mercati. Certe oscillazioni, insomma, non si possono spiegare con la teoria economica tradizionale, anzi, è più facile che il prezzo di un titolo dipenda in buona misura dall’opinione che la gente ne ha.

Vera allora l’intuizione di Shirky: “La gente non è molto brava a ragionare velocemente. Ma è bravissima a emozionarsi velocemente. E man mano che i media diventano più veloci, diventano anche più emozionali”.

Ma il tranding che si gioca sul filo dei secondi non può “emozionarsi”. Si gioca sulle intuizioni. Chiamatele, se volete, emozioni, ma non lo sono.

La metafora della finanza comportamentale

Posted in Società with tags , on settembre 2, 2009 by Maria Rubini

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Riflessione post-vacanza

Immaginiamo di dover partire per le vacanze estive in automobile e di voler tentare di fare una cosiddetta “partenza intelligente”, ovvero cercare di raggiungere la località di destinazione nel minor tempo possibile rispetto agli altri automobilisti. Per fare ciò dovremo attuare una strategia nel senso del timing, cioè considerare qual è il migliore momento per partire (investire) ed una strategia operativa cioè quali strade percorrere (scegliere i mercati e gli strumenti finanziari adatti su cui operare). Cosa sostengono la Efficient Market Hypothesis e la Random Walk Theory se si assume questo particolare punto di vista? La EMH sostiene che non è possibile trovare una strategia che permetta di conciliare il momento migliore per la partenza con la strada da percorrere, poiché tutti gli automobilisti condividono le stesse informazioni a riguardo al traffico e di conseguenza quelli che dovrebbero essere la partenza ed il percorso migliore da intraprendere. Dall’altro lato la RWT (che delle EMH è parente stretta in quanto la si può definire la formalizzazione matematica della prima) sostiene che tutti gli automobilisti scelgono, ogni volta che si mettono in strada,un percorso ed una partenza fondamentalmente a caso, non avendo elementi utili per decidere in merito e pertanto il traffico è ogni volta diverso e non esiste strategia che permetta di anticipare le mosse altrui e quindi approfittarne. Essendo, inoltre, il traffico generato dagli automobilisti del tutto casuale, lo studio dei passati comportamenti degli automobilisti non è predittivo, pertanto inutile.

In questo contesto la finanza comportamentale afferma che gli automobilisti, in condizioni di incertezza, attuano comportamenti ricorrenti, non solo, ma afferma anche che il traffico stesso (inteso come la somma dei comportamenti collettivi) presenta un andamento ciclicamente ricorrente che si può prevedere e di cui si può appunto approfittare. Da qui la considerazione che le piazze finanziarie non sono efficienti e pertanto esistono possibilità sistematiche di battere il mercato. Gli studi pertanto vertono sul come e sul perché gli automobilisti prendano certi tipi di decisioni in determinate situazioni. In questo senso va evidenziata la retroattività di certe previsioni sul mercato stesso: le previsioni degli analisti finanziari vanno a modificare i risultati stessi di cui danno previsione allo stesso modo in cui la società delle autostrade, quando si serve dei media, modifica il comportamento di alcuni automobilisti mostrando prima delle partenze estive quelli che saranno i giorni affollati e le strade bloccate dal traffico. Continuando nella metafora possiamo notare inoltre come sia facilmente comprensibile il concetto di saturazione delle strategie operative; e cioè, se esiste davvero una strada ed un momento adatto per mettersi in marcia, allora ne potremo approfittare noi, i nostri familiari,gli amici, i parenti ma non molti altri di più o finirà che quelle stradine che abbiamo scovato senza traffico finiranno con l’intasarsi se percorse oltre un certo numero da troppi automobilisti.

Benritrovati!