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L’offerta dello Stato palestinese: Perché ora?

Posted in Palestina, Politica, Società with tags , , , , , , , , on settembre 16, 2011 by Maria Rubini

Il presidente Mahmoud Abbas questo mese presenterà una proposta alle Nazioni Unite che chiede il riconoscimento di uno Stato palestinese indipendente in Cisgiordania, Striscia di Gaza e Gerusalemme Est – occupati da Israele dal 1967 Guerra dei Sei giorni – dopo la rottura dei negoziati tra le due parti. Il meccanismo preciso di come la proposta sarà presentata e come l’Assemblea Generale, il Consiglio di Sicurezza, o di entrambi  voterà su di essa, rimangono poco chiari.  Un consigliere di Abu Mazen ha dichiarato che non è sicuro che il processo avverrà in questo modo.  I palestinesi potrebbero puntare ad un voto in seno all’Assemblea generale che si riunirà la prossima settimana, dal momento che gli Stati Uniti hanno minacciato di porre il veto a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza. 
Abbas dice che i palestinesi hanno scelto settembre per tre ragioni: 

– Concludere il progetto ambizioso del primo ministro Salam Fayyad che si proponeva in due anni il piano della costruzione dello Stato, comprese le riforme dell’Autorità Palestinese e lo sviluppo istituzionale in preparazione alla legittimazione statuale; 
– La dichiarazione del presidente Barack Obama in occasione dell’Assemblea Generale nel settembre 2010 in cui sperava che uno stato palestinese sarebbe sorto dal settembre 2011
– Supporto per la creazione di uno Stato palestinese entro tale data  da parte del Quartetto (ONU, USA, UE e Russia). 

A tre osservatori e funzionari – vice ministro degli Esteri israeliano Danny Ayalon, Hebrew University internazionale umanitario esperto di legge Yuval Shany, e Nabil Abu Rudeinah, consigliere del presidente Abbas, sono state rivolte le seguenti domande:

Danny Ayalon, vice ministro degli Esteri israeliano 

D: Perché il presidente Abbas ha preso la decisione di andare alle Nazioni Unite a settembre, per chiedere il riconoscimento di uno stato palestinese? 

R: la decisione di Abbas ‘di andare alle Nazioni Unite è strategica e non tattica. Abbas ha fatto molte richieste ad Israele negli ultimi due anni e mezzo. Tuttavia, Abbas ha rifiutato di sedersi nella stessa stanza con i membri del governo israeliano.  Questo per evitare di dover entrare in negoziati che avrebbero comportato concessioni.

Abbas ha estrapolato commenti del presidente Obama fuori dal contesto, il presidente degli Stati Uniti ha chiaramente dichiarato che accoglierebbe con favore uno Stato palestinese  a seguito di negoziati tra le parti. Questo chiaramente non è il caso, e Abbas ha raccolto questi commenti per i suoi scopi, piuttosto che per soddisfare le aspettative dei palestinesi enunciate nel discorso stesso.

Il Quartetto ha detto in molte occasioni che chiede un ritorno ai negoziati e in una delle sue ultime dichiarazioni ha affermato chiaramente che “le azioni unilaterali da entrambe le parti non possono pregiudicare l’esito dei negoziati e non saranno riconosciuti dalla comunità internazionale”. 

 Per supportare veramente la visione del Presidente Obama e la volontà della comunità internazionale, i palestinesi devono venire e sedersi al tavolo dei negoziati con Israele e risolvere il conflitto attraverso la soluzione due stati-per-due-popoli. 

D: E ‘la PA è ormai pronta per uno stato?

R: No. Non riesce a soddisfare gli standard internazionali per la sovranità.  Non ha stabilito i confini, deve molto alla comunità internazionale per la sua economia, e non ha sufficientemente dimostrato che è “amante della pace”. 
Guardiamo l’esempio più recente del Sudan meridionale, lo Stato membro 193 delle Nazioni Unite, questo è il paradigma corretto per l’adesione. I sudanesi del Sud hanno chiesto di aderire dopo una soluzione negoziata con i suoi vicini, non prima. Questo è l’ordine corretto.

D: I negoziati tra l’Autorità Palestinese e Israele – che riguardano questioni dello status definitivo – continueranno dopo il riconoscimento potenziale delle Nazioni Unite di uno stato palestinese? 

R: Questo potrebbe rivelarsi molto difficile. I palestinesi hanno violato tutti i loro obblighi e gli accordi firmati, se unilateralmente dichiareranno lo stato. Se i palestinesi sentono che la comunità internazionale può servire come un “timbro” per le esigenze massimaliste allora non avranno alcun incentivo a compromessi sulle questioni fondamentali. 
Uno stato palestinese sarà dichiarato unilateralmente essenzialmente per strappare accordi esistenti e potrebbe essere una campana a morto per il processo di pace.

D: Il coordinamento della sicurezza tra l’Autorità Palestinese e Israele continueranno anche dopo il riconoscimento potenziale delle Nazioni Unite di uno stato palestinese? 

R: Il coordinamento sicurezza è nel miglior interesse sia di Israele che dei palestinesi. Tuttavia, possiamo avere altra scelta che rivalutare la nostra posizione su tutti gli accordi e le intese se i palestinesi violato il loro dovere. 

D: Quale sarà lo stato degli accordi di Oslo, se verrà riconosciuto uno Stato palestinese? 

R: Una dichiarazione unilaterale di indipendenza è una violazione fondamentale degli accordi di Oslo e di altri accordi firmati, e potrebbero renderli nulli. L’articolo 31 della Dichiarazione dei Principi, altrimenti noto come gli Accordi di Oslo, ha affermato che: ” Nessuna delle due parti deve avviare o prendere qualsiasi passo che cambierà lo stato della Cisgiordania e della Striscia di Gaza in attesa dell’esito delle trattative sullo status permanente” 
Questo è solo uno dei tanti motivi per cui noi chiediamo ai governi di tutto il mondo di non sostenere tale violazione fondamentale, e sostenere un accordo negoziato pacifico.

D: Le esigenze umanitarie della popolazione palestinese, saranno meglio riconosciute sotto uno stato palestinese funzionante? 

R: Negli ultimi due anni, Israele ha aiutato l’economia palestinese a salire costantemente l’ 8-9 per cento all’anno. La disoccupazione è bassa, il turismo è alto e la qualità della vita è notevolmente migliorata. Tutto questo potrebbe mettere a repentaglio la leadership palestinese e lo sanno molto bene. 

Yuval Shany, cattedra di diritto internazionale pubblico, Università Ebraica 
D: Perché il presidente Abbas ha preso la decisione di andare alle Nazioni Unite a settembre, per chiedere il riconoscimento di uno stato palestinese? 

R: La mia sensazione è che i palestinesi hanno fatto una scelta strategica per internazionalizzare il conflitto – forse perché hanno poca fiducia nei negoziati bilaterali con Israele. Uno stato palestinese apre alcune strade per far progredire tale obiettivo – per esempio, chiede alla Corte penale internazionale per indagare operazioni militari israeliane nei territori occupati [palestinesi] territorio, invitando i relatori delle Nazioni Unite a visitare la zona, e forse anche di tentare di invitare alla pace l’area.  Opzioni potrebbero includere peacekeeper delle Nazioni Unite o Lega araba. 

D: E ‘la PA ormai pronto per uno stato? 

R: Non è meno preparata rispetto a molti altri stati nuovi – Timor Est, Sud Sudan, ecc 

D: Se uno Stato palestinese è riconosciuto, pensa che l’occupazione militare israeliana della Cisgiordania continuerà?

R: Sì.

D: I negoziati tra l’Autorità Palestinese e Israele – che riguardano le questioni dello status definitivo – continueranno dopo il riconoscimento potenziale delle Nazioni Unite di uno stato palestinese? 

R: Non vi è alcun ostacolo giuridico alla prosecuzione dei negoziati.

D: Il coordinamento della sicurezza tra l’Autorità Palestinese e Israele continueranno dopo il riconoscimento potenziale delle Nazioni Unite di uno stato palestinese? 

R: Questo dipende in qualche misura sulla reazione di Israele per l’applicazione palestinese. La decisione di denunciare gli accordi di Oslo può mettere a repentaglio gli accordi esistenti. 

D: Quale sarà lo stato degli accordi di Oslo, se uno Stato palestinese sarà riconosciuto? 

R: Lo stato attuale degli accordi è già incerto. Sarà più difficile mantenere la loro rilevanza, dopo uno stato palestinese. Israele può esercitare il suo diritto di revocare gli accordi formalmente. 

D: Se la decisione di sospendere gli accordi di Oslo sarà presa, quale sarà lo stato giuridico degli israeliano civili e militari in Cisgiordania in assenza di accordi? Israele potrebbe potenzialmente assumere un maggiore controllo sulla Cisgiordania se l’attuale area A, B e C a disposizione sarà stata cancellata? 

R: La situazione tornerà – legalmente parlando – al periodo pre-Oslo. Israele dovrebbe basare la propria presenza direttamente sul diritto di occupazione. 

D: Il riconoscimento di uno stato palestinese influirò sulle operazioni delle Nazioni Unite nella zona?  Gli ostacoli alla fornitura di aiuti umanitari rimangono gli stessi, se l’occupazione israeliana rimane? 

R: Le operazioni ONU continuerebbero, ma possono incontrare più ostacoli se la cooperazione tra le parti è ridotta. La situazione [umanitaria] per i palestinesi potrebbe diventare più difficile, almeno nel breve termine.

D: le esigenze umanitarie della popolazione palestinese, saranno meglio riconosciute sotto uno stato palestinese funzionante?

R: Difficile da dire. È probabile che il deterioramento delle relazioni israelo-palestinese (e anche le relazioni USA-palestinese), possono avere conseguenze economiche sfavorevoli per i palestinesi, almeno nel breve periodo. Se un voto formale non va davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite fino a ottobre, il processo potrebbe richiedere alcuni mesi a svolgersi. 

Nabil Abu Rudeinah, consigliere del presidente Abbas 

D: Perché il presidente Abbas ha preso la sua decisione di andare alle Nazioni Unite a settembre, per chiedere il riconoscimento di uno stato palestinese? 

R: Gli americani non hanno fornito a noi e agli israeliani una piattaforma per i negoziati. Non sono riusciti a fermare o cessare l’attività di insediamento. 
La posizione di Abu Mazen, così come la leadership palestinese, è che da sempre siamo pronti per i negoziati su questa base chiara – confini del 1967 con uno swap [terra] d’accordo, con la cessazione degli insediamenti. Per questo, siamo pronti a tornare ai negoziati. 
L’anno scorso Obama ha detto che sperava che avrebbe visto uno Stato palestinese come nuovo membro delle Nazioni Unite. 
Finché le trattative non ci sono, questa è l’unica opzione che abbiamo per proteggere il nostro popolo e i nostri interessi. È per questo che l’ONU è l’unico posto dove possiamo affermare i nostri diritti. 
Gli israeliani si rifiutano di tornare al tavolo dei negoziati, anche il riferimento che Obama ha citato nel suo discorso di maggio – i confini del 1967. 
Il Quartetto è riuscito più volte a rilasciare una dichiarazione che mette la nostra prospettiva sui negoziati, agli americani non è riuscito di far cessare le attività di insediamento, e per questo siamo obbligati ad andare alle Nazioni Unite. Il nostro problema non è con gli americani, anche se minacciano di usare il loro veto.  Il nostro problema è con gli israeliani.  Gli americani sono in grado di costringere Israele a tornare ai negoziati.

D: La Casa Bianca in Medio Oriente ha inviato Dennis Ross e David Hale che hanno incontrato il presidente Abbas a Ramallah il 7 settembre. Quali implicazioni potenziali sono state illustrate dagli Stati Uniti che potrebbero derivare da una richiesta alle Nazioni Unite per il riconoscimento di uno stato palestinese? 

R: Hanno detto che non vogliono che andiamo al Consiglio di Sicurezza. 
Hanno detto che il rappresentante del Quartetto Tony Blair sta cercando di preparare una dichiarazione e Abu Mazen ha detto loro che una volta vista la dichiarazione daremo il nostro parere, ma è troppo tardi.Noi non siamo alla ricerca di qualsiasi confronto con gli Stati Uniti, nonostante quello che il Congresso ha menzionato. 

D: Pensa che gli Stati Uniti potrebbero trattenere i finanziamenti all’Autorità Palestinese se si limita la proposta di uno stato al voto prima che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, e cosa avverrebbe se influenzano il bilancio PA?

R: Forse. Finora il Congresso sta minacciando, il nostro rapporto con l’amministrazione sta continuando, ma dobbiamo aspettare e vedere cosa potrebbe accadere dopo settembre.
La situazione finanziaria è molto difficile. Nel corso degli ultimi sei anni molti donatori e paesi hanno smesso di finanziare l’Autorità Palestinese. Gli americani hanno detto al Congresso che ci boicotteranno. Non so se gli europei e gli arabi li seguiranno, ma la questione non è solo questione di soldi, il problema principale è i nostri diritti. 
Molti stati arabi hanno smesso di finanziare l’Autorità Palestinese, ma ieri [settembre 8]  i kuwaitiani hanno pagato. 
L’ occupazione deve finire dopo 63 anni. Gli israeliani devono ritirarsi e gli americani devono cambiare la loro politica nei confronti di Israele e il Medio Oriente.Non vogliamo isolare Israele, o affrontare gli americani. Vogliamo realizzare quello che abbiamo fatto a Camp David e Annapolis e il discorso di Obama – uno stato sulle linee del 1967 e uno swap concordato. Se gli israeliani vogliono, siamo pronti. 
L’amministrazione americana dice che il Congresso avrebbe messo gli ostacoli [fino] a [prevenire] finanziamento della PA, ma non è chiaro se l’amministrazione americana avrebbe smesso i suoi finanziamenti, e se il problema si riflette negativamente sulla PA, sugli americani, su Israele e i donatori. 
La questione palestinese è la questione centrale del Medio Oriente. Nessuno può ignorare – non gli americani, non gli europei, non gli arabi, nemmeno gli israeliani. 
Noi non vogliamo affrontare nessuno. Vogliamo  la fine dell’occupazione. Vogliamo costruire il nostro stato, e noi siamo pronti.  Abbiamo bisogno che gli americani cambino la loro politica e li esorto a non ostacolare il nostro approccio alle Nazioni Unite. Non stiamo andando a confrontarci con gli americani o ad isolare Israele o delegittimare Israele. Siamo disposti e pronti a vivere fianco a fianco con uno Stato israeliano. 

D: E ‘la PA è ormai pronto per uno stato palestinese, per le riforme e il Piano di Sviluppo?

R: Ci sono stati preparativi durati 20 anni. Siamo forse l’unico paese stabile in Medio Oriente. L’unico problema è l’occupazione. Questo è ciò che gli americani e gli israeliani devono capire.  Senza risolvere questo problema con una soluzione giusta, tutto il Medio Oriente sarà in una situazione di instabilità e il movimento estremista crescerà. 

D: Che cosa pensa circa la discrepanza tra la PA ed il governo nella Striscia di Gaza? 

R: Non c’è nessun governo a Gaza. La PA paga il 57 per cento del suo bilancio a Gaza – per l’energia elettrica, acqua, carburante, e noi paghiamo per 77.000 dipendenti a Gaza. 

Abbiamo firmato un accordo al Cairo [specificando] che abbiamo bisogno di un governo indipendente per prepararci alle prossime elezioni di maggio. I nostri contatti stanno continuando con loro su diverse questioni, e l’unico problema è formare il governo.  Siamo ancora impegnati sull’accordo e siamo pronti per le elezioni, inclusi gli osservatori stranieri per supervisionare le elezioni, come abbiamo fatto gli ultimi due tempi. 
Loro [governo guidato da Hamas a Gaza] stanno facendo un ottimo lavoro sulla sicurezza impedendo a chiunque di sparare contro Israele.

D: I negoziati tra l’Autorità Palestinese e Israele – che coprono questioni dello status definitivo – continueranno dopo il riconoscimento potenziale delle Nazioni Unite di uno stato palestinese?

R: Dbbiamo immediatamente tornare a negoziare, perché la terra entro i confini del 1967 sarà un “territorio occupato” e non “terra contesa”, e ogni singolo insediamento sarà illegale – è sufficiente per noi di tornare ai negoziati.  Questo è lo scopo del nostro andare alle Nazioni Unite, per stabilire che questa è “terra occupata”, non “terra contesa”, come gli israeliani stanno dicendo.

D: Il coordinamento della sicurezza tra l’Autorità Palestinese e Israele continuerà, anche dopo il riconoscimento potenziale delle Nazioni Unite di uno stato palestinese? 

R: Come il presidente Abbas detto molte volte, la sicurezza continuerà, la collaborazione continuerà. Non permetteremo alcuna violenza. Non permetteremo che ogni confronto con gli israeliani fino a quando noi [Abbas amministrazione] saremo nel [ufficio presidenziale a Ramallah].
Se il presidente Abbas e la leadership palestinese decideranno qualcosa di diverso dopo settembre, è una storia diversa. Per esempio, il presidente Abbas potrebbe decidere di dimettersi se non riesce.  Chi controllerà l’apparato di sicurezza? 
Gli israeliani e gli americani dovrebbero capire che la stabilità significa che devono mettersi d’accordo con noi, altrimenti i guai continueranno in Medio Oriente e l’estremismo crescerà. 
Il presidente Abbas si rivolge al mondo e dirà loro: questa è la situazione. Siamo pronti per i negoziati, il nostro stato è pronto, e finché non ci sono trattative e Israele continua la sua attività di insediamento, non abbiamo altra scelta se non quella di venire alle Nazioni Unite. E dopo che siamo pronti per i negoziati [con Israele] sulle questioni relative allo status finale. 

D: Quale sarà lo stato degli accordi di Oslo, se uno Stato palestinese sarà riconosciuto? 

R: La PA si impegna a Oslo. Spetta agli israeliani. La Cisgiordania è occupata – aree A, B e C. Noi non hanno alcuna autorità reale. Non abbiamo nulla da perdere. 
Se Israele decide di cancellare Oslo, dovranno affrontare la realtà. Non ci sarà alcun PA; non ci sarà alcun settore di sicurezza a prendere ordini da noi [Abbas amministrazione].  Lasciate che in Cisgiordania che a Gaza si trovino ad affrontare e che cosa stanno andando incontro ovunque, in Libano e in Siria. Lasciate che si prendano cura della sicurezza. Lasciare che si prendano cura del popolo.
PA è responsabile per i palestinesi in Cisgiordania e Gaza e prende le sue decisioni dal dell’OLP. Se gli israeliani annullano Oslo, la leadership palestinese si riunirà per prendere la decisione giusta.

D: le esigenze umanitarie della popolazione palestinese, saranno meglio riconosciute sotto uno stato palestinese funzionante? 

R: La situazione umanitaria è terribile in Cisgiordania e Gaza. Se si attraversa il ponte [dalla Cisgiordania verso la Giordania, la West Bank è solo punto di incrocio internazionale sotto il controllo israeliano] si possono vedere centinaia di persone in attesa. Andate a vedere il tipo di umiliazione che devono affrontare. Andate in qualsiasi posto di blocco, come Qalandiya a vedere cosa succede. 
La situazione umanitaria sta peggiorando. Umiliazione continua, ed è quello che il presidente sta per dire le Nazioni Unite e del mondo. Non possiamo accettare questa situazione o continuare a promuoverla. L’occupazione dovrebbe finire. 
Se il mondo sta andando a sostenere gli israeliani e gli americani, bisogna far loro affrontare la realtà. Vedete cosa sta accadendo nel mondo arabo. Le rivoluzioni arabe stanno continuando.

 Analisi pubblicata su Ma’an New Agency

Siria: Incredibile ma vero

Posted in Politica with tags , , , on maggio 11, 2011 by Maria Rubini

Il 20 maggio prossimo i paesi membri delle Nazioni Unite voteranno sulla candidatura della Siria a entrare a far parte del Consiglio per i Diritti Umani. Il regime del Presidente Bashar al-Assad ha assassinato 800 manifestanti in queste ultime settimane, secondo circostanziate denunce degli oppositori ha internato 8mila dissidenti, detenuti in stadi o scuole, torturati, scomparsi, nessuno sa dove siano né se sia ancora in vita. Inutile aggiungere che nessuno sa per quale reato sono stati arrestati. Ma i paesi del blocco asiatico hanno avanzato la candidatura di Damasco e il voto ci sarà. Incredibile! Incredibile, ma vero. Incredibile quanto il silenzio che circonda la mattanza siriana. Giornali, giornalisti, uomini di cultura, ministri, governi, stati, nessuno sembra preoccuparsi più di tanto per l’incredibile vicenda siriana. Gli istruttori di Tehran hanno fatto il loro lavoro egregiamente, l’apparato repressivo lavora con ferocia intimidatrice anziché cieca, come accadeva prima del loro arrivo. Ma la diplomazia americana e quella europea hanno ritenuto di salvarsi l’anima con sanzioni di facciata, il vaticano col silenzio, molti vescovi cattolici con il sostegno al regime, Israele e l’Arabia Saudita con  ”curiosi” distacchi. Tutti quelli che bombardano Gheddafi per i crimini commessi contro i suoi cittadini non hanno proposto neanche una missione Onu nelle città martire della repressione siriana. Qualcuno ha avuto anche il coraggio di dire che se cadesse Bashar arriverebbero i fondamentalisti, incurante del ridicolo che ne deriva, visto l’antico e noto sostegno che Damasco offre sia ad Hamas sia ad Hezbollah.

Ma siccome le beffe portano sempre altre beffe ora si deve anche registrare l’ultima beffa: per evitare lo scempio di vedere un rappresentante della Siria sedersi il 20 maggio nel consiglio Onu per i diritti umani il governo del Kuwait avrebbe deciso di “sacrificarsi” e porre anche la propria candidatura alternativa. Il Kuwait… Un paese dove i lavoratori stranieri non possono uscire dal rione di residenza! E i governi occidentali starebbero seriamente pensando di ringraziare l’emiro per questo nobile gesto.

di Riccardo Cristiano

Libia: Noi non firmiamo appelli

Posted in Politica, Società with tags , , , , , on marzo 23, 2011 by Maria Rubini

«Difendere le vittime inermi è doveroso. Quando qualcuno interviene per tutelare i diritti umani e salvare una vita, è una buona notizia. Da quando il samaritano ha soccorso il poveretto incappato nei briganti sulla strada di Gerico, è sempre stato così.
Era dovere della comunità internazionale mobilitarsi per impedire che a Bengasi potesse avvenire un massacro (nel 1996 l’Europa si macchiò di “omissione di soccorso” quando non fece nulla per impedire il genocidio a Srebrenica).
L’obiettivo delle due risoluzioni dell’Onu (n. 1970 e 1973) sulla crisi libica è quello di proteggere i civili, gli insediamenti urbani e garantire assistenza umanitaria. L’uso della forza viene invocato per limitare i danni che già sono in corso sul campo, affermando il chiaro rifiuto dell’opzione di occupazione militare straniera, la priorità del cessate il fuoco e della soluzione politica, il rafforzamento dell’embargo militare e commerciale, il riconoscimento del ruolo prioritario della Unione Africana, della Lega Araba, della Conferenza Islamica.
Ci sono però due cattive notizie. La prima è il ritardo spaventoso (e l’ambiguità) con cui si è mossa la diplomazia degli stati, e la seconda è che l’Onu non dispone di una forza di polizia internazionale permanente ma deve affidarsi, di volta in volta, agli eserciti degli stati membri (articoli 43-49 della Carta della Nazioni Unite, in questo caso Francia, Inghilterra, Stati Uniti).
Quando la parola passa dalla diplomazia alle armi, succede che le operazioni militari si trasformano subito in guerra. E’ quello che sta accadendo in Libia. Gli strumenti utilizzati (bombardieri, caccia, tornado, missili, incrociatori, portaerei, sommergibili, ecc.) sono quelli tradizionali della guerra, gli unici disponibili, pronti, efficienti. Come nei Balcani, come in Iraq, come in Afganistan, viene messa in campo solo l’opzione militare, l’unica che è stata adeguatamente preparata e finanziata. Una cosa è certa: non sarà con un’altra guerra che la democrazia potrà affermarsi nel mondo arabo.
Appelli che cadono nel vuoto
Subito dopo l’annuncio del primo raid aereo, hanno iniziato a circolare in “rete” gli appelli pacifisti. Ci sono quelli “senza se e senza ma” che dicono: “non ci può essere guerra in nome dei diritti umani”; e quelli “realisti” che dicono: “l’uso della forza serve ad impedire ulteriori massacri”.
Noi, Movimento Nonviolento (una realtà attiva dal 1961), non firmiamo appelli che non contemplino una precedente opzione per la nonviolenza costruttiva, né convochiamo mobilitazioni che si limitino a proteste e condanne di ciò che è già avvenuto. Non basta mettere a verbale il nostro “no” alla guerra. Certo, meglio che niente, ma bisogna aggiungere una parola in più: quando la guerra inizia nessuno riesce a fermarla; bisogna prevenirla una guerra, affinché non avvenga. Lo si può fare solo non collaborando in nessun modo alla sua preparazione.
Quando la prima bomba è stata sganciata, ormai lo sappiamo bene, a nulla serve dire “basta”, essa cadrà e molte altre ne seguiranno. La guerra, una volta accettata, conduce a tali delitti e tali stragi che è assurdo pensare di farla e contenerla. Come in un terremoto, l’unica possibilità – se non si sono adottate serie misure antisismiche – è il “si salvi chi può”. Poi, i sopravvissuti dovranno pensare alla prevenzione per rendere innocuo il terremoto successivo. Ma troppo spesso capita che, passata la prima paura, se ne dimenticano e anche il prossimo terremoto li coglierà impreparati.
Il limite di molti appelli è quello di rivolgersi ai governi e alle istituzioni per chiedere a loro di fare la pace. C’è un’inscindibile correlazione fra mezzi e fini: come possiamo aspettarci scelte di pace da governi (compreso quello italiano) che mantengono gli eserciti e le loro strutture, che finanziano missioni militari, che aumentano le spese belliche, che accettano il traffico legale e illegale di armi? Chiediamo ai governi di ridurre le spese militari, e regolarmente, finanziaria dopo finanziaria, queste spese aumentano esponenzialmente. Insistere in quest’errore di ingenuità diventa una colpa.
La pace non verrà dai governi che utilizzano lo strumento militare, ma potrà venire solo dai popoli che rifiuteranno di collaborare con essi. È a noi stessi, dunque, che dobbiamo rivolgere gli appelli per la pace.
Distinguere la violenza dalla forza
Per uscire dall’apparente contraddizione fra chi è sempre, e comunque, contro la guerra e chi è favorevole, a volte, ad azioni anche armate, bisogna saper vedere la differenza che c’è tra la violenza e la forza; tra la polizia internazionale e l’esercito. Gli amici della nonviolenza sono sempre stati favorevoli al Diritto e alla Polizia, due istituzioni che servono a garantire i deboli dai soprusi dei violenti.
È per questo che da anni sono impegnati, a partire dalle iniziative europee di Alexander Langer, per lo studio, la ricerca, la sperimentazione e l’istituzione di Corpi Civili di Pace. Gli amici della nonviolenza chiedono la diminuzione dei bilanci militari e il sostegno finanziario alla creazione di una polizia internazionale, anche armata, che intervenga nei conflitti a tutela della parti lese, per disarmare l’aggressore e ristabilire pace e diritto. Contemporaneamente al sostegno di questi progetti, gli amici della nonviolenza sono contro la preparazione della guerra (qualsiasi guerra: di attacco, di difesa, umanitaria, chirurgica o preventiva), contro il commercio delle armi, contro gli eserciti nazionali, contro i bilanci militari e lo fanno anche con le varie forme di obiezione di coscienza. La proposta politica dei nonviolenti è quella di uno stato che rinunci al proprio esercito nazionale, e si impegni a fornire mezzi, finanziamenti e personale per la polizia internazionale di cui si dovrà dotare l’Onu.
La diplomazia la fanno i governi, ma la nonviolenza la fanno i popoli.
Le responsabilità di Gheddafi e dell’Europa
Dobbiamo perciò perseguire con sempre maggiore decisione la strada della distanza da qualsiasi regime che violi i diritti umani e democratici, denunciando con forza le responsabilità dei nostri governi e del loro servilismo davanti a un personaggio come Gheddafi (e al suo gas e petrolio).
Il rais per oltre 40 anni ha occupato la scena con politiche che hanno sponsorizzato ogni tipo di violazione di qualsivoglia diritto, ha nutrito le guerre e le destabilizzazioni che hanno martoriato un buon numero di paesi africani dal Ciad, al Niger, al Burkina Faso, alle sanguinarie guerre di Liberia, Sierra Leone e del Darfur, finanziando le milizie armate. I mercenari al soldo di Gheddafi sono il frutto delle diaspore di oltre 40 anni di destabilizzazione, sono persone che non hanno nulla da perdere.
Lo sbocco per tanti giovani del continente africano, ovvero l’emigrazione, è stata messo dall’Europa sotto la custodia interessata di Gheddafi e della sua polizia che taglieggia, stupra, ricatta, vende e rivende i poveracci che speravano di trovare una via di salvezza al di là del Mediterraneo. Sono migliaia e migliaia i profughi dimenticati del Bangladesh che fuggono dalla Libia verso la Tunisia, nella speranza di un viaggio della disperazione verso casa. Per questi disperati i governi europei non si sono mossi. Così come è passata del tutto inosservata la feroce repressione da parte delle forze armate saudite del movimento che chiedeva libertà e democrazia nel Bahrain (arcipelago del Golfo persico fra l’Arabia Saudita e il Qatar).

Per la pace e la fratellanza fra i popoli
Agitarsi, lamentarsi, angosciarsi, non serve. La prima risposta, immediata, che possiamo dare è quella di offrire soccorso concreto alle vittime, e poi di un rafforzato impegno per sostenere la nonviolenza organizzata. Fra sei mesi si svolgerà la Marcia Perugia-Assisi, nel cinquantesimo anniversario della prima edizione, quella pensata ed organizzata da Aldo Capitini.
All’indomani della Marcia del 24 settembre 1961 lo stesso Capitini volle dare vita al “Movimento Nonviolento per la pace”, per avere a disposizione uno strumento utile al proseguimento delle istanze emerse dalla Marcia stessa e al lavoro “per l’esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, al livello locale, nazionale e internazionale”. Al primo punto del programma del Movimento, Capitini indicò “l’opposizione integrale alla guerra”. Dopo cinquant’anni il cammino deve ripassare da lì. Per questo abbiamo assunto l’impegno, come Movimento Nonviolento, di promuovere questa Marcia, che deve essere l’occasione per “mostrare che la nonviolenza è attiva e in avanti, è critica dei mali esistenti, tende a suscitare larghe solidarietà e decise non collaborazioni, è chiara e razionale nel disegnare le linee di ciò che si deve fare nell’attuale difficile momento”. E poi “pronto, dopo la Marcia, a lavorare ad un Movimento nonviolento per la pace”. Sono parole di Capitini di straordinaria attualità, pronunciate nel 1961 (mentre la guerra infiammava il Vietnam e il Congo), valide per il 2011 (mentre la guerra infiamma l’Afganistan e la Libia).
L’appuntamento è per il prossimo 25 settembre alla Marcia Perugia-Assisi per la pace e la fratellanza fra i popoli. Vogliamo che sia “un’assemblea itinerante”, il momento conclusivo di una discussione/mobilitazione che avviamo da subito. Un passo che ciascuno può fare contro la guerra e per la nonviolenza».

Mubarak è un dittatore! E chi l’avrebbe mai detto?

Posted in diciamocelochiaro, Politica, Società with tags , , on febbraio 3, 2011 by Maria Rubini

Gli eventi rivoluzionari in Tunisia ed Egitto sono piovuti sulla “comunità internazionale” come un fulmine a ciel sereno. I due impopolari regimi, sebbene tutt’altro che democratici, non erano noti per essere particolarmente repressivi. Al contrario, la Tunisia era conosciuta come un regime moderatamente filo-occidentale nel quale erano banditi per legge velo e poligamia. Analogamente l’Egitto era considerato una moderata autocrazia, e il presidente Hosni Mubarak un moderato filo-occidentale degno di fiducia e sostenitore della pace. Certo, c’era ogni tanto qualche rimostranza da parte delle ONG per i diritti mani, ma erano solo tenui pigolii in confronto all’incessante fuoco di fila di denunce contro Israele.
Sia la Tunisia che l’Egitto erano stati eletti membri di quel circo che va sotto il nome di Commissione Onu per i Diritti Umani. Nei suoi rapporti, insieme a blande critiche, la Commissione si complimentava con entrambi i regimi: la Tunisia veniva elogiata per essersi dotata di “un quadro giuridico e costituzionale volto alla protezione e promozione dei diritti umani”; l’Egitto veniva lodato per le iniziative “prese negli ultimi anni riguardo ai diritti umani, e in particolare la creazione di dipartimenti per i diritti umani all’interno dei ministeri della giustizia e degli affari esteri” (leggendo questi brani vien da pensare che le vere manifestazioni di protesta dovrebbero svolgersi a Ginevra, sede della Commissione Onu per i diritti umani).
Ed è appena il caso di osservare che nulla di ciò che avevamo letto o visto nel universo dei mass-media ci aveva preparati alle scene per le strade e alle terribili accuse che esplodono dai teleschermi: l’idea che Mubarak sia un dittatore è arrivata come uno shock per il pubblico occidentale.
La lezione che si deve trarre da tutto questo è che, in realtà, noi non sappiamo nulla di ciò che accade realmente nei regimi non democratici. Esattamente come negli anni Trenta i giornalisti occidentali che giravano per l’Ucraina non videro le morti in massa per fame coercitiva che avevano tutt’attorno, così i mass-media contemporanei non capiscono nulla di ciò che cova veramente sotto la superficie di una non-democrazia apparentemente mite.
Il mondo dell’informazione e i rapporti delle ONG sono strabici. Hanno la tendenza a trovare difetti e colpe nelle società aperte, e a farsi circuire dai regimi repressivi dove non esistono mezzi di informazione liberi né tribunali indipendenti. È così che nasce il paradosso: più un paese è aperto e democratico, più è esposto ad accuse di violazioni dei diritti umani.
Lo stesso vale anche per l’Egitto e la Tunisia. I loro regimi non erano più repressivi di altri regimi mediorientali: certamente le loro violazioni dei diritti umani erano relativamente lievi in confronto alla brutalità di regimi come quelli in Iran e in Siria. Ma proprio perché Egitto e Tunisia erano soggetti a una certa influenza e pressione occidentale, non potevano ricorrere alla ferocia senza ritegno con cui il regime di Teheran ha schiacciato, nel 2009, i suoi oppositori pro-democrazia.
In effetti, la verità è ancora più indigesta. Non esiste nessun valido sostituto alla democrazia, anche se imperfetta. Ma in Medio Oriente le libere elezioni – un elemento essenziale del sistema democratico – rischiano di portare a un regime islamista di tipo iraniano destinato fatalmente a soffocare ogni barlume di autentica democrazia. Bisognerà aspettare ancora a lungo prima di assistere a un’inversione di tendenza.

Amnon Rubinstein