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L’offerta dello Stato palestinese: Perché ora?

Posted in Palestina, Politica, Società with tags , , , , , , , , on settembre 16, 2011 by Maria Rubini

Il presidente Mahmoud Abbas questo mese presenterà una proposta alle Nazioni Unite che chiede il riconoscimento di uno Stato palestinese indipendente in Cisgiordania, Striscia di Gaza e Gerusalemme Est – occupati da Israele dal 1967 Guerra dei Sei giorni – dopo la rottura dei negoziati tra le due parti. Il meccanismo preciso di come la proposta sarà presentata e come l’Assemblea Generale, il Consiglio di Sicurezza, o di entrambi  voterà su di essa, rimangono poco chiari.  Un consigliere di Abu Mazen ha dichiarato che non è sicuro che il processo avverrà in questo modo.  I palestinesi potrebbero puntare ad un voto in seno all’Assemblea generale che si riunirà la prossima settimana, dal momento che gli Stati Uniti hanno minacciato di porre il veto a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza. 
Abbas dice che i palestinesi hanno scelto settembre per tre ragioni: 

– Concludere il progetto ambizioso del primo ministro Salam Fayyad che si proponeva in due anni il piano della costruzione dello Stato, comprese le riforme dell’Autorità Palestinese e lo sviluppo istituzionale in preparazione alla legittimazione statuale; 
– La dichiarazione del presidente Barack Obama in occasione dell’Assemblea Generale nel settembre 2010 in cui sperava che uno stato palestinese sarebbe sorto dal settembre 2011
– Supporto per la creazione di uno Stato palestinese entro tale data  da parte del Quartetto (ONU, USA, UE e Russia). 

A tre osservatori e funzionari – vice ministro degli Esteri israeliano Danny Ayalon, Hebrew University internazionale umanitario esperto di legge Yuval Shany, e Nabil Abu Rudeinah, consigliere del presidente Abbas, sono state rivolte le seguenti domande:

Danny Ayalon, vice ministro degli Esteri israeliano 

D: Perché il presidente Abbas ha preso la decisione di andare alle Nazioni Unite a settembre, per chiedere il riconoscimento di uno stato palestinese? 

R: la decisione di Abbas ‘di andare alle Nazioni Unite è strategica e non tattica. Abbas ha fatto molte richieste ad Israele negli ultimi due anni e mezzo. Tuttavia, Abbas ha rifiutato di sedersi nella stessa stanza con i membri del governo israeliano.  Questo per evitare di dover entrare in negoziati che avrebbero comportato concessioni.

Abbas ha estrapolato commenti del presidente Obama fuori dal contesto, il presidente degli Stati Uniti ha chiaramente dichiarato che accoglierebbe con favore uno Stato palestinese  a seguito di negoziati tra le parti. Questo chiaramente non è il caso, e Abbas ha raccolto questi commenti per i suoi scopi, piuttosto che per soddisfare le aspettative dei palestinesi enunciate nel discorso stesso.

Il Quartetto ha detto in molte occasioni che chiede un ritorno ai negoziati e in una delle sue ultime dichiarazioni ha affermato chiaramente che “le azioni unilaterali da entrambe le parti non possono pregiudicare l’esito dei negoziati e non saranno riconosciuti dalla comunità internazionale”. 

 Per supportare veramente la visione del Presidente Obama e la volontà della comunità internazionale, i palestinesi devono venire e sedersi al tavolo dei negoziati con Israele e risolvere il conflitto attraverso la soluzione due stati-per-due-popoli. 

D: E ‘la PA è ormai pronta per uno stato?

R: No. Non riesce a soddisfare gli standard internazionali per la sovranità.  Non ha stabilito i confini, deve molto alla comunità internazionale per la sua economia, e non ha sufficientemente dimostrato che è “amante della pace”. 
Guardiamo l’esempio più recente del Sudan meridionale, lo Stato membro 193 delle Nazioni Unite, questo è il paradigma corretto per l’adesione. I sudanesi del Sud hanno chiesto di aderire dopo una soluzione negoziata con i suoi vicini, non prima. Questo è l’ordine corretto.

D: I negoziati tra l’Autorità Palestinese e Israele – che riguardano questioni dello status definitivo – continueranno dopo il riconoscimento potenziale delle Nazioni Unite di uno stato palestinese? 

R: Questo potrebbe rivelarsi molto difficile. I palestinesi hanno violato tutti i loro obblighi e gli accordi firmati, se unilateralmente dichiareranno lo stato. Se i palestinesi sentono che la comunità internazionale può servire come un “timbro” per le esigenze massimaliste allora non avranno alcun incentivo a compromessi sulle questioni fondamentali. 
Uno stato palestinese sarà dichiarato unilateralmente essenzialmente per strappare accordi esistenti e potrebbe essere una campana a morto per il processo di pace.

D: Il coordinamento della sicurezza tra l’Autorità Palestinese e Israele continueranno anche dopo il riconoscimento potenziale delle Nazioni Unite di uno stato palestinese? 

R: Il coordinamento sicurezza è nel miglior interesse sia di Israele che dei palestinesi. Tuttavia, possiamo avere altra scelta che rivalutare la nostra posizione su tutti gli accordi e le intese se i palestinesi violato il loro dovere. 

D: Quale sarà lo stato degli accordi di Oslo, se verrà riconosciuto uno Stato palestinese? 

R: Una dichiarazione unilaterale di indipendenza è una violazione fondamentale degli accordi di Oslo e di altri accordi firmati, e potrebbero renderli nulli. L’articolo 31 della Dichiarazione dei Principi, altrimenti noto come gli Accordi di Oslo, ha affermato che: ” Nessuna delle due parti deve avviare o prendere qualsiasi passo che cambierà lo stato della Cisgiordania e della Striscia di Gaza in attesa dell’esito delle trattative sullo status permanente” 
Questo è solo uno dei tanti motivi per cui noi chiediamo ai governi di tutto il mondo di non sostenere tale violazione fondamentale, e sostenere un accordo negoziato pacifico.

D: Le esigenze umanitarie della popolazione palestinese, saranno meglio riconosciute sotto uno stato palestinese funzionante? 

R: Negli ultimi due anni, Israele ha aiutato l’economia palestinese a salire costantemente l’ 8-9 per cento all’anno. La disoccupazione è bassa, il turismo è alto e la qualità della vita è notevolmente migliorata. Tutto questo potrebbe mettere a repentaglio la leadership palestinese e lo sanno molto bene. 

Yuval Shany, cattedra di diritto internazionale pubblico, Università Ebraica 
D: Perché il presidente Abbas ha preso la decisione di andare alle Nazioni Unite a settembre, per chiedere il riconoscimento di uno stato palestinese? 

R: La mia sensazione è che i palestinesi hanno fatto una scelta strategica per internazionalizzare il conflitto – forse perché hanno poca fiducia nei negoziati bilaterali con Israele. Uno stato palestinese apre alcune strade per far progredire tale obiettivo – per esempio, chiede alla Corte penale internazionale per indagare operazioni militari israeliane nei territori occupati [palestinesi] territorio, invitando i relatori delle Nazioni Unite a visitare la zona, e forse anche di tentare di invitare alla pace l’area.  Opzioni potrebbero includere peacekeeper delle Nazioni Unite o Lega araba. 

D: E ‘la PA ormai pronto per uno stato? 

R: Non è meno preparata rispetto a molti altri stati nuovi – Timor Est, Sud Sudan, ecc 

D: Se uno Stato palestinese è riconosciuto, pensa che l’occupazione militare israeliana della Cisgiordania continuerà?

R: Sì.

D: I negoziati tra l’Autorità Palestinese e Israele – che riguardano le questioni dello status definitivo – continueranno dopo il riconoscimento potenziale delle Nazioni Unite di uno stato palestinese? 

R: Non vi è alcun ostacolo giuridico alla prosecuzione dei negoziati.

D: Il coordinamento della sicurezza tra l’Autorità Palestinese e Israele continueranno dopo il riconoscimento potenziale delle Nazioni Unite di uno stato palestinese? 

R: Questo dipende in qualche misura sulla reazione di Israele per l’applicazione palestinese. La decisione di denunciare gli accordi di Oslo può mettere a repentaglio gli accordi esistenti. 

D: Quale sarà lo stato degli accordi di Oslo, se uno Stato palestinese sarà riconosciuto? 

R: Lo stato attuale degli accordi è già incerto. Sarà più difficile mantenere la loro rilevanza, dopo uno stato palestinese. Israele può esercitare il suo diritto di revocare gli accordi formalmente. 

D: Se la decisione di sospendere gli accordi di Oslo sarà presa, quale sarà lo stato giuridico degli israeliano civili e militari in Cisgiordania in assenza di accordi? Israele potrebbe potenzialmente assumere un maggiore controllo sulla Cisgiordania se l’attuale area A, B e C a disposizione sarà stata cancellata? 

R: La situazione tornerà – legalmente parlando – al periodo pre-Oslo. Israele dovrebbe basare la propria presenza direttamente sul diritto di occupazione. 

D: Il riconoscimento di uno stato palestinese influirò sulle operazioni delle Nazioni Unite nella zona?  Gli ostacoli alla fornitura di aiuti umanitari rimangono gli stessi, se l’occupazione israeliana rimane? 

R: Le operazioni ONU continuerebbero, ma possono incontrare più ostacoli se la cooperazione tra le parti è ridotta. La situazione [umanitaria] per i palestinesi potrebbe diventare più difficile, almeno nel breve termine.

D: le esigenze umanitarie della popolazione palestinese, saranno meglio riconosciute sotto uno stato palestinese funzionante?

R: Difficile da dire. È probabile che il deterioramento delle relazioni israelo-palestinese (e anche le relazioni USA-palestinese), possono avere conseguenze economiche sfavorevoli per i palestinesi, almeno nel breve periodo. Se un voto formale non va davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite fino a ottobre, il processo potrebbe richiedere alcuni mesi a svolgersi. 

Nabil Abu Rudeinah, consigliere del presidente Abbas 

D: Perché il presidente Abbas ha preso la sua decisione di andare alle Nazioni Unite a settembre, per chiedere il riconoscimento di uno stato palestinese? 

R: Gli americani non hanno fornito a noi e agli israeliani una piattaforma per i negoziati. Non sono riusciti a fermare o cessare l’attività di insediamento. 
La posizione di Abu Mazen, così come la leadership palestinese, è che da sempre siamo pronti per i negoziati su questa base chiara – confini del 1967 con uno swap [terra] d’accordo, con la cessazione degli insediamenti. Per questo, siamo pronti a tornare ai negoziati. 
L’anno scorso Obama ha detto che sperava che avrebbe visto uno Stato palestinese come nuovo membro delle Nazioni Unite. 
Finché le trattative non ci sono, questa è l’unica opzione che abbiamo per proteggere il nostro popolo e i nostri interessi. È per questo che l’ONU è l’unico posto dove possiamo affermare i nostri diritti. 
Gli israeliani si rifiutano di tornare al tavolo dei negoziati, anche il riferimento che Obama ha citato nel suo discorso di maggio – i confini del 1967. 
Il Quartetto è riuscito più volte a rilasciare una dichiarazione che mette la nostra prospettiva sui negoziati, agli americani non è riuscito di far cessare le attività di insediamento, e per questo siamo obbligati ad andare alle Nazioni Unite. Il nostro problema non è con gli americani, anche se minacciano di usare il loro veto.  Il nostro problema è con gli israeliani.  Gli americani sono in grado di costringere Israele a tornare ai negoziati.

D: La Casa Bianca in Medio Oriente ha inviato Dennis Ross e David Hale che hanno incontrato il presidente Abbas a Ramallah il 7 settembre. Quali implicazioni potenziali sono state illustrate dagli Stati Uniti che potrebbero derivare da una richiesta alle Nazioni Unite per il riconoscimento di uno stato palestinese? 

R: Hanno detto che non vogliono che andiamo al Consiglio di Sicurezza. 
Hanno detto che il rappresentante del Quartetto Tony Blair sta cercando di preparare una dichiarazione e Abu Mazen ha detto loro che una volta vista la dichiarazione daremo il nostro parere, ma è troppo tardi.Noi non siamo alla ricerca di qualsiasi confronto con gli Stati Uniti, nonostante quello che il Congresso ha menzionato. 

D: Pensa che gli Stati Uniti potrebbero trattenere i finanziamenti all’Autorità Palestinese se si limita la proposta di uno stato al voto prima che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, e cosa avverrebbe se influenzano il bilancio PA?

R: Forse. Finora il Congresso sta minacciando, il nostro rapporto con l’amministrazione sta continuando, ma dobbiamo aspettare e vedere cosa potrebbe accadere dopo settembre.
La situazione finanziaria è molto difficile. Nel corso degli ultimi sei anni molti donatori e paesi hanno smesso di finanziare l’Autorità Palestinese. Gli americani hanno detto al Congresso che ci boicotteranno. Non so se gli europei e gli arabi li seguiranno, ma la questione non è solo questione di soldi, il problema principale è i nostri diritti. 
Molti stati arabi hanno smesso di finanziare l’Autorità Palestinese, ma ieri [settembre 8]  i kuwaitiani hanno pagato. 
L’ occupazione deve finire dopo 63 anni. Gli israeliani devono ritirarsi e gli americani devono cambiare la loro politica nei confronti di Israele e il Medio Oriente.Non vogliamo isolare Israele, o affrontare gli americani. Vogliamo realizzare quello che abbiamo fatto a Camp David e Annapolis e il discorso di Obama – uno stato sulle linee del 1967 e uno swap concordato. Se gli israeliani vogliono, siamo pronti. 
L’amministrazione americana dice che il Congresso avrebbe messo gli ostacoli [fino] a [prevenire] finanziamento della PA, ma non è chiaro se l’amministrazione americana avrebbe smesso i suoi finanziamenti, e se il problema si riflette negativamente sulla PA, sugli americani, su Israele e i donatori. 
La questione palestinese è la questione centrale del Medio Oriente. Nessuno può ignorare – non gli americani, non gli europei, non gli arabi, nemmeno gli israeliani. 
Noi non vogliamo affrontare nessuno. Vogliamo  la fine dell’occupazione. Vogliamo costruire il nostro stato, e noi siamo pronti.  Abbiamo bisogno che gli americani cambino la loro politica e li esorto a non ostacolare il nostro approccio alle Nazioni Unite. Non stiamo andando a confrontarci con gli americani o ad isolare Israele o delegittimare Israele. Siamo disposti e pronti a vivere fianco a fianco con uno Stato israeliano. 

D: E ‘la PA è ormai pronto per uno stato palestinese, per le riforme e il Piano di Sviluppo?

R: Ci sono stati preparativi durati 20 anni. Siamo forse l’unico paese stabile in Medio Oriente. L’unico problema è l’occupazione. Questo è ciò che gli americani e gli israeliani devono capire.  Senza risolvere questo problema con una soluzione giusta, tutto il Medio Oriente sarà in una situazione di instabilità e il movimento estremista crescerà. 

D: Che cosa pensa circa la discrepanza tra la PA ed il governo nella Striscia di Gaza? 

R: Non c’è nessun governo a Gaza. La PA paga il 57 per cento del suo bilancio a Gaza – per l’energia elettrica, acqua, carburante, e noi paghiamo per 77.000 dipendenti a Gaza. 

Abbiamo firmato un accordo al Cairo [specificando] che abbiamo bisogno di un governo indipendente per prepararci alle prossime elezioni di maggio. I nostri contatti stanno continuando con loro su diverse questioni, e l’unico problema è formare il governo.  Siamo ancora impegnati sull’accordo e siamo pronti per le elezioni, inclusi gli osservatori stranieri per supervisionare le elezioni, come abbiamo fatto gli ultimi due tempi. 
Loro [governo guidato da Hamas a Gaza] stanno facendo un ottimo lavoro sulla sicurezza impedendo a chiunque di sparare contro Israele.

D: I negoziati tra l’Autorità Palestinese e Israele – che coprono questioni dello status definitivo – continueranno dopo il riconoscimento potenziale delle Nazioni Unite di uno stato palestinese?

R: Dbbiamo immediatamente tornare a negoziare, perché la terra entro i confini del 1967 sarà un “territorio occupato” e non “terra contesa”, e ogni singolo insediamento sarà illegale – è sufficiente per noi di tornare ai negoziati.  Questo è lo scopo del nostro andare alle Nazioni Unite, per stabilire che questa è “terra occupata”, non “terra contesa”, come gli israeliani stanno dicendo.

D: Il coordinamento della sicurezza tra l’Autorità Palestinese e Israele continuerà, anche dopo il riconoscimento potenziale delle Nazioni Unite di uno stato palestinese? 

R: Come il presidente Abbas detto molte volte, la sicurezza continuerà, la collaborazione continuerà. Non permetteremo alcuna violenza. Non permetteremo che ogni confronto con gli israeliani fino a quando noi [Abbas amministrazione] saremo nel [ufficio presidenziale a Ramallah].
Se il presidente Abbas e la leadership palestinese decideranno qualcosa di diverso dopo settembre, è una storia diversa. Per esempio, il presidente Abbas potrebbe decidere di dimettersi se non riesce.  Chi controllerà l’apparato di sicurezza? 
Gli israeliani e gli americani dovrebbero capire che la stabilità significa che devono mettersi d’accordo con noi, altrimenti i guai continueranno in Medio Oriente e l’estremismo crescerà. 
Il presidente Abbas si rivolge al mondo e dirà loro: questa è la situazione. Siamo pronti per i negoziati, il nostro stato è pronto, e finché non ci sono trattative e Israele continua la sua attività di insediamento, non abbiamo altra scelta se non quella di venire alle Nazioni Unite. E dopo che siamo pronti per i negoziati [con Israele] sulle questioni relative allo status finale. 

D: Quale sarà lo stato degli accordi di Oslo, se uno Stato palestinese sarà riconosciuto? 

R: La PA si impegna a Oslo. Spetta agli israeliani. La Cisgiordania è occupata – aree A, B e C. Noi non hanno alcuna autorità reale. Non abbiamo nulla da perdere. 
Se Israele decide di cancellare Oslo, dovranno affrontare la realtà. Non ci sarà alcun PA; non ci sarà alcun settore di sicurezza a prendere ordini da noi [Abbas amministrazione].  Lasciate che in Cisgiordania che a Gaza si trovino ad affrontare e che cosa stanno andando incontro ovunque, in Libano e in Siria. Lasciate che si prendano cura della sicurezza. Lasciare che si prendano cura del popolo.
PA è responsabile per i palestinesi in Cisgiordania e Gaza e prende le sue decisioni dal dell’OLP. Se gli israeliani annullano Oslo, la leadership palestinese si riunirà per prendere la decisione giusta.

D: le esigenze umanitarie della popolazione palestinese, saranno meglio riconosciute sotto uno stato palestinese funzionante? 

R: La situazione umanitaria è terribile in Cisgiordania e Gaza. Se si attraversa il ponte [dalla Cisgiordania verso la Giordania, la West Bank è solo punto di incrocio internazionale sotto il controllo israeliano] si possono vedere centinaia di persone in attesa. Andate a vedere il tipo di umiliazione che devono affrontare. Andate in qualsiasi posto di blocco, come Qalandiya a vedere cosa succede. 
La situazione umanitaria sta peggiorando. Umiliazione continua, ed è quello che il presidente sta per dire le Nazioni Unite e del mondo. Non possiamo accettare questa situazione o continuare a promuoverla. L’occupazione dovrebbe finire. 
Se il mondo sta andando a sostenere gli israeliani e gli americani, bisogna far loro affrontare la realtà. Vedete cosa sta accadendo nel mondo arabo. Le rivoluzioni arabe stanno continuando.

 Analisi pubblicata su Ma’an New Agency

La polveriera di Silwan

Posted in Palestina with tags , , , , on settembre 25, 2010 by Maria Rubini

Sono ore decisive per il negoziato voluto da Obama: sulla moratoria nella costruzione degli insediamenti si sta cercando un compromesso che permetta a Netanyahu di non dire che il blocco prosegue, ma di fatto fermando comunque le nuove costruzioni almeno fuori dagli insediamenti più grandi. Il fatto più importante della settimana, però, è un altro: nelle ultime ore a Gerusalemme è scoppiata con una puntualità impressionante la «bomba a orologeria» Silwan. Offrendo un’idea molto chiara di che cosa succederebbe se questo negoziato fallisse.

La notizia è stata tenuta incredibilmente bassa da alcuni media italiani e così non è affatto scontato che tutti la sappiano: mercoledì ci sono stati scontri molto violenti a Gerusalemme dopo che all’alba un palestinese è stato ucciso da una guardia giurata israeliana nel quartiere di Silwan, quello a cinquecento metri dal Muro del Pianto al centro della cosiddetta «guerra degli archeologi».

Nel cuore di questo quartiere arabo di 50 mila abitanti in questi ultimi anni è stato infatti costruito un nuovo parco archeologico chiamato City of David perché qui l’archeologa israeliana Eilat Mazar avrebbe trovato le rovine del palazzo del re Davide (il condizionale è d’obbligo, perché altri archeologi israeliani contestano questa tesi; e va anche detto che – trattandosi di edifici di tremila anni fa – tutto ciò che si vede sono alcune pareti diroccate di non facile interpretazione). In nome di questi scavi è stata completamente sconvolta la vita di un quartiere dove vivono 50 mila arabi. Ma non solo: la gestione del sito è stata affidata a Elad, un’associazione legata al movimento dei coloni che – contemporaneamente – mira a portare a vivere in questa stessa area famiglie ebraiche. Dalla stessa Elad dipendono le guardie private di sicurezza che sorvegliano il parco archeologico.

In questa situazione già tesa la municipalità di Gerusalemme che cosa fa? A giugno il sindaco «laico» Nir Barkat, per espandere il parco archeologico, approva un piano che prevede la demolizione di 22 case palestinesi a Silwan, appellandosi alla solita scusa che sono abusive (peccato che in quarant’anni la municipalità non abbia mai dotato Gerusalemme Est di un piano urbanistico e quindi come farebbero a essere legali?).

Proprio qui, dunque, mercoledì mattina alcuni arabi avrebbero accerchiato l’automobile di una guardia israeliana e questi – sentendosi in pericolo – avrebbe sparato per difendersi. Prendiamo pure per buona questa ricostruzione (che peraltro i palestinesi sostengono sia falsa). La domanda diventa: è solo un caso che tutto ciò avvenga proprio a Silwan? Non è una follia pensare che un intervento del genere – in cui si cancella tutto ciò che esiste per riportare una parte della città a ciò che era secoli fa – passi in maniera indolore in una città contesa come è Gerusalemme? Eppure – come si può leggere nella notizia che rilanciamo dal blog israeliano Coteret – non più di una settimana fa il governo Netanyahu ha destinato altri 2 milioni di shekel allo sviluppo del parco archeologico della City of David.

Oggi Haaretz pubblica un editoriale molto forte intitolato «Il governo deve smetterla di finanziare gli zeloti a Gerusalemme». «Con la scusa degli scavi archeologici e di restaurare la gloria di un tempo – si legge – l’associazione Elad sta cercando di mettere le mani su gran parte del villaggio di Silwan, che contiene la City of David. Ma non avrebbe neanche potuto pensare di farlo senza l’assistenza di strutture pubbliche come l’Israel Nature and Parks Authority, che ha ceduto l’amministrazione del sito a Elad, la Municipalità di Gerusalemme, che ha offerto il suo aiuto, e la collaborazione dell’Israel Antiquities Authority».

Dopo gli scontri di mercoledì (continuati in parte anche giovedì) adesso c’è una calma tesa a Silwan. Ma è una vicenda importante da tenere presente in queste ore. Spiega infatti due cose fondamentali: la prima è che gli insediamenti non spuntano mai dal nulla e in un posto qualsiasi; dietro c’è sempre un disegno preciso e con responsabilità precise. La seconda è che anche questi progetti sono un’arma che può arrivare a uccidere. Ecco perché disinnescarla oggi è così importante.

Clicca qui per vedere le immagini degli scontri inviate dai blogger e pubblicate sul sito del New York Times

Clicca qui per consultare il sito internet della City of David

Clicca qui per leggere la notizia rilanciata da Coteret

Clicca qui per leggere l’editoriale di Haaretz

di Giorgio Bernardelli

su Terrasanta.net

Benjamin spalle al muro

Posted in Palestina with tags , , , , on settembre 17, 2010 by Maria Rubini

Si avvicina il fatidico 26 settembre, il giorno in cui scade la moratoria per le nuove costruzioni negli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Come ormai tutti sappiamo è il passaggio decisivo per vedere se i negoziati diretti tra israeliani e palestinesi voluti dalla Casa Bianca sono una cosa seria oppure no. La novità del giorno è che l’amministrazione Obama ieri pare aver messo sul tavolo una proposta per risolvere l’empasse che – se confermata – dimostrerebbe che stavolta a quei colloqui c’è davvero un mediatore che fa il suo mestiere.

L’indiscrezione (sul contenuto dei colloqui tenuti negli ultimi giorni a Sharm el Sheik e a Gerusalemme le fonti ufficiali non parlano) è uscita dal quotidiano arabo stampato a Londra al-Sharq al-Awsat: il segretario di Stato Hillary Clinton avrebbe chiesto di stabilire un termine di tre mesi entro i quali accordarsi sulla questione dei confini dei due Stati. Nel frattempo la costruzione di nuove case negli insediamenti in Cisgiordania rimarrebbe congelata. Però dopo – una volta stabilito una volta per tutte che confini hanno i famosi «blocchi di insediamenti» che Israele terrebbe, offrendo in cambio al futuro Stato palestinese compensazioni territoriali – lì dentro (e solo lì dentro) potrebbe edificare quello che gli pare, senza più discussioni, anche mentre il negoziato va avanti su tutti gli altri punti (status di Gerusalemme, sicurezza, profughi, gestione delle risorse…).

Mi sembra una proposta assolutamente di buon senso. Di quelle che mirano a togliere alibi dal terreno e vedere chi – al di là delle parole – ha intenzione di fare sul serio. Da tempo vado dicendo che con 300 mila coloni ormai in Cisgiordania bisogna smetterla di parlare genericamente di «insediamenti». Mille nuove case a Modin Illit sono un fatto molto meno significativo di dieci costruite a Beit El o a Hebron. Per capirlo può essere utile guardare lo schema che proponiamo tra i link e che è stato realizzato dal Christian Science Monitor: spiega bene che cosa sono Modin Illit, Ma’ale Adumim, Betar Illitt, il Gush Etzion e Ariel e perché li si definisca come «i blocchi». Perché il grosso dei coloni si concentra in questi insediamenti che sono – a parte Ariel – molto vicini alla Linea Verde e collegati senza più soluzione di continuità al territorio di Israele. Sono quel famoso 5 o 6 per cento della Cisgiordania che – nelle trattative condotte con Olmert e Tzipi Livni – l’Autorità Palestinese avrebbe dovuto cedere a Israele in cambio della terra necessaria per realizzare il corridoio di collegamento con Gaza.

Proprio sui «blocchi» – dicevano alla vigilia dei colloqui fonti a lui vicine – il premier isrealiano Benjamin Netanyahu avrebbe provato a fare leva per non cedere né ai falchi della sua maggioranza né ad Abu Mazen: la moratoria sulle costruzioni è finita – avrebbe detto – ma ci impegniamo a non costruire fuori da queste cinque aree. Al tavolo – però – Hillary Clinton ha rilanciato, chiedendo in pratica di giocare a carte scoperte. Del resto – se, come sembrerebbe, il discorso non riguarda Gerusalemme Est – le mappe non sono così difficili da stendere. Il problema vero è farle digerire alla propria opinione pubblica.

La delegazione palestinese ieri avrebbe dato il suo assenso all’ipotesi della Clinton, mentre Netanyahu avrebbe preso tempo. La verità è che il segretario di Stato americano ha messo il premier israeliano davanti alle sue responsabilità. Gli ha chiesto di comportarsi da statista e non da oracolo: nessuno, infatti, nemmeno all’interno del suo governo, oggi ha la più pallida idea di come sia fatto lo Stato palestinese che ha in mente Bibi. Lo sottolineava molto bene qualche giorno fa su Haaretz Akiva Eldar in un articolo in cui spiegava come oggi credere che Netanyahu abbia davvero intenzione di scommettere sulla pace con i palestinesi sia un vero e proprio «atto di fede».

«Ripassa di qui con una mappa – gli ha detto sostanzialmente la Clinton – e nel giro di tre mesi il problema degli insediamenti si sarà risolto da sé». I casi adesso sono due: l’ipotesi numero uno è che Netanyahu lo faccia. A quel punto il suo governo è finito, perché l’ala più vicina ai coloni non accetterà mai un passo del genere; ma in questo caso come farebbe Tzipi Livni a non andare in soccorso con i voti di Kadima a un governo guidato da un Netanyahu così? L’alternativa (purtroppo molto più probabile) è che Netanyahu non lo faccia. A quel punto, però, i negoziati diretti sarebbero già finiti.

Clicca qui per leggere l’articolo di Yediot Ahronot in cui si riferisce la proposta di Hillary Clinton

Clicca qui per leggere le schede realizzate dal Christian Science Monitor

Clicca qui per leggere il commento di Akiva Eldar su Haaretz

di Giorgio Bernardelli

pubblicato su Terrasanta.net

Gli Usa e il potere nel mondo multipolare

Posted in Politica with tags , , , on ottobre 2, 2009 by Maria Rubini

Il momento della globalizzazione è caratterizzato dall’emergenza dell’imperialismo collettivo della Triade, composta da Stati Uniti, Europa e Giappone, attraverso la quale si esprime la solidarietà fondamentale del capitale dominante.

Contemporaneamente, attraverso il controllo militare del pianeta, gli Stati Uniti “subalternizzano” i loro alleati per costruire un mondo unipolare.

I popoli non possono avanzare i loro progetti di progresso sociale e di democratizzazione se non contrapponendosi al progetto di Washington e cercando di imporre la ricostruzione di un mondo multipolare.

Sarebbe opportuno analizzare gli ostacoli e i dilemmi che interpellano il movimento mondiale. L’Europa sarà in grado di rompere con l’atlantismo e con la sua subalternità agli Stati Uniti? La Cina riuscirà a perseguire il suo sviluppo sulla base di un “socialismo di mercato”, nonostante la sua adesione al Wto comprometta le sue potenzialità? Il Sud riuscirà a ricostruire una sua autonomia e alleanza all’altezza della sfida in corso?

La prospettiva multipolare richiede una riforma radicale dell’Onu formulata nello spirito del rispetto della sovranità dei popoli e della democratizzazione delle società.

Il National Intelligence Council degli Stati Uniti prevede che il dominio americano sarà «molto diminuito» entro il 2025, e che la superiorità americana (e il potere militare) saranno meno forti nel sempre più competitivo mondo del futuro. Il presidente russo Dmitri Medvedev ha definito la crisi finanziaria 2008 un segno che la leadership globale dell’America sta volgendo al termine. Il leader d’opposizione canadese Michael Ignatieff ne conclude che il potere degli Stati Uniti sia tramontando. Come possiamo sapere se queste previsioni sono corrette?

Bisogna stare attenti. Dopo che la Gran Bretagna perse le sue colonie americane, alla fine del XVIII secolo, Horace Walpole disse che era diventata un paese «insignificante come la Danimarca o la Sardegna». Non riuscì a prevedere che la rivoluzione industriale avrebbe dato alla Gran Bretagna un periodo di ancor maggiore ascesa. Roma rimase dominante per oltre tre secoli dopo l’apogeo del potere romano. Che cosa significa esercitare il potere nell’era dell’informazione globale del XXI secolo? La saggezza popolare ha sempre ritenuto che prevale il Paese con l’esercito più forte, ma nell’era dell’informazione a vincere può essere lo Stato con un passato migliore alle spalle. Oggi è tutt’altro che chiaro come sia misurato l’equilibrio di potere, e tanto meno come poter sviluppare efficaci strategie di sopravvivenza.

Nel suo discorso inaugurale nel 2009, il presidente Barack Obama ha affermato che «la nostra potenza cresce attraverso l’uso prudente; la nostra sicurezza deriva dalla giustezza della nostra causa, dalla forza del nostro esempio, dalla tempra, dall’umiltà e dalla moderazione». Poco tempo dopo, il segretario di Stato Hillary Clinton ha detto: «L’America non può risolvere i problemi più pressanti da sola, e il mondo non può risolverli senza l’America. Dobbiamo usare ciò che è stato chiamato smart power, l’intera gamma di strumenti a nostra disposizione». Smart power: la combinazione del potere di comando e del potere di attrazione.

Il potere dipende sempre dal contesto. Oggi è distribuito secondo un modello che assomiglia a una partita a scacchi tridimensionale. Sulla scacchiera in alto, il potere militare è in gran parte unipolare, e gli Stati Uniti sono destinati a rimanere l’unica superpotenza ancora per un po’. Ma, sulla scacchiera di mezzo, il potere economico è già multi-polare da più di un decennio, con Stati Uniti, Europa, Giappone e Cina come attori principali, e altri stanno acquistando importanza. La scacchiera in basso è il regno delle operazioni transfrontaliere che avvengono al di fuori del controllo governativo: comprende diversi attori non-statali, come ad esempio il trasferimento elettronico di somme di denaro ben più grandi di alcuni bilanci nazionali e, all’altro estremo, terroristi che trasferiscono armi o hacker che minacciano la cyber-sicurezza. Questa scacchiera comprende anche nuove sfide, come le pandemie e il cambiamento climatico.

A questo livello il potere è ampiamente diffuso, e non ha alcun senso parlare di unipolarità, multipolarità, egemonia o qualsiasi altro cliché. Anche a seguito della crisi finanziaria, il ritmo vertiginoso del cambiamento tecnologico è probabile che continui a guidare la globalizzazione e le sfide transnazionali.

Il problema per il potere americano nel XXI secolo è che ci sono cose che rimangono fuori controllo anche per lo Stato più potente. Sotto l’influenza della rivoluzione informatica e della globalizzazione, la politica mondiale sta cambiando in un modo che impedisce all’America di conseguire da sola tutti gli obiettivi internazionali. Ad esempio, la stabilità finanziaria internazionale è vitale per la prosperità americana, ma gli Stati Uniti hanno bisogno della collaborazione di altri per garantirla. Il cambiamento climatico globale, anche, interesserà la qualità della vita degli americani, ma gli Usa non possono gestire da soli il problema.

In un mondo in cui le frontiere sono più che mai permeabili per tutto, dai farmaci per le malattie infettive al terrorismo, l’America deve contribuire alla costruzione di coalizioni internazionali e istituzioni per affrontare le minacce e le sfide comuni. In questo senso, il potere diventa un insieme di somme.

Non è sufficiente pensare in termini di potere sugli altri. Si deve anche pensare in termini di potere per raggiungere gli obiettivi. Su molte questioni transnazionali, gli altri possono contribuire a realizzare i propri obiettivi. Il problema del potere americano nel XXI secolo non è il declino, ma il non riconoscere che anche il Paese più potente non può raggiungere i suoi obiettivi senza l’aiuto degli altri.

Fonti: Samir Amir, Director Research at Pakistan Business Council Pakistan – Per un mondo multipolare – Joseph S. Nye, Kennedy School of Governament, Project Syndicate, 2009

Il business della guerra in Iraq

Posted in Politica with tags , , , on settembre 22, 2009 by Maria Rubini

Sarà anche cinico, ma la domanda bisogna per forza farsela. Chi è che ci perde con la fine (annunciata) della guerra in Iraq? Prima risposta: quella miriade di società che gravitano intorno al Pentagono, con il quale hanno firmato lucrosissimi contratti di fornitura. E la prima “fornitura” che il pentagono ha richiesto ai privati è quella del personale addestrato a operare in zona di guerra.

Ora per queste società iniziano i guai. Lo avevano intuito già l’anno scorso, quando in campagna elettorale Barack Obama aveva promesso il ritiro delle truppe USA. Ne hanno avuto la certezza dopo la sua elezione a presidente degli Stati Uniti. A febbraio, in un discorso davanti ai marine Camp Lejeurn, in Carolina del Nord, Obama ha infatti annunciato il ritiro delle forze armate Usa entro la fine del 2011, dopo quasi sei anni di permanenza (ognuno dei quali è costato, come minimo 100 miliardi di dollari l’anno, tutti fondi che verranno meno alla rete d’imprese che hanno sostenuto lo sforzo bellico oltre che quello della ricostruzione delle infrastrutture civili). Alla base della svolta pacifista di Obama ci sono anche solide motivazioni economiche. Dagli attuali 142 mila soldati si scenderà al massimo a 50 mila (alterttanti resteranno in Afgnistan).

CHI GUADAGNA?

A perderci, alla fine, saranno le aziende private che hanno investito nel business della guerra: quelle americane sono il 90%, ingaggiate, incoraggiate o affiancate dal governo. A cominciare dai cosidetti contractor, cioè le società appaltatrici che svolgono lavori e forniscono servizi di commissione dell’amministrazione. Attualmente i contractor sono arrivati a 190 mila, più dei 160 mila soldati americani impegnti in Iraq. Per la maggior parte sono società americane, ma ci sono anche iracheni e operatori di altri Paesi. Non si tratta solo di 007 privati o di soldati mercenari; svolgono più in genere attività di supporto alle truppe, alle mense, alla costruzione di impianti, all’appoggio logistico, fino alle funzioni di intelligence e securiry e alle operazioni militari vere e proprie. Secondo stime, il 20% dei soldati spesi dagli Stati Uniti per il conflitto in Iraq dal 2003 al 2007 è finito proprio nelle casse dei contracto: 83 miliardi di dollari, secondo quanto affermato dal Congressional budget office, l’Ufficio per il bilancio del Parlamento americano. E nel 2008 le spese di ingaggio hanno toccato i 100 miliardi di dollari. A agosto 2008 la spesa totale dell’intervento era arrivato a toccare i 446 miliardi di cui appunto quasi 100 sono andati ai privati, il 70% in Iraq e il 30% per contratti relativi a Paesi vicini come  Kuwait, Arabia Saudita e Qatar. Una tale massa di denaro non poteva non far esplodere casi molto oscuri, come quello che è andato sotto il nome di Blackwater, un episodio che innescò un inizio di inversione di tendenza. A gennaio il generale Raymond Odierno, comandante in capo delle forze Usa, ha emesso una direttiva che ordina alle unità militari di iniziare a ridurre il numero dei contractor, statunitensi e non, del 5% ogni trimestre, assumendo al loro posto personale iracheno. Dal primo gennaio inoltre il cosidetto “Accordo di sicurezza” tra Stati Uniti e Iraq ha tolto l’immunità alle società appaltatrici nei confronti della legge locale. Presto dunque l’era dei contractor si chiuderà e chi vorrà fare affari in Iraq dovrà prendere alter strade. Di recennte a Londra la conferenza Invest Iraq ha mostrato il potenziale dell’economia irachena e le opportunità per gli investimenti, ma anche gli ostacoli e le difficoltà da superare. L’Iraq National Investiment Commission indica i settori di affari più promettenti: energia, telecomunicazioni, trasporti olte l’edilizia residenziale, dato che il Paese avrà bisogno di più di 3,5 milioni di case nei prossimi dieci anni. L’Iraq Investiment and Reconstruction Task Force (Iirtf) dello Us Department of Commerce inoltre lavora a stretto contatto con l’ambasciata Usa in Iraq per dare informazioni e supporto alle aziende, oltre ai consigli sulle business opportunity legate ai contratti e subcontratti per la ricostruzione, alle possibilità di stipulare accordi con i ministeri iracheni, il settore privato e con l’Onu e le altre organizzazioni internazionali.

DOVE INVESTIRE

L’appello agli investimenti stranieri e al rafforzamento del settore privato da parte dell’Iraq si è intensificato dopo che il crollo dei prezzi del petrolio ha costretto il Governo a il suo budget complessivo di quasi un quarto, fino a circa 60 miliardi di dillari. L’Iraq non è ancora in grado di finanziare la propria ricostruzione, per soddisfare le esigenze fondamentali della popolazione al Paese servono investimenti per almeno 400 miliardi di dollari. Le infrastrutture locali sono inadeguate e Baghdad è costretta a importare derivati del petrolio da Iran, Kuwait e Turchia. Un paradosso, visto che il Paese ha riserve di petrolio per 119 miliardi di barili. Manca infatti, ancora una legge che regoli definitivamente l’accesso delle società esterne al petrolio locale e che suddivida le risorse tra le diverse province irachene. Prima della guerra le importazioni di petrolio da Baghdad negli Usa erano alle stelle, tuttavia le multinazionali americane non hanno mai potuto violare il sottosuolo iracheno, nè godevano di condizioni vantaggiose. Ora le cose sono radicalmente cambiate. Nel 2007 Baghdad ha varato un disegno di legge sugli idrocarburi secondo il quale le compagnie straniere possono per la prima volta controllare il petrolio iracheno. Grazie a contratti di lungo termine possono acquisire diritti esclusivi, ma i guadagni devono essere suddivisi tra privato e Stato iracheno. Inoltre il disegno di legge stabilisce un imposta sul reddito del 30% per le società petrolifere estere che lavoreranno in Iraq. In attesa che le normative comincino a disegnare la nuova struttura economica del Paese le compagnie statunitensi hanno già individuato nel Kurdistan iracheno la regione trainante per l’economia e quindi la porta principale su cui accedere al restante territorio. L’area semi-indipendente del nord del Paese offre infatti grosse opportunità e sta avendo un rapido sviluppo, con una crescita del Pil del 10% l’anno, meglio di Cina e India. La regione ha bisogno soprattutto di infrastrutture, attrezzature e know how per il raffinamento del petrolio e per l’energia elettrica. Negli ultimi mesi inoltre c’è stato un boom nella ricostruzione e nella vendita al dettaglio. La regione è ricca di petrolio ma anche di acqua, l’agricoltura è sviluppata  e gli interessi sia privati sia governativi non mancano. Non è un caso se i cinesi fanno affari in Kurdistan fin dai primi anni Novanta.

Post guerra Iraq

400 miliardi $ – investimenti necessari per finanziare la ricostruzione

60 miliardi $ – investimenti per la ricostruzione da parte del Governo Iracheno

10% crescita del Pil nella regione settentrionale dell’Iraq

LE OPERAZIONI MILITARI ALIMENTANO UN GIRO D’AFFARI MILIARDARIO IN GRADO DI SOSTENERE L’ECONOMIA DI UN PAESE

I conflitti mondiali

25 conflitti attivi nel mondo all’inizio del 2009

oltre 301 mila i morti in Sudan dal 2003

oltre 300 mila in Colombia dal 1964

oltre 150 mila in Algeria dal 1992

oltre 135 mila in Iraq dal 2003

Fonti: Marco Stefanini, Peace Report, Congressional Research Service

Tasse e aborto, i rischi di Obama sulla sanità Il presidente si gioca il tutto per tutto. Intanto i consensi calano

Posted in Politica with tags , , , , on luglio 21, 2009 by Maria Rubini

In America non sono più solo gli avversari di Barack Obama a constatare che la riforma della sanità rischia di diventare la sua Waterloo. L’autorevolissima Rasmussen già in corrispondenza del G8 dell’Aquila aveva rilevato come gli oppositori del presidente avessero superato i suoi fan. Ma adesso sull’uomo del cambiamento piove pure il “fuoco amico” del New York Times, che raccoglie i maldipancia dei senatori democratici sulla “rivoluzione” obamiana, e del Washington Post, che ha pubblicato un sondaggio secondo il quale il consenso raccolto da Obama sul dossier sanità sarebbe sceso per la prima volta sotto la soglia del 50 per cento: oggi si attesterebbe intorno al 49 per cento, contro il 57 di aprile. Un infortunio grave, se si considera che è proprio la sanità il vero banco di prova di Obama, la riforma con la quale il primo presidente nero d’America spera di entrare davvero nella storia. Non per niente in questi giorni l’inquilino della Casa Bianca lavora per imprimere un’accelerazione all’iter del pacchetto, e si è lanciato in una serie di interviste e conferenze stampa per spiegare come intende portare a casa un accordo con i legislatori sulla sua rivoluzione entro agosto.
La riforma, che prevede una cosa inaudita in America come l’accesso alla copertura assicurativa per tutti, appare a molti (anche ai senatori democratici interpellati dal New York Times) irrealizzabile senza l’introduzione nuove tasse. E anche l’intervento della pasionaria progressista speaker della Camera
Nancy Pelosi, che ha promesso che «a pagare saranno solo gli americani ricchi davvero», è servito a poco: il timore sempre più diffuso è che Obama intenda in fondo riformare la sanità in senso “socialista”, epiteto che negli Stati Uniti equivale politicamente alla rovina.
E come se la questione della copertura non bastasse, lo scontro si è esteso anche ai temi della vita. Il direttore dell’ufficio bilancio della Casa Bianca
infatti ha ammesso davanti ai microfoni di Fox News Sunday di «non poter escludere» che nel pacchetto Obama sia previsto il via libera al finanziamento dell’aborto con soldi pubblici. Naturalmente anche questo per un paese dove è proibito sovvenzionare aborti con fondi pubblici dal 1976, sarebbe un autentico salto nel buio. Soprattutto dopo che soltanto dieci giorni fa il presidente si è impegnato davanti al Papa in persona a «limitare il numero degli aborti».

da Tempi.it

Le lezioni dell’ Honduras

Posted in America Latina, Politica with tags , , , , on luglio 11, 2009 by Maria Rubini

Si racconta una storiella rivelatrice tra i presidenti latinoamericani:

“- Sai perché no ci sono colpi di stato negli USA?

– No!

– Perché negli USA non ci sono ambasciate degli USA.”

Nonostante questi e molti altri precedenti, vediamo adesso i leaders del Partito Democratico indignarsi con il rifiuto di ricontare i voti in Iran, denunciando una terribile dittatura.

Qual è invece la lezione dell’Honduras? Per la prima volta nella storia, Gli Usa appoggiano la condanna di un colpo di stato in America Latina permettendo che si realizzi la condanna unanime di un atto di forza militare in tutte le organizzazioni internazionali.

Questo significa che questa volta l’ambasciata americana non ha partecipato all’atto di forza? Sfortunatamente no. In maniera indiscreta, un deputato della destra honduregna ha rivelato pubblicamente la cospirazione che mantenevano i golpisti con l’ambasciata degli USA.

Questi lo ha fatto nella memorabile messa in scena del rozzo travestimento democratico nella quale si è realizzata la “elezione” del “successore” del presidente Zelaya, che avrebbe rinunciato secondo la lettera falsa letta da questo inebetito “successore”, che si è dimenticato di contraffare una lettera di rinuncia del vice-presidente, al quale spettava la successione al presidente sequestrato. Questa sessione è stata trasmessa dalla Radio Globo di Honduras, l’ultima ad essere silenziata dai “democratici” del “governo provvisorio”.

Secondo il summenzionato deputato, l’ambasciatore degli Usa, che ha approvato la mobilitazione golpista, sarebbe stato contro la realizzazione del golpe prima della consulta popolare non vincolante, chiamata “referendum” dalla Corte Suprema honduregna e dalla grande stampa internazionale che cerca in ogni modo di giustificare il colpo di stato.

Sarebbe molto difficile credere che il governo degli Usa sia stato estraneo alla cospirazione in un paese che è servito da base per le sue organizzazioni militari mercenarie che hanno destabilizzato il governo legittimo dei sandinisti. In questo mondo di controinformazione nel quale viviamo, ho ascoltato lo speaker de la TV Globo News in Brasile dire che le organizzazioni militari dei “contras” honduregni hanno combattuto contro i “guerriglieri” nicaraguensi.

Conosciamo tutti gli alti costi di queste operazioni di guerra di bassa intensità, le quali possono servire da modello di corruzione per le organizzazioni di difesa dei diritti umani e per la trasparenza. Il Congresso degli Usa si è occupato di rivelarci i dettagli tenebrosi della operazione triangolare contro il governo sandinista, diretta dall’allora vice-presidente degli Usa, George Bush: Il governo degli Usa ha diffuso le operazioni del narcotraffico a partire dalla Colombia attraverso i “contras” presenti in Honduras, Costa Rica e El Salvador. I loro profitti servirono per finanziare le loro operazioni e, nello stesso tempo, per comprare armi per l’eterno “nemico” pubblico degli Usa: il governo dell’Iran. [H. Mussavi a quell’epoca, N.d.T.]

Nonostante le loro differenze, i leaders religiosi iraniani decisero con l’allora candidato George Bush di prolungare il sequestro dei nordamericani prigionieri nell’Ambasciata a Teheran per demoralizzare Carter e permettere la vittoria elettorale di Reagan in cambio di questo aiuto militare segreto.

Facilmente sorgono accuse sul fatto che questo tipo di informazioni fanno parte delle teorie “cospirative”. Senza dubbio ci stiamo riferendo ai fatti rivelati dalle investigazioni del Congresso degli Usa, la qual cosa è indicativa, che si creda nelle cospirazioni, che abbiano avuto esito o meno.

Tali conclusioni si rafforzano con le osservazioni di Ramsey Clark ed il vescovo Filipe Teixeira della Diocesi di San Francesco di Assisi nel loro messaggio urgente al Presidente degli Usa:
“Prendendo in considerazione:

  1. La stretta collaborazione dei militari Usa con l’esercito honduregno manifestato per l’addestramento e gli esercizi comuni;
  2. Il ruolo della base militare Soto Cano, ora sotto il controllo del colonnello Richard A. Juergens, il quale era il Direttore delle Operazioni Speciali durante il sequestro nel febbraio 2004 del Presidente haitiano Jean-Bertrand Aristide;
  3. Che il capo dello Stato Maggiore dell’Esercito honduregno generale Romeo Vasquez è stato addestrato nella Scuola delle Americhe degli Usa;
  4. Che il segretario aggiunto di Stato Thomas A. Shannon Jr. e l’ambasciatore degli Usa in Honduras, Hugo Llorens erano perfettamente informati dei conflitti che avrebbero portato al golpe militare.

Concludiamo che il governo degli Usa ha responsabilità nel golpe ed è obbligato ad esigere che l’esercito honduregno ritorni all’ordine costituzionale evitando azioni criminali contro il popolo honduregno.

Per tanto insistiamo, in nome della pace nella regione, che il presidente Barack Obama tagli immediatamente ogni aiuto e ogni relazione con l’esercito dell’Honduras e sospenda tutte le relazioni con il governo de facto dell’Honduras fino a quando il Presidente costituzionale non sia ritornato al suo posto.”
In sintesi, il curriculum statunitense in Honduras mostra quanto sia difficile avere fiducia nei suoi disegni democratici nella regione. Forse, il ritorno dei sandinisti e dei rivoluzionari  salvadoregni al governo dopo anni di brutale repressione nei propri paesi ha insegnato qualcosa alla diplomazia statunitense, anche se vacillante nel condannare definitivamente il golpe honduregno.
La stampa internazionale esprime queste titubanze chiamando Zelaya “deposto” ed il golpista Roberto Micheletti Presidente “ad interim”; definendo la consulta on vincolante, una proposta di Zelaya per creare una Costituente, “referendum” al fine di perpetuarsi nel potere. Cose che non si sono sentite a proposito del presidente assassino della Colombia che vuole il terzo periodo presidenziale, né si sono sentite a proposito delle pretese di rielezione di Fujimori, Menem o Fernando Henrique Cardoso.
Tutto ciò, incluse le dichiarazioni della Segretaria di Stato Hilary Clinton sul necessario rispetto delle istituzioni honduregne che hanno accordi con gli Usa, ci mostrano che esistono divergenze nel governo Usa. Con l’incredibile appoggio internazionale su cui conta il presidente Zelaya si sta tentando di obbligarlo ad una negoziazione spuria con i golpisti. Fino ad oggi la giustizia venezuelana non accetta la definizione di colpo di stato per quello che realizzarono i suoi gorilla locali nel 2002. Immaginate quello che vanno a proporre in Honduras…

Zelaya ed il popolo honduregno hanno molte difficoltà davanti ma non devono intimorirsi di fronte a queste. Non hanno nessun motivo per abbassare la testa di fronte ai mercenari e ai suoi capi, né di fronte ai golpisti che sono disprezzati dall’intera umanità, nonostante gli appoggi aperti o mascherati dei grandi media di comunicazione.
– Theotonio Dos Santos, Presidente della Cattedra y Red sobre Economía Mundial y Desarrollo Sostenible de la UNESCO e la ONU.  Professore emerito della Universidad Federal Fluminense (UFF) de Río de Janeiro. Fonte: http://theotoniodossantos.blogspot.com

da Americalatina en Movimiento  (trad. dal Castigliano Ciro Brescia)