Archivio per Politica Internazionale

Dove sbuca il negoziato?

Posted in Palestina with tags , , , on settembre 6, 2010 by Maria Rubini

Ma alla fine che cosa possiamo aspettarci da questo negoziato diretto tra il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente palestinese, e capo dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), Mahmoud Abbas (alias Abu Mazen), iniziato la settimana scorsa a Washington e destinato a proseguire con un secondo incontro il 14-15 settembre a Sharm el Sheikh, in Egitto?

È l’interrogativo che ci siamo posti un po’ tutti in questi ultimi giorni. E i punti di domanda aumentano se si considerano i due attacchi palestinesi contro i coloni avvenuti nei giorni scorsi in Cisgiordania e rivendicati da Hamas (quattro i morti a Hebron) e la scadenza della moratoria per le costruzioni negli insediamenti, fissata al 26 settembre.

È scontato che in Medio Oriente ci sia parecchio scetticismo intorno a questi colloqui. Questo non significa, però, che la fase appena apertasi sia priva di interesse. Alcuni articoli usciti in questi giorni in Israele e in Palestina ci aiutano, come al solito, a capire il perché.

Innanzitutto è molto importante quanto sta accadendo dentro il governo israeliano: il grande sconfitto in questo momento è il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman. Per la prima volta nella storia di Israele, infatti, un governo della destra entra in una trattativa che ha per tema il cosiddetto «status finale», cioè la definizione di quelli che dovrebbero essere i profili definitivi dei famosi due Stati di cui tanto si parla. Lo avevano fatto Rabin, Peres, Barak – e sappiamo tutti, purtroppo, com’è finita – ma sempre sotto il fuoco del Likud, che li attaccava dicendo che prima viene la sicurezza e solo dopo si potrà negoziare. Neanche lo Sharon ultima maniera aveva mai pensato di spingersi così avanti. Netanyahu invece, almeno a parole, ha accettato questo passo. E lo ha fatto tagliando fuori completamente il suo ministro degli Esteri, che puntualmente – infatti – dichiara ai quattro venti che non si può arrivare a un’intesa con i palestinesi. Non ci vuole molto a immaginare che se il negoziato dovesse andare avanti sul serio proseguirà con un altro governo.

Ma il condizionale è d’obbligo. Perché come osserva con un’immagine acuta Eitan Haber nel commento che rilanciamo qui sotto, «Netanyahu oggi è un giocoliere che sta facendo ruotare dieci palle sulla sua testa». Però – continua l’analista israeliano – «c’è il rischio che gli cadano tutte per terra. Perché in una trattativa del genere c’è bisogno di un leader, non di un fenomeno del circo». Può essere interessante leggere questo commento abbastanza impietoso in parallelo con una dichiarazione rilasciata dal premier palestinese Salaam Fayyad alla vigilia dell’incontro di Washington e che riprendiamo da Haaretz: «Questa volta – dice l’uomo politico palestinese – Netanyahu dovrà dirci una buona volta qual è lo Stato palestinese che ha in mente».

Personalmente credo che questo sia il nodo veramente importante. Non mi faccio grandi illusioni sull’esito finale della trattativa: le posizioni sono troppo lontane. Però se questo negoziato servisse anche solo ad arrivare a un «piano Netanyahu» che non fosse più una vaga dichiarazione di principi ma una mappa con dei confini chiari (anche se inaccettabili per Abu Mazen), sarebbe un passo in avanti. Oggi una cosa del genere non esiste ed è proprio per questo motivo che in Israele ci può essere un governo come quello attuale. Un «piano Netanyahu» sarebbe un elemento di chiarezza e probabilmente porterebbe a una spaccatura nella destra israeliana, dove in molti non sono disposti affatto ad accettare uno Stato palestinese.

Sull’altro fronte è invece interessante il commento di Daoud Kuttab riportato dal sito palestinese Miftah. L’analista arabo – pur condividendo i tanti motivi di scetticismo – invita a leggere il negoziato in parallelo con i passi in avanti compiuti negli ultimi mesi nel processo di costruzione delle istituzioni palestinesi. È un dato di fatto che oggi in Cisgiordania l’Autorità palestinese sia più forte di dodici mesi fa. E nei piani di Fayyad c’è sempre anche il piano B: nel caso il negoziato dovesse andare male, una volta dotato di fondamenta un po’ più solide, potremmo proclamare lo Stato palestinese e chiedere il riconoscimento internazionale. Era la minaccia che Arafat aveva balenato più volte durante gli anni di Oslo. Ma era spuntata in partenza dal fatto che quello di cui si parlava era un Paese nel caos e in balia delle elemosine altrui. Con una Palestina dove c’è più ordine e l’economia comincia a far registrare trend interessanti, assume tutto un altro significato. Ed è un aspetto che va tenuto presente anche per capire la reazione di Hamas. Le violenze contro i coloni non sono solo contro Israele; sono soprattutto un attacco alla credibilità dell’Autorità palestinese che Washington fino a ieri elogiava per come controlla i Territori. Se dovessero continuare davvero per Abu Mazen e Salaam Fayyad sarebbe un problema molto serio.

Giorgio Bernardelli

Pubblicato su Terrasanta. net

Siamo tutti in pericolo / intervista di Furio Colombo a Pier Paolo Pasolini

Posted in Politica, Società with tags , , on dicembre 1, 2009 by Maria Rubini

Pasolini, tu hai dato nei tuoi articoli e nei tuoi scritti, molte versioni di ciò che detesti. Hai aperto una lotta, da solo, contro tante cose, istituzioni, persuasioni, persone, poteri. Per rendere meno complicato il discorso io dirò “la situazione”, e tu sai che intendo parlare della scena contro cui, in generale ti batti. Ora ti faccio questa obiezione. La “situazione” con tutti i mali che tu dici, contiene tutto ciò che ti consente di essere Pasolini. Voglio dire: tuo è il merito e il talento. Ma gli strumenti? Gli strumenti sono della “situazione”. Editoria, cinema, organizzazione, persino gli oggetti. Mettiamo che il tuo sia un pensiero magico. Fai un gesto e tutto scompare. Tutto ciò che detesti. E tu? Tu non resteresti solo e senza mezzi? Intendo mezzi espressivi, intendo…

Sì, ho capito. Ma io non solo lo tento, quel pensiero magico, ma ci credo. Non in senso medianico. Ma perché so che battendo sempre sullo stesso chiodo può persino crollare una casa. In piccolo un buon esempio ce lo danno i radicali, quattro gatti che arrivano a smuovere la coscienza di un Paese (e tu sai che non sono sempre d’accordo con loro, ma proprio adesso sto per partire, per andare al loro congresso). In grande l’esempio ce lo dà la storia. Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, “assurdo” non di buon senso. Eichmann, caro mio, aveva una quantità di buon senso. Che cosa gli è mancato? Gli è mancato di dire no su, in cima, al principio, quando quel che faceva era solo ordinaria amministrazione, burocrazia. Magari avrà anche detto agli amici, a me quell’Himmler non mi piace mica tanto. Avrà mormorato, come si mormora nelle case editrici, nei giornali, nel sottogoverno e alla televisione. Oppure si sarà anche ribellato perché questo o quel treno si fermava, una volta al giorno per i bisogni e il pane e acqua dei deportati quando sarebbero state più funzionali o più economiche due fermate. Ma non ha mai inceppato la macchina. Allora i discorsi sono tre. Qual è, come tu dici, “la situazione”, e perché si dovrebbe fermarla o distruggerla. E in che modo. (…)

Che cos’è il potere, secondo te, dove è, dove sta, come lo stani?

Il potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori. Ma attento. Uno stesso sistema educativo che ci forma tutti, dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri. Ecco perché tutti vogliono le stesse cose e si comportano nello stesso modo. Se ho tra le mani un consiglio di amministrazione o una manovra di Borsa uso quella. Altrimenti una spranga. E quando uso una spranga faccio la mia violenza per ottenere ciò che voglio. Perché lo voglio? Perché mi hanno detto che è una virtù volerlo. Io esercito il mio diritto-virtù. Sono assassino e sono buono.

Ti hanno accusato di non distinguere politicamente e ideologicamente, di avere perso il segno della differenza profonda che deve pur esserci fra fascisti e non fascisti, per esempio fra i giovani.

Per questo ti parlavo dell’orario ferroviario dell’anno prima. Hai mai visto quelle marionette che fanno tanto riderei bambini perché hanno il corpo voltato da una parte e la testa dalla parte opposta? Mi pare che Totò riuscisse in un trucco del genere. Ecco io vedo così la bella truppa di intellettuali, sociologi, esperti e giornalisti delle intenzioni più nobili, le cose succedono qui e la testa guarda di là. Non dico che non c’è il fascismo. Dico: smettete di parlarmi del mare mentre siamo in montagna. Questo è un paesaggio diverso. Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale. Piacerebbe anche a me se tutto si risolvesse nell’isolare la pecora nera. Le vedo anch’io le pecore nere. Ne vedo tante. Le vedo tutte. Ecco il guaio, ho già detto a Moravia: con la vita che faccio io pago un prezzo… È come uno che scende all’inferno. Ma quando torno – se torno – ho visto altre cose, più cose. Non dico che dovete credermi. Dico che dovete sempre cambiare discorso per non affrontare la verità.

E qual è la verità?

Mi dispiace avere usato questa parola. Volevo dire “evidenza”. Fammi rimettere le cose in ordine. Prima tragedia: una educazione comune, obbligatoria e sbagliata che ci spinge tutti dentro l’arena dell’avere tutto a tutti i costi. In questa arena siamo spinti come una strana e cupa armata in cui qualcuno ha i cannoni e qualcuno ha le spranghe. Allora una prima divisione, classica, è “stare con i deboli”. Ma io dico che, in un certo senso tutti sono i deboli, perché tutti sono vittime. E tutti sono i colpevoli, perché tutti sono pronti al gioco del massacro. Pur di avere. L’educazione ricevuta è stata: avere, possedere, distruggere.

Allora fammi tornare alla domanda iniziale. Tu, magicamente abolisci tutto. Ma tu vivi di libri, e hai bisogno di intelligenze che leggono. Dunque, consumatori educati del prodotto intellettuale. Tu fai del cinema e hai bisogno non solo di grandi platee disponibili (infatti hai in genere molto successo popolare, cioè sei “consumato” avidamente dal tuo pubblico) ma anche di una grande macchina tecnica, organizzativa, industriale, che sta in mezzo. Se togli tutto questo, con una specie di magico monachesimo di tipo paleo-cattolico e neo- cinese, che cosa ti resta?

A me resta tutto, cioè me stesso, essere vivo, essere al mondo, vedere, lavorare, capire. Ci sono cento modi di raccontare le storie, di ascoltare le lingue, di riprodurre i dialetti, di fare il teatro dei burattini. Agli altri resta molto di più. Possono tenermi testa, colti come me o ignoranti come me. Il mondo diventa grande, tutto diventa nostro e non dobbiamo usare né la Borsa, né il consiglio di amministrazione, né la spranga, per depredarci. Vedi, nel mondo che molti di noi sognavano (ripeto: leggere l’orario ferroviario dell’anno prima, ma in questo caso diciamo pure di tanti anni prima) c’era il padrone turpe con il cilindro e i dollari che gli colavano dalle tasche e la vedova emaciata che chiedeva giustizia con i suoi pargoli. Il bel mondo di Brecht, insomma.

Come dire che hai nostalgia di quel mondo.

No! Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone. Poiché erano esclusi da tutto nessuno li aveva colonizzati. Io ho paura di questi negri in rivolta, uguali al padrone, altrettanti predoni, che vogliono tutto a qualunque costo. Questa cupa ostinazione alla violenza totale non lascia più vedere “di che segno sei”. Chiunque sia portato in fin di vita all’ospedale ha più interesse – se ha ancora un soffio di vita – in quel che gli diranno i dottori sulla sua possibilità di vivere che in quel che gli diranno i poliziotti sulla meccanica del delitto. Bada bene che io non facio né un processo alle intenzioni né mi interessa ormai la catena causa effetto, prima loro, prima lui, o chi è il capo-colpevole. Mi sembra che abbiamo definito quella che tu chiami la “situazione”. È come quando in una città piove e si sono ingorgati i tombini. l’acqua sale, è un’acqua innocente, acqua piovana, non ha né la furia del mare né la cattiveria delle correnti di un fiume. Però, per una ragione qualsiasi non scende ma sale. È la stessa acqua piovana di tante poesiole infantili e delle musichette del “cantando sotto la pioggia”. Ma sale e ti annega. Se siamo a questo punto io dico: non perdiamo tutto il tempo a mettere una etichetta qui e una là. Vediamo dove si sgorga questa maledetta vasca, prima che restiamo tutti annegati.

E tu, per questo, vorresti tutti pastorelli senza scuola dell’obbligo, ignoranti e felici.

Detta così sarebbe una stupidaggine. Ma la cosiddetta scuola dell’obbligo fabbrica per forza gladiatori disperati. La massa si fa più grande, come la disperazione, come la rabbia. Mettiamo che io abbia lanciato una boutade (eppure non credo) Ditemi voi una altra cosa. S’intende che rimpiango la rivoluzione pura e diretta della gente oppressa che ha il solo scopo di fari libera e padrona di se stessa. S’intende che mi immagino che possa ancora venire un momento così nella storia italiana e in quella del mondo. Il meglio di quello che penso potrà anche ispirarmi una delle mie prossime poesie. Ma non quello che so e quello che vedo. Voglio dire fuori dai denti: io scendo all’inferno e so cose che non disturbano la pace di altri. Ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi. È vero che sogna la sua uniforme e la sua giustificazione (qualche volta). Ma è anche vero che la sua voglia, il suo bisogno di dare la sprangata, di aggredire, di uccidere, è forte ed è generale. Non resterà per tanto tempo l’esperienza privata e rischiosa di chi ha, come dire, toccato “la vita violenta”. Non vi illudete. E voi siete, con la scuola, la televisione, la pacatezza dei vostri giornali, voi siete i grandi conservatori di questo ordine orrendo basato sull’idea di possedere e sull’idea di distruggere. Beati voi che siete tutti contenti quando potete mettere su un delitto la sua bella etichetta. A me questa sembra un’altra, delle tante operazioni della cultura di massa. Non potendo impedire che accadano certe cose, si trova pace fabbricando scaffali.

Ma abolire deve per forza dire creare, se non sei un distruttore anche tu. I libri per esempio, che fine fanno? Non voglio fare la parte di chi si angoscia più per la cultura che per la gente. Ma questa gente salvata, nella tua visione di un mondo diverso, non può essere più primitiva (questa è un’accusa frequente che ti viene rivolta) e se non vogliamo usare la repressione “più avanzata”…

Che mi fa rabbrividire.

Se non vogliamo usare frasi fatte, una indicazione ci deve pur essere. Per esempio, nella fantascienza, come nel nazismo, si bruciano sempre i libri come gesto iniziale di sterminio. Chiuse le scuole, chiusa la televisione, come animi il tuo presepio?

Credo di essermi già spiegato con Moravia. Chiudere, nel mio linguaggio, vuol dire cambiare. Cambiare però in modo tanto drastico e disperato quanto drastica e disperata è la situazione. Quello che impedisce un vero dibattito con Moravia ma soprattutto con Firpo, per esempio, è che sembriamo persone che non vedono la stessa scena, che non conoscono la stessa gente, che non ascoltavano le stesse voci. Per voi una cosa accade quando è cronaca, bella, fatta, impaginata, tagliata e intitolata. Ma cosa c’è sotto? Qui manca il chirurgo che ha il coraggio di esaminare il tessuto e di dire: signori, questo è cancro, non è un fatterello benigno. Cos’è il cancro? È una cosa che cambia tutte le cellule, che le fa crescere tutte in modo pazzesco, fuori da qualsiasi logica precedente. È un nostalgico il malato che sogna la salute che aveva prima, anche se prima era uno stupido e un disgraziato? Prima del cancro, dico. Ecco prima di tutto bisognerà fare non solo quale sforzo per avere la stessa immagine. Io ascolto i politici con le loro formulette, tutti i politici e divento pazzo. Non sanno di che Paese stanno parlando, sono lontani come la Luna. E i letterati. E i sociologi. E gli esperti di tutti i generi.

Perché pensi che per te certe cose siano talmente più chiare?

Non vorrei parlare più di me,forse ho detto fin troppo. Lo sanno tutti che io le mie esperienze le pago di persona. Ma ci sono anche i miei libri e i miei film. Forse sono io che sbaglio. Ma io continuo a dire che siamo tutti in pericolo.

Pasolini, se tu vedi la vita così – non so se accetti questa domanda – come pensi di evitare il pericolo e il rischio?

È diventato tardi, Pasolini non ha acceso la luce e diventa difficile prendere appunti. Rivediamo insieme i miei. Poi lui mi chiede di lasciargli le domande. “Ci sono punti che mi sembrano un po’ troppo assoluti. Fammi pensare, fammeli rivedere. E poi dammi il tempo di trovare una conclusione. Ho una cosa in mente per rispondere alla tua domanda. Per me è più facile scrivere che parlare. Ti lascio le note che aggiungo per domani mattina”. Il giorno dopo, domenica, il corpo senza vita di Pier Paolo Pasolini era all’obitorio della polizia di Roma.

Intervista a Pier Paolo Pasolini, L’Unità 1 novembre 1975

Questo che pubblichiamo è il testo dell’intervista di Furio Colombo a Pier Paolo Pasolini pubblicato sull’inserto “Tuttolibri” del quotidiano “La Stampa” l’8 novembre del 1975 Questa intervista ha avuto luogo sabato 1° novembre, fra le 4 e le 6 del pomeriggio, poche ore prima che Pasolini venisse assassinato. Voglio precisare che il titolo dell’incontro che appare in questa pagina è suo, non mio. Infatti alla fine della conversazione che spesso, come in passato, ci ha trovati con persuasioni e punti di vista diversi, gli ho chiesto se voleva dare un titolo alla sua intervista. Ci ha pensato un po’, ha detto che non aveva importanza, ha cambiato discorso, poi qualcosa ci ha riportati sull’argomento di fondo che appare continuamente nelle risposte che seguono. “Ecco il seme, il senso di tutto – ha detto – Tu non sai neanche chi adesso sta pensando di ucciderti. Metti questo titolo, se vuoi: “Perché siamo tutti in pericolo”.

dall’ archivio de L’ Unità

Condannati 23 ex-agenti CIA

Posted in Politica with tags , , on novembre 5, 2009 by Maria Rubini

Washington – La sentenza giunta dall’Italia e’ considerata un pericoloso precedente negli Stati Uniti perche’ e’ la prima volta che un tribunale condanna ufficialmente la politica di ‘rendition’ americana, basata sulla cattura di sospetti terroristi in un paese e sul trasferimento in un altro per essere interrogati (con tecniche presumibilmente non accettabili nel primo paese).

“Esprimiamo il nostro disappunto per i verdetti contro gli americani e gli italiani incriminati a Milano per il presunto coinvolgimento nel caso Abu Omar”, ha detto oggi il portavoce del dipartimento di stato Ian Kelly commentando durante il briefing quotidiano la sentenza. Il portavoce ha sottolineato di non poter “fare molti commenti sulla vicenda perche’ si tratta di un caso ancora aperto che vedra’ sicuramente una richiesta di appello”.
“E’ una vicenda complessa che comporta una certa quantita’ di questioni legali – ha aggiunto il portavoce americano – Alcune di queste questioni riguardano i trattati bilaterali che abbiamo con l’Italia. Ma finche’ non avremo il testo della sentenza del tribunale non possiamo dare ulteriori dettagli e commenti”.
Tra i 23 ex agenti della Cia condannati figurava anche il tenente colonnello Joseph Romano, l’unico dipendente del Pentagono tra gli imputati. Romano era l’ex responsabile della sicurezza della base Usaf di Aviano, a Vicenza, dove Abu Omar fu portato da Milano, per poi finire al Cairo. Anche il Pentagono ha espresso oggi il suo disappunto per il verdetto ribadendo la posizione Usa che gli accordi tra Italia e Stati Uniti assegnano la giurisdizione, per quanto riguarda Romano, agli Stati Uniti.
“Il nostro punto di vista e’ che i tribunali italiani non hanno alcuna giurisdizione su Romano e avrebbero dovuto archiviare immediatamente le accuse”, ha detto oggi il portavoce del Pentagono Geoff Morrell.

“Siamo ovviamente dispiaciuti per la decisione del tribunale italiano e per il fatto che non sia stata rispettata la nostra rivendicazione di giurisdizione su questa vicenda – ha detto il portavoce del Pentagono – Adesso, dopo questo verdetto, studieremo quali sono le nostre opzioni per il futuro dal punto di vista legale”.

La Cia ha rifiutato anche in questa occasione, come aveva fatto in passato, di commentare questo sviluppo importante della vicenda. “La Cia non ha mai commentato nessuna delle affermazioni riguardanti Abu Omar”, si e’ limitato a dire oggi il portavoce George Little.

da Infoaut.org

 

Viaggi clandestini a Cuba per cure mediche

Posted in America Latina, Politica with tags , , , on ottobre 24, 2009 by Maria Rubini

I pazienti che cercano di sottoporsi a trattamenti che non sono disponibili nel vostro paese, vengono regolarmente all’ Isola attraverso paesi terzi.

L’Avana. Medici cubani hanno rivelato che i pazienti americani affollano l’ Isola clandestinamente per essere trattati per vari disturbi o per ottenere un secondo parere medico, nonostante l’embargo economico che è stato sottoposto al paese dei Caraibi per mezzo secolo.

“I pazienti cercano di sottoporsi a trattamenti che non sono disponibili nel vostro paese, con molte difficoltà”, ha detto il direttore dell’Istituto di Ematologia e Immunologia, Cuba, José Manuel Ballester Sabato.

Secondo il vice direttore di ricerca dell’Istituto di Oncologia e Radiobiologia, Lazaro Anasagasti, citato da Cubadebate, i pazienti americani spesso arrivano a Cuba attraverso paesi terzi.

Il loro obiettivo, ha detto, è quello di ottenere un secondo parere medico o di sottoporsi a trattamento con farmaci cubani che non sono venduti negli Stati Uniti a causa del blocco. Questi farmaci contengono un anti-cancro della pelle per pazienti che non hanno altre opzioni terapeutiche, con possibilità di arrivare fino al 50 per cento di guarigione totale. E per la preparazione anche un altro anticorpo che ha provocato un miglioramento della qualità della vita dei pazienti affetti da cancro al polmone.

Come Washington vieta ai suoi cittadini di recarsi a Cuba come regola generale, con rischio se lo fanno senza un permesso speciale, così Ballester Anasagasti ha rifiutato di fornire i dati sul numero di pazienti degli Stati Uniti trattati  a Cuba.

Cuba stima che il blocco che il presidente Barack Obama ha detto che non sarà revocato per il momento, ha finora causato la perdita di oltre 96 miliardi di dollari o 236 miliardi calcolati a prezzi correnti per la moneta americana.

La relazione di Cubadebate è stata pubblicata in un momento in cui Cuba ha intensificato la sua campagna sulle conseguenze del blocco di Washington del comitato scientifico e dei settori della salute dell ‘isola e di settori quali l’agricoltura, l’economia, il commercio, la cultura e lo sport.

La campagna per gli effetti negativi delle sanzioni degli Stati Uniti avviene prima del 28 ottobre in cui l’Assemblea generale delle Nazioni Unite si riunirà per la votazione di un progetto di risoluzione su Cuba per chiedere il ritiro di tali misure.

da La Jornada

Capitale intellettuale

Posted in Politica with tags , on ottobre 14, 2009 by Maria Rubini

Nel 1970 lo sciopero dei lavoratori della General Motors ha ridotto il  PIL entro il 4 per cento e si stima che siano stato questo il motivo della scarsa crescita del 2 per cento che il paese ha  sperimentato negli anni successivi.

Oggi il declino di tutte le industrie automobilistiche USA colpisce un solo punto percentuale. Quasi tutto del PIL è nei servizi, nel settore terziario. In questo settore, la produzione intellettuale derivante dalla formazione è in aumento. Per non parlare che nulla quasi oggi viene prodotto senza l’intervento diretto delle invenzioni più recenti, dal computer del mondo accademico, dalla produzione agricola nei paesi che esportano verso l’industria pesante, soprattutto nei paesi in via di nota come emergenti o in via di sviluppo.

Per la maggior parte le città del ventesimo secolo, come Pittsburgh, Pennsylvania, fiorirono come centri industriali. Riccha e città sporca come è stata l’eredità della rivoluzione industriale. Oggi è una città pulita che vive ed è conosciuta per la sua università.

L’anno scorso, il corridoio “ricerca” del Michigan (Consorzio sono l’Università del Michigan e Michigan State University) ha contribuito per 14 miliardi di dollari allo Stato solo per i benefici diretti generati dalle loro invenzioni, brevetti e ricerca. Questi benefici sono cresciuti nel corso dell’ultimo anno e ancora di più in proporzione in uno stato che era la casa delle grandi auto del XX secolo che oggi sono in declino. Il che è, una parte dei benefici diretti derivanti dalla produzione di “capitale intellettuale” di una università al 27 ° posto e una classifica a livello nazionale in 71 degli Stati Uniti in una somma anno equivalente allo stesso capitale moneta prodotto da un paese come l’Honduras. Questo fattore spiega la produzione intellettuale, in gran parte, perché solo l’economia di New York e la sua area metropolitana è equivalente a tutta l’economia dell’India (in termini nominali internazionale, non di acquisto sul mercato interno) di un paese di oltre un miliardo di abitanti e una forte crescita economica a causa della sua produzione industriale.

Il 90 per cento di oggi del PIL è derivato dalla proprietà “non” prodotto “. Il valore monetario del capitale intellettuale è di 5 miliardi di dollari, quasi il 40 per cento del totale del PIL, il che equivale di per sé a tutti gli elementi insieme dell’economia dinamica cinese.

Se l’impero americano, come tutti gli imperi hanno sostenuto e, direttamente o indirettamente, ha violato le materie prime provenienti da altri paesi, resta il fatto che per lungo tempo e soprattutto oggi i paesi emergenti e grandi emergenti adottano la pirateria e parte dei diritti d’autore delle invenzioni americane.  Per non parlare del marchio solo negli Stati Uniti la contraffazione sottrae dai prodotti originali $ 200 miliardi l’anno, che supera di gran lunga il totale del PIL dei paesi come il Cile.

Guardando a questa realtà, possiamo prevedere che l’aumento del rischio di paesi emergenti è a riposo l’attuale sviluppo delle esportazioni di materie prime, il secondo di fiducia prosperità industriale. Se i paesi emergenti non si occupano di investire massicciamente nella produzione intellettuale forse in un decennio o due, la divisione internazionale del lavoro che hanno sostenuto e che ha generato grandi disparità economiche nei secoli XIX e XX, rimarrà tale in futuro.

Ora è di moda proclamare, per i media di tutto il mondo, che l’America è finita, che è a tre passi dalla disintegrazione in quattro paesi, a due passi dalla rovina.

Ho l’impressione che la metodologia di analisi non è del tutto esatta perché, come criticò l’Ernesto Che Guevara lo stesso che ha elogiato l’efficacia della produzione industriale a capitalismo socialista, hanno confuso il desiderio con la realtà. Guevara si lamentava che la passione alla critica oggettiva impedisce di vedere che il suo obiettivo non era semplicemente l’aumento della produzione di cose.

Quando si effettuano le previsioni per il 2025 o il 2050 è previsto in gran parte in questo futuro, il sottovalutare le innovazioni radicali che anche uno status quo prolungato può produrre. Nei primi anni ’70 gli analisti e presidenti come Richard Nixon erano convinti che la nascita e il successo finale dell’Unione Sovietica contro gli Stati Uniti sarebbe stato inevitabile. Gli anni ’70 furono anni di recensione e sconfitte politiche e militari per l’impero americano.

Penso che dalla fine del secolo scorso, eravamo tutti d’accordo che questo sarebbe stato un secolo di grandi equilibri internazionali.  Non necessariamente più stabile, forse il contrario. Sarà un bene per il popolo americano e soprattutto per l’umanità che questo paese smetta di esercitare il potere arrogante che ha esercitato per gran parte della sua storia. Ha molti altri meriti, a cui far riferimento per impegnarsi, come dimostra la storia, è un paese di inventori professionisti e dilettanti, di premi Nobel, di eccellenti sistemi universitarii e di una classe di intellettuali che ha aperto vie in diverse discipline, dalla umanistiche alle scienze.

Il drammatico aumento della disoccupazione in America è la sua migliore occasione per accelerare questa trasformazione. In tutte le classifiche internazionali le università americane occupano la maggior parte dei primi cinquanta posti. Questo monopolio non può essere eterno, a è lì che si trova la sua risorsa principale.

– Jorge Majfud, Lincoln University. – Jorge Majfud, Lincoln University.

Cambiamenti climatici: crescente divisione

Posted in Politica with tags , , , , , on ottobre 10, 2009 by Maria Rubini

Venerdì si è chiusa la sessione della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici di Bangkok.  All’inizio dell’anno abbiamo pensato che questa sarebbe stata l’ultima riunione prima di Copenaghen, ma nel mese di giugno se ne è aggiunta un altra a Barcellona (primi di novembre) e ci sono probabilità di farne un’altra  tra Barcellona e Copenaghen.

Ma lo sanno tutti qui a Bangkok che il problema non è la mancanza di tempo, ma la mancanza di volontà politica. I delegati si passano ore e giorni insieme a preparare progetti per ciascuno degli argomenti in discussione. Ma come si possono realizzare progetti, o anche aggiungere testi “tra parentesi” (vale a dire in discussione), se non ci sono accordi politici sulle questioni chiave. Di conseguenza, non vi è progresso, ma solo progressi nel chiarire il testo, nella lingua, nella formulazione di opzioni diverse, ma nessun accordo sulle varie opzioni.

Ci sono dozzine di grandi temi su cui vi sono profonde differenze. Ma ci sono tre che sono forse i più importanti in quanto determinano il resto. Uno è la percentuale di riduzione delle emissioni che si terrà nei paesi sviluppati. L’altra è la quantità di risorse che metteranno a disposizione i paesi in via di sviluppo per finanziare piani di adeguamento e lo sviluppo. Il terzo è il quadro giuridico del contratto da raggiungere e la sua relazione al Protocollo di Kyoto e la Convenzione.

Mercato e le risorse

Gli Stati Uniti non hanno presentato alcun obiettivo di riduzione come altri paesi sviluppati (con lodevoli eccezioni come la Norvegia) e hanno impedito di mantenere così ulteriori impegni dei pochi che hanno fatto finora. Realizzare ampi tagli delle emissioni inquinanti dei paesi è fondamentale per prevenire i cambiamenti climatici.

Ma, in aggiunta, il livello degli impegni di riduzione delle emissioni ha un impatto diretto su un altro dei grandi temi di questi negoziati: il ruolo del mercato del carbonio nel mitigare i cambiamenti climatici. Ovviamente la dimensione delle riduzioni da parte dei paesi sviluppati impegnati dipende dalle dimensioni del mercato potenziale di carbonio. Più è basso più basso è l’eventuale ammontare dei certificati di impegni che i paesi industrializzati potrebbero mettere a disposizione del mercato. Dipende da questo, tutta una serie di definizioni: in che modo le nuove regole del Clean Development Mechanism: le attività, progetti settoriali, misure di mitigazione nei paesi in via di sviluppo, e così via.

D’altra parte vi è una forte pressione da parte dei paesi industrializzati per la maggior parte nel trasferimento di risorse verso i paesi del Sud fatto attraverso i meccanismi di mercato, mentre la maggior parte dei paesi in via di sviluppo preferiscono limitare queste meccanismi ed estendere il trasferimento di fondi direttamente a finanziare le esigenze di adattamento e mitigazione.  Alcuni singoli paesi come il Venezuela e la Bolivia a titolo definitivo negano qualsiasi forma di diffusione sul mercato.

G77 + Cina, nonostante le sue molte differenze interne, ha una posizione consolidata di ferro e che, se non vi è alcun impegno chiaro e ingombrante da parte dei paesi industrializzati per quanto riguarda le risorse e il trasferimento tecnologico (come previsto dalla Convenzione) non farà nessun accordo a Copenaghen. E questo non è stato un progresdso qui a Bangkok.

Crescente divisione

Gli USA sono venuti a questo incontro con una forte posizione in merito alla necessità per i paesi in via di sviluppo di rispettare gli impegni a ridurre le emissioni.  Questa non è una novità. Uno dei motivi per cui gli Stati Uniti non hanno ratificato il Protocollo di Kyoto. Tuttavia ci sono state alcune aspettative di un cambiamento, o almeno una moderazione di questa posizione con la nuova amministrazione Obama.  Questa illusione sembra aver finalmente rotto a Bangkok. La domanda agli Stati Uniti che sono venuti in Thailandia era quella di porre fine alla divisione tra paesi sviluppati e in via di sviluppo nell’ambito della convenzione e del protocollo di Kyoto e di metterle tutte in un unico sistema di compromessi, ma con diversi tipi di obbligazioni. Nel corso della riunione è emerso chiaramente che questo non solo lo scopo degli Stati Uniti, ma anche quello dell’Unione europea e dei paesi industrializzati in generale.  Ovviamente, tale posizione è stata fortemente avversata da paesi in via di sviluppo riuniti nel G 77 + Cina.

Il divario tra i paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo sembra essersi approfondito a Bangkok. Durante questa settimana il G77 ha voluto fare una dichiarazione che denuncia il tentativo di spazzare i paesi industrializzati del Protocollo di Kyoto e la Convenzione con queste nuove proposte. Tuttavia, questo sarebbe stato bloccato dalla opposizione da 8 paesi dell’America Latina: Colombia, Costa Rica, Cile, Repubblica Dominicana, Guatemala, Panama, Perù e Uruguay.

Un treno di carburante

Poiché non vi è stato alcun progresso sui grandi temi politici e le differenze sembrano aumentare, i progressi nel consolidamento e la riscrittura dei testi sono completamente inutili.  Mancato il raggiungimento di un accordo di alto livello sulle questioni fondamentali, aggiungere per gli incontri più ore di lavoro nei gruppi di “contatto” al vertice di Copenaghen del prossimo dicembre è inutile perchè appare destinato a fallire. Un osservatore qui a Bangkok illustra così ciò che viene vissuto nella capitale thailandese, “i delegati sono in procinto disalire a  bordo di un treno a discutere il colore dei sedili e di quale materiale sono fatti, ma non hanno verificato quanto carburante c’è nel treno al fine di garantire la partenza “.

Fonte: Gerardo Honty, analista su energia e cambiamenti climatici CLAES (Latin American Center Ecologia Sociale).  Osservatore in occasione della riunione della convenzione sui cambiamenti climatici di Bangkok.

Miami: capitale mondiale dei terroristi

Posted in America Latina, Politica with tags , , , on ottobre 9, 2009 by Maria Rubini

“Se qualcuno sostiene un terrorista, oppure offre rifugio a un terrorista, questo qualcuno sarà colpevole tanto quanto i terroristi”. G. Bush (Milano, 30 aprile 2007)

Miami, la città del sud degli Stati Uniti, continua ad essere, senza alcun dubbio, la capitale mondiale dei terroristi a cui si offre rifugio e finanziamento, oltre a permettergli di circolare liberamente per le sue strade e perfino esporre quadri in gallerie di pittura.

Il terrorista più ricercato in tutto l’emisfero occidentale, Luis Posada Carriles, che è diventato un apocrifo pittore questa settimana, inaugurerà una mostra delle sue “opere” nello stesso centro di Miami da dove, da oltre 50 anni, si pianificano e organizzano aggressioni armate, attentati con bombe e crimini contro il popolo cubano e altri di altre nazioni latino-americane.

I “quadri” di Posada Carriles – autore reo confesso dell’esplosione in volo di un aereo civile cubano, nel 1976, che assassinò 73 persone – sono esposti da giovedì 8, appena due giorni dopo la commemorazione di un altro anniversario

La macabra idea degli organizzatori di questa mostra evidenzia che Miami non ha cessato di essere la città preferita, per eccellenza, da coloro che hanno commesso crimini contro l’umanità, e si prendono gioco non solo della giustizia degli Stati Uniti, ma anche delle leggi internazionali. di quell’orrendo crimine messo in scena al largo delle coste delle Barbados.

Di Posada Carriles non c’é dubbio alcuno che è stato, oltre che un terrorista, un “illustre” membro dell’intelligence USA (CIA), dalla decade degli anni sessanta del secolo scorso.

Precisamente, documenti divulgati, poche ore fa, da parte dell’organizzazione degli Archivi della Sicurezza Nazionale (NSA), citati da agenzie di stampa, confermano, ancora una volta, che questo assassino spiò per la CIA, e collaborò strettamente con il “preminente” estremista mafioso Jorge Mas Canosa, ora deceduto, nella sua guerra contro Cuba.

Sia la stessa CIA, come il Federal Bureau of Investigation (FBI) hanno individuato il criminale come l’ideatore del sabotaggio contro l’aereo della Cubana alle Barbados, in base agli stessi documenti.

Nella storia criminale di Posada Carriles   non vi é solo l’organizzazione di attentati contro Cuba e contro la vita dell’ex presidente Fidel Castro Ruz, ma anche azioni violente e l’uso della tortura in diversi paesi dell’America Latina, come Venezuela, Nicaragua, Honduras e El Salvador, tra gli altri.

Miami, tuttavia, fa finta di ignorare tutto questo e oggi permette a Posada Carriles esibire i suoi “quadri” a conferma che questa città della Florida si impegna per garantire le “libertà” ai terroristi e ai fuggiaschi dalla giustizia internazionale .

Patricio Montesinos