Archivio per Gaza

Liberate la Palestina, liberate voi stessi

Posted in Palestina, Politica with tags , , , , , on agosto 27, 2014 by Maria Rubini

donne
Le scorse settimane hanno visto una mobilitazione senza precedenti della società civile di tutto il mondo contro l’ingiustizia e la brutalità della sproporzionata risposta israeliana al lancio di razzi dalla Palestina.
Se si contano tutte le persone che si sono radunate lo scorso fine settimana a Città del Capo, a Washington DC, a New York, a Nuova Delhi, a Londra, a Dublino, a Sidney ed in tutte le altre città del mondo per chiedere giustizia in Israele e Palestina, ci si rende subito conto che si tratta senza dubbio della più grande ondata di protesta di sempre dell’opinione pubblica riguardo ad una singola causa.
Circa venticinque anni fa, ho partecipato a diverse grandi manifestazioni contro l’apartheid. Non avrei mai immaginato che avremmo rivisto manifestazioni tanto numerose, ma sabato scorso a Città del Capo l’affluenza è stata uguale se non addirittura maggiore. C’erano giovani e anziani, musulmani, cristiani, ebrei, indù, buddisti, agnostici, atei, neri, bianchi, rossi e verdi… come ci si aspetterebbe da una nazione viva, tollerante e multiculturale.
Ho chiesto alla gente in piazza di unirsi al mio coro: “Noi ci opponiamo all’ingiustizia dell’occupazione illegale della Palestina. Noi ci opponiamo alle uccisioni indiscriminate a Gaza. Noi ci opponiamo all’indegno trattamento dei palestinesi ai checkpoint e ai posti di blocco. Noi ci opponiamo alla violenza da chiunque sia perpetrata. Ma non ci opponiamo agli ebrei.”
Pochi giorni fa, ho chiesto all’Unione Internazionale degli Architetti, che teneva il proprio convegno in Sud Africa, di sospendere Israele dalla qualità di Paese membro.
Ho pregato le sorelle e i fratelli Israeliani presenti alla conferenza di prendere le distanze, sia personalmente che nel loro lavoro, da progetti e infrastrutture usati per perpetuare un’ingiustizia. Infrastrutture come il muro, i terminal di sicurezza, i posti di blocco e gli insediamenti costruiti sui territori Palestinesi occupati.Ho detto loro: “Quando tornate a casa portate questo messaggio: invertite la marea di violenza e di odio unendovi al movimento nonviolento, per portare giustizia a tutti gli abitanti della regione”. In poche settimane, più di 1 milione e 600mila persone in tutto il mondo hanno aderito alla campagna lanciata da Avaaz chiedendo alle multinazionali che traggono i propri profitti dall’occupazione della Palestina da parte di Israele e/o che sono coinvolte nell’azione di violenza e repressione dei Palestinesi, di ritirarsi da questa attività. La campagna è rivolta nello specifico a ABP (fondi pensionistici olandesi); a Barclays Bank; alla fornitura di sistemi di sicurezza (G4S), alla francese Veolia (trasporti); alla Hewlwtt-Packard (computer) e alla Caterpillar (fornitrice di Bulldozer).
Il mese scorso 17 governi della UE hanno raccomandato ai loro cittadini di astenersi dal fare affari o investimenti negli insediamenti illegali israeliani.
Abbiamo recentemente assistito al ritiro da banche israeliane di decine di milioni di euro da parte del fondo pensione olandese PGGM e al ritiro da G4S della Fondazione Bill e Melinda Gates; e la Chiesa presbiteriana degli Stati Uniti ha ritirato una cifra stimata in 21 milioni dollari da HP, Motorola Solutions e Caterpillar.
Questo movimento sta prendendo piede.
La violenza genera solo violenza ed odio, che generano ancora più violenza e più odio.
Noi sudafricani conosciamo la violenza e l’odio. Conosciamo la pena che comporta l’essere considerati la puzzola del mondo, quando sembra che nessuno ti comprenda o sia minimamente interessato ad ascoltare il tuo punto di vista. È da qui che veniamo.
Ma conosciamo anche bene i benefici che sono derivati dal dialogo tra i nostri leader, quando organizzazioni etichettate come “terroriste” furono reintegrate ed i loro capi, tra cui Nelson Mandela, liberati dalla prigione, dal bando e dall’esilio.
Sappiamo che, quando i nostri leader cominciarono a parlarsi, la logica della violenza che aveva distrutto la nostra società si è dissipata ed è scomparsa. Gli atti di terrorismo iniziati con i negoziati, quali attachi ad una chiesa o ad un pub, furono quasi universalmente condannati ed i partiti responsabili furono snobbati alle elezioni.
L’euforia che seguì il nostro votare assieme per la prima volta non fu solo dei sudafricani neri. Il vero trionfo della riappacificazione fu che tutti si sentirono inclusi. E dopo, quando approvammo una costituzione così tollerante, compassionevole e inclusiva che avrebbe reso orgoglioso anche Dio, tutti ci siamo sentiti librerati.
Certo, avere un gruppo di leader straordinari ha aiutato.
Ma ciò che alla fine costrinse questi leader a sedersi attorno al tavolo delle trattative fu l’insieme di strumenti persuasivi e non violenti messi in pratica per isolare il Sudafrica economicamente, accademicamente, culturalmente e psicologicamente.
A un certo punto – il punto di svolta – il governo di allora si rese conto che preservare l’apartheid aveva un costo superiore ai suoi benefici.
L’interruzione, negli anni ’80, degli scambi commerciali con il Sud Africa da parte di aziende multinazionali dotate di coscienza, è stata alla fine una delle azioni chiave che ha messo in ginocchio l’apartheid, senza spargimenti di sangue. Quelle multinazionali avevano compreso che, sostenendo l’economia del Sud Africa, stavano contribuendo al mantenimento di uno status quo ingiusto. Quelli che continuano a fare affari con Israele, che contribuiscono a sostenere un certo senso di “normalità” nella società Israeliana, stanno arrecando un danno sia agli israeliani che ai palestinesi. Stanno contribuendo a uno stato delle cose profondamente ingiusto.
Quanti contribuiscono al temporaneo isolamento di Israele, dichiarano così che Israeliani e Palestinesi in eguale misura hanno diritto a dignità e pace.
In sostanza, gli eventi accaduti a Gaza nell’ultimo mese circa stanno mettendo alla prova chi crede nel valore degli esseri umani.
È sempre più evidente il fallimento dei politici e dei diplomatici nel fornire risposte e che la responsabilità di negoziare una soluzione sostenibile alla crisi in Terra Santa ricade sulla società civile e sugli stessi abitanti di Israele e Palestina.
Oltre che per le recenti devastazioni a Gaza, tante bellissime persone in tutto il pianeta – compresi molti Israeliani – sono profondamente disturbate dalle quotidiane violazioni della dignità umana e della libertà di movimento cui i Palestinesi sono soggetti a causa dei checkpoint e dei posti di blocco. Inoltre, la politica Israeliana di occupazione illegale e di costruzione di insediamenti cuscinetto in una terra occupata aggrava la difficoltà di raggiungere in futuro un accordo che sia accettabile per tutti.
Lo stato di Israele si sta comportando come se non ci fosse un domani. Il suo popolo non potrà avere la vita tranquilla e sicura che vuole – e a cui ha diritto – finché i suoi leader continueranno a mantenere le condizioni che provocano il conflitto.Io ho condannato quanti in Palestina sono responsabili dei lanci di missili e razzi contro Israele. Soffiano sulle fiamme dell’odio. Io sono contrario ad ogni manifestazione di violenza.
Ma dobbiamo essere chiari che il popolo palestinese ha ogni diritto di lottare per la sua dignità e libertà. È una lotta che ha il sostegno di molte persone in tutto il mondo.
Nessuno dei problemi creato dagli esseri umani è irrisolvibile, quando gli esseri umani stessi si impegnano a risolverlo con il desiderio sincero di volerlo superare. Nessuna pace è impossibile quando la gente è determinata a raggiungerla.
La Pace richiede che israeliani e palestinesi riconoscano l’essere umano in loro stessi e nell’altro, che riconoscano la reciproca interdipendenza.
Missili, bombe e insulti non sono parte della soluzione. Non esiste una soluzione militare.
È più probabile che la soluzione arrivi dallo strumento nonviolento che abbiamo sviluppato in Sud Africa negli anni ’80, per persuadere il governo della necessità di modificare la propria linea politica.
Il motivo per cui questi strumenti – boicottaggio, sanzioni e disinvestimenti – si rivelarono efficaci, sta nel fatto che avevano una massa critica a loro sostegno, sia dentro che fuori dal Paese. Lo stesso tipo di sostegno di cui siamo stati testimoni, nelle utlime settimane, a favore della Palestina.1583417048Il mio appello al popolo di Israele è di guardare oltre il momento, di guardare oltre la rabbia nel sentirsi perennemente sotto assedio, nel vedere un mondo nel quale Israele e Palestina possano coesistere – un mondo nel quale regnino dignità e rispetto reciproci.
Ciò richiede un cambio di prospettiva. Un cambio di mentalità che riconosca come tentare di perpetuare l’attuale status quo equivalga a condannare le generazioni future alla violenza e all’insicurezza. Un cambio di mentalità che ponga fine al considerare ogni legittima critica alle politiche dello Stato come un attacco al Giudaismo. Un cambio di mentalità che cominci in casa e trabocchi fuori di essa, nelle comunità, nelle nazioni e nelle regioni che la Diaspora ha toccato in tutto il mondo. L’unico mondo che abbiamo e condividiamo.
Le persone unite nel perseguimento di una causa giusta sono inarrestabili. Dio non interferisce nelle faccende della gente, ha fiducia nel fatto che noi cresceremo ed impareremo risolvendo le nostre difficoltà e superando le nostre divergenze da soli. Ma Dio non dorme. Le Scritture Ebraiche ci dicono che Dio è schierato dalla parte del debole, dalla parte di chi è senza casa, della vedova, dell’orfano, dalla parte dello straniero che libera gli schiavi nell’esodo verso la Terra Promessa. Fu il profeta Amos che disse che dobbiamo lasciar scorrere la giustizia come un fiume.
La giustizia prevarrà alla fine. L’obiettivo della libertà del popolo palestinese dall’umiliazione e dalle politiche di Israele è una causa giusta. È una causa che lo stesso popolo di Israele dovrebbe sostenere.Nelson Mandela disse che i Sudafricani non si sarebbero potuti sentire liberi finché anche i Palestinesi non lo fossero stati.
Avrebbe potuto aggiungere che la liberazione della Palestina libererà anche Israele.

di Desmond Tutu
Originale pubblicato su http://www.haaretz.com/opinion/1.610687 – Traduzione realizzata dalla Comunità di Avaaz.

2012: sciiti e sunniti si combattono per la supremazia nella regione

Posted in Palestina, Politica, Società with tags , , , , , , , , , , , , , on gennaio 3, 2012 by Maria Rubini

Di Barry Rubin

Naturalmente non vi è nulla di nuovo nel conflitto fra musulmani sunniti e musulmani sciiti, ma è una novità che tale conflitto sia diventata una delle caratteristiche a livello regionale in tempi moderni. In fondo, finché imperavano regimi di stile laico che predicavano identità arabe nazionaliste onnicomprensive, le differenze fra comunità religiose restavano in secondo piano. Ma una volta che si sono affermati regimi islamisti, la teologia è tornata centrale, come secoli fa. Ma non si fraintenda la situazione: quella in atto è fondamentalmente una lotta per il potere politico e per le ricchezze. Quando stati o movimenti sunniti e sciiti si combattono, si comportano come soggetti politici dotati di obiettivi, tattiche e strategie.
La forza e l’influenza crescenti del regime islamista iraniano hanno posto gli islamisti arabi sunniti di fronte a un grosso problema. In linea generale non amavano l’Iran perché era persiano e sciita, però rappresentava l’unico regime islamista sulla scena. È così che la palestinese Hamas, organizzazione araba islamista sunnita, è diventata un cliente sottomesso all’Iran. La guerra Iran-Iraq (degli anni ’80) rifletteva questi antagonismi, in modo particolarmente evidente nella propaganda irachena. Peraltro il regime iracheno era comunque in grado di tenere sotto controllo la sua maggioranza sciita.
Successivamente la rimozione di Saddam Hussein ad opera di una forza internazionale guidata dagli Stati Uniti ha scoperchiato la questione dei rapporti fra comunità all’interno dell’Iraq. Gli sciiti iracheni sopravanzano i loro vicini sunniti con un rapporto di tre a uno, per cui sono destinati a vincere automaticamente qualunque elezione, specie se i curdi iracheni si chiamano fuori, preferendo quello che è, di fatto se non di diritto, il loro stato nel nord dell’Iraq. Nonostante la presenza di elementi anti-americani e di al-Qaeda, l’insurrezione sunnita in Iraq è stata essenzialmente un estremo tentativo da parte dei sunniti di recuperare il potere. Il tentativo è fallito e adesso, pur continuando le violenze, i sunniti porranno l’enfasi principale sul negoziare la divisione del potere meno peggio possibile. Anche in Libano gli sciiti hanno trionfato, guidati da Hezbollah e aiutati da Siria e Iran.
Ma tutto questo avveniva prima dell’anno 2011. La “primavera araba” è stata invece una faccenda quasi interamente sunnita: per alcuni versi l’equivalente sunnita della rivoluzione iraniana del 1979. Solo nel Bahrain, dove erano oppressi, gli sciiti sono passati all’offensiva. Quelle in Egitto, Tunisia e Libia sono state tutte insurrezioni sunnite contro governi arabi sunniti.
La situazione in Siria è assai più complicata, con un regime arabo alawita non-musulmano che si atteggia a musulmano sciita e che è alleato con l’Iran (non arabo, ma sciita), e che all’interno è osteggiato da tutta una varietà di gruppi. Nondimeno, in questo quadro quella in atto in Siria è sostanzialmente una sollevazione guidata dai sunniti (anche se lungi dall’essere esclusivamente islamisti) contro un regime “sciita”.
Qui sta il punto. Gli arabi islamisti sunniti non hanno più bisogno dell’Iran, e nemmeno della Turchia (sunnita e a governo tendenzialmente islamista, ma non araba) perché ora hanno un proprio potere. Ciò che è probabilmente destinato ad emergere è perlomeno un variegato blocco arabo sunnita con forti connotazioni islamiste, composto da Egitto, striscia di Gaza, Libia e Tunisia, insieme ad elementi della Fratellanza Musulmana di Giordania e Siria. L’elemento chiave, qui, è la Fratellanza Musulmana: un’organizzazione che in generale non ama i musulmani sciiti, e in particolare l’Iran. Eventi minori, come l’appoggio da parte del guru della Fratellanza, Yusuf al-Qaradawi, al regime sunnita del Bahrain contro l’opposizione sciita, rivelano la direttrice del loro pensiero. Gli ancor più estremisti salatiti – un termine oggi usato per indicare piccoli gruppi rivoluzionari islamisti – sono ancora più anti-sciiti.
In questo quadro, uno dei fattori in gioco è la persistente indisponibilità della maggioranza degli stati arabi ad accogliere fra i propri ranghi l’Iraq governato dagli sciiti. L’Iraq non diventerà un satellite dell’Iran. Certamente si sente più a proprio agio in un blocco sciita, ma probabilmente continuerà a starsene relativamente distante dagli affari regionali.
Si noti, poi, che in larga misura questa situazione lascia orfana l’Autorità Palestinese. In generale essa può dipendere dal sostegno arabo, iraniano e turco. Ma non ha più un padrino regionale, mentre è Hamas il gruppo che attualmente gode del caloroso appoggio degli islamisti sunniti. Il che naturalmente spinge nel senso di un’alleanza fra Autorità Palestinese (cioè Fatah) e Hamas, mentre indebolisce la forza contrattuale di Fatah rispetto al partner islamista (e questo si traduce in un persistente disinteresse a negoziare con Israele, e tanto meno a giungere a una soluzione negoziata con esso).
Sicché, nonostante le apparenze, il 2011 è stato un anno di smacco per Iran e Turchia perché gli islamisti arabi sunniti sono ora molto meno soggetti all’influenza di Tehran, considerata un rivale, e non gradiscono nemmeno la leadership turca.
Possono questi blocchi unirsi efficacemente fra loro contro Stati Uniti, occidente e Israele? Per dirla in una sola parola: no. Le loro lotte per il potere regionale e per il controllo di singoli stati (Bahrain, Libano, Siria e, in misura minore, Iraq) li terranno impegnati nei conflitti. Persino l’unanimismo anti-israeliano verrà sfruttato da ciascuno per i propri interessi.
Per lo stesso motivo, però, le speranze in un’evoluzione in senso moderato sono ridotte al minimo. In una regione dove regimi e movimenti fanno a gara nel dimostrare la loro combattività e la fedeltà ad una interpretazione estremista dell’islam, nessuno vorrà mostrarsi disposto a fare la pace con Israele. E i regimi collaboreranno con gli stati Uniti solo se saranno convinti che l’America può e vuole proteggerli: una speranza piuttosto vana con un’amministrazione Obama ansiosa di farsi amici fra gli islamisti.
C’è poi un altro aspetto da sottolineare in questa rivalità fra sunniti e sciiti, in questo formarsi di blocchi, nella loro competizione in fatto di combattività e nello scontro per il controllo di singoli stati. Ed è che la regione continuerà a mietere vite umane, dissipando sangue, tempo e risorse nella battaglia politica, giacché la lusinga dell’ideologia e del potere, anziché il pragmatismo e la produttività economica, continua a predominare anche dopo che sono caduti vecchi regimi.

(Da: Jerusalem Post, 1.1.12)

Hamas sotto choc. Hanno voluto dimostrare che Hamas è impotente

Posted in Palestina, Politica with tags , , , on aprile 16, 2011 by Maria Rubini

Chi ha ucciso Vik mirava al cuore di Hamas. Non hanno dubbi le centinaia di palestinesi a lutto in Jundi al Majhull, la piazza del milite ignoto al centro di Gaza City dove il 15 marzo scorso alcuni dei più giovani tra loro avevano tentato d’allestire una locale piazza Tahrir prima d’essere dispersi dalle forze dell’ordine. Se nel giorno dell’unità necessaria circola incertezza sull’identità politica degli assassini, che la leggenda associa già al Mossad, c’è una sola interpretazione per il messaggio affidato al cadavere del pacifista italiano: una sfida diretta al governo di Gaza.

«Hamas ha sempre sostenuto d’avere il controllo della Striscia e ora deve provarlo» ammette al telefono Ahmad Youssef, consigliere del premier Ismail Haniye. Le indagini puntano alla galassia salafita cui faceva riferimento l’ultimatum, ma alTawhid wal-Jihad, il gruppo maggiormente indiziato tra i cinque attivi a Gaza dal 2004, ha smentito ogni coinvolgimento. Youssef non è convinto: «I salafiti sono pochi ma addestrati, alcuni hanno buoni contatti perchè sono ex Hamas convertitisi poi all’estremismo ideologico».

Cosa si muove nelle viscere di Gaza? Da quando ha vinto le elezioni del 2006 spaventando la comunità internazionale fino all’embargo, Hamas cerca la prova d’efficienza che compensi la popolazione dell’isolamento. La guerra civile con cui nel 2007 ha cacciato i rivali di Fatah è spiaciuta a molti ma ha prodotto in cambio la tolleranza zero contro il caos. Da quattro anni a Gaza manca quasi tutto, fuorchè la sicurezza. Fu il neogoverno di Hamas a favorire il rilascio del giornalista della Bbc Alan Johnston, rapito da un clan parasalafita e liberato il 4 luglio 2007. Da allora camminare di notte nel centro di Gaza City alla ricerca di un ristorante non è più stato un problema, non solo per Arrigoni.

«L’unica cosa che Hamas ha realizzato è la sicurezza, ha sempre sostenuto che la storia di Al Qaeda a Gaza fosse una bufala ma ora viene fuori il contrario» osserva il giornalista B.Q. Come tanti connazionali ha passato giovedì notte davanti alla tv e venerdì pendolando da una veglia all’altra, il milite ignoto, il porto, il locale preferito di Arrigoni chiamato Gallery: «Non era mai stato ucciso uno straniero, volevano ucciderlo. Vittorio viveva qui dal 2008, era più palestinese dei palestinesi, difendeva i pescatori, siamo tutti senza parole. Il governo si è riunito d’emergenza per decidere le prossime mosse, deve reagire rapidamente».

Hamas è sotto choc, confermano fonti interne. Ai piani alti c’è la consapevolezza di aver flirtato in passato con gruppi estremisti tipo Jaysh al-Islam, legato al clan dei Doghmush e coinvolto in operazioni congiunte come il rapimento del militare israeliano Shalit, ancora prigioniero. Il portavoce Yiab Hussein denuncia l’azione di «forze che vogliono destabilizzare la Striscia» e ipotizza che oltre al rilascio dei compagni i rapitori volessero intimidire «stranieri e infedeli». Ma la telefonata di scuse del premier Haniye alla mamma di Arrigoni suona cupa, tardiva.

I salafiti palestinesi sono così potenti da sfidare Hamas in casa, colpendo a GazaCity, dove la security garantiva reporter e militanti internazionali? Certo, con il berretto e la pipa Arrigoni era un target semplice e «spendibile». Racconta un amico a patto di restare anonimo che non tutti i palestinesi ne amassero l’anticonformismo: «I conservatori non apprezzavano la sua fede comunista, le braccia scoperte e tatuate, non capivano cosa facesse a Gaza. C’era chi lo considerava un Che Guevara e chi si chiedeva se fosse una spia israeliana. Perché prendere lui e non un francese, in odio a Sarkozy? La sua morte beffa Hamas e elimina un personaggio scomodo». E ora? Se hanno dichiarato guerra, gli sfidanti devono avere qualche carta da giocare.

Secondo l’International Crises Group la minaccia salafita a Gaza è cresciuta negli ultimi anni come sfida più ideologica che militare ad Hamas, un j’accuse contro la titubanza nella lotta contro Israele e la timidezza nell’adozione della sharia. L’incertezza seguita al risveglio arabo avrebbe dato a questa falange d’11 mila persone su un milione e mezzo di abitanti la forza di colpire.

«La trattativa era una farsa, il video pareva opera di tagliagole iracheni» nota una fonte diplomatica interna. E’ questo che tira in ballo i salafiti, oltre alla richiesta di rilascio del leader Abd al Walid al Maqdisi, arrestato a febbraio. C’è la loro firma sull’attentato del 2006 nel Sinai, sul successivo assalto al valico di Karni e sul tentativo d’instaurare un Emirato a Rafah nel 2009, quando Hamas, che dispone di oltre 25 mila uomini armati, piegò la moschea ribelle. Al bastone però, sono state alternate troppe carote. Da mesi, in un’escalation moralista, la security vigila che le borse degli stranieri in arrivo a Gaza non contengano vino e nei caffè si moltiplicano i controlli alle coppie richieste d’esibire regolare certificato di fidanzamento.

«Mi sono fatto crescere la barba per non dare nell’occhio, abito a Rafah e qui quelli si fanno sentire» ammette il proff di lingue Sami, uno che se ha ospiti occidentali in casa e deve assentarsi preferisce chiuderli a chiave «per sicurezza». E’ appena tornato da Gaza City dove ha distribuito caffè al sit-in per il funerale virtuale di Arrigoni. «C’erano i blogger contrari al governo, uomini e donne, i giornalisti che hanno indetto 3 giorni di sciopero» insiste. Mancava qualcuno, i demoni della porta accanto.

Francesca  Paci

Da edificio-simbolo a oggetto di sciacallaggio. La triste fine dell’aeroporto di Gaza. E pensare che, proprio su quell’asfalto, Arafat aveva salutato la costruzione come il primo atto concreto verso la creazione e la proclamazione dello Stato palestinese.

Posted in Palestina with tags , , , on agosto 31, 2010 by Maria Rubini

Per anni non ci aveva messo piede nessuno. Dopo i bombardamenti israeliani non restava più niente, se non lo scheletro di quello che un tempo era la struttura principale. E una pista asfaltata. Che accoglieva gli aerei provenienti dai paesi arabi. O dava lo spazio giusto ai velivoli per decollare. Perché in meno di dieci secondi dalla partenza, i bolidi volanti erano già in territorio egiziano.

Ora, dell’Aeroporto internazionale “Yasser Arafat”, dodici anni dopo la sua inaugurazione, non resta più niente. Né i voli, né il padre spirituale. Ma se quest’ultimo sono in tanti a rimpiangerlo, nessuno si dispera per quell’unica finestra verso il mondo esterno che ora non c’è più. Perché a vederlo com’è ridotto oggi, l’aeroporto, sembra di stare in un mondo post-apocalittico o su Marte.

Opera delle bombe, certo. Ma anche dei palestinesi stessi. Che, senza lavoro e senza soldi, hanno iniziato da qualche mese a spolpare quel che resta di quel gioiello. La pista ormai è ridotta in brandelli che in alcuni tratti sembrano colline. Gli edifici reggono a malapena. E prima o poi cadranno giù. Il ferro contenuto al loro interno è troppo prezioso per le nuove costruzioni. Ed è un materiale che Israele non fa passare attraverso i suoi valichi. Insieme al bitume, al petrolio, al cemento e a tutto quello che serve per costruire case, palazzi, strade e ponti.

«Non ho un lavoro e in qualche modo devo sfamare i miei figli», dice all’Associated Press Hilmi Izawied, 34 anni, uno dei “saccheggiatori” dell’aeroporto e padre di sei figli. «Qui prendo quello che mi serve per rivenderlo al mercato nero. Riesco a portarmi a casa 15-30 dollari al giorno».

Ogni mattina, per ore intere sotto al sole, centinaia tra uomini, donne e bambini si presentano sulla pista. Scavano, prendono quello che si trova sotto all’asfalto, caricano su carrozze trainate da un asino o da un cavallo e cercano di vendere il tutto. Quelli che vanno per la maggiore sono le barre di ferro e la ghiaia speciale che si trova poco sotto il bitume. Da lontano, i miliziani di Hamas stanno a guardare. O non si fanno proprio vedere.

Tempo qualche mese e del glorioso aeroporto non resterà più niente. E pensare che, proprio su quell’asfalto, Arafat aveva salutato la costruzione come il primo atto concreto verso la creazione e la proclamazione dello Stato palestinese.

Leonard Berberi