Archivio per gerusalemme

Non vi sarà alcun “ritorno” dentro Israele

Posted in Palestina with tags , , , on maggio 20, 2011 by Maria Rubini

Sono in marcia, in questo momento, verso la barriera di confine: a Majdal Shams, a Maroun al-Ras, a Erez, a Kalandiya. Impugnano bandiere palestinesi e chiedono di “tornare” nei villaggi perduti dai loro nonni nel 1948. I loro politici gli hanno detto che succederà. I chierici hanno promesso l’aiuto di Allah. Sponsor stranieri hanno fornito bandiere e autobus. Si avviano alla loro missione con la totale fiducia che il “progetto sionista” – come lo ha definito Ismail Haniyeh – è destinato a crollare. Ancora una piccola spinta e l’intera Terra d’Israele, dal Giordano al Mare, diventerà Palestina.
Ho una notizia da darvi, miei cari cugini: non succederà. Certamente non nel futuro prevedibile. Voi non “tornerete” nell’Israele che sorge all’interno della Linea Verde. Sessantatre anni sono passati da quella guerra: è giunto il momento di votarsi ad altri sogni.
So che nessuno dei dimostranti della Giornata della Nakba leggerà queste righe. Ma so che vi sono uomini laboriosi e diligenti, in una stanzetta della Muqata di Ramallah, che traducono ogni parola significativa che viene pubblicata sulla stampa ebraica a beneficio di Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e dei suoi ministri. È a loro che sono rivolte le mie parole.
Abu Mazen è il più amabile e disponibile politico dei tre governi attualmente in carica in Terra d’Israele. Come ogni politico, è attento agli umori del suo elettorato. A volte le parole che gli escono dalla bocca sono più forti di lui, e si fa trascinare. Alla vigilia della Giornata della Nakba ha promesso alla sua gente che nessun leader palestinese rinuncerà mai al “diritto al ritorno”. “Il ritorno non è uno slogan – ha detto – La Palestina è nostra”. Abu Mazen ha evitato di chiarire come e dove tale diritto dovrebbe essere realizzato. Se attraverso risarcimenti in denaro o col vero e proprio “ritorno” fisico; se nel futuro stato palestinese o anche all’interno di Israele: chiunque poteva intendere quel che voleva dalle parole del presidente palestinese.
Nelle conversazioni in privato, i più alti esponenti dell’Autorità Palestinese oramai da anni affermano di essere ben consapevoli che non c’è modo di far tornare indietro il tempo. Ai profughi (e loro discendenti) verrà offerta l’opzione di reintegrarsi nei paesi dove oggi risiedono o nel futuro stato palestinese, o di ricevere risarcimenti in denaro. Ma alla loro gente dicono cose diverse. Non possono mettere al corrente le centinaia di migliaia di palestinesi che vivono nei campi profughi in Siria e Libano che non vi sarà alcun “ritorno”. Al contrario, alimentano coltivano la loro pia illusione in un ritorno che non si concretizzerà mai.
Lo stesso Abu Mazen si è trovato in un grosso guaio, pochi mesi fa, quando WikiLeaks pubblicò le parole che aveva pronunciato conversando con un diplomatico americano circa l’inutilità di insistere sul “diritto al ritorno”. Naturalmente, Abu Mazen si è precipitato a smentire quel resoconto.
Quando viene chiesto ai governanti palestinesi perché evitano di dire alla loro gente la verità, rispondono che il “diritto al ritorno” è “moneta di scambio”: vi rinunceranno solo in cambio di un’analoga concessione da parte israeliana, ad esempio su Gerusalemme est. Una posizione apparentemente logica: il bazar mediorientale porta rispetto soltanto a chi mercanteggia. Ma le illusioni hanno una loro propria forza. Le false speranze che questi politici danno in pasto al loro pubblico possono trasformarsi in una violenza capace di spazzare l’intera regione. Di fatto, cavalcano una tigre.
La verità circa il “diritto al ritorno” deve essere detta non solo ai palestinesi, ma anche agli israeliani. L’annullamento dell’eventualità di un ritorno in Israele è la linea sulla quale anche gli israeliani favorevoli alla soluzione a due stati non possono cedere. Vi sono molti, nella destra israeliana, che non se ne curano: loro puntano a istituire un unico stato, uno stato fondato sulla discriminazione. Anche a sinistra vi sono coloro che non se ne curano: anche loro mirano a istituire un solo stato, lo stato (arabo) della Nakba e del ritorno. Ma quelli che desiderano vivere in uno stato d’Israele sovrano, sionista e democratico, non hanno altra scelta che continuare a dire ai nostri cugini: con tutto il dovuto rispetto, il passato resta il passato. Siamo destinati a spartire: noi faremo tornare dentro il nostro paese i nostri concittadini dagli insediamenti, voi assorbirete i vostri profughi dentro al vostro paese: non “tornerete” mai a stabilirvi all’interno di Israele.

Nahum Barnea

I chiodi della Croce. Jacobovici, tesi e antitesi

Posted in Società with tags , , , , , on aprile 14, 2011 by Maria Rubini

“Ecco i chiodi della croce di Gesù”. A mostrarli in conferenza stampa è Simcha Jacobovici un famoso documentarista specializzato in ricostruzioni storico-religiose, che sostiene di aver ritrovato due chiodi che furono estratti dalla croce di Cristo. All’origine della scoperta vi sono due ossari rinvenuti a Gerusalemme vent’anni fa con inciso il nome di ‘Caifa’. “Se accettiamo che questi chiodi arrivano da quella tomba, e tenendo conto che il nome di Caifa è associato solo con la crocefissione di Cristo, è altamente probabile che siano proprio quei chiodi” sostiene Jacobovici. La tesi, sostenuta nel documentario ‘I chiodi della Croce’ di prossima divulgazione, è che il sommo sacerdote Caifa avesse compreso l’importanza del messaggio di Gesù e si fosse pentito di aver consegnato un ebreo ai romani. Di conseguenza avrebbe chiesto di proposito che i chiodi estratti dalla croce di Cristo fossero conservati con le proprie ossa.

L’autore ha rinvenuto i chiodi presso il laboratorio dell’Università di Medicina di Tel Aviv, ma sostiene che furono rinvenuti nel 1990 in un ossario scoperto a Gerusalemme, su cui era inciso il nome di Caifa: il sacerdote che, secondo i Vangeli, consegnò Gesù ai Romani. Secondo Jacobovici, Caifa si sarebbe pentito di quel gesto e prima di morire avrebbe recuperato i chiodi della crocifissione, chiedendo che fossero sepolti con la sua salma. Alcuni archeologi israeliani contestano la tesi di Jacobovici, sostenendo che la tomba in cui furono trovati i chiodi è modesta e non certo degna della sepoltura di un sommo sacerdote. Su questo ritrovamento prende la parola anche Roberto Malini, scrittore e storico: “Secondo la tradizione antica, diverse reliquie legate alla morte di Gesù vennero recuperate nei primi secoli dell’era cristiana. I chiodi venivano chiamati ‘strumenti della Passione’ e, sempre secondo la tradizione, tre di essi sarebbero stati rinvenuti dall’imperatrice Elena, madre di Costantino I e santificata dalla Chiesa cattolica. Le leggende cristiane ne individuano uno presso la Chiesa di Santa Croce in Gerusalemme a Roma, uno appeso sull’altare maggiore del Duomo di Milano, uno all’interno della corona ferrea a Monza o nella sacra lancia di Longino a Vienna. Storia e archeologia ci rivelano che i condannati alla crucifissione venivano inchiodati ai polsi e non alle palme delle mani, per evitare che le teste metalliche dilaniassero le carni, sotto il peso dei corpi. Si trattava di chiodi a ‘L’ o a testa molto estesa, dall’ampio diametro e lunghi almeno 15 centimetri, in modo che potessero trapassare il polso di un uomo adulto e conficcarsi in profondità nel legno delle croci”. Malini a questo punto mostra una foto in cui Simcha Jacobovici esibisce uno dei chiodi scoperti a Gerusalemme. “Come si vede chiaramente,” spiega lo scrittore, “il chiodo non possiede alcuna delle caratteristiche di un chiodo da supplizio, essendo troppo corto, con un diametro troppo ridotto e una testa non abbastanza grande. Sembra piuttosto il chiodo di un sarcofago, di una bara o dello scrigno di un corredo funebre ed è per questo che, verosimilmente, è stato ritrovato  all’interno di un antico ossario”.

La polveriera di Silwan

Posted in Palestina with tags , , , , on settembre 25, 2010 by Maria Rubini

Sono ore decisive per il negoziato voluto da Obama: sulla moratoria nella costruzione degli insediamenti si sta cercando un compromesso che permetta a Netanyahu di non dire che il blocco prosegue, ma di fatto fermando comunque le nuove costruzioni almeno fuori dagli insediamenti più grandi. Il fatto più importante della settimana, però, è un altro: nelle ultime ore a Gerusalemme è scoppiata con una puntualità impressionante la «bomba a orologeria» Silwan. Offrendo un’idea molto chiara di che cosa succederebbe se questo negoziato fallisse.

La notizia è stata tenuta incredibilmente bassa da alcuni media italiani e così non è affatto scontato che tutti la sappiano: mercoledì ci sono stati scontri molto violenti a Gerusalemme dopo che all’alba un palestinese è stato ucciso da una guardia giurata israeliana nel quartiere di Silwan, quello a cinquecento metri dal Muro del Pianto al centro della cosiddetta «guerra degli archeologi».

Nel cuore di questo quartiere arabo di 50 mila abitanti in questi ultimi anni è stato infatti costruito un nuovo parco archeologico chiamato City of David perché qui l’archeologa israeliana Eilat Mazar avrebbe trovato le rovine del palazzo del re Davide (il condizionale è d’obbligo, perché altri archeologi israeliani contestano questa tesi; e va anche detto che – trattandosi di edifici di tremila anni fa – tutto ciò che si vede sono alcune pareti diroccate di non facile interpretazione). In nome di questi scavi è stata completamente sconvolta la vita di un quartiere dove vivono 50 mila arabi. Ma non solo: la gestione del sito è stata affidata a Elad, un’associazione legata al movimento dei coloni che – contemporaneamente – mira a portare a vivere in questa stessa area famiglie ebraiche. Dalla stessa Elad dipendono le guardie private di sicurezza che sorvegliano il parco archeologico.

In questa situazione già tesa la municipalità di Gerusalemme che cosa fa? A giugno il sindaco «laico» Nir Barkat, per espandere il parco archeologico, approva un piano che prevede la demolizione di 22 case palestinesi a Silwan, appellandosi alla solita scusa che sono abusive (peccato che in quarant’anni la municipalità non abbia mai dotato Gerusalemme Est di un piano urbanistico e quindi come farebbero a essere legali?).

Proprio qui, dunque, mercoledì mattina alcuni arabi avrebbero accerchiato l’automobile di una guardia israeliana e questi – sentendosi in pericolo – avrebbe sparato per difendersi. Prendiamo pure per buona questa ricostruzione (che peraltro i palestinesi sostengono sia falsa). La domanda diventa: è solo un caso che tutto ciò avvenga proprio a Silwan? Non è una follia pensare che un intervento del genere – in cui si cancella tutto ciò che esiste per riportare una parte della città a ciò che era secoli fa – passi in maniera indolore in una città contesa come è Gerusalemme? Eppure – come si può leggere nella notizia che rilanciamo dal blog israeliano Coteret – non più di una settimana fa il governo Netanyahu ha destinato altri 2 milioni di shekel allo sviluppo del parco archeologico della City of David.

Oggi Haaretz pubblica un editoriale molto forte intitolato «Il governo deve smetterla di finanziare gli zeloti a Gerusalemme». «Con la scusa degli scavi archeologici e di restaurare la gloria di un tempo – si legge – l’associazione Elad sta cercando di mettere le mani su gran parte del villaggio di Silwan, che contiene la City of David. Ma non avrebbe neanche potuto pensare di farlo senza l’assistenza di strutture pubbliche come l’Israel Nature and Parks Authority, che ha ceduto l’amministrazione del sito a Elad, la Municipalità di Gerusalemme, che ha offerto il suo aiuto, e la collaborazione dell’Israel Antiquities Authority».

Dopo gli scontri di mercoledì (continuati in parte anche giovedì) adesso c’è una calma tesa a Silwan. Ma è una vicenda importante da tenere presente in queste ore. Spiega infatti due cose fondamentali: la prima è che gli insediamenti non spuntano mai dal nulla e in un posto qualsiasi; dietro c’è sempre un disegno preciso e con responsabilità precise. La seconda è che anche questi progetti sono un’arma che può arrivare a uccidere. Ecco perché disinnescarla oggi è così importante.

Clicca qui per vedere le immagini degli scontri inviate dai blogger e pubblicate sul sito del New York Times

Clicca qui per consultare il sito internet della City of David

Clicca qui per leggere la notizia rilanciata da Coteret

Clicca qui per leggere l’editoriale di Haaretz

di Giorgio Bernardelli

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