Archivio per islam

Fuori come un balcone

Posted in Politica, Società with tags , , on giugno 4, 2013 by Maria Rubini

indexAdesso siamo sicuri che anche Erdogan è  ‘fuori come un balcone’ !!!

Quale sarebbe il modello turco da  seguire?  Quello che fracassa la gente in piazza?

Poteva essere da meno dei suoi amici fedeli all’ Islam ridicolo  e manipolato di questi tempi  ? Sembra che la nuova generazione di presidenti arabi si stia divertendo ad essere goffa e in quanto goffa pericolosissima.

Devono avere letto tutti gli stessi manuali  e in tempi diversi li anno messi in pratica.

Inciampano su tutto quello che trovano ma non cadono, fanno un salto e picchiano duro chi gli sta davanti come se fosse colpa di altri se loro non sanno fare buona politica e non sanno leggere buoni testi islamici . Usano altoparlanti che minacciano a squarciagola, idranti, bastoni, manette, camionette schiacciagente, fumogeni e se finiscono le scorte passano ad armi chimiche.

Bello questo modello di Stato Islamico, chissà il Profeta Muhammad cosa ne pensa dall’alto della sua saggezza ? Secondo me è pentito dei troppi imbecilli che ha lasciato sulla terra e sta elaborando un nuovo messaggio per i musulmani di buona volontà che non vogliono essere confusi con questi disgraziati .

Dai Profeta se ci sei batti un colpo che qui non se ne può più di di cattiva propaganda.

 

 

Added by Enrica Schivardi  pubblicato su ArabPress

La Magna Charta dei Fratelli Musulmani di Siria

Posted in Politica, Società with tags , , , on aprile 1, 2012 by Maria Rubini

La democrazia islamica per il dopo Assad. Il documento politico-programmatico varato da Fratelli Musulmani di Siria.

Questa è un’ampia sintesi del documento varato dai Fratelli Musulmani in Siria, reso noto da Istanbul il 25 marzo del 2012.

In questo momento cruciale della storia della Siria, nel quale l’alba di un nuovo inizio spunta dai lombi della sofferenza e del dolore, dall’eroismo degli uomini e delle donne di Siria, dei giovani e dei bambini come degli anziani, noi Fratelli Musulmani di Siria, muovendo dai principi della nostra fede islamica, basata sulla libertà, la tolleranza e l’apertura al prossimo, abbiamo deciso di presentare questa nostra Carta fondamentale. Per noi, Fratelli Musulmani, il futuro della Siria dovrà essere quello di

1- Un moderno Stato civile, basato su una costituzione che promani dalla volontà del popolo, varata da un’assemblea nazionale liberamente eletta. Questa Costituzione dovrà proteggere i diritti fondamentali degli individui e delle comunità da ogni possible abuso e assicurare a ciascuna realtà della nostra società un’equa rappresentanza.

2- Una moderna democrazia deliberativa e pluralista, in linea con le conclusioni raggiunte dal moderno pensiero, una repubblica parlamentare basata su libere elezioni.

3 – Uno Stato di cittadini uguali nei loro diritti di individui e di appartenenti a diverse realtà etniche e religiose, uno Stato basato quindi sui diritti e i doveri di cittadinanza, nel quale ogni cittadino ha diritto a candidarsi agli uffici più alti e importanti, sulla base delle rispettive competenze e della libera volontà del popolo. Uomini e donne infatti hanno la stessa dignità, la stessa eleggibilità, e quindi le donne dovranno godere di pieni diritti.

4 – Uno Stato che rispetta i diritti umani, così come li definiscono e riconoscono le grandi religioni e le convenzioni internazionali; diritti di dignità, uguaglianza, libertà di pensiero e di espressione, libertà di fede e di culto, libertà di informazione, di impegno politico, diritto a pari opportunità, alla giustizia sociale, a una vita decorosa. Uno Stato che respinge ogni discriminazione e proibisce ogni tortura.

5 – Uno stato basato sul dialogo e la partecipazione, non sull’esclusività né sull’esclusione o la trascendenza. Uno Stato che rispetta tutte le sue componenti etniche, religiose, comunitarie, in tutte le dimensioni culturali, sociali, e nel diritto di esprimersi, considerando la diversità una ricchezza, una estensione della lunga storia di coesistenza presente nell’umanesimo coranico.

6 – Uno stato che si auto-determina sulla base della volontà popolare, senza tutele dispotiche da parte di un governante, di un partito, o di un gruppo autoritario.

7 – Uno stato che rispetta le istituzioni, fondandosi sulla separazione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario e nel quale gli eletti e i dirigenti pubblici siano al servizio del pubblico. Uno Stato quindi che definisca i poteri dei suoi rappresentanti e dirigenti e che li ritenga responsabili davanti alla legge del rispetto dei limiti di potere che gli sono stati imposti. Uno Stato in cui l’esercito e i servizi di sicurezza debbano proteggere le istituzioni e non i governanti, e che quindi non interferiscano nella competizione politica.

8) Una Stato che rinuncia al terrorismo e alla violenza, che rispetti i trattati e le convenzioni internazionali, per essere un fattore di sicurezza e stabilità regionale e internazionale, stabilendo migliori relazioni con i paesi fratelli, a cominciare dal Libano, dove la gente ha sofferto per la corruzione e la tirannia, e dai palestinesi, che vanno sostenuti nella rivendicazione dei loro diritti.

9) Uno Stato di diritto, che non ceda alla logica della vendetta. Anche chi ha insanguinato il nostro Paese uccidendo i suoi fratelli deve avere diritto a un giusto processo davanti a una magistratura libera e indipendente.

10) Uno Stato fondato sulla cooperazione tra le grandi famiglie siriane, che volti le spalle alla storia di corruzione, intimidazione, dispotismo.

Questa è la nostra visione e queste sono le nostre aspirazioni.

 

 da Redazione de ‘Il Mondo di Annibale’

 

Islam: L’università di al-Azhar sbatte la porta in faccia agli islamisiti e si schiera con laici, liberali e copti.

Posted in Politica, Società with tags , , , , on aprile 1, 2012 by Maria Rubini

Dopo aver varato “il documento della speranza”, un testo che rimette in linea l’Islam con il pensiero moderno e le libertà fondamentali dell’uomo, a partire da quella religiosa, lo sceicco dell’Università Islamica di al-Azhar, al-Tayyeb, ha sbattuto fragorosamente la porta in faccia ai Fratelli Musulmani egiziani, che guidano e secondo molti egemonizzano i lavori della commisione incaricata di redigere la nuova costituzione. “Al-azhar si ritira dalla commissione perchè non si ritiene adeguatamente rappresentata”, ha detto chiaro tondo al-Tayyeb, unendosi così all’analoga protesta della minoranza laico-liberale, che potrebbe allargarsi, secono i più, ai rappresentanti copti. La mossa di al-Azhar è una chiara scelta di campo contro visioni della Cosstituzione che non siano rispettose dei diritti delle minoranze, che non scelgano la costruzione di uno Stato laico, o “stato civile”, come si dice correntemente nel dibattito arabo attuale.
Poche ore prima a Istanbul il portavoce dei Fratelli Musulmani siriani, Ali Sadreddine Bayanouni, aveva dato formale lettura del nuovo manifesto della sua organizzazione, nel quale si parla espressamente di costruzione di uno “stato civile”, basato sul rispetto dei diritt fondamentali dell’uomo, di qualunque fede o gruppo etnico. Tanto che nel documento viene espressamente detto che qualunque cittadino, di ogni credo, maschio o femmina, deve poter concorrere a qualsiasi incarico, chiaro riferimento alla Presidenza della Repubblica, che una legge voluta da Hafez el-Assad 40 anni fa riserva in Siria ai soli musulmani. Non è certo irrivelante o casuale che il documento sia stato presentato a Istanbul.Un brutto colpo per i cantori della lacitià degli Assad, visto che i Fratelli Musulmani sono il cuore dell’opposizione al regime.
Qualcuno potrà eccepire che si tratta di parole, ma le parole nel mondo delle religioni pesano. Pesano tanto. Giorni fa un parlamentare egiziano è intervenuto durante i lavori parlamentari dicendo: “voglio poter pregare adesso.” Il presidente gli ha risposto: “no, non può”. Giorni dopo è tornato in aula e si è scusato: perchè aveva ricevuto un milione di mmessaggi di protesta sulla sui social network.

Nessun può dire che il bicchiere della rivoluzione araba sia tutto pieno, ma volersi ostinare a vedere solo la metà mezza vuota non sembra la scelta più intelligente. Non si tratta di tifare, ma di capire che riconoscere e aiutare la rivoluzione araba significa anche capire quanto la rivoluzione araba può aiutare noi stessi.

di Riccardo Cristiano

2012: sciiti e sunniti si combattono per la supremazia nella regione

Posted in Palestina, Politica, Società with tags , , , , , , , , , , , , , on gennaio 3, 2012 by Maria Rubini

Di Barry Rubin

Naturalmente non vi è nulla di nuovo nel conflitto fra musulmani sunniti e musulmani sciiti, ma è una novità che tale conflitto sia diventata una delle caratteristiche a livello regionale in tempi moderni. In fondo, finché imperavano regimi di stile laico che predicavano identità arabe nazionaliste onnicomprensive, le differenze fra comunità religiose restavano in secondo piano. Ma una volta che si sono affermati regimi islamisti, la teologia è tornata centrale, come secoli fa. Ma non si fraintenda la situazione: quella in atto è fondamentalmente una lotta per il potere politico e per le ricchezze. Quando stati o movimenti sunniti e sciiti si combattono, si comportano come soggetti politici dotati di obiettivi, tattiche e strategie.
La forza e l’influenza crescenti del regime islamista iraniano hanno posto gli islamisti arabi sunniti di fronte a un grosso problema. In linea generale non amavano l’Iran perché era persiano e sciita, però rappresentava l’unico regime islamista sulla scena. È così che la palestinese Hamas, organizzazione araba islamista sunnita, è diventata un cliente sottomesso all’Iran. La guerra Iran-Iraq (degli anni ’80) rifletteva questi antagonismi, in modo particolarmente evidente nella propaganda irachena. Peraltro il regime iracheno era comunque in grado di tenere sotto controllo la sua maggioranza sciita.
Successivamente la rimozione di Saddam Hussein ad opera di una forza internazionale guidata dagli Stati Uniti ha scoperchiato la questione dei rapporti fra comunità all’interno dell’Iraq. Gli sciiti iracheni sopravanzano i loro vicini sunniti con un rapporto di tre a uno, per cui sono destinati a vincere automaticamente qualunque elezione, specie se i curdi iracheni si chiamano fuori, preferendo quello che è, di fatto se non di diritto, il loro stato nel nord dell’Iraq. Nonostante la presenza di elementi anti-americani e di al-Qaeda, l’insurrezione sunnita in Iraq è stata essenzialmente un estremo tentativo da parte dei sunniti di recuperare il potere. Il tentativo è fallito e adesso, pur continuando le violenze, i sunniti porranno l’enfasi principale sul negoziare la divisione del potere meno peggio possibile. Anche in Libano gli sciiti hanno trionfato, guidati da Hezbollah e aiutati da Siria e Iran.
Ma tutto questo avveniva prima dell’anno 2011. La “primavera araba” è stata invece una faccenda quasi interamente sunnita: per alcuni versi l’equivalente sunnita della rivoluzione iraniana del 1979. Solo nel Bahrain, dove erano oppressi, gli sciiti sono passati all’offensiva. Quelle in Egitto, Tunisia e Libia sono state tutte insurrezioni sunnite contro governi arabi sunniti.
La situazione in Siria è assai più complicata, con un regime arabo alawita non-musulmano che si atteggia a musulmano sciita e che è alleato con l’Iran (non arabo, ma sciita), e che all’interno è osteggiato da tutta una varietà di gruppi. Nondimeno, in questo quadro quella in atto in Siria è sostanzialmente una sollevazione guidata dai sunniti (anche se lungi dall’essere esclusivamente islamisti) contro un regime “sciita”.
Qui sta il punto. Gli arabi islamisti sunniti non hanno più bisogno dell’Iran, e nemmeno della Turchia (sunnita e a governo tendenzialmente islamista, ma non araba) perché ora hanno un proprio potere. Ciò che è probabilmente destinato ad emergere è perlomeno un variegato blocco arabo sunnita con forti connotazioni islamiste, composto da Egitto, striscia di Gaza, Libia e Tunisia, insieme ad elementi della Fratellanza Musulmana di Giordania e Siria. L’elemento chiave, qui, è la Fratellanza Musulmana: un’organizzazione che in generale non ama i musulmani sciiti, e in particolare l’Iran. Eventi minori, come l’appoggio da parte del guru della Fratellanza, Yusuf al-Qaradawi, al regime sunnita del Bahrain contro l’opposizione sciita, rivelano la direttrice del loro pensiero. Gli ancor più estremisti salatiti – un termine oggi usato per indicare piccoli gruppi rivoluzionari islamisti – sono ancora più anti-sciiti.
In questo quadro, uno dei fattori in gioco è la persistente indisponibilità della maggioranza degli stati arabi ad accogliere fra i propri ranghi l’Iraq governato dagli sciiti. L’Iraq non diventerà un satellite dell’Iran. Certamente si sente più a proprio agio in un blocco sciita, ma probabilmente continuerà a starsene relativamente distante dagli affari regionali.
Si noti, poi, che in larga misura questa situazione lascia orfana l’Autorità Palestinese. In generale essa può dipendere dal sostegno arabo, iraniano e turco. Ma non ha più un padrino regionale, mentre è Hamas il gruppo che attualmente gode del caloroso appoggio degli islamisti sunniti. Il che naturalmente spinge nel senso di un’alleanza fra Autorità Palestinese (cioè Fatah) e Hamas, mentre indebolisce la forza contrattuale di Fatah rispetto al partner islamista (e questo si traduce in un persistente disinteresse a negoziare con Israele, e tanto meno a giungere a una soluzione negoziata con esso).
Sicché, nonostante le apparenze, il 2011 è stato un anno di smacco per Iran e Turchia perché gli islamisti arabi sunniti sono ora molto meno soggetti all’influenza di Tehran, considerata un rivale, e non gradiscono nemmeno la leadership turca.
Possono questi blocchi unirsi efficacemente fra loro contro Stati Uniti, occidente e Israele? Per dirla in una sola parola: no. Le loro lotte per il potere regionale e per il controllo di singoli stati (Bahrain, Libano, Siria e, in misura minore, Iraq) li terranno impegnati nei conflitti. Persino l’unanimismo anti-israeliano verrà sfruttato da ciascuno per i propri interessi.
Per lo stesso motivo, però, le speranze in un’evoluzione in senso moderato sono ridotte al minimo. In una regione dove regimi e movimenti fanno a gara nel dimostrare la loro combattività e la fedeltà ad una interpretazione estremista dell’islam, nessuno vorrà mostrarsi disposto a fare la pace con Israele. E i regimi collaboreranno con gli stati Uniti solo se saranno convinti che l’America può e vuole proteggerli: una speranza piuttosto vana con un’amministrazione Obama ansiosa di farsi amici fra gli islamisti.
C’è poi un altro aspetto da sottolineare in questa rivalità fra sunniti e sciiti, in questo formarsi di blocchi, nella loro competizione in fatto di combattività e nello scontro per il controllo di singoli stati. Ed è che la regione continuerà a mietere vite umane, dissipando sangue, tempo e risorse nella battaglia politica, giacché la lusinga dell’ideologia e del potere, anziché il pragmatismo e la produttività economica, continua a predominare anche dopo che sono caduti vecchi regimi.

(Da: Jerusalem Post, 1.1.12)

Nigeria: ucciso il leader islamista

Posted in Politica with tags , , , on luglio 31, 2009 by Maria Rubini

L’esercito nigeriano ha catturato e ucciso Yusuf Mohammed, capo del gruppo Boko Haram, dopo 5 giorni di violenti combattimenti. Centinaia le vittime, soprattutto militanti. HRW chiede un’inchiesta sull’atteggiamento dei militari nigeriani.

Un corpo nudo crivellato di colpi: un corrispondente dell’agenzia giornalistica AFP descrive con queste parole Mohammed Yusuf, leader della rivolta talebana scoppiata in Nigeria domenica scorsa, quasi contemporaneamente in 4 stati del nord del paese.
Yusuf è stato catturato nel tardo pomeriggio di giovedì: la polizia ha fatto irruzione nella casa dove si stava nascondendo, vicino alla città di Maiduguri. É stato ucciso dalle forze di sicurezza nigeriane, che affermano di avergli sparato mentre tentava di scappare dalla caserma-prigione in cui era stato condotto.

Una tesi che non convince le organizzazioni per i diritti umani: Human Rights Watch ha chiesto l’apertura di un’inchiesta per verificare i fatti e le circostanze della morte di Yusuf e il comportamento dei militari nigeriani in questi cinque giorni di scontri.

La risposta dell’esercito agli attacchi dei militanti islamisti è infatti stata immediata: in pochi giorni il movimento è stato praticamente azzerato. Il presidente Umaru Yar’Adua ha infatti lasciato mano libera ai militari, ordinando loro di usare ogni mezzo per stroncare la ribellione nel minor tempo possibile. Il confronto armato, prima distribuito in tutta l’area del nord, si è poi concentrato attorno a Maiduguri, che i militanti avevano preso come loro base. Lo scontro è stato impari: centinaia di persone sono morte in pochi giorni, almeno 600 le vittime secondo le fonti dell’esercito, soprattutto militanti. Un dato che non è confermato però da nessuna fonte indipendente. La Croce Rossa afferma che sono oltre 3,500 le persone che hanno lasciato le loro case per il timore delle violenze.

Predicatore, 39 anni, 4 mogli e 12 figli, Yusuf era a capo del gruppo Boko Haram, il cui obiettivo è l’imposizione di un regime islamico ispirato a quello dei talebani pachistani e afghani.

Nigrizia

Il re del cimitero

Posted in Politica with tags , , , , , on giugno 30, 2009 by Maria Rubini

Iran: le divisioni fra le principali figure religiose è forte, ma il popolo lotta per la democrazia, anche fino alla morte.

Philippe Bolopion, corrispondente da New York di “le monde” è l’autore di questo articolo, tratto da “Le Monde” (22/6/2009). Titolo originale: “L’ayatollah Ali Khamenei a commis la plus grave erreur de sa vie”

Mohsen Sazegara, ricercatore e presidente del Research Institute for Contemparary Iran, con base a Washington, è stato uno dei fondatori dei Guardiani della rivoluzione e ha rivestito ruoli ministeriali negli anni ’80, prima di prendere le distanze dal governo rivoluzionario nel 1989.

Assistiamo ad una svolta nella rivoluzione iraniana?

Dopo il discorso di venerdì (19/6, ndt) di Khamenei la situazione è cambiata. Sostenendo l’elezione truccata di Ahmadinejad e minacciando il popolo iraniano, ha chiaramente dichiarato di essere dietro il colpo di Stato. Ora, la nazione ha di fronte a sé la Guida Suprema. Ahmadinejad è solo una marionetta. Chi dirige la resistenza non è più il solo Mousavi, è una catena verde della democrazia, che parte da ogni città dell’Iran. Sabato è avvenuto il primo scontro fra questi due fronti. La catena della democrazia ha vinto, perché, malgrado Khamenei avesse mobilitato 40mila uomini per reprimere i manifestanti, gli iraniani sono scesi in piazza dimostrando di essere pronti a sacrificare la loro vita. Mousavi ha detto al popolo che era pronto a morire. Ha chiamato a proseguire la resistenza e ad organizzare uno sciopero generale per questo martedì (23/6, ndt). Ha dato prova di essere una grande guida.

L’opinione pubblica si rivolta a Khamenei?

Assolutamente sì. La settimana scorsa, i manifestanti gridavano “morte al dittatore”. Sabato hanno gridato “morte a Khamenei”. Ha commesso il più grande errore della sua vita. Non avrebbe mai dovuto fare quest’errore. Era sufficientemente intelligente per scegliere di stare a fianco della nazione. Ha sbagliato i calcoli. Ha pensato che con qualche Guardiano della rivoluzione e il ministero dell’Intelligence poteva conquistare una nazione.

È sostenuto dai religiosi?

No. Le principali figure religiose non si stanno esprimendo a suo favore. Alcuni l’hanno anche criticato. Ciò che è importante e nuovo in questo movimento è che, per la prima volta da 120 anni, gli iraniani si mobilitano in massa senza il sostegno dei religiosi e senza motivazione religiosa.

I manifestanti credono nella rivoluzione islamica?

Loro sono per la democrazia. Se si vuole definire la rivoluzione islamica come contraria alla democrazia, allora questo movimento è contro. Ma molti credono ancora nella rivoluzione. I membri dei Guardiani della rivoluzione e i basiji [miliziani islamici] credono nella rivoluzione. Sono anche i benvenuti in questo movimento.

I Guardiani della rivoluzione non reprimono le manifestazioni.

È il modo in cui Khamenei ha organizzato la sua macchina repressiva. Vuole far credere che i basiji sono delle persone comuni. Ma in realtà quelli che uccidono i manifestanti, le cosiddette “camicie bianche”, sono Guardiani della rivoluzione appartenenti ad una brigata speciale della divisione dell’Intelligence. Sembrano dei civili, ma hanno coltelli, sbarre di ferro e armi da fuoco. Sono troppo pochi per attaccare le folle, ma danno la caccia e uccidono quelli che gridano slogan in piccoli gruppi.

L’ayatollah Khamenei controlla i Guardiani della rivoluzione?

Sono, con il ministero dell’Intelligence, il suo principale strumento di oppressione. I circa 120mila guardiani della rivoluzione sono la parte più potente del regime. Sono contemporaneamente un esercito, un servizio di informazione ed una enorme impresa. Khamenei ha emarginato alcuni dei fondatori e degli eroi di guerra e vi ha piazzato persone a lui asservite. Controlla vari livelli sotto di lui, fino al grado di comandante. Ma non so quale sia la sua popolarità reale fra quelli che ha nominato. È troppo presto per parlare di divisione nei loro ranghi. Ma ho sentito delle voci secondo le quali sette generali sono stati arrestati. Molti non sono d’accordo con Khamenei. Uno dei miei vecchi amici, un generale, eroe di guerra, mi ha detto che la maggioranza dei Guardiani della rivoluzione non era d’accordo con il colpo di Stato.

E i basiji?

È un gruppo male organizzato e poco disciplinato. Il regime dice che sono 20 milioni, io penso che siano non più di 500mila. Alcuni si sono arruolati per aver accesso a qualche privilegio, per esempio l’esenzione dal servizio miliare. Sono come il resto del popolo. Ma i loro fratelli, i loro amici sono dall’altra parte.

Si va verso una deriva militare?

Khamenei è arrivato a un punto di non ritorno. Il suo regime è già giustizialista e militarizzato. Non esiste marcia indietro per un regime così brutale. Per la preghiera del venerdì, ha mobilitato i suoi supporter in tutto il Paese. Mi aspetto che partecipino 500mila persone, ma secondo i miei amici saranno solo 50mila. Molti dei suoi sostenitori rimangono neutri e provano vergogna. Se arriverà a reprimere il popolo iraniano, diventerà un dittatore alla Saddam Hussein. Sarà il re di un cimitero.