Archivio per Medio Oriente

Chi crede ancora nella buona fede di Israele?

Posted in Palestina, Politica, Uncategorized with tags , , , , on agosto 6, 2014 by Maria Rubini

State-is-born
Oggi molti tra le fila della sini­stra ita­liana fati­cano ad ammet­tere che il popolo pale­sti­nese è la vit­tima di que­sto lungo con­flitto. Fanno fatica a denun­ciare i cri­mini di Israele, cri­mini di cui si mac­chia indi­stur­bato ormai da troppo tempo. Molti pre­fe­ri­scono vol­tare la testa e par­lare di Hamas, come se Hamas fosse l’origine del tutto. Muoiono bam­bini? E’ Hamas! Distruggono case e scuole? E’ colpa di Hamas. Hamas! Hamas! Hamas! Ma Hamas non esi­steva vent’anni fa, eppure Israele agiva nello stesso modo.

Risale al 1982 il famoso mas­sa­cro di Sabra e Shatila nel quale le forze armate israe­liane gui­date da Ariel Sharon furono respon­sa­bili della morte di più 2400 arabi – pale­sti­nesi. La scusa era sem­pre la stessa: difen­dere il popolo israe­liano dal ter­ro­ri­smo. Hamas ancora non esi­steva, e il ter­ro­ri­smo que­sta volta era quello di Yasser Arafat.

In quel periodo la posi­zione della sini­stra ita­liana era chiara: equi­di­stanza dai cri­mini di Israele e dal ter­ro­ri­smo, ma netto soste­gno alla lotta di libe­ra­zione del popolo pale­sti­nese. Né sono testi­mo­nianza, ad esem­pio, le posi­zioni del Presidente della Repubblica Sandro Pertini e quella del Presidente del Consiglio Bettino Craxi. Il primo, infatti, nel suo mes­sag­gio di fine anno agli ita­liani, nel 1983 usava parole che non lascia­vano spa­zio a fraintendimenti:

“Una volta furono gli ebrei a cono­scere la “diaspora“[…]vennero cac­ciati dal Medio oriente e dispersi nel mondo; adesso lo sono invece i palestinesi…Io affermo ancora una volta che i pale­sti­nesi hanno diritto sacro­santo ad una patria ed a una terra come l’hanno avuta gli israeliti…Se vi sono nazioni in cui i diritti civili ed umani sono con­cul­cati, sono annul­lati, non vi è che un prov­ve­di­mento da pren­dere con­tro que­ste nazioni: l’espulsione dall’Onu. Non val­gono le pro­te­ste, se le porta via il vento. Non val­gono le pole­mi­che. Siano espulse dall’Organizzazione delle Nazioni Unite. Sia dato loro il bando, siano indi­cate all’umanità come colpevoli.”

“Io sono stato nel Libano. Ho visi­tato i cimi­teri di Chatila e Sabra. E una cosa che ango­scia vedere que­sto cimi­tero dove sono sepolte le vit­time di quel mas­sa­cro orrendo. Il respon­sa­bile di quel mas­sa­cro orrendo è ancora al governo in Israele. E quasi va bal­dan­zoso di que­sto mas­sa­cro fatto. E un respon­sa­bile cui dovrebbe essere dato il bando della società.” (In basso il video del suo discorso.)
Ma come spesso capita, la sto­ria si prende beffa dei più deboli. Sharon verrà infatti eletto pre­si­dente dello stato israe­liano, e quindi diven­terà lui rap­pre­sen­tante del pro­cesso di pace tra Israele e Palestina dal 2001 al 2006. Ma que­sta volta sarà il pre­si­dente ame­ri­cano George W. Bush a garan­tire: “Sharon è uomo di pace”. E se lo garan­ti­sce lui, che è un altro uomo di pace, allora come si fa a non crederci!

E ancora, il pre­si­dente del con­si­glio Bettino Craxi, rico­no­scendo i diritti dei pale­sti­nesi e degli israe­liani, nel ricor­dare il ruolo di pace dell’Italia nel medi­ter­ra­neo, legit­ti­mava la lotta armata del popolo pale­sti­nese e chie­deva con fer­mezza a Israele la resti­tu­zione dei ter­ri­tori occupati.

“Quando Israele fu minac­ciata tutti fummo con Israele. Ora essa occupa da 18 anni ter­ri­tori arabi che vanno resti­tuiti in cam­bio della pace.[…] Contestare ad un movi­mento che voglia libe­rare il pro­prio paese da un’occupazione stra­niera la legit­ti­mità del ricorso alle armi signi­fica andare con­tro alle leggi della sto­riarede ancora nella buona fede di Israele?

Se non di Hamas, se non del ter­ro­ri­smo, di chi è la colpa allora? Non è forse di chi punta i riflet­tori sul con­flitto israelo — pale­sti­nese solo se qual­cuno si fa sal­tare in aria? Non è forse di chi si sde­gna solo quando par­tono i razzi? Siamo amici degli ebrei, siamo amici di Israele. Non ci può essere nes­sun dub­bio sul suo diritto di esi­stere, e mai c’è stato nes­sun dub­bio in merito da parte dello stato ita­liano. Ma dov’è lo stato dei pale­sti­nesi? Ma qual è la posi­zione della sini­stra ita­liana oggi? Qual è la posi­zione del governo ita­liano? Qual è il ruolo dell’Europa? “Non val­gono le pro­te­ste, se le porta via il vento”, avrebbe detto il Presidente Pertini.

Molti vedendo que­sti video vec­chi ormai più di trent’anni obbiet­te­ranno dicendo, con arro­ganza, super­fi­cia­lità e pre­sun­zione, che il con­te­sto era diverso, salvo poi non riu­scire a spe­ci­fi­care cosa lo ren­desse diverso. Molti soster­ranno che prima non esi­steva Hamas; ma non era l’OLP di Arafat con­si­de­rata un’organizzazione ter­ro­ri­stica alla pari di Hamas? Cos’era, dun­que a ren­dere diverso il con­te­sto? Forse Israele non occu­pava ille­gal­mente i ter­ri­tori pale­sti­nesi? Niente di tutto que­sto. La dram­ma­tica verità è che il con­te­sto era sem­pre lo stesso. L’unica dif­fe­renza risie­deva sem­pli­ce­mente nell’onestà e auto­no­mia intel­let­tuale dei lea­der ita­liani, nella fat­ti­spe­cie, Pertini e Craxi. Autonomia e one­stà intel­let­tuale che si tra­du­ce­vano in indi­pen­denza dell’Italia nella valu­ta­zione delle con­tro­ver­sie internazionali.

Oggi invece, dopo quasi tre set­ti­mana dall’ennesimo mas­sa­cro di civili pale­sti­nesi per mano delle forze mili­tari israe­liane, la sini­stra ita­liana latita. Non una posi­zione chiara, non una posi­zione. Molti con­ti­nuano a cre­dere nella buona fede delle azioni di Israele, e a vol­tare la testa dall’altra parte di fronte alle foto delle case distrutte, e dei bam­bini uccisi. O peg­gio con­ti­nuano a impu­tare al ter­ro­ri­smo pale­sti­nese l’origine della tra­ge­dia. Conti­nuare a par­lare di Hamas fa comodo, per­ché così si evita di par­lare della lotta legit­tima del popolo pale­sti­nese. Noi ita­liani ed euro­pei, che cre­diamo in tale legit­ti­mità e che cre­diamo nel diritto di Israele ad esi­stere e vivere in sicu­rezza, non pos­siamo limi­tarci a pro­clami ste­rili. L’Italia e l’Europa dovreb­bero avere un ruolo più attivo nel medi­ter­ra­neo. Un ruolo determinante.

Nonostante la con­ti­nua pro­pa­ganda che dipinge Israele come la vit­tima e il popolo pale­sti­nese come il car­ne­fice di se stesso, qual­cosa sta cam­biando nell’opinione pub­blica a livello glo­bale. La dispo­ni­bi­lità della nuova tec­no­lo­gia e la dif­fu­sione dei social net­works hanno con­tro­bi­lan­ciato un’informazione sem­pre molto incline ad appog­giare la pro­pa­ganda israe­liana. La gior­na­li­staRula Jebral nella sua inter­vi­sta alla MSNBC il 22 luglio ha affer­mato come l’informazione di que­sto con­flitto sia “disgu­sto­sa­mente di parte nei con­fronti di Israele”, e che “la CNN abbia inter­vi­stato 17 pub­blici uffi­ciali israe­liani con­tro solo un’ uffi­ciale pale­sti­nese.” I social net­works in ogni modo sono riu­sciti ad infran­gere que­sto muro di fazio­sità e mostrare all’opinione pub­blica mon­diale il dolore e le dif­fi­coltà del popolo pale­sti­nese così come la man­canza di uma­nità e pro­por­zio­na­lità dell’esercito israe­liano. E in molti oggi non cre­dono più nella buona fede di Israele.

Non crede alla buona fede di Israele, l’alta com­mis­sa­ria dell’Onu per i diritti umani Navi Pillay, che con­danna aper­ta­mente le azioni spro­por­zio­nate dell’esercito israe­liano chie­dendo l’apertura di un’inchiesta inter­na­zio­nale per accer­tare gli even­tuali cri­mini con­tro l’umanità, atti­ran­dosi le ulte­riori anti­pa­tie del mini­stro degli esteri israe­liano Avigdor Liberman che defi­ni­sce le Nazioni Unite come il “Consiglio in difesa dei diritti dei terroristi”.

Un’affermazione quest’ultima che s’inquadra in una lunga cam­pa­gna di dele­git­ti­ma­zione e inos­ser­vanza delle isti­tu­zioni inter­na­zio­nale da parte dello stato d’Israele. Si dele­git­ti­mano le isti­tu­zioni inter­na­zio­nali e si spera nella media­zione degli Stati Uniti. Ma, ripre­sen­tando le parole di Marcella Emiliani, tra le mas­sime esperte ita­liane e inter­na­zio­nali di Africa e Medio-Oriente: “fino ad oggi la pre­si­denza Obama non c’è riu­scita e spesso ha masche­rato le pro­prie dif­fi­coltà con l’ostico governo Netanyahu, lamen­tando le divi­sioni in campo pale­sti­nese. Non appena però i pale­sti­nesi sem­brano aver ritro­vato la pro­pria unità, tanto negli Stati Uniti quanto in Israele il coro è una­nime: con un governo soste­nuto da Hamas non si tratta. Bene. Ma cosa signi­fica allora per Washington e Gerusalemme «l’unità dei pale­sti­nesi»? Al-Fatah con chi dovrebbe ritro­vare un’intesa se non con Hamas? E soprat­tutto cosa hanno fatto Washington e Gerusalemme per raf­for­zare Abu Mazen, cioè̀ il pale­sti­nese che ha rinun­ciato al ter­ro­ri­smo come metodo di lotta poli­tica fin dal 1993?”

Non cre­dono nem­meno più nella buona fede di Israele i 50 riser­vi­sti israe­liani che si sono rifiu­tati di ser­vire il pro­prio paese, dichia­rando quanto segue:

“I resi­denti pale­sti­nesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza sono pri­vati dei diritti civili e dei diritti umani. Vivono in un sistema giu­ri­dico diverso dai loro vicini ebrei. Lì, abbiamo sco­perto che l’intero eser­cito aiuta a imple­men­tare l’oppressione dei palestinesi.”

Non crede più nella buona fede di Israele una parte del suo stesso popolo ebraico esterno e interno allo stato. Il con­senso dall’esterno di molti ebrei alle azioni mili­tari del governo israe­liano si è andato via via ero­dendo in tutto il mondo e in spe­cial modo negli Stati Uniti. Anche in Italia è pos­si­bile rin­trac­ciare tale ero­sione per esem­pio nelle parole di Moni Ovadia che sin dallo scorso anno affermava:

“Lascio la Comunità ebraica di Milano, fa pro­pa­ganda a Israele” ( 5 Novembre 2013).

L’opposizione interna, invece, si può indi­vi­duare non solo nella rea­zione dei mili­tari di non ser­vire più il pro­prio paese, ma anche nelle opere di gior­na­li­sti come Gideon Levy, che sulle pagine del quo­ti­diano più impor­tante d’Israele, l’ Haaretz scrive:

“Dopo che abbiamo detto tutto ciò che c’è da dire sul conto di Hamas – che è inte­gra­li­sta, che è cru­dele, che non rico­no­sce Israele, che spara sui civili, che nasconde muni­zioni den­tro le scuole e gli ospe­dali, che non ha fatto niente per pro­teg­gere la popo­la­zione di Gaza – dopo che è stato detto tutto que­sto, dovremmo fer­marci un attimo e ascol­tare Hamas. Potrebbe per­fino esserci con­sen­tito met­terci nei suoi panni e forse addi­rit­tura apprez­zare l’audacia e la capa­cità di resi­stenza di que­sto nostro acer­rimo nemico, in cir­co­stanze duris­sime.
Invece Israele pre­fe­ri­sce tap­parsi le orec­chie davanti alle richie­ste della con­tro­parte, anche quando que­ste richie­ste sono giu­ste e cor­ri­spon­dono agli inte­ressi sul lungo periodo di Israele stesso.” (Haaretz”, dome­nica 20 Luglio 2014)

Non hanno più cre­duto alla buona fede d’Israele gli sto­rici israe­liani tra i quali si pos­sono anno­ve­rare Simha Flapan, Benny Morris, Avi Shlaim, Ilan Pappé, e Tom Segev, che gra­zie all’apertura degli archivi di Stato israe­liani, di quelli del movi­mento sio­ni­sta e non ultimi degli archivi di Stati Uniti e Gran Bretagna, seb­bene divisi al loro interno sull’esistenza espli­cita di un piano arti­co­lato di epu­ra­zione etnica noto col nome di “Piano D”, hanno ammesso che nella con­giun­tura della guerra del 1948 e soprat­tutto nella sua fase finale, quand’era ormai evi­dente che Israele aveva vinto e quanto gli inte­res­sava era soprat­tutto con­so­li­dare i nuovi con­fini acqui­siti che allar­ga­vano la super­fi­cie asse­gnata agli ebrei dal piano di spar­ti­zione Onu, venne lasciata mano libera ai gene­rali israe­liani di “libe­rare” le aree acqui­site dalla popo­la­zione autoc­tona. Questa nuova ver­sione, suf­fra­gata da fonti d’archivio, ribalta com­ple­ta­mente il rap­porto Israele-profughi e non ha man­cato, come tutta la nuova sto­rio­gra­fia, di creare dibat­titi molto aspri e accesi tra gli intel­let­tuali, i poli­tici e la stessa società israeliana.

Non cre­dono alla buona fede di Israele Cile, Peru, Ecuador e Brasile, che hanno deciso di richia­mare i loro amba­scia­tori in segno di pro­te­sta con­tro le azioni mili­tari in Gaza.

Sono, dun­que sem­pre meno quelli che cre­dono nella buona fede di Israele. Come regola gene­rale dovrebbe valere che chi non è in grado di giu­di­care i pro­pri pec­cati o quelli dei suoi amici, dovrebbe aste­nersi dal giu­di­care quelli dei suoi nemici. E risulta ormai ovvio che il diritto di cri­tica non equi­vale all’antisemitismo, su cui comun­que biso­gna sem­pre vigilare.

E chi crede ancora in que­ste folli azioni mili­tari? Soltanto Stati Uniti ed Europa. Soltanto loro hanno il corag­gio di chia­mare ter­ro­ri­smo i razzi spa­rati in zone abi­tate da civili, ma legit­tima difesa le bombe che distrug­gono case, scuole, e ospe­dali ammaz­zando nell’80% dei casi donne e bam­bini. Perché con­ti­nuiamo a cre­dere che que­sta rea­zione sia giu­sta? Gli Stati Uniti hanno sem­pre difeso que­ste azioni per la forte pres­sione interna delle lob­bies come l’American Israel Public Affairs Committee. Ma l’Italia? e l’Europa? Possibile che ci sen­tiamo in dovere di essere moral­mente in debito sem­pre con tutti, lasciando che que­sto debito morale ci impe­di­sca di valu­tare la situa­zione in maniera lim­pida? Ma poi, si tratta solo di un debito morale o c’è dell’altro? Quando arri­verà il momento per l’Europa di met­tere in pra­tica i valori sui quali è fon­data, e pro­porsi come forza di pace nel medi­ter­ra­neo e nel mondo? Non è dato a sapersi.

Quello che si sa è che nel futuro di que­sto con­flitto pesano ancora molte inco­gnite. Il rischio è che pas­serà anche que­sto mas­sa­cro, si spen­ge­ranno len­ta­mente i riflet­tori, e nel silen­zio gene­rale il grido di dolore dei pale­sti­nesi si tra­sfor­merà nuo­va­mente in razzi. Le tele­vi­sioni magi­ca­mente si riac­cen­de­ranno per incol­pare i ter­ro­ri­sti di turno. Israele avrà agito ancora per diritto di difesa. E i pale­sti­nesi avranno perso un paio di mili­tanti e qual­che altro cen­ti­naio di donne e di bambini.

“Non val­gono le pro­te­ste, se le porta via il vento”, avrebbe escla­mato il Presidente Pertini.

Valerio di Fonzo – Fon­da­tore, edi­tore, e autore de IlGlobo.eu e Globalopolis.org.

Dalla Siria all’Iran, passando per l’Iraq. E per il suo petrolio

Posted in Politica, Uncategorized with tags , , , on luglio 31, 2012 by Maria Rubini
 Sentire l’emiro del Qatar o il re saudita parlare di diritti umani lascia quantomeno perplessi, vista la situazione nei due paesi del Golfo. E non si tratta solo di questioni di genere, quanto piuttosto di un esercito di schiavi imprigionati in suntuose dimore o impegnati a costruire castelli di ghiaccio in mezzo al deserto.

Anche vedere gli Stati Uniti sostenere sommessi le posizioni dei falchi della penisola araba suscita più di un interrogativo.

Robert Fisk ricorda a ragione che ben 15 dei 19 terroristi dell’11 settembre 2001 provenivano dall’Arabia Saudita, anche se a essere bombardato fu il martoriato Afghanistan.

Difficile dimenticare che l’Arabia Saudita continua a decimare la propria minoranza sciita, quella del Bahrein e indirettamente anche quella siriana. Con il benestare di tutta la comunità internazionale.

“E davvero crediamo che l’Arabia Saudita possa volere una democrazia per la Siria?”, incalza ancora Fisk.

Impossibile dargli torto, salvo poi aggiungere che la lista dei paesi a cui non importa nulla delle legittime rivendicazioni dell’ennesimo popolo che soffre è davvero lunga. E persino un paese che vive ai margini della politica internazione come il nostro è in qualche modo complice di una guerra (per il petrolio) neanche troppo camuffata.

E’ qui che per Fisk entra in gioco il fattore I, la crociata contro l’atomica iraniana.

“Il tentativo di rovesciare la dittatura di Damasco non è dettato dall’amore per siriani o dall’odio per l’ex amico Bashar al Assad, e tanto meno dalla nostra indignazione verso la Russia”.

“No, il nostro è un desiderio di schiacciare la Repubblica islamica ei suoi piani nucleari infernali – se esistono – e non ha nulla a che fare con i diritti umani o il diritto alla vita o alla morte dei bambini siriani”.

Ma l’Iran da solo non basta. C’è un altro paese nel cuore dell’antica Mesopotamia che la scorsa settimana ha subito in un solo giorno 29 attentati in 19 città, uccidendo 111 civili e ferendone altri 235. Si chiama Iraq.

Per Fisk si tratta dell’ennesima ipocrisia occidentale, laddove le vittime irachene non meritano che un trafiletto per non smentire la teoria del paese “liberato e democratico”.

Ma di Iraq si dovrebbe parlare anche per altri motivi.

In primis per quello che naturalmente rischia di accadere (ed è già accaduto) nel caso in cui il conflitto siriano dovesse trasferirsi sulla terra bagnata – anche se per poco ancora – dal Tigri e dall’Eufrate.

Che tradotto significa un rovesciamento dei rapporti di forza e relativa guerra a sfondo confessionale (sebbene sia preferibile usare il termine civile, ma il tema verrà approfondito in seguito).

Prima però di quello che potrebbe succedere, c’è quello che è già successo. Sono più di dieci anni che le parti che si stanno sfidando a suon di stragi in Siria lavorano nell’ombra per ridisegnare gli equilibri mediorientali. Sulla pelle degli iracheni, per esempio.   

“Il governo a guida sciita è finito nel mirino degli stessi estremisti sunniti che combattono in Siria, molti dei quali sono legati ad al Qaeda”, afferma Izzat al-Shahbandar, un anziano membro del Parlamento di Baghdad e stretto collaboratore del primo ministro iracheno Nouri al-Maliki.

Lo scrive il Washington Post, ricordando che il presunto leader dell’organizzazione terroristica – Abu Baker al Baghdadi – avrebbe esortato le tribù sunnite irachene al confine con la Siria ad aderire al jihad (guerra santa) contro il governo “infedele” guidato da Maliki.

I media non sembrano avere dubbi: “E’ stata al Qaeda e l’Iraq rischia di essere travolto dal ciclone siriano”. Ma come si possono liquidare 29 esplosioni quasi simultanee in 19 diverse città di un paese?

La questione è un’altra: l’Iraq non hai mai smesso di essere terreno di battaglia, in una guerra neanche troppo silenziosa che si combatte ogni giorno.

Basti pensare alla ‘geopolitica’ degli attentati. Perché gli uomini del defunto Osama Bin Laden avrebbero mire su Kirkuk, una delle città (petrolifere) più colpite dalla scia di sangue degli scorsi giorni? Qui giacciono infatti la maggior parte delle 111 vittime di quel terribile giorno.

“C’è mai stata una guerra in Medio Oriente carica di tanta ipocrisia?”. Se lo chiede Robert Fisk sull’Independent, spiegando che “il vero obiettivo dell’Occidente non è il brutale regime di Assad, quanto il suo alleato iraniano e le sue testate nucleari”. Ma forse c’entra anche l’Iraq e il prezzo del petrolio. (Prima parte)

 di Francesca Manfroni