Archivio per Iraq

Dalla Siria all’Iran, passando per l’Iraq. E per il suo petrolio

Posted in Politica, Uncategorized with tags , , , on luglio 31, 2012 by Maria Rubini
 Sentire l’emiro del Qatar o il re saudita parlare di diritti umani lascia quantomeno perplessi, vista la situazione nei due paesi del Golfo. E non si tratta solo di questioni di genere, quanto piuttosto di un esercito di schiavi imprigionati in suntuose dimore o impegnati a costruire castelli di ghiaccio in mezzo al deserto.

Anche vedere gli Stati Uniti sostenere sommessi le posizioni dei falchi della penisola araba suscita più di un interrogativo.

Robert Fisk ricorda a ragione che ben 15 dei 19 terroristi dell’11 settembre 2001 provenivano dall’Arabia Saudita, anche se a essere bombardato fu il martoriato Afghanistan.

Difficile dimenticare che l’Arabia Saudita continua a decimare la propria minoranza sciita, quella del Bahrein e indirettamente anche quella siriana. Con il benestare di tutta la comunità internazionale.

“E davvero crediamo che l’Arabia Saudita possa volere una democrazia per la Siria?”, incalza ancora Fisk.

Impossibile dargli torto, salvo poi aggiungere che la lista dei paesi a cui non importa nulla delle legittime rivendicazioni dell’ennesimo popolo che soffre è davvero lunga. E persino un paese che vive ai margini della politica internazione come il nostro è in qualche modo complice di una guerra (per il petrolio) neanche troppo camuffata.

E’ qui che per Fisk entra in gioco il fattore I, la crociata contro l’atomica iraniana.

“Il tentativo di rovesciare la dittatura di Damasco non è dettato dall’amore per siriani o dall’odio per l’ex amico Bashar al Assad, e tanto meno dalla nostra indignazione verso la Russia”.

“No, il nostro è un desiderio di schiacciare la Repubblica islamica ei suoi piani nucleari infernali – se esistono – e non ha nulla a che fare con i diritti umani o il diritto alla vita o alla morte dei bambini siriani”.

Ma l’Iran da solo non basta. C’è un altro paese nel cuore dell’antica Mesopotamia che la scorsa settimana ha subito in un solo giorno 29 attentati in 19 città, uccidendo 111 civili e ferendone altri 235. Si chiama Iraq.

Per Fisk si tratta dell’ennesima ipocrisia occidentale, laddove le vittime irachene non meritano che un trafiletto per non smentire la teoria del paese “liberato e democratico”.

Ma di Iraq si dovrebbe parlare anche per altri motivi.

In primis per quello che naturalmente rischia di accadere (ed è già accaduto) nel caso in cui il conflitto siriano dovesse trasferirsi sulla terra bagnata – anche se per poco ancora – dal Tigri e dall’Eufrate.

Che tradotto significa un rovesciamento dei rapporti di forza e relativa guerra a sfondo confessionale (sebbene sia preferibile usare il termine civile, ma il tema verrà approfondito in seguito).

Prima però di quello che potrebbe succedere, c’è quello che è già successo. Sono più di dieci anni che le parti che si stanno sfidando a suon di stragi in Siria lavorano nell’ombra per ridisegnare gli equilibri mediorientali. Sulla pelle degli iracheni, per esempio.   

“Il governo a guida sciita è finito nel mirino degli stessi estremisti sunniti che combattono in Siria, molti dei quali sono legati ad al Qaeda”, afferma Izzat al-Shahbandar, un anziano membro del Parlamento di Baghdad e stretto collaboratore del primo ministro iracheno Nouri al-Maliki.

Lo scrive il Washington Post, ricordando che il presunto leader dell’organizzazione terroristica – Abu Baker al Baghdadi – avrebbe esortato le tribù sunnite irachene al confine con la Siria ad aderire al jihad (guerra santa) contro il governo “infedele” guidato da Maliki.

I media non sembrano avere dubbi: “E’ stata al Qaeda e l’Iraq rischia di essere travolto dal ciclone siriano”. Ma come si possono liquidare 29 esplosioni quasi simultanee in 19 diverse città di un paese?

La questione è un’altra: l’Iraq non hai mai smesso di essere terreno di battaglia, in una guerra neanche troppo silenziosa che si combatte ogni giorno.

Basti pensare alla ‘geopolitica’ degli attentati. Perché gli uomini del defunto Osama Bin Laden avrebbero mire su Kirkuk, una delle città (petrolifere) più colpite dalla scia di sangue degli scorsi giorni? Qui giacciono infatti la maggior parte delle 111 vittime di quel terribile giorno.

“C’è mai stata una guerra in Medio Oriente carica di tanta ipocrisia?”. Se lo chiede Robert Fisk sull’Independent, spiegando che “il vero obiettivo dell’Occidente non è il brutale regime di Assad, quanto il suo alleato iraniano e le sue testate nucleari”. Ma forse c’entra anche l’Iraq e il prezzo del petrolio. (Prima parte)

 di Francesca Manfroni

2012: sciiti e sunniti si combattono per la supremazia nella regione

Posted in Palestina, Politica, Società with tags , , , , , , , , , , , , , on gennaio 3, 2012 by Maria Rubini

Di Barry Rubin

Naturalmente non vi è nulla di nuovo nel conflitto fra musulmani sunniti e musulmani sciiti, ma è una novità che tale conflitto sia diventata una delle caratteristiche a livello regionale in tempi moderni. In fondo, finché imperavano regimi di stile laico che predicavano identità arabe nazionaliste onnicomprensive, le differenze fra comunità religiose restavano in secondo piano. Ma una volta che si sono affermati regimi islamisti, la teologia è tornata centrale, come secoli fa. Ma non si fraintenda la situazione: quella in atto è fondamentalmente una lotta per il potere politico e per le ricchezze. Quando stati o movimenti sunniti e sciiti si combattono, si comportano come soggetti politici dotati di obiettivi, tattiche e strategie.
La forza e l’influenza crescenti del regime islamista iraniano hanno posto gli islamisti arabi sunniti di fronte a un grosso problema. In linea generale non amavano l’Iran perché era persiano e sciita, però rappresentava l’unico regime islamista sulla scena. È così che la palestinese Hamas, organizzazione araba islamista sunnita, è diventata un cliente sottomesso all’Iran. La guerra Iran-Iraq (degli anni ’80) rifletteva questi antagonismi, in modo particolarmente evidente nella propaganda irachena. Peraltro il regime iracheno era comunque in grado di tenere sotto controllo la sua maggioranza sciita.
Successivamente la rimozione di Saddam Hussein ad opera di una forza internazionale guidata dagli Stati Uniti ha scoperchiato la questione dei rapporti fra comunità all’interno dell’Iraq. Gli sciiti iracheni sopravanzano i loro vicini sunniti con un rapporto di tre a uno, per cui sono destinati a vincere automaticamente qualunque elezione, specie se i curdi iracheni si chiamano fuori, preferendo quello che è, di fatto se non di diritto, il loro stato nel nord dell’Iraq. Nonostante la presenza di elementi anti-americani e di al-Qaeda, l’insurrezione sunnita in Iraq è stata essenzialmente un estremo tentativo da parte dei sunniti di recuperare il potere. Il tentativo è fallito e adesso, pur continuando le violenze, i sunniti porranno l’enfasi principale sul negoziare la divisione del potere meno peggio possibile. Anche in Libano gli sciiti hanno trionfato, guidati da Hezbollah e aiutati da Siria e Iran.
Ma tutto questo avveniva prima dell’anno 2011. La “primavera araba” è stata invece una faccenda quasi interamente sunnita: per alcuni versi l’equivalente sunnita della rivoluzione iraniana del 1979. Solo nel Bahrain, dove erano oppressi, gli sciiti sono passati all’offensiva. Quelle in Egitto, Tunisia e Libia sono state tutte insurrezioni sunnite contro governi arabi sunniti.
La situazione in Siria è assai più complicata, con un regime arabo alawita non-musulmano che si atteggia a musulmano sciita e che è alleato con l’Iran (non arabo, ma sciita), e che all’interno è osteggiato da tutta una varietà di gruppi. Nondimeno, in questo quadro quella in atto in Siria è sostanzialmente una sollevazione guidata dai sunniti (anche se lungi dall’essere esclusivamente islamisti) contro un regime “sciita”.
Qui sta il punto. Gli arabi islamisti sunniti non hanno più bisogno dell’Iran, e nemmeno della Turchia (sunnita e a governo tendenzialmente islamista, ma non araba) perché ora hanno un proprio potere. Ciò che è probabilmente destinato ad emergere è perlomeno un variegato blocco arabo sunnita con forti connotazioni islamiste, composto da Egitto, striscia di Gaza, Libia e Tunisia, insieme ad elementi della Fratellanza Musulmana di Giordania e Siria. L’elemento chiave, qui, è la Fratellanza Musulmana: un’organizzazione che in generale non ama i musulmani sciiti, e in particolare l’Iran. Eventi minori, come l’appoggio da parte del guru della Fratellanza, Yusuf al-Qaradawi, al regime sunnita del Bahrain contro l’opposizione sciita, rivelano la direttrice del loro pensiero. Gli ancor più estremisti salatiti – un termine oggi usato per indicare piccoli gruppi rivoluzionari islamisti – sono ancora più anti-sciiti.
In questo quadro, uno dei fattori in gioco è la persistente indisponibilità della maggioranza degli stati arabi ad accogliere fra i propri ranghi l’Iraq governato dagli sciiti. L’Iraq non diventerà un satellite dell’Iran. Certamente si sente più a proprio agio in un blocco sciita, ma probabilmente continuerà a starsene relativamente distante dagli affari regionali.
Si noti, poi, che in larga misura questa situazione lascia orfana l’Autorità Palestinese. In generale essa può dipendere dal sostegno arabo, iraniano e turco. Ma non ha più un padrino regionale, mentre è Hamas il gruppo che attualmente gode del caloroso appoggio degli islamisti sunniti. Il che naturalmente spinge nel senso di un’alleanza fra Autorità Palestinese (cioè Fatah) e Hamas, mentre indebolisce la forza contrattuale di Fatah rispetto al partner islamista (e questo si traduce in un persistente disinteresse a negoziare con Israele, e tanto meno a giungere a una soluzione negoziata con esso).
Sicché, nonostante le apparenze, il 2011 è stato un anno di smacco per Iran e Turchia perché gli islamisti arabi sunniti sono ora molto meno soggetti all’influenza di Tehran, considerata un rivale, e non gradiscono nemmeno la leadership turca.
Possono questi blocchi unirsi efficacemente fra loro contro Stati Uniti, occidente e Israele? Per dirla in una sola parola: no. Le loro lotte per il potere regionale e per il controllo di singoli stati (Bahrain, Libano, Siria e, in misura minore, Iraq) li terranno impegnati nei conflitti. Persino l’unanimismo anti-israeliano verrà sfruttato da ciascuno per i propri interessi.
Per lo stesso motivo, però, le speranze in un’evoluzione in senso moderato sono ridotte al minimo. In una regione dove regimi e movimenti fanno a gara nel dimostrare la loro combattività e la fedeltà ad una interpretazione estremista dell’islam, nessuno vorrà mostrarsi disposto a fare la pace con Israele. E i regimi collaboreranno con gli stati Uniti solo se saranno convinti che l’America può e vuole proteggerli: una speranza piuttosto vana con un’amministrazione Obama ansiosa di farsi amici fra gli islamisti.
C’è poi un altro aspetto da sottolineare in questa rivalità fra sunniti e sciiti, in questo formarsi di blocchi, nella loro competizione in fatto di combattività e nello scontro per il controllo di singoli stati. Ed è che la regione continuerà a mietere vite umane, dissipando sangue, tempo e risorse nella battaglia politica, giacché la lusinga dell’ideologia e del potere, anziché il pragmatismo e la produttività economica, continua a predominare anche dopo che sono caduti vecchi regimi.

(Da: Jerusalem Post, 1.1.12)

Il business della guerra in Iraq

Posted in Politica with tags , , , on settembre 22, 2009 by Maria Rubini

Sarà anche cinico, ma la domanda bisogna per forza farsela. Chi è che ci perde con la fine (annunciata) della guerra in Iraq? Prima risposta: quella miriade di società che gravitano intorno al Pentagono, con il quale hanno firmato lucrosissimi contratti di fornitura. E la prima “fornitura” che il pentagono ha richiesto ai privati è quella del personale addestrato a operare in zona di guerra.

Ora per queste società iniziano i guai. Lo avevano intuito già l’anno scorso, quando in campagna elettorale Barack Obama aveva promesso il ritiro delle truppe USA. Ne hanno avuto la certezza dopo la sua elezione a presidente degli Stati Uniti. A febbraio, in un discorso davanti ai marine Camp Lejeurn, in Carolina del Nord, Obama ha infatti annunciato il ritiro delle forze armate Usa entro la fine del 2011, dopo quasi sei anni di permanenza (ognuno dei quali è costato, come minimo 100 miliardi di dollari l’anno, tutti fondi che verranno meno alla rete d’imprese che hanno sostenuto lo sforzo bellico oltre che quello della ricostruzione delle infrastrutture civili). Alla base della svolta pacifista di Obama ci sono anche solide motivazioni economiche. Dagli attuali 142 mila soldati si scenderà al massimo a 50 mila (alterttanti resteranno in Afgnistan).

CHI GUADAGNA?

A perderci, alla fine, saranno le aziende private che hanno investito nel business della guerra: quelle americane sono il 90%, ingaggiate, incoraggiate o affiancate dal governo. A cominciare dai cosidetti contractor, cioè le società appaltatrici che svolgono lavori e forniscono servizi di commissione dell’amministrazione. Attualmente i contractor sono arrivati a 190 mila, più dei 160 mila soldati americani impegnti in Iraq. Per la maggior parte sono società americane, ma ci sono anche iracheni e operatori di altri Paesi. Non si tratta solo di 007 privati o di soldati mercenari; svolgono più in genere attività di supporto alle truppe, alle mense, alla costruzione di impianti, all’appoggio logistico, fino alle funzioni di intelligence e securiry e alle operazioni militari vere e proprie. Secondo stime, il 20% dei soldati spesi dagli Stati Uniti per il conflitto in Iraq dal 2003 al 2007 è finito proprio nelle casse dei contracto: 83 miliardi di dollari, secondo quanto affermato dal Congressional budget office, l’Ufficio per il bilancio del Parlamento americano. E nel 2008 le spese di ingaggio hanno toccato i 100 miliardi di dollari. A agosto 2008 la spesa totale dell’intervento era arrivato a toccare i 446 miliardi di cui appunto quasi 100 sono andati ai privati, il 70% in Iraq e il 30% per contratti relativi a Paesi vicini come  Kuwait, Arabia Saudita e Qatar. Una tale massa di denaro non poteva non far esplodere casi molto oscuri, come quello che è andato sotto il nome di Blackwater, un episodio che innescò un inizio di inversione di tendenza. A gennaio il generale Raymond Odierno, comandante in capo delle forze Usa, ha emesso una direttiva che ordina alle unità militari di iniziare a ridurre il numero dei contractor, statunitensi e non, del 5% ogni trimestre, assumendo al loro posto personale iracheno. Dal primo gennaio inoltre il cosidetto “Accordo di sicurezza” tra Stati Uniti e Iraq ha tolto l’immunità alle società appaltatrici nei confronti della legge locale. Presto dunque l’era dei contractor si chiuderà e chi vorrà fare affari in Iraq dovrà prendere alter strade. Di recennte a Londra la conferenza Invest Iraq ha mostrato il potenziale dell’economia irachena e le opportunità per gli investimenti, ma anche gli ostacoli e le difficoltà da superare. L’Iraq National Investiment Commission indica i settori di affari più promettenti: energia, telecomunicazioni, trasporti olte l’edilizia residenziale, dato che il Paese avrà bisogno di più di 3,5 milioni di case nei prossimi dieci anni. L’Iraq Investiment and Reconstruction Task Force (Iirtf) dello Us Department of Commerce inoltre lavora a stretto contatto con l’ambasciata Usa in Iraq per dare informazioni e supporto alle aziende, oltre ai consigli sulle business opportunity legate ai contratti e subcontratti per la ricostruzione, alle possibilità di stipulare accordi con i ministeri iracheni, il settore privato e con l’Onu e le altre organizzazioni internazionali.

DOVE INVESTIRE

L’appello agli investimenti stranieri e al rafforzamento del settore privato da parte dell’Iraq si è intensificato dopo che il crollo dei prezzi del petrolio ha costretto il Governo a il suo budget complessivo di quasi un quarto, fino a circa 60 miliardi di dillari. L’Iraq non è ancora in grado di finanziare la propria ricostruzione, per soddisfare le esigenze fondamentali della popolazione al Paese servono investimenti per almeno 400 miliardi di dollari. Le infrastrutture locali sono inadeguate e Baghdad è costretta a importare derivati del petrolio da Iran, Kuwait e Turchia. Un paradosso, visto che il Paese ha riserve di petrolio per 119 miliardi di barili. Manca infatti, ancora una legge che regoli definitivamente l’accesso delle società esterne al petrolio locale e che suddivida le risorse tra le diverse province irachene. Prima della guerra le importazioni di petrolio da Baghdad negli Usa erano alle stelle, tuttavia le multinazionali americane non hanno mai potuto violare il sottosuolo iracheno, nè godevano di condizioni vantaggiose. Ora le cose sono radicalmente cambiate. Nel 2007 Baghdad ha varato un disegno di legge sugli idrocarburi secondo il quale le compagnie straniere possono per la prima volta controllare il petrolio iracheno. Grazie a contratti di lungo termine possono acquisire diritti esclusivi, ma i guadagni devono essere suddivisi tra privato e Stato iracheno. Inoltre il disegno di legge stabilisce un imposta sul reddito del 30% per le società petrolifere estere che lavoreranno in Iraq. In attesa che le normative comincino a disegnare la nuova struttura economica del Paese le compagnie statunitensi hanno già individuato nel Kurdistan iracheno la regione trainante per l’economia e quindi la porta principale su cui accedere al restante territorio. L’area semi-indipendente del nord del Paese offre infatti grosse opportunità e sta avendo un rapido sviluppo, con una crescita del Pil del 10% l’anno, meglio di Cina e India. La regione ha bisogno soprattutto di infrastrutture, attrezzature e know how per il raffinamento del petrolio e per l’energia elettrica. Negli ultimi mesi inoltre c’è stato un boom nella ricostruzione e nella vendita al dettaglio. La regione è ricca di petrolio ma anche di acqua, l’agricoltura è sviluppata  e gli interessi sia privati sia governativi non mancano. Non è un caso se i cinesi fanno affari in Kurdistan fin dai primi anni Novanta.

Post guerra Iraq

400 miliardi $ – investimenti necessari per finanziare la ricostruzione

60 miliardi $ – investimenti per la ricostruzione da parte del Governo Iracheno

10% crescita del Pil nella regione settentrionale dell’Iraq

LE OPERAZIONI MILITARI ALIMENTANO UN GIRO D’AFFARI MILIARDARIO IN GRADO DI SOSTENERE L’ECONOMIA DI UN PAESE

I conflitti mondiali

25 conflitti attivi nel mondo all’inizio del 2009

oltre 301 mila i morti in Sudan dal 2003

oltre 300 mila in Colombia dal 1964

oltre 150 mila in Algeria dal 1992

oltre 135 mila in Iraq dal 2003

Fonti: Marco Stefanini, Peace Report, Congressional Research Service