Archivio per Perù

La retromarcia del governo di Alan Garcìa. Nell’amazziona peruviana vincono gli indigeni

Posted in America Latina, Politica with tags , , , on luglio 5, 2009 by Maria Rubini

Lima ADISTA. I “cittadini di seconda hanno vinto. Dopo oltre due mesi di intensa mobilitazione, i popoli indigeni dell’Amazzonia peruviana hanno costretto il governo di Alan Garcìa – definito dal boliviano Evo Morales tra i peggiori presidenti del mondo insieme a Bush – a fare marcia indietro sui progetti di privatizzazione della foresta amazzonica. Una vittoria costata un massacro, quello del 5 giugno a Bagua, vicino alla frontiera con l’Ecuador, quando le forze armate peruviane, eseguendo un ordine di sgombero contro l’occupazione di una strada, hanno assassinato oltre 30 nativi (v. Adista n. 67/09).Dopo la strage, il governo ha prima tentato la carta dell’ennesima manovra dilatoria, con la sospensione per 90 giorni di due dei decreti legislativi più contestati (quelli che aprivano la strada alla cessione alle transnazionali di 45 milioni di ettari, pari al 64% dell’Amazzonia peruviana), ma poi, di fronte alla decisione dei popoli indigeni di proseguire ed intensificare la protesta, si è visto costretto a capitolare, con la deroga dei due decreti, la fine dello stato di assedio a Bagua e persino le scuse del primo ministro Yehude Simon, passato dalla lotta negli anni ‘80 a fianco del Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru a un ruolo chiave in un governo al servizio delle transnazionali.

Nessun festeggiamento da parte dei popoli indigeni, tuttavia, ha salutato la vittoria. “Siamo felici per la deroga delle leggi – ha dichiarato Salomón Awananch al quotidiano argentino Pàgina 12 – ma ci sentiamo colpiti e amareggiati dal modo in cui ci ha trattato il governo”. E il dialogo tra le due parti si rivela tutt’altro che facile. “Per portare avanti il negoziato – ha aggiunto il dirigente – esigeremo che vengano annullati gli ordini di cattura contro i nostri dirigenti. E che siano liberati quanti sono agli arresti. Se il governo non accetterà, allora ci ritireremo dal dialogo”.

In ogni caso, oltre all’annullamento dei decreti legislativi, i popoli indigeni, che Alan Garcìa aveva sprezzantemente definito “cani dell’ortolano” (quelli che, secondo un antico detto popolare, non mangiano e non lasciano mangiare) e “cittadini non di prima hanno raggiunto anche un altro importante obiettivo: quello di uscire dall’invisibilità, stringendo inediti legami con altri settori del Paese, come rivelato dalle marce e dagli scioperi registrati in tutto il Perù l’11 giugno, la Giornata Nazionale di Lotta per i popoli amazzonici, fino alle 30mila persone scese in piazza a Lima, in quella che è stata la più grande manifestazione dalla fine del regime di Fujimori.

Ma la lotta dei popoli indigeni peruviani può anche essere di esempio per tutti i popoli in resistenza: come sottolinea lo scrittore uruguayano Raùl Zibechi sul quotidiano messicano La Jornada (22/6), essi hanno dimostrato che “quel che conta non è la quantità, ma la potenza”. Se i popoli amazzonici raggruppati nell’Aidesep (l’Associazione Interetnica di Sviluppo della Selva Peruviana) contano 300mila persone appartenenti a 1.350 comunità, su una popolazione di 28 milioni di abitanti, “la giustezza della loro causa e la ferma decisione comunitaria di lottare fino alla fine, facendo dei propri territori delle trincee e dei propri corpi degli scudi, hanno ottenuto di arrestare la macchina da guerra dello Stato e di conquistare simpatie in tutto il Paese”. E, cosa ancor più importante, lo hanno ottenuto lottando non per qualche beneficio settoriale ma per evitare che la natura venga trasformata in merce e che il Trattato di libero commercio con gli Stati Uniti li annienti come popoli. Lotte come questa, conclude Zibechi, dovrebbero mostrare ad “alcuni governi autoproclamatisi progressisti, come quello del Brasile”, quanto sia necessario “un dibattito sullo sviluppo e i beni comuni”, se non si vuole assumere la responsabilità di liquidare l’Amazzonia e i popoli che la abitano.

(claudia fanti)

Lettera all’ Ambasciatore del Perù in Italia

Posted in America Latina, Politica with tags , , , on giugno 15, 2009 by Maria Rubini

Questa è la lettera che in occasione del sit-in di fronte all’ambasciata del Perù in Italia in protesta per i gravi fatti accaduti in Amazzonia è stata conseganta dalle associazioni presenti all’ambasciatore peruviano.

Roma 11 giugno 2009

All’Ambasciatore del Perù in Italia
Alle autorià di governo del Perù
Ai mezzi di comunicazione

di fronte ai fatti accaduti in Perù nei giorni scorsi e alla repressione messa in atto contro le popolazioni amazzoniche in agitazione pacifica in difesa dei propri diritti e territori, come società civile italiana e associazioni, organizzazioni e movimenti sociali, forze politiche e sindacali

esprimiamo:

– dura condanna di fronte all’atteggiamento criminale del governo peruviano e delle forza armate;
– solidarietà ed appoggio incondizionati nei confronti del movimento indigeno;
– indignazione di fronte alla dichiarazioni del presidente del Perù Alan Garcìa che nei giorni scorsi ha parlato ai mezzi di comunicazione riferendosi agli indigeni come “cittadini di serie b”;

– indignazione per il continuo clima di terrore, intimidazione, minaccia e criminalizzazione dei movimenti e della protesta sociale;

– appoggio alle richieste avanzate dal movimento indigeno peruviano che chiede il rispetto dei diritti riconosciuti dalla costituzione e la deroga immediata dei decreti incostituzionali emessi per dare implementazione al TLC firmato con gli Stati Uniti;

chiediamo:

– che venga fermata immediatamente la repressione contro i movimenti sociali ed indigeni;
– che vengono indagate e punite le responsabilità del massacro di Bagua – nel quale, per la violenza delle repressione, hanno perso la vita decine di indigeni e alcuni agenti di polizia – e degli altri atti persecutori commessi contro i movimenti sociali;
– che si dia seguito alla richieste dei movimenti sociali ed indigeni derogando alle normative incostituzionali emesse in violazione dei diritti riconosciuti dall’ordinamento interno ed internazionale alla popolazione civile urbana e rurale;
– che decadano gli ordini di cattura emessi contro i leader indigeni amazzonici e i leader sociali oggetto di criminalizzazione.

Associazione A Sud
Ass. Survival
Ass. Donne per la Solidarietà
Comitato Immigrati in Italia – sede di Roma
Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea
FIOM CGIL – Federazione Italiana Operai Metalmeccanici
FIM CISL – Federazione Italiana Metalmeccanici
Sinistra e Libertà

Massacro in Amazzonia, perchè gli indigeni del Perù ci riguardano

Posted in America Latina, Politica with tags , , , , on giugno 10, 2009 by Maria Rubini

È finora di una quarantina di morti e di centinaia di feriti il bilancio dell’uso della forza da parte del governo peruviano di Alan García, uno degli ultimi in America latina che al consenso degli elettori continua ad anteporre, come se fossimo ancora nei decenni neri di fine XX secolo, quello di Washington.

Il conflitto tra gli indigeni dell’Amazzonia e il governo di Lima (del quale demmo conto qui e qui) ha avuto così lo sviluppo più sanguinoso possibile che in queste ore sta provocando una vera e propria caccia all’uomo con almeno uno dei dirigenti indigeni più in vista, Alberto Pizango , costretto a chiedere asilo politico in Nicaragua. Non poteva averne altro in un paese come il Perù, tra gli ultimi ad essere retto da un governo ortodossamente neoliberale e che si è legato mani e piedi firmando un trattato di libero commercio che è all’origine dell’attuale crisi.

È infatti il TLC tra Perù e Stati Uniti che “privatizza” una dei patrimoni mondiali più importanti per biodiversità dell’intera umanità, aprendolo allo sfruttamento da parte delle multinazionali del petrolio, del gas, dell’acqua e del legname e sottraendolo alle popolazioni indigene che lo considerano loro assegnato per diritto ancestrale. È sempre il TLC che sottrae completamente alla sovranità peruviana il territorio. Le compagnie multinazionali, sono infatti libere di sfruttare il territorio senza essere obbligate ad alcuna mediazione con chi, come gli indigeni, su quel territorio ci vive. Siamo così al muro contro muro, con il governo di Lima che usa la violenza perché non ha altra scelta che rispettare i patti con Washington e le comunità indigene che stanno combattendo una battaglia per la loro sopravvivenza.

Siamo costretti una volta di più a notare che uno dei massacri politici più gravi da anni nel continente sta avvenendo nel silenzio colpevole della stampa internazionale, altrimenti così solerte quando crisi politiche anche di ben minore entità riguardano paesi non proclivi al fondomonetarismo. Ma la stampa internazionale una volta di più sbaglia a disinteressarsi del Perù perché quello amazzonico è uno scontro dalla valenza planetaria. Quello sugli indigeni peruviani è pertanto un silenzio complice. Col silenzio, giova ricordare, si sta dalla parte di chi viola i diritti e contro chi li vede violati, e quel silenzio è necessario denunciare e rompere.

Se i morti sono finora una quarantina, comunque un massacro spaventoso, decine o forse centinaia di migliaia di vite sono a rischio perché quella che combattono gli indigeni dell’Amazzonia peruviana è una battaglia in difesa di uno dei punti nevralgici dell’ecosistema mondiale e nel quale si scontrano due visioni alternative di mondo: quella neoliberale dei Trattati di Libero Commercio, che stabilisce che qualunque cosa ha un prezzo e che le conseguenze a breve, medio e lungo termine dello sfruttamento del pianeta non sono importanti rispetto al profitto immediato delle corporazioni e quella di chi pensa che un altro rapporto con il pianeta sia non solo possibile ma indispensabile e urgente.

Nell’Amazzonia peruviana non stiamo infatti assistendo ad un semplice conflitto per la terra, con le popolazione native espulse dalle loro terre ancestrali per far posto al latifondo, alle enclosures, allo sviluppo capitalista e agroindustriale di terre libere e che qualcuno suppone deserte e disponibili.

Quello che si combatte in Perù è un conflitto che mette in gioco molteplici aspetti. Vediamo una volta di più la controffensiva di popolazioni native che qualcuno considerava residuali e assimilabili (se non sterminabili) e che invece in questi anni risultano sempre più coscienti di sé e dei propri diritti e pertanto combattive, dai mapuche cileni ai garifuna dell’Honduras. Questa lotta coincide dunque con quella di chi pensa che tutto il pianeta, la vita, la natura, la biodiversità, non sia assoggettabile ai Trattati di Libero Commercio come quello firmato dal governo di Lima che ha semplicemente rinunciato alla propria sovranità sulla regione sottoponendola agli interessi economici e finanche alle leggi di un paese terzo, in questo caso gli Stati Uniti.

Il governo di Alan García spara sulla folla sostenendo pubblicamente che non ci sia altra via allo sviluppo che questa, disboscare, desertificare, distruggere, privare i popoli del loro territorio. Paesi vicini al Perù, l’Ecuador e la Bolivia in primo luogo, stanno dimostrando che il governo peruviano ha torto, che ci sono altre vie allo sviluppo oltre quella del pensiero unico e che senza rispetto per la vita dei popoli lo sviluppo stesso non ha alcun senso.

Da LatinoAmerica

I cileni? Non usciranno vivi dal Perù! Parola di generale

Posted in America Latina, Politica with tags , , , on dicembre 1, 2008 by Maria Rubini

“Ho dato ordini che i cileni che entrano in Perù non escano, o se escono che lo facciano in casse da morto. E se non basteranno le casse da morto usciranno nei sacchi neri di plastica”. Queste le incredibili dichiarazioni fatte dal generale dell’Esercito peruviano Edwin Donayre il quale, non contento, ha invitato poi le donne peruviane presenti “a fare innamorare i cileni per poi trasformarsi in donne bomba, ossia in kamikaze”.

Durante una conversazione del tutto informale del febbraio scorso, il generale Edwin Donayre, forse alterato dall’alcool contenuto nel bicchiere che tiene fra le mani, forse per brindare a qualche evento speciale, farnetica frasi sconvolgenti sui cileni. Risate generale e apparenti segni di approvazione da parte dei presenti.

Appena nadato il video sul motore di ricerca pochi giorni fa, subito si sono scatenate le polemiche con la corsa alle scuse da parte delle autorità peruviane. I portavoce dell’esecutivo di Lima si sono affrettati a confermare che le dichiarazioni del generale sono “infelici” e che “il sentimento del popolo peruviano non è rappresentato da quelle dichiarazioni”. Il presidente del Perù, Alan Garcia ha già telefonato alla presidente Bachelet per porgere le scuse e per informarla di aver chiesto le dimissioni del comandante militare. La richiesta di perdono è stata accettata immediatamente dalle autorità di Santiago del Cile che hanno anche evitato di richiamare l’ambasciatore.

L’infelice uscita del generale Donayre ha davvero rischiato di raffreddare i rapporti fra Cile e Perù. I due stati infatti si troveranno davanti alla Corte internazionale dell’Aja per via di un’istanza presentata dal Perù sulla frontiera fra i due stati. Per stemperare un po’ la tensione che si era creata, e che fra i due stati è sempre stata molto alta, le autorità di Lima hanno consegnato al generale cileno Oscar Izurieta il più importante riconoscimento militare peruviano: la medaglia d’oro dell’Ordine militare Francesco Bolognesi.

Fra Cile e Perù da tempo è in corso una disputa marina riguardo a 35 mila chilometri quadrati. Lima reclama la sovranità del territorio mentre Santiago è convinto del contrario e cita gli accordi siglati negli anni ’50. Ma i problemi fra i due stati sono riconducibili alle due guerre combattute nel XIX secolo.

Questo video, messo online qualche giorno fa, ha fatto scoppiare una crisi diplomatica inutile e senza precedenti tra Perú e Cile.