Archivio per Siria

Pentagono: in Siria vincerà Assad

Posted in Politica with tags , , , , , , on novembre 30, 2012 by Maria Rubini

imagesCACX903XPer gli Usa i guerriglieri ribelli sarebbero troppo pochi per vincere la guerra civile. I servizi francesi sono d’accordo.

Con l’attuale rapporto di forze, la guerra civile in Siria la vincerà Bashar al Assad. Lo ha dichiarato un funzionario del Pentagono all’agenzia israeliana Debka, precisando che questa nuova previsione è dovuta allo scarso numero delle forze ribelli, nettamente inferiori a quelle governative. La notizia è confermata da fonti anonime dei servizi segreti francesi.

La stima fatta dagli strateghi del Pentagono quando cominciarono i primi scontri era di settantamila guerriglieri ribelli. Questa cifra avrebbe permesso, sempre secondo il ministero della Difesa Usa, di abbattere il regime di Assad in sei mesi.

Ma le cose non sono andate così. Il nuovo riconteggio parla di trentamila combattenti, di cui seimila jihadisti legati ad Al Qaida. «Ci sono ancora troppi reparti delle forze armate che sono rimasti fedeli al regime siriano», ha affermato il funzionario del Pentagono. Inoltre, Assad avrebbe beneficiato degli aiuti di Russia, Iran e dei libanesi di Hezbollah.

Il nuovo punto di vista non avrebbe però cambiato la strategia della Casa Bianca, decisa ad abbattere l’attuale governo siriano. Il nuovo passo riguarderebbe l’impiego diretto di corpi speciali sauditi e del Qatar sul terreno di scontro. Per quanto riguarda le truppe turche, invece, il primo ministro Tayyip Erdogan è stato costretto a fare marcia indietro, a causa delle pressioni dell’opinione pubblica interna, in maggioranza contraria alla guerra.

La Francia è sempre più convinta che l’unica soluzione per uscire da questa situazione sia introdurre la no-fly zone sui cieli siriani. Israele, invece, resta a guardare. Il capo di stato maggiore delle forze armate di Tel Aviv ha dichiarato che «Israele non si intrometterà in una questione interna di un Paese sovrano come la Siria». Aggiungendo: «Noi non parteggiamo per nessuno».

Franco Fracassi

Lettera aperta di un sacerdote arabo siriano al Presidente Francois Holland

Posted in Politica with tags , , , on agosto 6, 2012 by Maria Rubini

Non vorrei turbare la Sua gioia e quella dei Suoi elettori derivanti dal Suo recente successo alle elezioni presidenziali né soprattutto le speranza dei Francesi, ora che Lei è, per cinque anni, il Presidente della Repubblica Francese. Pertanto ho voluto ascoltare dall’inizio alla fine la Sua intervista su TV5. Ho accarezzato la vaga speranza di veder mutare definitivamente la politica da circo del Suo buffonesco predecessore.

Ascoltando l’intervista mi sono però subito interrogato sulla fondatezza delle mie aspettative ed ho dovuto rapidamente disilludermi. Sono rimasto sbalordito davanti al Suo aspetto di bravo ragazzo mentre si permetteva di esprimere, su tutto e su tutti, giudizi perentori, privi di sfumature ed esitazioni. Ma quando ho sentito parlare della Siria e del suo Presidente, ho avuto la sensazione di udire la medesima voce dei Maestri che hanno tramato perché Lei giungesse al posto che ricopre, all’unico scopo di condurre in porto il progetto di distruzione della Siria, che il Suo predecessore è stato incapace di realizzare. E questo alla prima apparizione in TV! Mi aspetto fermamente il prossimo disincanto dei Francesi. Per conto mio, da vecchio conoscitore della Francia e dei Francesi, mi sono sorpreso a dirmi: che fine dalla scomparsa del Generale De Gaulle!

Signor Presidente, prima di proseguire vorrei segnalarLe una coincidenza storica che Lei senza dubbio ignora; in caso contrario avrebbe evitato di farsi intervistare proprio il 29 maggio! In effetti c’è un altro 29 maggio durante il quale la Francia si è disonorata: si tratta del 1945. In quel giorno la Francia “mandataria” si è permessa di bombardare il Parlamento Siriano a Damasco, permettendo poi che i suoi soldati di colore assassinassero ventinove poliziotti presenti. Lo sapeva?

Signor Presidente, non è tempo per la Francia e per tutti Voi riflettere una buona volta su questa ignobile politica che dal 1916 – anno degli accordi tanto segreti quanto vergognosi, chiamati in seguito “accordi Sykes-Picot” – asseconda gli ordini del Sionismo, per la distruzione della Siria e del mondo arabo? Cosa c’era di più chiaroveggente e nobile, in tutta la Francia dell’epoca, delle perspicaci e chiare raccomandazioni che il signor Aristide Briand, ministro degli Esteri, diede al Console Generale a Beirut, il signor Georges Picot, in data 2 novembre 1915, in previsione di tali accordi: “Che la Siria non divenga un paese strangolato … Ha bisogno di una larga frontiera, che la renda un’entità autosufficiente”?

Di una Siria “autosufficiente”, come era già stata disegnata nel 1910 in una carta geografica emanata dallo stesso Ministero degli Affari Esteri, bisogna sapere cosa ne avvenne dopo che fu amputata a nordovest della Cilicia, a nordest della regione di Mardine, che è oggi l’attuale Iraq, di Mosul, ad ovest del Libano, a sud della Giordania e della Palestina, per essere privata nel 1939 di Antiochia e del Golfo di Alessandretta, offerti in dono alla Turchia!

Signor Presidente, c’è una domanda importante che, come cittadino arabo della Siria, devo porre a tutti i capi di Stato occidentali: “Perché avete bisogno di uccidere sistematicamente tutti i popoli arabi e musulmani?” Lo avete già fatto aizzando, nel decennio 1980-1990, l’Iraq contro l’Iran; quell’Iraq il cui sfortunato Saddam Houssein era considerato “grande amico” sia da Donald Rumsfeld che da Jaques Chirac! Seguì subito dopo l’imboscata del Kuwait, pretesto della guerra contro l’Iraq, seguita da un blocco di 13 anni che ha causato – secondo i rapporti degli stessi USA – la morte di 150.000 bambini iracheni!

Poi fu la volta della santa “guerra contro il terrorismo” in Afghanistan … Immediatamente seguita da una nuova guerra contro l’Iraq. Quanto all’immortale epopea della NATO in Libia, condotta dal generale-filosofo Bernard Henri Lévy, venne a rinnovare tali orrori, sotto il pretesto della difesa dei diritti umani. Ed ecco che da quindici mesi tutto l’occidente si accanisce contro la Siria, dimenticando una infinità di gravissimi problemi, a cominciare del conflitto arabo-israeliano, che minacciano realmente la sopravvivenza dell’umanità!

Voi praticate tutte queste tragiche politiche occidentali senza vergogna e rimorso, con la copertura di qualsivoglia falsità, doppiezza, viltà e travisamento delle Leggi e delle Convenzioni Internazionali.

Voi avete piegato ai vostri voleri queste Istituzioni Internazionali – quali le Nazioni Unite, Il Consiglio di Sicurezza ed il Consiglio dei Diritti dell’Uomo – nate soltanto per indirizzare il mondo intero verso la giustizia e la pace! Si nutre dunque, in Occidente, la stupida speranza di mettere fine in tal modo all’Islam?

I vostri pensatori e ricercatori non vi hanno fatto capire che in questo modo non fate altro che incentivare un Islam anomalo, che vi ostinate a finanziare, armare ed affiancare coi vostri agenti, dappertutto nei paesi arabi ma soprattutto in Siria?

Non vi rendete conto che questo falso Islam si ritorcerà presto o tardi contro di voi, al cuore delle vostre capitali, città e campagne?

Per tutto ciò lasciate ricordare, a me semplice cittadino siriano, che questo islam che voi armate ed aizzate contro il Mondo Arabo in generale e la Siria in particolare non ha nulla a che vedere col vero Islam, lo stesso che la Siria ha conosciuto dalla conquista araba, come anche l’Egitto e infine la Spagna.

C’è bisogno di ricordare che gli storici occidentali – tra i quali alcuni storici ebrei – hanno dovuto riconoscere che l’Islam conquistatore si è rivelato il più tollerante tra i conquistatori? O non siete piuttosto voi, capi di Stato occidentali nei loro differenti paesi, colmi d’opulenza e di “grandezza”, soltanto i vili esecutori dei progetti sionisti, da quei famigerati “accordi Sykes-Picot”, alla vergognosa “dichiarazione Balfour”, fino ai nostri giorni, e per molto tempo, si direbbe, preoccupati di fornire ad Israele tutto il sostegno possibile, palese o segreto, a tutti i livelli: politico, diplomatico, militare, finanziario e mediatico?

Certo, perché non avete esitazioni nell’assassinare e distruggere intere nazioni perché il solo Israele possa vivere e sopravvivere. In questo modo intendete porre rimedio al terribile complesso di colpa che nutrite nei confronti degli ebrei, dovuto ad un antisemitismo millenario e prettamente occidentale?

Bisogna continuare anche a prezzo della stessa esistenza di nazioni arabe e mussulmane, tra le quali gli ebrei hanno sempre condotto una vita quasi normale, fatta di cordialità e fattiva collaborazione?

Se le mie domande appaiono esagerate od oltraggiose, mi permetta di invitarLa a leggere ciò che hanno scritto sull’influenza del Sionismo negli Stati Uniti uomini come John Kennedy e Jimmy Carter e dei ricercatori coraggiosi e noti come Paul Findley, Robert Dole, David Duke, Edward Tivnan, John Meirsheimer, Stephen Walt, Franklin Lamb e soprattutto Noam Chomsky.

Per quanto riguarda l’influenza del Sionismo in Europa, mi limito alla sola Francia. Dal momento che è Sua la responsabilità, Le è permesso di dimenticare o ignorare quanto hanno scritto: Roger Garaudy, Emile Vlajki, Pierre Leconte, Régis Debray e soprattutto gli ebrei Michel Warshawshy, Stéphane Hessel, Serge Grossvak ed il Professor André Noushi.

Se per assurdo tutti questi nomi non Le dicessero nulla, mi lasci elencare alcuni nomi così noti nella stessa Israele che sarebbe disonesto ignorarli ed ignorare ciò che hanno osato dire da quaranta o cinquant’anni, alcuni molto prima della “creazione” d’Israele: Martin Buber, Albert Einstein, Yshayahou Leibowitz, Israel Shahak, Susan Nathan, Tanya Rheinhart.

Per finire, mi lasci ricordare un testo troppo noto per passare inosservato. E’ del mese di febbraio 1982. Da solo, costituisce e condensa l’implacabile diktat sionista, imposto da due dozzine d’anni a tutta la politica occidentale. Ha fatto la sua comparsa nella rivista sionista “Kivounim”, pubblicata a Gerusalemme. Si tratta d’un articolo intitolato “Strategia d’Israele negli anni ‘80” e porta la firma di Mr. Oded Yinon.

Mi basta riportarne soltanto un paragrafo, recentemente riportato in un libro intitolato “Quando la Siria si sveglierà …”, stampato a Parigi nel 2011 dall’editore Perrin. I suoi autori sono Richard Labévière e Talal El Atrache.

Vi si legge testualmente: “La spartizione del Libano in cinque province prefigura la sorte che attende l’intero mondo arabo, ivi compresi l’Egitto, la Siria, L’Iraq e tutta la penisola Araba. In Libano è un fatto compiuto. La disintegrazione della Siria e dell’Iraq in province etnicamente o religiosamente omogenee, come in Libano, è obiettivo prioritario per Israele, a lungo termine, sul suo fronte est; a corto termine, l’obiettivo è la dissoluzione militare di questi Stati. La Siria andrà divisa in più Stati, secondo le comunanze etniche, per cui la costa diverrà uno Stato scita, la regione d’Aleppo uno Stato sunnita, a Damasco un altro Stato sunnita ostile ai suoi vicini del nord, che forse si estenderà sul nostro Golan ed in ogni caso nell’Houran e nella Giordania del nord. Questo Stato garantirà la pace e la sicurezza nella regione, a lungo termine; si tratta di un obiettivo attualmente alla nostra portata.”

Signor Presidente, per finire mi lasci pregarLa di cercare di rendersi personalmente conto di quanto qui esposto e delle responsabilità che si assume prima che sia troppo tardi.

Un amico, prete francese, esperto conoscitore della Siria, Padre Jean-Paul Devedeux, ha intenzione di scriverLe oggi stesso. La sua lettera è un invito pressante che Le rivolge per una migliore conoscenza degli arabi in generale e della Siria in particolare. La posta in gioco è alta.

Si liberi del “ruolo” che altri cercano di imporLe, rendendosi libero. La Siria, “seconda patria di tutti gli uomini civili” – come ha detto un grande saggio, André Parot – e culla di tutte le civiltà, merita una visita. Non mancherà di stupirLa e di affascinarLa. Abbia il coraggio di conoscere da vicino.

Tornerà alfiere di un progetto di politica nuova, chiaroveggente e giusta, fatta di umano equilibrio, che poggia sui diritti ed i doveri di tutti verso tutti! La vita, la libertà e la dignità sono per tutti!

Nuovo Presidente della Francia, Le suggerisco di prendere l’iniziativa. Lei non potrà essere perdente come in questo momento, e lo sarà ancora di più domani se si volterà dall’altra parte.

Signor Presidente, riponendo in Lei le mie speranze, La saluto rispettosamente

Pr. Elias Zahlaoui – Chiesa Notre Dame di Damas Koussour – Damasco

Dalla Siria all’Iran, passando per l’Iraq. E per il suo petrolio

Posted in Politica, Uncategorized with tags , , , on luglio 31, 2012 by Maria Rubini
 Sentire l’emiro del Qatar o il re saudita parlare di diritti umani lascia quantomeno perplessi, vista la situazione nei due paesi del Golfo. E non si tratta solo di questioni di genere, quanto piuttosto di un esercito di schiavi imprigionati in suntuose dimore o impegnati a costruire castelli di ghiaccio in mezzo al deserto.

Anche vedere gli Stati Uniti sostenere sommessi le posizioni dei falchi della penisola araba suscita più di un interrogativo.

Robert Fisk ricorda a ragione che ben 15 dei 19 terroristi dell’11 settembre 2001 provenivano dall’Arabia Saudita, anche se a essere bombardato fu il martoriato Afghanistan.

Difficile dimenticare che l’Arabia Saudita continua a decimare la propria minoranza sciita, quella del Bahrein e indirettamente anche quella siriana. Con il benestare di tutta la comunità internazionale.

“E davvero crediamo che l’Arabia Saudita possa volere una democrazia per la Siria?”, incalza ancora Fisk.

Impossibile dargli torto, salvo poi aggiungere che la lista dei paesi a cui non importa nulla delle legittime rivendicazioni dell’ennesimo popolo che soffre è davvero lunga. E persino un paese che vive ai margini della politica internazione come il nostro è in qualche modo complice di una guerra (per il petrolio) neanche troppo camuffata.

E’ qui che per Fisk entra in gioco il fattore I, la crociata contro l’atomica iraniana.

“Il tentativo di rovesciare la dittatura di Damasco non è dettato dall’amore per siriani o dall’odio per l’ex amico Bashar al Assad, e tanto meno dalla nostra indignazione verso la Russia”.

“No, il nostro è un desiderio di schiacciare la Repubblica islamica ei suoi piani nucleari infernali – se esistono – e non ha nulla a che fare con i diritti umani o il diritto alla vita o alla morte dei bambini siriani”.

Ma l’Iran da solo non basta. C’è un altro paese nel cuore dell’antica Mesopotamia che la scorsa settimana ha subito in un solo giorno 29 attentati in 19 città, uccidendo 111 civili e ferendone altri 235. Si chiama Iraq.

Per Fisk si tratta dell’ennesima ipocrisia occidentale, laddove le vittime irachene non meritano che un trafiletto per non smentire la teoria del paese “liberato e democratico”.

Ma di Iraq si dovrebbe parlare anche per altri motivi.

In primis per quello che naturalmente rischia di accadere (ed è già accaduto) nel caso in cui il conflitto siriano dovesse trasferirsi sulla terra bagnata – anche se per poco ancora – dal Tigri e dall’Eufrate.

Che tradotto significa un rovesciamento dei rapporti di forza e relativa guerra a sfondo confessionale (sebbene sia preferibile usare il termine civile, ma il tema verrà approfondito in seguito).

Prima però di quello che potrebbe succedere, c’è quello che è già successo. Sono più di dieci anni che le parti che si stanno sfidando a suon di stragi in Siria lavorano nell’ombra per ridisegnare gli equilibri mediorientali. Sulla pelle degli iracheni, per esempio.   

“Il governo a guida sciita è finito nel mirino degli stessi estremisti sunniti che combattono in Siria, molti dei quali sono legati ad al Qaeda”, afferma Izzat al-Shahbandar, un anziano membro del Parlamento di Baghdad e stretto collaboratore del primo ministro iracheno Nouri al-Maliki.

Lo scrive il Washington Post, ricordando che il presunto leader dell’organizzazione terroristica – Abu Baker al Baghdadi – avrebbe esortato le tribù sunnite irachene al confine con la Siria ad aderire al jihad (guerra santa) contro il governo “infedele” guidato da Maliki.

I media non sembrano avere dubbi: “E’ stata al Qaeda e l’Iraq rischia di essere travolto dal ciclone siriano”. Ma come si possono liquidare 29 esplosioni quasi simultanee in 19 diverse città di un paese?

La questione è un’altra: l’Iraq non hai mai smesso di essere terreno di battaglia, in una guerra neanche troppo silenziosa che si combatte ogni giorno.

Basti pensare alla ‘geopolitica’ degli attentati. Perché gli uomini del defunto Osama Bin Laden avrebbero mire su Kirkuk, una delle città (petrolifere) più colpite dalla scia di sangue degli scorsi giorni? Qui giacciono infatti la maggior parte delle 111 vittime di quel terribile giorno.

“C’è mai stata una guerra in Medio Oriente carica di tanta ipocrisia?”. Se lo chiede Robert Fisk sull’Independent, spiegando che “il vero obiettivo dell’Occidente non è il brutale regime di Assad, quanto il suo alleato iraniano e le sue testate nucleari”. Ma forse c’entra anche l’Iraq e il prezzo del petrolio. (Prima parte)

 di Francesca Manfroni

La Siria ha sempre invitato al disarmo nella regione

Posted in Politica with tags , , , , on luglio 25, 2012 by Maria Rubini

Il Ministero degli Affari Esteri e degli Espatriati ha commentato il trattamento negativo riservato da alcuni mezzi d’informazione al contenuto del suo ultimo comunicato, riguardante la campagna mediatica contro la Siria allo scopo di preparare l’opinione pubblica a un intervento militare in Siria sotto lo slogan della menzogna delle armi di distruzione di massa, sottolineando che questi mass-media hanno estrapolato dal suo contesto – in modo premeditato – questo comunicato, con il pretesto ch’esso costituirebbe di fatto la dichiarazione di possesso di armi non convenzionali da parte della Repubblica Araba Siriana.

Il Ministero ha altresì chiarito che: “Lo scopo del comunicato stampa e della conferenza stampa non era affatto una dichiarazione, bensì una risposta alla campagna mediatica sistematica contro la Siria per preaparare l’opinione pubblica internazionale alla possibilità di un intervbento militare sotto lo slogan della menzogna delle armi di distruzione di massa e della probabilità di utilizzarle in Siria contro i gruppi terroristici armati ed i civili e l’eventuallità di cederle ad una terza parte”. Il comunicato aggiunge che: ” Nel ribadire che queste affermazioni sono categoricamente ingiuste, non ne ignoriamo la gravità, poiché le parti che programmano questa campagna nella stampa mondiale sono le stesse che si sono mobilitate contro la Siria, mediante i mass-media e i circoli internazionali, e sono sempre le stesse che hanno fabbricato la menzogna delle armi di distruzione di massa in Iraq, la cui palese falsificazione è stata poi rivelata”.

Il comunicato del Ministero degli Affari Esteri e le dichiarazioni del portavoce ufficiale si collocano nel quadro della spiegazione delle direttive generali della politica di difesa dello Stato, in risposta alle ipotesi e alle ingiuste accuse mediatiche. Il Ministero ha ribadito la necessità di prefiggersi precisione e professionalità nellacopertura delle notizie riguardanti l’ambito siriano , che devono sempre essere collocate nel loro giusto contesto.

I n questo contesto, ieri il Ministro dell’Informazione, Omran al-Zo’bi, ha rilasciato una dichiarazione allaradio Cham FM, affermando che quella che si sta svolgendo è una vera e propria campagna internazionale guidata dalle diplomazie americana e israeliana, sotto lo slogan allarmante del “futuro delle ipotetiche armi chimiche che la Siria possiederebbe”, sottolineando che questa campagna si iscrive nel quadro delle persistenti pressioni per far passare una risoluzione internazionale contro la Siria con il pretesto di preservare la sicurezza e la pace internazionali.

Il Ministro dell’Informazione ha ribadito che la Siria, da più di vent’anni, ha invitato al disarmo delle armi di distruzione di massa nella regione, sotto la supervisione e il patrocinio delle Nazioni Unite, e questo invito comprende le armi nucleari israeliane, facendo presente che gli israeliani, in base a quanto affermato dai comandanti militari e politici, in passato hanno ammesso la presenza di armi nucleari israeliane e il possesso di tali armi da parte di Israele.

Il Ministro ha aggiunto che la Siria, quando discute delle accuse che la competono, semplicemente risponde a simili pretestuose affermazioni, falsità e menzogne provenienti da canali diplomatici o da servizi segreti occidentali, né più né meno; e che quando il portavoce del Ministero degli Affari Esteri dice che non ricorrerà ad armi chimiche contro il suo popolo, egli non dice che la Siria possiede armi chimiche, e che questa è una questione etica e nazionale. Loro invece hanno interpretato questa risposta come un’ammissione del fatto che la Siria possiede armi chimiche, il che corrisponde pienamente ai loro desideri e alle loro ossessioni, posto che il significato e il valore reale delle parole dette si collocano in un altro contesto, completamente diverso.

Comunicato Ambasciata Repubblica Araba Siriana

Siria. Le Alture del Golan tra guerra e pace

Posted in Palestina, Politica with tags , , , , , , on luglio 17, 2012 by Maria Rubini

Finora sono stati taciuti due importanti aspetti della crisi siriana. Parliamo del silenzio di Tel Aviv nei confronti delle rivolte e della questione aperta con il vicino arabo riguardo ai territori occupati del Golan. 

 Il governo di Tel Aviv appare fortemente indeciso su come procedere rispetto alle rivolte che hanno investito la vicina Siria e, con la situazione che si evolve velocemente, continua a mantenere un atteggiamento di attenta ‘indifferenza’.

“Se il regime degli Assad dovesse cadere, la minaccia più grande per Israele diventerebbe il confine settentrionale: una terra di nessuno dove gruppi come al Qaeda potrebbero operare in relativa tranquillità”, scriveva l’Afp qualche settimana fa, citando un alto funzionario militare israeliano.

Queste paure, mai nascoste dall’establishment di Tel Aviv, sono state nell’ultimo anno la bussola della politica del paese nei confronti della Siria, permettendogli di mantenere una posizione di secondo piano rispetto al braccio di ferro internazionale attualmente in corso su Damasco.

Gli interessi di Israele nell’attuale conflitto siriano si concentrano in gran parte su due obiettivi: le relazioni degli Assad con l’Iran e gli Hezbollah, ed il Golan.

Nel caso in cui il governo di Bashar venisse spazzato via, si assisterebbe molto probabilmente ad una brusca interruzione nei rapporti tra Siria e Iran, poiché, con l’ascesa di una nuova classe dirigente maggiormente legata a Turchia ed Arabia Saudita, il baricentro della politica internazionale di Damasco cambierebbe drasticamente.

Tuttavia, sono poche le garanzie che l’eventuale futuro esecutivo, molto probabilmente a guida islamica, possa restare indifferente alle alture del Golan, occupate da Tel Aviv con la Guerra dei Sei giorni.

Eppure Israele avrebbe tutto da guadagnare se il regime degli Assad dovesse cadere, perché la prima conseguenza di tale risultato sarebbe quello di indebolire notevolmente la milizia libanese degli Hezbollah spezzando, nello stesso tempo, la cintura sciita che lega Teheran agli sciiti libanesi attraverso la testa di ponte fornita dal regime di Damasco.

Il problema principale di questo scenario è però rappresentato dalla ‘gestione’ dei rapporti con un eventuale governo dominato dagli islamisti.

Molti in Israele continuano pensare che sia meglio continuare a vivere con una minaccia conosciuta come quella degli Assad, piuttosto che rischiare di avere una ‘nuova Siria’. 

Inoltre, lo stesso rapporto dell’Afp, sottolinea le paure dell’establishment militare israeliano che un’eventuale caduta del regime alawita possa significare un trasferimento di armi tecnologicamente avanzate dagli arsenali di Damasco a quelli della milizia di Hassan Nasrallah, stravolgendo ulteriormente gli equilibri di potenza nell’area.

Una questione centrale della difesa del fronte siriano dal punto di vista di Tel Aviv è rappresentata proprio dalla forte preoccupazione per un attacco a sorpresa da parte di forze ostili. 

Secondo il Jerusalem Post, l’esercito siriano possiede circa 1.000 missili balistici, con un range di 300-700 km, che coprono ogni punto all’interno di Israele e che rappresentano una potenziale minaccia sia in caso di utilizzo da parte di Hezbollah che da parte dei nuovi governanti di Damasco. 

Ancora più problematico, dal punto di vista di Israele, è l’arsenale di razzi a disposizione della Siria.

L’Idf (l’Israel Defence Forces) non può contare su una vera e propria difesa dalle migliaia di razzi 220 mm (con una gettata fino a 70 chilometri) e quelli di 302 mm (con una gamma di 90 chilometri), che potrebbero diventare materiale facilmente reperibile nella regione.

L’attuale sistema di difesa anti-missilistica israeliano rimane tuttora in una fase sperimentale, e gli esorbitanti costi di gestione e di armamenti che il sistema Iron Dome richiede hanno scatenato un ampio dibattito all’interno di Israele riguardo la reale efficacia di tale progetto.

La difesa quasi perfetta degli spazi aerei israeliani portata dal nuovo sistema antimissilistico ha chiaramente delineato i punti di forza e di debolezza di tale impostazione: si possono minimizzare le perdite e i danni dei razzi, contribuendo ad agevolare le autorità politiche e militari nei loro compiti, tuttavia non si può assicurare una pace duratura per i civili coinvolti dal pericolo di tali armamenti. 

Tutto questo viene attentamente soppesato dalle autorità di Tel Aviv.

In realtà, in Israele c’è anche chi pensa che un ritiro dalle Alture del Golan potrebbe migliorare notevolmente la situazione tra i due vicini.

In particolare, con la creazione di una zona demilitarizzata priva di forze offensive, insieme a una forte presenza internazionale, e in cui entrambi gli eserciti non possono effettuare alcuna manovra, si creerebbe una buffer zone che garantirebbe un deterrente contro la possibilità di una guerra tra le due nazioni.

A sostegno di questa tesi si ricorda come già il 19 giugno 1967, una settimana dopo la fine dei combattimenti nella Guerra dei Sei Giorni, i ministri israeliani, tra cui Menachem Begin, si mostrarono disposti a rinunciare ai guadagni fatti sul fronte siriano in cambio della pace.

“Israele propone un accordo di pace sulla base della frontiera internazionale e delle esigenze di sicurezza” fu la dichiarazione ufficiale di Tel Aviv. 

Si elencavano poi le seguenti condizioni: la smilitarizzazione delle alture siriane fino ad oggi presidiate dalle forze Idf e l’obbligo di non interferire nel flusso delle acque dalle sorgenti del fiume Giordano verso Israele.

Nonostante i cambiamenti significativi che si sono verificati nella struttura dell’esercito siriano, tra cui le dimensioni e gli armamenti, un accordo di smilitarizzazione delle Alture e la protezione delle fonti idriche di Israele (il Kinneret e le sorgenti del fiume Giordano), potrebbero essere ancora oggi validi argomenti a favore della pace ed elementi sufficienti per garantire la sicurezza di Tel Aviv.

Tuttavia, anche se esiste questo dilemma sulla scelta tra la famiglia degli Assad e i ribelli, Israele avrebbe benefici dalla caduta dell’attuale regime solo a condizione che gli alleati degli Usa, come Turchia e Arabia Saudita, agiscano da freno nei confronti degli islamisti che potrebbero prendere il potere.

Ad oggi, dopo più di un anno di rivolte, le diverse cellule operative dell’opposizione sparse all’interno del paese cercano autonomamente i finanziamenti dall’esterno, con il rischio che le varie fazioni in lotta rispondano agli interessi di chi li foraggia. 

Lo strano mosaico composto dai vari combattenti e dagli attivisti pacifici ha dimostrato una forte tenacia nel resistere ad una repressione durissima, che ha lasciato migliaia di morti e quartieri ridotti in un cumulo di macerie.

Tuttavia, fino ad ora, non è ancora riuscita a fondersi in una forza unitaria o ad identificare un leader nazionale, una chiara ideologia  e degli obiettivi specifici che vadano al di là della destituzione del presidente Assad.

Questa atomizzazione, avvertono molti, potrebbe trasformare il paese in “piccoli emirati” piuttosto che  in un sistema statale nuovo, comportando notevoli problemi alla stabilità dell’area e alla sicurezza di Israele.

Secondo le notizie degli ultimi giorni, la Siria sarebbe diventata campo di battaglia di numerosi mercenari al soldo di Washington, Londra, Doha e Riyadh.

Il Sunday Guardian rivela come Assad starebbe tentando a tutti i costi di catturare vivo qualche combattente straniero per poterlo ‘offrire’ ai media di tutto il mondo, come prova provata delle interferenze straniere nel paese, confermando indirettamente quello che circola da tempo sui media internazionali.

Oltretutto, secondo l’Onu, ci sarebbero anche molti ragazzini tra le reclute dell’Esercito libero siriano, usati per contrastare l’avanzata dell’artiglieria e dei mezzi corazzati governativi, spiegando così l’altissimo numero di adolescenti uccisi dalle manovre del regime.

La Siria rimane una sorta di ‘buco nero’ in cui le notizie che trapelano vengono costantemente rilette in base allo schieramento ideologico.

Da un lato i ribelli che si presentano come democratici, inclusivi e nazionalisti, mentre dall’altro c’è un regime che sembra sostenuto da una larga parte della popolazione siriana, convinta che ci siano ‘terroristi finanziati da potenze straniere sunnite’.

Negli ultimi 15 mesi, i funzionari israeliani hanno più volte espresso la loro opposizione ad Assad, con mosse diplomatiche tese a far dedurre l’esistenza di armi non convenzionali in Siria. Ma nello stesso tempo le autorità di Tel Aviv non hanno mai rilasciato delle dichiarazioni a sostegno dei ribelli che non fossero vaghe.  

A cambiare la cornice geopolitica, il recente sequestro di armi israeliane da parte delle forze di sicurezza siriane che confermerebbe le speculazioni sul fatto che Tel Aviv stia sostenendo attivamente la violenza nel paese. 

Nello stesso tempo, chi ci dice che non potrebbe trattarsi di una contropartita alle Alture del Golan in caso di una vittoria dei ribelli sul regime?

di Nino Orto

 

La Magna Charta dei Fratelli Musulmani di Siria

Posted in Politica, Società with tags , , , on aprile 1, 2012 by Maria Rubini

La democrazia islamica per il dopo Assad. Il documento politico-programmatico varato da Fratelli Musulmani di Siria.

Questa è un’ampia sintesi del documento varato dai Fratelli Musulmani in Siria, reso noto da Istanbul il 25 marzo del 2012.

In questo momento cruciale della storia della Siria, nel quale l’alba di un nuovo inizio spunta dai lombi della sofferenza e del dolore, dall’eroismo degli uomini e delle donne di Siria, dei giovani e dei bambini come degli anziani, noi Fratelli Musulmani di Siria, muovendo dai principi della nostra fede islamica, basata sulla libertà, la tolleranza e l’apertura al prossimo, abbiamo deciso di presentare questa nostra Carta fondamentale. Per noi, Fratelli Musulmani, il futuro della Siria dovrà essere quello di

1- Un moderno Stato civile, basato su una costituzione che promani dalla volontà del popolo, varata da un’assemblea nazionale liberamente eletta. Questa Costituzione dovrà proteggere i diritti fondamentali degli individui e delle comunità da ogni possible abuso e assicurare a ciascuna realtà della nostra società un’equa rappresentanza.

2- Una moderna democrazia deliberativa e pluralista, in linea con le conclusioni raggiunte dal moderno pensiero, una repubblica parlamentare basata su libere elezioni.

3 – Uno Stato di cittadini uguali nei loro diritti di individui e di appartenenti a diverse realtà etniche e religiose, uno Stato basato quindi sui diritti e i doveri di cittadinanza, nel quale ogni cittadino ha diritto a candidarsi agli uffici più alti e importanti, sulla base delle rispettive competenze e della libera volontà del popolo. Uomini e donne infatti hanno la stessa dignità, la stessa eleggibilità, e quindi le donne dovranno godere di pieni diritti.

4 – Uno Stato che rispetta i diritti umani, così come li definiscono e riconoscono le grandi religioni e le convenzioni internazionali; diritti di dignità, uguaglianza, libertà di pensiero e di espressione, libertà di fede e di culto, libertà di informazione, di impegno politico, diritto a pari opportunità, alla giustizia sociale, a una vita decorosa. Uno Stato che respinge ogni discriminazione e proibisce ogni tortura.

5 – Uno stato basato sul dialogo e la partecipazione, non sull’esclusività né sull’esclusione o la trascendenza. Uno Stato che rispetta tutte le sue componenti etniche, religiose, comunitarie, in tutte le dimensioni culturali, sociali, e nel diritto di esprimersi, considerando la diversità una ricchezza, una estensione della lunga storia di coesistenza presente nell’umanesimo coranico.

6 – Uno stato che si auto-determina sulla base della volontà popolare, senza tutele dispotiche da parte di un governante, di un partito, o di un gruppo autoritario.

7 – Uno stato che rispetta le istituzioni, fondandosi sulla separazione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario e nel quale gli eletti e i dirigenti pubblici siano al servizio del pubblico. Uno Stato quindi che definisca i poteri dei suoi rappresentanti e dirigenti e che li ritenga responsabili davanti alla legge del rispetto dei limiti di potere che gli sono stati imposti. Uno Stato in cui l’esercito e i servizi di sicurezza debbano proteggere le istituzioni e non i governanti, e che quindi non interferiscano nella competizione politica.

8) Una Stato che rinuncia al terrorismo e alla violenza, che rispetti i trattati e le convenzioni internazionali, per essere un fattore di sicurezza e stabilità regionale e internazionale, stabilendo migliori relazioni con i paesi fratelli, a cominciare dal Libano, dove la gente ha sofferto per la corruzione e la tirannia, e dai palestinesi, che vanno sostenuti nella rivendicazione dei loro diritti.

9) Uno Stato di diritto, che non ceda alla logica della vendetta. Anche chi ha insanguinato il nostro Paese uccidendo i suoi fratelli deve avere diritto a un giusto processo davanti a una magistratura libera e indipendente.

10) Uno Stato fondato sulla cooperazione tra le grandi famiglie siriane, che volti le spalle alla storia di corruzione, intimidazione, dispotismo.

Questa è la nostra visione e queste sono le nostre aspirazioni.

 

 da Redazione de ‘Il Mondo di Annibale’

 

2012: sciiti e sunniti si combattono per la supremazia nella regione

Posted in Palestina, Politica, Società with tags , , , , , , , , , , , , , on gennaio 3, 2012 by Maria Rubini

Di Barry Rubin

Naturalmente non vi è nulla di nuovo nel conflitto fra musulmani sunniti e musulmani sciiti, ma è una novità che tale conflitto sia diventata una delle caratteristiche a livello regionale in tempi moderni. In fondo, finché imperavano regimi di stile laico che predicavano identità arabe nazionaliste onnicomprensive, le differenze fra comunità religiose restavano in secondo piano. Ma una volta che si sono affermati regimi islamisti, la teologia è tornata centrale, come secoli fa. Ma non si fraintenda la situazione: quella in atto è fondamentalmente una lotta per il potere politico e per le ricchezze. Quando stati o movimenti sunniti e sciiti si combattono, si comportano come soggetti politici dotati di obiettivi, tattiche e strategie.
La forza e l’influenza crescenti del regime islamista iraniano hanno posto gli islamisti arabi sunniti di fronte a un grosso problema. In linea generale non amavano l’Iran perché era persiano e sciita, però rappresentava l’unico regime islamista sulla scena. È così che la palestinese Hamas, organizzazione araba islamista sunnita, è diventata un cliente sottomesso all’Iran. La guerra Iran-Iraq (degli anni ’80) rifletteva questi antagonismi, in modo particolarmente evidente nella propaganda irachena. Peraltro il regime iracheno era comunque in grado di tenere sotto controllo la sua maggioranza sciita.
Successivamente la rimozione di Saddam Hussein ad opera di una forza internazionale guidata dagli Stati Uniti ha scoperchiato la questione dei rapporti fra comunità all’interno dell’Iraq. Gli sciiti iracheni sopravanzano i loro vicini sunniti con un rapporto di tre a uno, per cui sono destinati a vincere automaticamente qualunque elezione, specie se i curdi iracheni si chiamano fuori, preferendo quello che è, di fatto se non di diritto, il loro stato nel nord dell’Iraq. Nonostante la presenza di elementi anti-americani e di al-Qaeda, l’insurrezione sunnita in Iraq è stata essenzialmente un estremo tentativo da parte dei sunniti di recuperare il potere. Il tentativo è fallito e adesso, pur continuando le violenze, i sunniti porranno l’enfasi principale sul negoziare la divisione del potere meno peggio possibile. Anche in Libano gli sciiti hanno trionfato, guidati da Hezbollah e aiutati da Siria e Iran.
Ma tutto questo avveniva prima dell’anno 2011. La “primavera araba” è stata invece una faccenda quasi interamente sunnita: per alcuni versi l’equivalente sunnita della rivoluzione iraniana del 1979. Solo nel Bahrain, dove erano oppressi, gli sciiti sono passati all’offensiva. Quelle in Egitto, Tunisia e Libia sono state tutte insurrezioni sunnite contro governi arabi sunniti.
La situazione in Siria è assai più complicata, con un regime arabo alawita non-musulmano che si atteggia a musulmano sciita e che è alleato con l’Iran (non arabo, ma sciita), e che all’interno è osteggiato da tutta una varietà di gruppi. Nondimeno, in questo quadro quella in atto in Siria è sostanzialmente una sollevazione guidata dai sunniti (anche se lungi dall’essere esclusivamente islamisti) contro un regime “sciita”.
Qui sta il punto. Gli arabi islamisti sunniti non hanno più bisogno dell’Iran, e nemmeno della Turchia (sunnita e a governo tendenzialmente islamista, ma non araba) perché ora hanno un proprio potere. Ciò che è probabilmente destinato ad emergere è perlomeno un variegato blocco arabo sunnita con forti connotazioni islamiste, composto da Egitto, striscia di Gaza, Libia e Tunisia, insieme ad elementi della Fratellanza Musulmana di Giordania e Siria. L’elemento chiave, qui, è la Fratellanza Musulmana: un’organizzazione che in generale non ama i musulmani sciiti, e in particolare l’Iran. Eventi minori, come l’appoggio da parte del guru della Fratellanza, Yusuf al-Qaradawi, al regime sunnita del Bahrain contro l’opposizione sciita, rivelano la direttrice del loro pensiero. Gli ancor più estremisti salatiti – un termine oggi usato per indicare piccoli gruppi rivoluzionari islamisti – sono ancora più anti-sciiti.
In questo quadro, uno dei fattori in gioco è la persistente indisponibilità della maggioranza degli stati arabi ad accogliere fra i propri ranghi l’Iraq governato dagli sciiti. L’Iraq non diventerà un satellite dell’Iran. Certamente si sente più a proprio agio in un blocco sciita, ma probabilmente continuerà a starsene relativamente distante dagli affari regionali.
Si noti, poi, che in larga misura questa situazione lascia orfana l’Autorità Palestinese. In generale essa può dipendere dal sostegno arabo, iraniano e turco. Ma non ha più un padrino regionale, mentre è Hamas il gruppo che attualmente gode del caloroso appoggio degli islamisti sunniti. Il che naturalmente spinge nel senso di un’alleanza fra Autorità Palestinese (cioè Fatah) e Hamas, mentre indebolisce la forza contrattuale di Fatah rispetto al partner islamista (e questo si traduce in un persistente disinteresse a negoziare con Israele, e tanto meno a giungere a una soluzione negoziata con esso).
Sicché, nonostante le apparenze, il 2011 è stato un anno di smacco per Iran e Turchia perché gli islamisti arabi sunniti sono ora molto meno soggetti all’influenza di Tehran, considerata un rivale, e non gradiscono nemmeno la leadership turca.
Possono questi blocchi unirsi efficacemente fra loro contro Stati Uniti, occidente e Israele? Per dirla in una sola parola: no. Le loro lotte per il potere regionale e per il controllo di singoli stati (Bahrain, Libano, Siria e, in misura minore, Iraq) li terranno impegnati nei conflitti. Persino l’unanimismo anti-israeliano verrà sfruttato da ciascuno per i propri interessi.
Per lo stesso motivo, però, le speranze in un’evoluzione in senso moderato sono ridotte al minimo. In una regione dove regimi e movimenti fanno a gara nel dimostrare la loro combattività e la fedeltà ad una interpretazione estremista dell’islam, nessuno vorrà mostrarsi disposto a fare la pace con Israele. E i regimi collaboreranno con gli stati Uniti solo se saranno convinti che l’America può e vuole proteggerli: una speranza piuttosto vana con un’amministrazione Obama ansiosa di farsi amici fra gli islamisti.
C’è poi un altro aspetto da sottolineare in questa rivalità fra sunniti e sciiti, in questo formarsi di blocchi, nella loro competizione in fatto di combattività e nello scontro per il controllo di singoli stati. Ed è che la regione continuerà a mietere vite umane, dissipando sangue, tempo e risorse nella battaglia politica, giacché la lusinga dell’ideologia e del potere, anziché il pragmatismo e la produttività economica, continua a predominare anche dopo che sono caduti vecchi regimi.

(Da: Jerusalem Post, 1.1.12)